Il profilo del re prussiano che fu un atipico
protagonista della storia del XVII secolo
FEDERICO IL GRANDE FORMIDABILE STRATEGA
ED ELEGANTE LETTERATO
di IGOR PRINCIPE
Federico il Grande, re di Prussia, in
uno dei suoi ritratti ufficiali
In un'intervista recentemente pubblicata sul settimanale Sette, il celebre fotografo Bob Krieger ha dichiarato: "Sono nato ad Alessandria d'Egitto, da un papà tedesco, anzi prussiano, che è dire tutto…". Affermazione indubbiamente carica di mistero: cosa vuol dire quel "tutto"? E cosa significa essere prussiano? La risposta a queste domande - come ogni risposta che non si accontenti di rimanere in superficie - non può prescindere da un viaggio nella Storia, alla ricerca degli uomini che l'hanno fatta. La parola "Prussia" evoca immediatamente la figura del "cancelliere di ferro" Bismarck, indimenticata guida della Germania durante gli anni prosperi, e tuttavia enigmatici, dell'epoca liberale. Pure, la radice della prussianità - misteriosa alchimia tra attitudini militari e speculazioni filosofiche - va ricercata qualche secolo prima, nella figura e nell'opera di Federico II detto il Grande, vero fondatore dello stato prussiano, continuatore e perfezionatore di una politica innovativa intrapresa dai suoi predecessori. E per capirne le idee e l'opera, è bene partire da questi.
La Prussia comincia ad acquistare rilievo nella politica internazionale con Federico Guglielmo, detto il Grande Elettore. E' lui il motore della riorganizzazione politica e soprattutto militare che porterà lo stato prussiano tra le potenze europee dei secoli XVIII e XIX e che inizierà quella tradizione di grandezza che anche al giorno d'oggi richiama tutto quel che riguarda la Germania. La Prussia del Grande Elettore (1640-1688) coincide innanzi tutto con l'elettorato di Brandeburgo, con capitale Berlino. Quindi, come isolotti di un arcipelago staccati dall'isola madre, vi sono i possedimenti orientali e quelli occidentali, privi di contiguità territoriale con il centro del regno. Attraverso tutto il Settecento, la Prussia crescerà sino a coprire praticamente l'intero il nord-est europeo: nel 1786, quando raggiunge la sua massima espansione, il regno circoscrive una zona costituita da Brandeburgo, Boemia, Pomerania, Slesia, Prussia, Hannover e parte dell'Austria, Vienna inclusa. Principali artefici dell'espansione prussiana, come abbiamo accennato, sono Federico Guglielmo I (che regna tra il 1713 e il 1740) e suo figlio, Federico II (1740 - 1788): il primo per aver riformato integralmente l'esercito; il secondo per aver adoperato con estrema spregiudicatezza e abilità la macchina da guerra costruita dal padre. Per il quale, in effetti, parlare di riforma integrale dell'esercito è tuttavia limitativo: egli fa di più, fondando uno "stato militare prussiano". Pur essendo Federico II al centro della nostra attenzione, non possiamo non soffermarci sulla ricostruzione militare operata dal padre. Coerentemente con quanto accadeva per altri Stati - Francia e Russia su tutti, dove le strutture dello Stato assoluto non potevano prescindere dall'esistenza di un esercito efficiente -, anche nella Prussia d'inizio Settecento, che ambisce alla gloria già raggiunta da altri reami, si viene a porre il medesimo problema. Federico Guglielmo lo affronta in maniera radicale: su una popolazione di 2 milioni e mezzo di abitanti, porta l'esercito permanente da 38.000 a 83.000 uomini, e indirizza tutte le risorse del paese al fine di rendere possibile il reclutamento, l'addestramento e il sostentamento della macchina bellica. Questo sforzo provoca ripercussioni anche sul piano sociale, gli ufficiali essendo reclutati esclusivamente tra la nobiltà. Ciò, va da sé, contribuisce - in ragione dell'indiscusso prestigio collegato alla carriera militare - a consolidare l'egemonia dei grandi proprietari feudali e a ostacolare ogni ricambio e ogni prospettiva di sviluppo di una classe borghese, che in altre zone d'Europa sta invece accrescendo sempre più il proprio peso. Ne è esempio la Francia, dove quanto concerne la riscossione dei tributi, la giustizia e la polizia locale è compito di una burocrazia distinta e indipendente dalla nobiltà. L'aristocrazia prussiana, invece, gode di un'autorità pressoché sconfinata e, oltre ai ruoli militari, si occupa anche delle attività suddette. Con i nobili al servizio dello stato, si riconosce pienamente la dipendenza dei contadini dall'aristocrazia.
I risultati del progetto di Federico Guglielmo I sono considerevoli. Un dato su tutti: la Prussia si trova ad avere un esercito che la colloca al quarto posto tra le potenze militari - dopo Francia, Russia e Austria - pur essendo preceduta, quanto a popolazione, da almeno altri dieci stati europei. Tutta l'organizzazione dello Stato, insomma, è al servizio dell'esercito, che può quindi contare su riserve logistiche e finanziarie praticamente inesauribili. Il fondamentale strumento di raccordo tra l'apparato militare e quello statale è la "Suprema direzione generale delle finanze, della guerra e dei demani", istituita nel 1722, con la quale il Re sergente centralizza tutti i servizi militari e civili, facendo sì che ogni tassa pagata - sia dai contadini sia dai nobili - alimenti la crescita militare della Prussia. Che, secondo Mirabeau, "non è uno Stato che possiede un esercito, ma un esercito che possiede uno Stato".
L'erede al trono, Federico, nasce nel 1712. Il padre, che ha già dato prove di eccellente capacità organizzativa in campo statale, pretende di organizzare a sua immagine e somiglianza anche il carattere e il futuro del figlio. Ma l'impresa si rivela disperata. Federico II (titolo che assumerà nel 1740, quando salirà al trono) rivela sin da bambino interessi filosofici e culturali che, a giudizio del padre, stridono fortemente con quelle che dovrebbero essere le qualità di un principe. L'attenzione di Federico II per la filosofia - in particolare per quegli insegnamenti illuministici che si diffondono velocemente in tutta Europa - suscita nel Re sergente il timore che il figlio, a tempo debito, salga al trono con un solo obbiettivo: far della sua corte un centro di cultura fastosa, dimenticando che uno stato si basa innanzitutto su una sana economia e su un robusto apparato militare. Per questo motivo, il Re dispone che Federico II riceva un'educazione che faccia di lui "un funzionario di Dio", un "buon amministratore", un "soldato generale". L'obiettivo, vedremo, sarà raggiunto con pieno successo; tuttavia, padre e figlio sono profondamente in disaccordo sul metodo. Se il Re richiede sacrificio, abnegazione e rigoroso rispetto del calendario giornaliero di impegni predisposto per il principe, questi si dimostra invece insofferente degli ingessati schemi disegnati dal padre e, pur non disattendendo le tappe educative - soprattutto quelle di natura militare - riesce però a dedicarsi alle letture, creando una personale e segreta biblioteca di tremila volumi, tra i quali spiccano i nomi di grandi giusnaturalisti e illuministi: Voltaire, Locke, Descartes, Bayle. Questo amore per la filosofia stimola e accresce la sua già vivace intelligenza, creando in lui un'autonomia di pensiero che, ovviamente, non può che collidere con la rigida educazione paterna. I contrasti tra il Re e il principe sfociano in tempesta in occasione della fuga in Inghilterra progettata dal diciottenne erede al trono, poi miseramente fallita. Pretesto per questo supremo atto di ribellione è il naufragio del progetto di matrimonio che avrebbe dovuto unire Federico II alla principessa inglese Amelia, figlia di re Giorgio I. Morto anzitempo quest'ultimo, il suo successore Giorgio II non dava le stesse garanzie di affidabilità di cui era capace il predecessore; Federico Guglielmo opta quindi per un legame con la casa inglese che sia suggellato dal matrimonio della figlia Guglielmina con il principe di Galles. Federico II non ha mai incontrato la promessa sposa Amelia; tuttavia, un po' perché fortemente attratto dal fascino della corte britannica, un po' per innata conflittualità verso il padre, progetta con un amico ufficiale, von Katte, una fuga in Inghilterra per sposare comunque Amelia. Scoperti, la reazioni del Re è semplicemente spietata: il suo amico viene condannato a morte e decapitato; Federico viene processato, condannato per diserzione, radiato dall'esercito. La massima punizione inflittagli, ad ogni modo, è il dover assistere all'esecuzione del suo compagno d'avventura. Il macabro spettacolo e, in seguito, l'ancora più rigido programma "rieducativo" predisposto dal Re, contribuiscono a forgiare in lui uno stoicismo e un equilibrio interiore che, in futuro, si riveleranno preziosi strumenti nella costruzione del regno di Prussia.
Il 31 maggio 1740 Federico II è incoronato Re. Malgrado la giovane età (28 anni), il nuovo sovrano dimostra di avere le idee chiare riguardo la linea politica da adottare nel governo dello Stato. Idee che nascono dalle numerose letture giovanili, tra le quali ha importanza decisiva quella del Principe di Nicolò Machiavelli. Federico lo legge nel 1938, prima di salire al trono; tuttavia, malgrado l'assenza di esperienza diretta nel governo di un regno, la sua solida e precoce cultura gli consente di muovere asperrime critiche alla scienza politica come disegnata dall'illustre fiorentino. Infatti, poco tempo dopo scrive un trattato dal titolo inequivocabile, l'Antimachiavelli. Un testo fondamentale - in cui si articola la weltanschaunng del futuro Re di Prussia - dal quale emerge la sua avversione per il cinismo e per quell'idea secondo la quale "il fine giustifica i mezzi", luce dalla quale ogni regnante dovrebbe lasciarsi illuminare nel governo di uno Stato. La figura di Cesare Borgia, cui si ispira il Machiavelli nel Principe, è agli antipodi del modello di sovrano che affascina Federico, attratto invece
Federico il Grande, seduto, discute
con alcuni suoi ufficiali
dall'onestà e dalla rettitudine del Telemaco di Fenelon, tra le sue prime letture. Onestà e rettitudine non escludono però la potenza e l'organizzazione militare: d'accordo - ma solo in questo - con il fiorentino, Federico illustra nel suo scritto i doveri e i diritti di un principe sotto il profilo della conduzione militare. Come scrive Teodor Schieder nella biografia Federico il Grande, "... dal sovrano Federico esigeva non soltanto le presenza fisica presso l'esercito ma la guida in battaglia: era compito suo determinarne l'andamento e con la sua sola presenza infondere nelle truppe la fiducia e l'ardore bellico. (...) Egli doveva dare loro un esempio luminoso di come debbano disprezzare i pericoli e perfino la morte quando lo richiedano il dovere, l'onore e la gloria immortale". A questa premessa ideologica, seguono vere e proprie regole pratiche nell'organizzazione della macchina bellica. Per esempio, egli non ha - diversamente da Machiavelli - una pregiudizievole ritrosia a servirsi di truppe di mercenari; anzi, la ritiene indispensabile qualora un Stato non abbia una popolazione sufficiente alle esigenze del suo esercito e della guerra. La presenza di stranieri tra i militari, però, impone una ferrea disciplina, onde evitarne l'isolamento e la possibilità di rivolte intestine. E, soprattutto, il numero dei nativi deve sempre superare quello dei mercenari.
Queste idee, in materia di teoria della guerra, segnano un momento importante, un punto di partenza di quell'evoluzione - o, da un altro punto di vista, involuzione - che ha in seguito portato alla nascita del vero e proprio militarismo. Un altro storico tedesco, il Ritter, ha spiegato con chiarezza a cosa può portare - e a cosa ha portato - la concezione federiciana (padre e figlio) dell'esercito. "Il teorico militare prussiano Clausewitz (…) ha espresso questo concetto nella sua formula ormai celebre e ripetuta infinite volte: la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. Ciò che egli esprimeva con queste parole non era nulla di nuovo, bensì una regola (...) dei governi monarchici e dei loro politici di gabinetto: la guerra deve essere esercitata meramente come un mestiere, l'esercito deve essere considerato come un mero strumento dell'arte dello Stato, da adoperare con la massima cautela, per scopi determinati e delimitati in modo preciso. Che cosa sia il militarismo può essere ricavato molto semplicemente dal rovesciamento di questa formula compiuto nel XX secolo dal generale Ludendorff e dai suoi colleghi. Esso suona, brevemente: 'Ogni politica sana non è che il proseguimento della guerra nella pace, condotta con mezzi diversi'. Una teoria che Adolf Hitler assunse a norma della sua condotta, con le spaventose conseguenze che tutti conoscono".
Che Federico il Grande sia stato progenitore del nazismo è affermazione pericolosa, che meriterebbe un lungo articolo di argomentazioni favorevoli e contrarie. Tuttavia, è innegabile che la radice della potenza e del rigore, che fecero della Wermacht quella macchina da guerra che dal 1939 al 1942 conquistò quasi tutta l'Europa, vanno individuate nella concezione militare dello Stato che il regnante prussiano attuò con successo nel XVIII secolo. Il suo capolavoro bellico è la Guerra dei Sette Anni, che dal 1756 al 1763 contrappone Inghilterra e Prussia ad un trittico di potenze formato da Austria, Francia e Russia (la Triplice alleanza). Per dovere di sintesi, ci limitiamo ad un sunto. La causa scatenante del conflitto sta nella volontà dell'Austria di tornare in possesso della Slesia, persa nel 1848 a seguito della guerra di successione ed entrata a far parte del territorio prussiano. Complice la contemporanea situazione di attrito tra Francia e Inghilterra nelle colonie e sui mari, il più eminente collaboratore presso la corte di Vienna, il conte Kaunitz, concepisce il cosiddetto rovesciamento delle alleanze: "Il pericolo è là - egli disse -: nell'impero la Prussia si oppone apertamente all'autorità imperiale, e noi sappiamo con certezza che essa lavora alla nostra rovina e che vi perverrà per quanto è umanamente prevedibile, se noi non la preveniremo. E' vero che noi non possiamo attaccarla senza grandissimo pericolo, se non abbiamo altri aiuti e se non siamo garantiti dalla parte dei nostri vicini". Kaunitz riesce ad assicurarsi, oltre all'appoggio della Francia, quello della zarina Elisabetta, dipingendo ai suoi occhi la Prussia come un pericolo letale per il controllo russo nel Baltico. Ma la prima mossa verso la guerra è proprio di Federico, che nel '56 attacca la Sassonia - alleata dell'Austria - così permettendo al Kaunitz di dichiarare costituita l'alleanza (cui si aggiungono Svezia e Polonia). Dopo una serie di successi (Praga, Rossbach, Leuthen) e di sconfitte (Kolin, Kunersdorf), l'esercito prussiano si trova con le spalle al muro: Berlino, la capitale, è in mano al nemico. Ma la Storia, si sa, è fatalista: quando decide che un semplice uomo debba diventare un suo indimenticato protagonista, nulla riesce a fermarla. Infatti, come manna dal cielo giunge la morte della zarina Elisabetta, cui succedono Pietro III quindi Caterina II. Entrambi affascinati dalla figura di Federico - ma anche timorosi che l'eventuale vittoria dell'Austria ne accresca troppo potenza e prestigio -, i due modificano la linea politica russa e optano per un "cessate il fuoco". Quindi, le difficoltà che i Francesi incontrano nell'opporsi all'Inghilterra contribuiscono a determinare una nuova pace. Il trattato di Hubertusburg (1763), conferma lo status quo ante: la Slesia rimane prussiana.
A seguito degli eventi, Federico è al culmine del suo potere. Libero di dedicarsi al governo del suo Paese, ne riordina le finanze e soprattutto rafforza ulteriormente l'esercito portandolo a quasi duecentomila uomini. Alla base del suo successo sta una ferrea convinzione: il principe deve vigilare continuamente, dare esempio costante, dare unità di indirizzo allo Stato dirigendolo personalmente; solo così si può conquistare e conservare un posto di rilievo tra le grandi potenze. Federico, in materia, ha le idee chiare anche sugli esempi da non seguire: "In Francia - osserva - ogni dipartimento di governo è retto da una specie di re. C'è il ministro che presiede alla guerra, il ministro delle finanze, il ministro per gli affari esteri. Ma il punto di incontro manca e queste branche, non essendo riunite, divergono e i ministri si occupano ciascuno degli affari particolari del loro ministero senza che nessuno orienti a una meta fissa l'oggetto del loro lavoro. Se qualcosa di simile avvenisse in Prussia, lo stato sarebbe perduto, perché le grandi monarchie procedono malgrado gli abusi per il loro peso e la loro forza intrinseca e i piccoli stati sono presto distrutti se tutto in loro non è forza, nervi, vigore".
Accentramento, quindi, è la parola d'ordine nell'opera di governo della Prussia. Ma questo non deve indurci a pensare ad una Storia che torna ai modelli in vigore presso i principati romani o bizantini, o addirittura presso le monarchie orientali. Federico è invece il più compiuto esempio di quel modus gubernandi ricordato con il nome di assolutismo illuminato. I libri di Storia, nel spiegare cosa ciò significhi, spesse volte omettono di ricordare la figura di Federico il Grande, concentrandosi soprattutto sui monarchi francesi, in particolare i Luigi XIV e XVI. Ma il monarca prussiano, messo a confronto con i "colleghi" transalpini, ne esce vincitore. Basti pensare alle sue opere nel campo del diritto. Nel 1749, abolisce la tortura e, sei anni più tardi, fa abrogare anche le misure estreme che venivano comminate in caso di tradimento o strage. Si tratta di atti di umanità decisamente all'avanguardia rispetto ad altri Stati: vien fatto di pensare subito alla Francia, dove la fredda lama della ghigliottina continua calare sul collo dei condannati anche dopo la rivoluzione - illuministica - del 1789. I principi illuministici, invece, si affermano in Prussia alcuni decenni prima che altrove, eccezion fatta per l'Europa britannica. Federico, in verità, non si sgancerà mai dalla concezione della sovranità di derivazione divina anziché popolare, e dai suoi atti mai comparirà la dicitura "per grazia di Dio". Pure, dal 1747 in poi avvia un'opera senza precedenti di riorganizzazione giuridica del suo Stato, e affida al suo Gran Cancelliere Cocceji il compito di codificare il diritto civile vigente. L'opera non va in porto; tuttavia, quello sforzo testimonia della volontà del Re di applicare quelle teorie e quei valori che ne avevano informato la giovane mente. Abbiamo detto che tra le letture giovanili di Federico grande prevalgono i giusnaturalisti, tra i quali spicca quel John Locke che è universalmente considerato il padre dello "stato di diritto"; e gli illuministi, a proposito dei quali dobbiamo fermarci a parlare di un tal François Marie Arouet, noto al mondo con il nome di Voltaire. Federico II ha con il filosofo francese una vera affinità elettiva, fatta anche di forti contrasti. "Nell'età dell'assolutismo illuminato - scrive Teodor Schieder - anche altri sovrani coltivarono rapporti con filosofi e scrittori e cercarono in tal modo di elevare la società di corte nello spirito dell'Illuminismo. Ad esempi, Caterina II invitò in Russia Diderot e mantenne un lungo carteggio con Voltaire. Ma in nessun altro caso si istituì un così stretto rapporto di attrazione e di repulsione quale quello tra Federico II e Voltaire. (…) Federico manifestava in primo luogo la sua ammirazione per lo spirito universale di Voltaire, per il poeta che medita e scrive anche di metafisica, per il genio universale capace di padroneggiare ogni genere artistico…". Ma non mancano, tra i due, gli attriti, dovuti ad un'ambiguità di carattere comune ad entrambi. Questi, in omaggio allo spirito delle idee egualitarie dell'Illuminismo, brama per un rapporto alla pari con chi gli sta intorno. In pratica, però, tale rapporto non si realizza. A corte egli è il centro del mondo, che a lui deve sottomettersi, incluso quell'ospite illustre che il Re ha scelto da guida spirituale, consulente politico in ogni scelta di governo e conversatore all'altezza della cultura e degli interessi del re. Tale, infatti, è il compito del filosofo: lo si evince sin dai primi contatti epistolari tra i due, risalenti al 1736, e in particolare nei suoi tre anni (1750 - 1753) di permanenza al castello di Sans Souci, a Potsdam.. Ma non anticipiamo. Federico II, dicevamo, è affascinato dalla figura del filosofo francese, nel quale vede l'uomo che egli avrebbe voluto essere. "L'unico che in diciassette secoli può reggere il confronto con quest'uomo è Cicerone", dirà al momento della sua morte, nel 1778. Ma dietro l'ammirazione si cela anche un preciso disegno politico, quello di cavalcare il credito culturale di cui Voltaire gode presso l'opinione pubblica francese per far sentire la propria voce sul piano diplomatico. E anche Voltaire, da par suo, non vuol perdere l'occasione di veder realizzate, attraverso l'opera politica di Federico, le sue idee politiche. I propositi di entrambi resteranno sulla carta. Dopo un primo contatto nel '36, il Re chiede al filosofo di rielaborare quel catechismo politico che abbiamo visto essere l'Antimachiavelli, ed egli la sfrutta per espungere dal manoscritto quei passi, giudicati sconvenienti, in cui si afferma che in taluni casi una guerra può essere giusta. Tuttavia, malgrado le sostanziali limature, l'influenza di Voltaire non arriverà mai a modificare, nel modo che il filosofo si è figurato, il pensiero politico di Federico. Ne conseguono inevitabili scontri, il più duro dei quali si verifica nel 1743, poco dopo quella prima guerra con la quale la Prussia si annette la Slesia, conclude un trattato di pace con l'Austria e rompe l'intesa con la Francia. Voltaire, inspiegabilmente, loda quel trattato attirandosi gli strali dell'intera opinione pubblica francese. I governanti, invece, guidati da una robusta dose di scaltrezza - che i contemporanei avrebbero chiamato Realpolitik - non esitano a sfruttare il forte ascendente che l'illustre connazionale esercita in quel momento sul sovrano e gli affidano una delicata missione diplomatica. Scrive lo Schieder: "Il fine dei tentativi francesi di per sé era chiaro: il re di Prussia doveva venir indotto a schierarsi nuovamente a fianco della Francia e a rinnovare l'alleanza che aveva rotto l'anno precedente. Ma Federico aveva davvero intenzione di farlo? Ecco il vero problema. Voltaire confidava di riuscire a strappargli i segreti della sua politica; infatti (…) aveva anche una smisurata coscienza di sé che lo induceva a guardare con condiscendenza i politici di professione del suo tempo. (…) Ma aveva di fronte una personalità d'eccezione come re Federico, che nel gioco politico disponeva di una gamma assai più ampia di strumenti". Tra i quali quello elegante ma spietato dell'ironia. In un incontro decisivo, a Berlino, Federico regala ampio spazio alle parole di Voltaire, che con abili artifici linguistici tenta di spostare il centro della conversazione dalla letteratura alla politica. Federico lo asseconda, lascia che il filosofo elabori di volta in volta complesse dissertazioni in materia di rapporti tra Stati ma, concluse, torna a parlare di arte. Voltaire si lancia quindi in uno spudorato elogio delle qualità di Luigi XV, infarcendolo di clamorose falsità. Il Re, infastidito, sbotta: "Non ho affatto intenzione di discutere con Lei di politica; sarebbe come somministrare una medicina ad un'amante. Credo che sia meglio discutere di poesia, ma non sempre si può fare come si vuole". Ciononostante, il fascino del filosofo non diminuisce agli occhi del sovrano, il quale - intenzionato a realizzare il disegno che sin da giovane occupava i suoi pensieri, quello di costruire uno Stato che si reggesse su due colonne: l'arte militare e quella umanistica - matura la decisione di invitare il filosofo presso la propria residenza a Potsdam. Prima della conclusione della suddetta disastrosa missione diplomatica, il re scrive al filosofo: "Desidero che la mia capitale diventi un tempio di grandi uomini. Venga dunque, mio caro Voltaire, e mi indichi tutto ciò che potrebbe renderle gradita la vita qui. Io voglio compiacerla, e per legare a sé qualcuno è necessario mettersi nei suoi panni". L'illuminista accetterà solo nel 1750, e vivrà a Potsdam tre anni, durante i quali la convivenza tra i due si rivelerà impossibile. Abbiamo già accennato all'orgoglio che possedeva entrambi: il re si sentiva tale, e quindi un gradino sopra tutti gli altri; Voltaire invece non accetta il ruolo di semplice camerlano. Ambisce a qualcosa di ben più importante: essere quello che per il re di Francia era il maresciallo Richelieu, vera testa pensante alla corte di Versailles. Ma Federico
Il filosofo francese Voltaire fu
grande amico del re di Prussia
non glielo permette, e Voltaire prende a tenere comportamenti che causano l'indignazione del sovrano. Intromissioni illecite, avidità di denaro, affari poco chiari, uno dei quali lo porta davanti ad una corte di giustizia, che poi ne riconoscerà l'innocenza. Tuttavia, l'abito del filosofo è ormai irrimediabilmente macchiato, e Voltaire è costretto a lasciare la Prussia. Non si vedranno mai più, ma i loro rapporti si riallacceranno nel 1772, in occasione della guerra tra Russia e Turchia. Ed è di nuovo scontro politico: da un alto il Francese che caldeggia un intervento prussiano a favore di Caterina II, dall'altro Federico che invece chiede una pace definitiva, dopo anni di guerre che avevano esteso ma anche provato il suo Stato. Il Re vince anche questa piccola battaglia personale: due anni dopo, Russia e Turchia sigleranno un trattato di pace. Voltaire, tuttavia, non se ne avrà. In una lettera del 1778, poco tempo prima di morire, lo indicherà con il "…baluardo della libertà germanica". Secondo lo Schieder, quelle parole "…sigillarono un'amicizia di decenni, turbata da dissidi ma fondata su convinzioni comuni, tra un re del sangue e un grande spirito che incarnò il secolo dell'Illuminismo. Fu come la fine di un'epoca: undici anni dopo sarebbe esplosa la grande rivoluzione". Quella rivoluzione che contrappone ferocemente i ceti popolari e i ceti nobili, e che porta questi ultimi sul banco degli imputati del tribunale ella Storia con l'accusa di perpetrare quell'ancien règime che castrerebbe il progredire dell'umana specie. Nel nostro piccolo, non siamo convinti che, nella galleria dei sovrani, Federico meriti di essere considerato al pari degli "imputati" di cui sopra. E' vero che mai aderì a quell'ideale di pace universale caro ai suoi "amici" illuministi; anzi, fu un intelligente stratega e un grandioso condottiero, le cui gesta - e soprattutto quell'idea di un capo di Stato che sia anche primo generale del proprio esercito - non è difficile ritrovare in uno dei suoi posteri, tale Napoleone Bonaparte. Tuttavia, egli fu un illuminato, e fece della sua corte una piccola Firenze medicea, accogliendovi - oltre a Voltaire - anche altre influenti personalità della cultura del tempo, tra i quali il conte Mirabeau e il musicista Johann Sebastian Bach. E forse non è del tutto sbagliato affermare che Federico gettò le basi per quel grandioso movimento culturale che, nel secolo XIX, farà della Germania il centro dell'Europa: il Romanticismo.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Federico il Grande, di Teodor Schieder - Ed. Einaudi Corso di storia (vol. II), di Gaeta-Villani - Ed. Principato I militari e la politica nella Germania moderna, di Ritter, - Ed. Einaudi
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