Polemiche nei gruppi Dc sul sacerdote
che nel 1919 fondò il Partito
popolare per far rientrare i cattolici in politica

DON LUIGI STURZO:
CHI LO TIRA A DESTRA
CHI LO TIRA A SINISTRA

Antifascista (costretto all’esilio), aperto
ai socialisti. Ma i suoi scritti sono
di centrodestra. La conclusione è...


di PAOLO AVANTI
Don Luigi Sturzo
Se lo stanno contendendo un po' tutti nell'area di centro. Don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare, è, a seconda dei casi, posto come punto di riferimento ideologico, se non come vero e proprio padre spirituale, dai due partiti diretti eredi dell'esperienza democristiana, il Partito Popolare a sinistra, il Ccd e il Cdu a destra. Anche Berlusconi ebbe a citarlo come un punto di riferimento di Forza Italia. E chissà che ora Cossiga, con il suo nuovo partito, l'Udr, non voglia anch'esso disputarsi il pensiero del prete di Caltagirone.
Ma Sturzo è catalogabile come pensatore di destra o di sinistra? Ammesso che abbia un senso fare delle distinzioni di questo genere, il fondatore del Partito Popolare sembrerebbe assimilabile più al centro-destra, viste le sue idee decisamente liberali e liberiste espresse nella gran parte dei suoi scritti. Ma il suo spiritualismo, le sue battaglie anti-fasciste e la sua apertura, anch'essa in chiave anti-fascista, con il Partito socialista di Turati, gli guadagnarono un'appartenenza ideale anche a sinistra. In realtà, nel pensiero di Sturzo non mancava un certo solidarismo di stampo cattolico che non poteva certo dispiacere alla sinistra, ma la sua polemica contro lo statalismo e le sue feroci battaglie, spalleggiate dal Presidente Einaudi, contro Mattei, il centro-sinistra e, in particolare, la sinistra Dc, lo collocarono inequivocabilmente nell'area del centro-destra. La freddezza con la quale vennero accolte le sue filippiche contro la sinistra nell'immediato dopoguerra lo condannarono all'oblìo. Vi contribuì anche lui, con proposte allora choccanti come quella di allargare l'alleanza di centro al Movimento Sociale Italiano, il tutto in chiave anti-comunista.
Ora è tornato di moda e citarlo in un discorso programmatico in un Congresso di un partiro di centro ti garantisce le lodi e la stima della platea. E allora tutti cercano nel suo pensiero qualche traccia per collocarlo dalla propria parte. In realtà il pensiero del prete siciliano è molto più complesso ed elaborato perché possa sottostare agli schematismi della politica, tanto più che le sue posizioni erano dettate più da convinzioni morali che da valutazioni meramente politiche. In ogni caso, cerchiamo qui di dare una traccia dello Sturzo più politico, quello che appunto divide oggi gli eredi della Dc, ma che anche allora provocò discussioni e polemiche all'interno dell'intellighenzia cattolica del nostro Paese.
Nato nel 1871 a Caltagirone, in provincia di Catania, Luigi Sturzo fu segretario generale della giunta centrale dell'Azione Cattolica nel periodo dal 1915 al 1917. Al termine di questa esperienza fondò il Partito Popolare, che sancì l'ingresso definitivo dei cattolici nell'agone politico nazionale, pur non essendo il Ppi un raggruppamento confessionale. Sturzo ne assunse subito la segreteria politica. Fu tra i primi a intuire la pericolosità del fascismo e stigmatizzare le debolezze della classe politica nei suoi riguardi. La stessa gerarchia scolastica, timorosa di possibili accordi tra popolari e socialisti, mostrava la propensione a sacrificate il partito popolare a un possibile accordo con il fascismo. Don Sturzo fu infatti costretto a dimettersi da segretario di partito nel 1923 e poi a tornare in esilio a Parigi, a Londra e a New York.
Tornato in Italia nel 1946 e nominato senatore a vita nel 1952, riprese a interessarsi di problemi politici e sociali. Morirà a Roma nel 1959. E' opinione diffusa che siano esistiti due Sturzo, uno "di sinistra" nel periodo precedente alla Seconda Guerra Mondiale, e uno "di destra" nell'immediato dopoguerra. Ma è vero solo in parte. Il primo Sturzo, quello della nascita del Partito Popolare, non era poi così lontano dal secondo, quello della guerra fredda. Era un prete coraggioso, impegnato nel sociale, capace di interpretare al meglio quelle che erano le esigenze della società italiana in quel periodo. Ma non elaborò mai un pensiero realmente di sinistra così come non si schierò mai in modo esplicito per l'interventismo dello stato nell'economia. Seppe però essere coraggiosamente anti-fascista, intuendo prima di molti altri esponenti della sua stessa area politica, che accettando alleanze con Mussolini si sarebbe giocato col fuoco. Cercò in tutti i modi un accordo in chiave anti-fascista con Filippo Turati. Ma l'opposizione delle frange massimaliste del Partito Socialista da una parte e quelle delle gerarchie ecclesiastiche dall'altra fecero saltare il progetto che avrebbe potuto forse evitare all'Italia il Ventennio.
Fu questo Sturzo a guadagnarsi la stima della sinistra cattolica in Italia. In esilio per vent'anni, con l'esperienza americana che lo colpì in modo decisivo (vi visse sei anni), lo Sturzo che ritornò in Italia nel dopoguerra era un convinto liberale e liberista, tanto da guadagnarsi gli elogi sperticati e la nomina a senatore a vita del padre del liberalismo italiano, il Presidente Luigi Einaudi. La "conversione" liberista di Sturzo non fu frutto solo del viaggio in America e della "scoperta" di una realtà completamente nuova e tutta improntata alle regole della democrazia liberale e a quelle del mercato. Il fondatore del Partito Popolare, tenace anti-comunista sia per ragioni morali e religiose che per ragioni economiche, capì che ora non era più il fascismo, ormai sconfitto, a rappresentare il pericolo per la democrazia, ma il dirigismo e lo statalismo esasperato della sinistra, anche quelle cattolica. La polemica sturziana, oltreché contro il comunismo, fu infatti diretta contro i fautori di quella che sarebbe stata la svolta del centro-sinistra e in questa polemica si trovò avversario anche di De Gasperi.
Sturzo affrontò la questione non da economista, quale non era, ma da politico. Nell'eccessivo intervento dello Stato nell'economia intravedeva, prima di tutti, non tanto l’inefficienza dal punto di vista economico, ma i pericoli per l'esplosione di una ventata di corruzione legata alla spartizione dei posti nelle aziende pubbliche che di lì a poco, con Enrico Mattei, avrebbe infettato tutto il mondo politico italiano, fino al cancro di Tangentopoli. In chiave anti-comunista don Sturzo propose addirittura un'apertura alla destra missina, convinto che il centro-destra avesse in comune quei valori nazionali e spirituali che il comunismo negava.
La sua avversione per il comunismo derivava infatti in massima parte da considerazioni morali e dalla convinzione che il collante della nazione italiana fosse dato soprattutto dalla religione cattolica, che il comunismo negava. Con l'apertura alla destra Sturzo avrebbe consolidato uno dei due poli, collocandolo definitivamente su posizioni decisamente liberali e liberiste, senza rendere né necessario né auspicabile un'alleanza "innaturale" come quella del centro-sinistra. Nell'ottica di un bipolarismo consolidato che tagliasse fuori i comunisti Sturzo sperava innanzitutto che il Partito Socialista si affrancasse dall'abbraccio mortale del Partito Comunista, venendo a formare un polo di sinistra che avversava ma che sarebbe comunque rimasto nell'alveo della democrazia. Ma non avvenne nulla di tutto questo. La legge elettorale che avrebbe potuto facilitare la formazione di un bipolarismo (la cosiddetta "legge truffa") fu bocciata. Il Partito Socialista rimase appiattito sulle posizioni del Pci, per poi scardinare il possibile bipolarismo alleandosi con la Dc, mentre a destra non si formò mai quell'alleanza vagheggiata da Sturzo. Fu proprio la Dc a tradire le speranze del prete di Caltagirone con la svolta del centro-sinistra, che Sturzo avversò con tutte le sue forze.
Enrico Mattei fu il principale obiettivo degli scritti polemici di Sturzo. Nel padre dell'industria pubblica italiana Sturzo vedeva grandi pericoli per la neonata democrazia italiana. Lo statalismo per Sturzo era "il distruttore di ogni ordine istituzionale e morale". Arriverà a parlare di "tre male bestie": la partitocrazia, lo statalismo e l'abuso di denaro pubblico. Racconta Giuseppe Palladino, molto vicino a Sturzo negli ultimi anni della vita del fondatore del Partito Popolare: "Don Sturzo mi apparve molto preoccupato dei perversi effetti che essi avrebbero avuto in termini di degradazione della lotta politica, di immoralità pubblica e privata, di nuovi pericoli per la democrazia e per la libertà, che egli vedeva questa volta pericolosamente insidiate da un Partito Socialista ancora privo di una vera cultura di governo e da un Partito Comunista, che per molto tempo non sarebbe riuscito ad affrancarsi dai vecchi pregiudizi ideologici e di cieca passione rivoluzionaria e da una palese ed occulta dipendenza dall'Unione Sovietica, specie se il deterioramento del sistema economico nazionale giungesse al punto di allentare o di rompere i nostri rapporti con la Comunità Economica Europea".
Sull'intervento dello Stato era categorico: "In casi eccezionali, di fronte ad alluvioni e terremoti, è giusto che lo Stato intervenga direttamente rispondendo a quello che è un dovere dell'ente pubblico collettivo, ma che in via normale lo Stato faccia l'imprenditore edilizio, l'industriale, il costruttore di navi, il banchiere, l'assicuratore, l'armatore, il commerciante, l'impresario di cinematografi e di teatri, è veramente un abuso della sua pretesa "onnipotenza politica".
Ormai i governi si servono di aziende speciali, di enti cui conferiscono una somma capitale e privilegi speciali che turbano l'equilibrio degli interessi dei cittadini e la possibilità di sviluppo dell'economia libera". E ancora: "Lo Stato deve facilitare e integrare l'iniziativa privata, non sostituirla al punto di paralizzarne la funzione". Al di là di certi eccessi (anche il liberista più convinto non userebbe toni così apocalittici nel giudicare le politiche socialdemocratiche, perché il centro-sinistra questo era), Sturzo aveva capito con grande lungimiranza le sorti della Prima Repubblica e aveva anche intuito cosa stava iniziando con l'attività di Mattei, che però non attaccò mai a livello personale.
Forse anche Sturzo era sotto sotto convinto che il fondatore dell'Eni era mosso anch'esso da un forte idealismo, ma il prete di Caltagirone seppe vedere quali sarebbero state le conseguenze nel tempo dell'intervento dello Stato nell'economia. Ma dev'essere anche stata la conoscenza degli uomini della sinistra Dc, quelli che spodestarono De Gasperi e diedero il via al centro-sinistra, a farlo preoccupare non poco sulle sorti della moralità pubblica dell'Italia.
Quando si pensa alla teoria liberista, soprattutto in Italia, terra dove questo pensiero non ha mai fatto proseliti, si pensa ad economisti incapaci di andare al di là dei conti economici e a ragionare solo in termini di efficienza e di produttività. Ammesso che questa semplificazione del pensiero liberista sia giusta, nulla è più lontana dal pensiero sturziano dell'aridità degli economisti. Il pensiero di Sturzo è infatti sempre permeato di una spinta morale e non mancano le critiche e i suggerimenti per un capitalismo migliore.
Sturzo, anche qui in anticipo sui tempi, era un energico fautore del "capitalismo popolare". Per Sturzo era vitale far sì che la ricchezza non rimanesse nelle mani di pochi, ma si diffondesse il più possibile tra i lavoratori, aumentando la ricchezza del paese, portando a soluzione molti dei problemi sociali e minando il consenso operaio del Partito Comunista.
A un regime di proprietà di Stato e di pochi proprietari, Sturzo anteporrebbe un regime di lavoratori-proprietari. Viene qui fuori anche il solidarismo cattolico di Sturzo, che intende moderare le asprezze del capitalismo selvaggio e troppo concorrenziale, per una più equa distribuzione del reddito, ma non con l'utilizzo sfrenato della leva fiscale e dell'intervento dello Stato. Sembrerà strano, ma il liberale Sturzo non ebbe rapporti idilliaci con quello che a detta di molti è stato, oltreché l'unico vero statista della storia repubblicana, anche il più liberale dei democristiani. In realtà anche qui c'è lo zampino, indiretto, di Mattei.
Con De Gasperi i rapporti erano ottimi. Lo statista trentino considerava Sturzo il padre spirituale dei democristiani e ne aveva grande stima e reverenza. La polemica scoppiò proprio con l'inizio dell'attività di Mattei. Don Sturzo rimproverò severamente De Gasperi di non essere rimasto ostaggio della sinistra Dc ma di non aver saputo nemmeno ribellarvisi e di aver accettato supinamente la svolta statalista che avrebbe portato gravi conseguenze sull'economia e sulla moralità della nazione. In realtà Sturzo ammetteva che il suo giudizio negativo sulla statista trentino era solo una mezza verità ed era altresì dispiaciuto per l'isolamento a cui gli "amici" democristiani avevano ridotto De Gasperi. Come già detto il Presidente liberale ebbe grande stima di don Sturzo, di cui difese a più riprese le idee e il rigore morale e, contro il parere di molti democristiani, decise di nominarlo senatore a vita. Einaudi leggeva in continuazione gli scritti e gli articoli di Sturzo trovandosi in grande sintonia. Ecco un giudizio del Presidente su Sturzo in risposta alle polemiche sulla sua nomina a senatore:
"Non posso fare quel gran torto a Luigi Sturzo, perché, quale assiduo lettore dei suoi articoli sul "Giornale d'Italia", vedo che egli difende le opinioni antistatalistiche, antidirigistiche, antisocialistiche, non solo con gli argomenti della logica comune, di cui per ragioni di divisione del lavoro si servono preferibilmente gli economisti, sebbene e massimamente con riflessioni di indole politica e morale. Sturzo è contrario alle idee che combatte non tanto perché sono ragione di danno economico, ma soprattutto perché corrompono la società politica, immiseriscono gli uomini. condannano alla tirannia e alla immoralità...".
E per rispondere all'accusa fatta al liberalismo di essere anti-sociale Einaudi si serviva di Sturzo: "...la proposizione essere il liberalismo anti-sociale è accettabile solo da chi appartenga alle correnti socialistiche, dirigistiche, corporativistiche e simili; o, senza appartenervi, ne accolga implicitamente i metodi storiografici. (...) Chi invece ritenga essere quelle concezioni e quei metodi lontani dalla realtà e dal vero, e viva nel mondo spirituale del liberalismo, è persuaso che socialismo, dirigismo, corporativismo, statalismo (che costituiscono le male bestie di Sturzo) sono essi antisociali, perché cagione di miseria economica, di discordia sociale, di tirannia politica e che il liberalismo promuove l'elevazione sociale dei più, la stabilità sociale e la libertà politica". Insomma, il comune sentire dei due era evidente. Ma le loro erano "prediche inutili", essendo le posizioni liberiste in assoluta minoranza nel Paese, alla vigilia della svolta del centro-sinistra. Ne L'Italia e l'ordine internazionale Sturzo elabora in modo approfondito il suo pensiero sulla situazione internazionale.
Sturzo era un europeista convinto e la sua amicizia con Adenauer e De Gaulle lo spinse ad attivarsi per un progetto di Comunità Europea che, con eccesso di ottimismo, predisse potesse nascere in tempi molto brevi. Sturzo vedeva l'Europa come una potenza intermedia, capace a lungo termine di unificare tutto il mondo occidentale. Giudicava invece in modo negativo il potere degli Stati Uniti. Non certo per anti-americanismo, visto che negli States Sturzo visse sei anni durante il periodo dell'esilio e vi si ambientò benissimo. Ma non considerava l'America, per storia, cultura e tradizione, all'altezza del compito gravoso che le era caduto sulle spalle. Sturzo era anche molto critico nei confronti della situazione monetaria mondiale e contro lo strapotere del dollaro spingeva per la nascita, sull'onda dell'unificazione politica che credeva possibile nel giro di dieci anni, di una forte moneta europea. Non fece in tempo a vedere nulla di tutto questo.
Dall'analisi del pensiero politico di don Sturzo sembrano non esservi dubbi sulla collocazione politica del prete di Caltagirone. Ma data la spinta morale e il forte afflato religioso del personaggio, sarebbe francamente difficile capire come si sarebbe collocato negli anni Novanta. Forse, a comunismo sconfitto, e con il mondo alle prese con sfide difficili quali la globalizzazione delle economie e la forte immigrazione verso l'Occidente, don Sturzo avrebbe dato suggerimenti diversi da quelli che si sentì di dare nell'immediato dopoguerra, con il comunismo potentissimo nel mondo. Anziché strumentalizzarlo politicamente, Sturzo andrebbe semplicemente letto e studiato. Vi si troverebbero notevoli spunti e riflessioni ancora attuali, mentre verrebbero scartati certi eccessi polemici e certe topiche clamorose, come l'apertura al partito più illiberale e meno liberista del panorama politico italiano di allora, il Movimento Sociale Italiano.


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