La criminale dittatura di Pol Pot
e i suoi presupposti storici
QUEL MARTIRIO IN CAMBOGIA:
DUE MILIONI DI OMICIDI
PER “EDIFICARE”
IL COMUNISMO CHE NON C’E’
di FERRUCCIO GATTUSO
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| Guerriglieri Khmer |
Parlare del genocidio cambogiano oggi, a vent’anni di distanza, in una scuola media superiore, potrebbe creare più di un imbarazzo. La grande maggioranza degli studenti non saprebbe cosa dire (né sarebbe in grado di esprimere un’opinione) su ciò che avvenne negli anni settanta in Cambogia. Il nome di Pol Pot, il sanguinario Fratello Numero Uno del famigerato partito unico Angkar (“l’Organizzazione”), è ritornato recentemente alla ribalta delle cronache dopo quasi vent’anni di silenzio. Catturato nella foresta cambogiana (dopo un ennesimo massacro da lui ordinato) per opera dei suoi stessi uomini - i sanguinari khmer rossi - Pol Pot vive oggi in prigionia. Alcuni lo considerano già morto, le fonti ufficiali parlano di un processo imminente. Quel che è certo è che - se il giudizio su Pol Pot avverrà secondo le regole democratiche - la Cambogia dovrà, tramite lui, specchiarsi nell’inferno e nella follia che l’hanno attraversata.
Per molto tempo la Cambogia è apparsa a tutti gli effetti la realizzazione dell’immaginario incubo orwelliano ritratto nel romanzo “1984”. L’utopia perfettamente comunista dei khmer rossi è stata forse la rappresentazione più pura del concetto di totalitarismo. Così lontano dall’Europa, così lontano dalle nostre coscienze (e per questo così non-esistente) il folle e criminale sogno di poter cambiare l’Uomo che ha contraddistinto nazismo e comunismo ha raggiunto livelli mai raggiunti prima: non nella Germania hitleriana, né nella Russia stalinista, né nella Cina maoista. A testimoniare questa verità, pochi libri (nessuno tradotto in italiano), un film (“Le Urla Nel Silenzio” di Roland Joffé, 1985), ma soprattutto l’assordante silenzio della nostra cultura, dei nostri intellettuali, delle nostre cattedre. Dal 17 aprile 1975 al 7 gennaio 1979 la Cambogia fu governata dai Khmer rossi. I khmer assoggettarono il paese ad un progetto di purificazione etnica e rieducazione sociale, che in realtà può essere visto come una fusione tra il nazionalismo e il mito della razza nazisti e l’utopia della distruzione delle classi di stampo comunista. Nella loro opera di purificazione, i Khmer rossi furono estremamente organizzati, lucidi, determinati.
Il loro fine era l’uniformizzazione della Cambogia secondo i dettami della guida suprema, Pol Pot. Vennero distrutti interi gruppi etnici, religiosi, sociali. L’Angkar, il partito unico, ebbe la regìa di tutto questo: seguendo tappe precise - a partire da quello che chiamavano “l’anno zero” - la Cambogia sarebbe dovuta divenire il paradiso dell’uomo perfetto. Deportazione in campagna della totale popolazione che viveva nelle città e loro rieducazione secondo i principi agricoli; distruzione del denaro come mezzo di scambio economico; selezione dei gruppi sociali “irrimediabili” e condannati all’estinzione mediante marcatura; distruzione del tessuto sociale cambogiano; realizzazione di campi di concentramento il cui scopo - come quelli nazisti - era la semplice eliminazione, dilazionata nel tempo, di milioni di esseri umani.
Tutto questo avvenne invocando un disegno supremo e ricorrendo a slogan come l”amore per il popolo”, la “purezza delle intenzioni khmer” e “l’azzeramento del passato”. Prima dell’avvento di Pol Pot, la Cambogia era una piccola nazione, poco popolata rispetto ai grossi vicini Vietnam e Thailandia, ma omogenea e unita nella lingua e nei costumi. I cambogiani vivevano essenzialmente di agricoltura, per lo più lavorando nella raccolta del riso. Due minoranze principali nel paese erano i cinesi e i vietnamiti, e anche questo condizionerà il destino del paese, che finirà schiacciato tra gli interessi dei due colossi comunisti.
Oggi la Cambogia appare un paese martoriato e alla ricerca soprattutto del proprio futuro ma - per molti anni prima della dittatura dei khmer rossi - visse nella memoria delle fortune e dello splendore pluricentenario del Regno di Angkor (IX-XV secolo), uno dei più potenti della penisola indocinese. Angkor viveva sulla schiavitù, e grazie ad essa realizzò importanti opere di edilizia e irrigazione. Soprattutto l’evoluzione di quest’ultima permise di estendere notevolmente le terre coltivate, soprattutto a riso, apportando prosperità al paese. La religione dominante era il buddismo, che persisteva comunque fuso con influenze pagane e animiste. Nel regno di Angkor la figura del re-dio svolgeva un ruolo determinante, e questa cultura costituì terreno fertile per il culto del capo che avrebbe trionfato sotto il regime khmer. La giustizia del regno era improntata alla massima severità, ricorrendo spesso alla violenza e all’uccisione del reo. Le divisioni sociali erano fortissime: la maggioranza della popolazione, costituita da contadini, viveva in povertà (“i grandi uomini neri”), mentre una minoranza privilegiata di ricchi cittadini (“gli uomini bianchi come giada”) tenevano le redini del paese. Tra il XV il XIX secolo la Cambogia subì alternativamente il dominio e le interferenze del potente Siam e dell’Annam.
Sotto un’apparente monarchia, la Cambogia vede privarsi di territori e domini, mentre la capitale da Angkar viene trasferita a Oudang, e poi a Phnom Penh. Ciò nonostante la cultura cambogiana (detta khmer) si mantenne intatta e si rafforzò per reazione. E’ in questi secoli che fiorisce una forma di nazionalismo acceso cambogiano, che fa del concetto della superiorità razziale e del ritorno all’età dell’oro di Angkor i suoi punti fermi. Nel 1853, nel timore di perdere definitivamente l’indipendenza, il sovrano Ang Doung si rivolge alla Francia. Dieci anni dopo, con il nuovo sovrano Norodom, la Francia avvia le basi del suo protettorato. Scopo di Parigi è quello di rendere la Cambogia uno stato-cuscinetto tra il Siam, “protetto” dagli inglesi, e le sue colonie vietnamite. Il dominio francese sulla Cambogia si estenderà progressivamente, e sarà improntato al semplice principio dello sfruttamento delle risorse, senza puntare ad un reale sviluppo del paese.
Nel secolo successivo, durante la Seconda Guerra Mondiale, la Cambogia viene coinvolta suo malgrado nel conflitto tra il Giappone e le potenze occidentali. Nel 1941 l’esercito giapponese entra nella capitale. Il re Norodom Sihanouk ottiene il potere all’età di diciotto anni, e vede ridursi il proprio regno poiché il governo collaborazionista francese di Vichy concede, per volere dei giapponesi, diversi territori alla Thailandia. Nel 1945 i francesi - questa volta alleati a Stati Uniti e Gran Bretagna - vengono cacciati dalla Cambogia, che si proclama indipendente. L’anno seguente i francesi vittoriosi tornano nel paese, che viene proclamato stato autonomo all’interno dell’Unione Francese. Nel 1953 la Cambogia ottiene la piena sovranità, e Parigi si ritira definitivamente.
Una sorta di regime feudale, mascherato sotto un apparentemente democratico partito socialista (il Sangkum), rimane al potere guidato da Shianouk: il principe, comunque, punterà a importanti riforme nel paese, in campo economico, sanitario e dell’educazione. In questi anni, la Cambogia riuscirà - barcamenandosi tra Occidente e paesi comunisti - a rimanere neutrale e al di fuori del conflitto vietnamita in corso. Dal 1965 in poi si moltiplicheranno però le tensioni: incidenti di confine e continue interferenze thailandesi e vietnamite porteranno la Cambogia ad avvicinarsi alla Cina. Questo avvicinamento porterà anche a tollerare postazioni vietcong vicino ai confini cambogiani. Nel 1970, quando il principe si recherà in Francia, il Primo ministro Lon Nol tesse la tela del colpo di stato. Il suo scopo è quello di costituire un governo nazionalista, amico degli americani, in chiave strategica anti-vietnamita. Negli anni trenta in Cambogia esistevano tre movimenti che combattevano per l’indipendenza dalla Francia: gli issarak, i nazionalisti e i comunisti. Da questi tre gruppi sarebbe provenuta tutta la dirigenza dei khmer rossi, studenti di buona famiglia a Sisowath (Phnom Penh), Hanoi e Parigi.
Paradossalmente, è proprio nella capitale francese che si formarono i circoli più radicali di stampo marxista. Il governo francese aveva infatti stimolato molti giovani cambogiani a studiare in Francia per mantenerli lontano dalle influenze comuniste. A Parigi, nella Casa dell’Indocina della città universitaria, si forma la prima Associazione degli studenti khmer. Essa punta inizialmente al riconoscimento dell’indipendenza della Cambogia, senza avere connotati marxisti. In seguito, però, dall’associazione nascerà il Circolo marxista-leninista cambogiano, che verrà protetto dal Partito Comunista Francese. All’interno del circolo si metteranno in mostra soprattutto quattro giovani: Leng Sary, Khiêu Thirith, Khiêu Ponnary e colui che sarebbe divenuto Pol Pot, Saloth Sar. I quattro crescono nel più marcato radicalismo leninista e sognano di poter rendere il proprio paese un laboratorio di un comunismo agricolo. Nel 1956 nasce, sempre a Parigi, l’Unione degli Studenti Khmer (UEK), di chiaro stampo rivoluzionario.
Già da qualche anno Saloth Sar era tornato in Cambogia, e da qui aveva iniziato a impostare il lavoro per la trasformazione della propria teoria in realtà. I comunisti khmer erano al tempo divisi in due fazioni, una vicina al Vietnam del Nord, un’altra fieramente cambogiana e ostile ai vietnamiti, considerati degli imperialisti la cui unica mira era dominare la Cambogia. I vietnamiti - secondo questa tesi - sarebbero stati anche i responsabili della frustrazione dello slancio rivoluzionario cambogiano. Di questa seconda fazione fa ovviamente parte il futuro Pol Pot, che nel 1960 partecipa alla fondazione del Partito Comunista di Kampuchea (Cambogia, in lingua khmer), del cui Comitato Centrale sarà una delle figure più eminenti.
I khmer rossi, così chiamati dal principe Sihanouk, si daranno alla clandestinità e cominceranno la loro lotta sotterranea che durerà per tutti gli anni sessanta, fino al colpo di stato già menzionato. Per tutto questo tempo i khmer rossi non paleseranno al mondo le proprie convinzioni ideologiche, ben consci dell’utilità di questa mossa.
La prima manovalanza dei khmer rossi si formò tra le montagne, nelle provincie più povere della Cambogia. I khmer rossi vollero cominciare il loro “esperimento” proprio dagli elementi più elementari: i contadini rimasti esclusi dalla modernità delle città, e dediti alla più primitiva agricoltura. Da essi, facilmente “educabili”, la dirigenza khmer potrà reclutare un esercito perfettamente fanatizzato: analfabeta, granitico nelle poche convinzioni infuse dagli “intellettuali” di Pol Pot. Comincerà da loro l’esperimento che vuole portare alla creazione di una nuova società. Il modello resta quello cinese, ma in realtà Saloth Sar vuole perfezionare l’operato del Grande Timoniere Mao Tse Tung.
La cricca di Saloth Sar, alias Pol Pot, composta essenzialmente da intellettuali assetati di potere, non si farà problemi nel rieducare e arruolare nelle file khmer anche bambini, che diverranno tra i più spietati guerriglieri. I bambini, proprio per il fatto che non possedevano memoria, venivano visti come i costruttori perfetti del nuovo sistema. Ad essi veniva affidato un enorme potere: spesso essi avevano diritto di vita e di morte sui deportati e gli internati. Sulla base di un minimo sospetto, generato nella mente infantile di un ragazzino, un uomo poteva essere prelevato dai campi dove lavorava ed essere eliminato sul posto. Il 18 marzo del 1970 un colpo di stato organizzato dal maresciallo Lon Nol, protetto dagli Stati Uniti, ha il compito di rendere la Cambogia un’utile base in chiave anti-vietnamita. Il maresciallo Lon Nol è in pratica il rivale di Pol Pot, il suo corrispettivo fascistoide: come Pol Pot crede in una Cambogia nazionalista e xenofoba, come Pol Pot vede nella razza khmer la razza superiore dell’Indocina.
Con il golpe si registra la fine della condizione di neutralità che il principe Shianouk aveva faticosamente costruito. La persecuzione della minoranza vietnamita e i logici interessi militari spingono il Vietnam del Nord ad invadere la Cambogia. Il paese diventa un terribile teatro di guerra: saccheggiato dai vietnamiti del nord e del sud, bombardato selvaggiamente dai B-52 americani, centinaia di villaggi khmer vengono annientati. Nel frattempo il principe Shianouk, rifugiato in Cina, fonda il Fronte unito nazionale del Kampuchea e forma il Governo reale di unità nazionale, ricorrendo a diversi esponenti khmer rossi.
E’ il passo definitivo verso i comunisti di Pol Pot, che vedrà la fusione (unica nella storia del comunismo internazionale) tra corona e comunismo. Mentre vietnamiti e cambogiani di Lon Nol si combattono, i khmer rossi si accontentano di creare sul territorio “isole” khmer dove potersi organizzare e fare propaganda tra i contadini. Con questi, data la loro natura conservatrice, evitano di definirsi comunisti. Il partito viene semplicemente denominato “Angkar”, l’Organizzazione. E’ in questi territori che si scatena il disegno mortale di Pol Pot, la sua utopia assassina. Nei villaggi i Khmer rossi devastano ogni regola sociale. I contadini vengono obbligati a vivere in una sorta di Comuni, che devono essere assolutamente autonome e isolate dal mondo. Un esperimento analogo venne ordinato da Mao in Cina con il “balzo in avanti” di triste memoria e portò ad una carestia di proporzioni inimmaginabili. All’interno delle Comuni, al posto del paradiso comunista si realizza un regime da incubo: l’Angkar arriva ovunque, controlla il movimento di ogni individuo, nella notte sequestra gli elementi considerati non assimilabili alla comunità e li elimina. Contemporaneamente segue un programma di pulizia etnica (procedendo all’eliminazione del ceppo vietnamita) e politica (uccidendo i comunisti cambogiani vicini al Vietnam).
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| Un contadino cambogiano |
Dal 1973 al 1975 la gente di Cambogia è quindi stretta tra due realtà, il regime di Lon Nol, dove soffre la fame, o i villaggi dominati dall’Organizzazione khmer rossa, dove anche la minima libertà è inimmaginabile. Il 17 aprile 1975 i Khmer rossi entrano in Phnom Penh, sull’onda di una falsa promessa di riconciliazione nazionale. La capitale applaude l’arrivo dei “piccoli uomini neri”, non sapendo ancora cosa essi avessero realizzato nelle campagne, e ignari delle loro intenzioni. I soldati khmer rossi, di età giovanissima e rigorosamente inquadrati secondo la più rigida disciplina, eseguono gli ordini dell’Angkar alla lettera. Ha inizio così dalla capitale quel programma di genocidio in grande scala che coinvolgerà tutto il paese e porterà, in poco più di quattro anni, allo sterminio di un terzo della popolazione cambogiana, ben due milioni di esseri umani.
I khmer rossi svuotano gli ospedali della capitale, i malati vengono sbattuti in strada, ai chirurghi vengono proibiti gli interventi. Gli stranieri occidentali vengono allontanati ed espulsi dal paese, molti giornalisti presenti sul posto scompaiono, quasi sicuramente assassinati. Tutta la popolazione cittadina della capitale viene obbligata ad un esodo dalle proporzioni bibliche. In poco tempo Phnom Penh diventa una città-fantasma. Oltre due milioni di abitanti vengono tradotti nelle campagne, devono abbandonare ogni loro proprietà, ogni denaro e ogni cibo. Molti di loro moriranno di inedia lungo il percorso. Durante l’esodo, i khmer si informano sull’estrazione sociale di ogni individuo, procedendo alla distruzione dei “gruppi sociali ostili”. Ogni cittadino deve sbarazzarsi della propria carta d’identità, e riqualificarsi di fronte al nuovo potere, composto da soldati completamente analfabeti, che decide se eliminarlo o meno. Come nella Cina maoista della sanguinosa Rivoluzione Culturale, chi indossa un paio di occhiali viene ucciso perchè ritenuto uomo di studio.
L’opera di sterminio dei khmer rossi segue un filo assolutamente logico e spietato. La popolazione cambogiana viene divisa in due categorie: il popolo antico e il popolo nuovo. Il primo è quello che dal 1970 al 1975 è vissuto sotto l’educazione delle Comuni e che ha fornito uomini al movimento di Pol Pot; il secondo è quello che per sua sfortuna ha vissuto nelle città sotto il dominio del regime avversario di Lon Nol, 4 milioni di persone che assurgono a simbolo della città.
La città è ciò che i khmer rossi vogliono annientare, è simbolo di corruzione, di sfruttamento della campagna, è centro di cultura (e la cultura è il male). Seguendo alla lettera la teoria di Marx secondo cui i complessi urbani creano il plusvalore a danno della campagna, gli “intellettuali” della cerchia di Pol Pot danno il via a una delle più terribili azioni criminali a memoria d’uomo. La Cambogia, serrando ermeticamente le frontiere, si esclude dal mondo e diventa un unico, grande campo di concentramento.
Quel che resta della società cambogiana viene intruppato nelle cooperative, che diventano il nucleo-base del paese. La cooperativa deve essere assolutamente autosufficiente, secondo un rigoroso principio autarchico. Unica attività è la produzione di riso.
I suoi abitanti sono divisi in tre gruppi: la prima forza, composta da uomini celibi e dai dodici anni in su; la seconda forza, uomini sposati e bambini sotto i dodici anni; la terza forza, vecchi e bimbi dai tre ai sei anni. Le tre forze devono lavorare fino a diciotto ore al giorno, cibandosi di non più di due palle di riso per persona. Benché l’ideologia dei khmer rossi fosse improntata all’esaltazione nazionalistica della Cambogia e della razza khmer, il comunismo che incarnava rappresentò il tradimento di ogni tradizione cambogiana. I khmer amavano richiamarsi all’era dorata del regno di Angkor, ma ogni loro azione contribuì a distruggere le vecchie tradizioni cambogiane, nonché il tessuto sociale del paese. All’interno delle cooperative l’Organizzazione di Pol Pot puntò alla distruzione del nucleo familiare.
Tutti i figli venivano allontanati, dall’età di sette anni, dalle proprie famiglie. Educati politicamente dall’Organizzazione, venivano trasformati in perfette spie e futuri soldati comunisti. L’Organizzazione era il loro vero genitore e il loro compito diveniva principalmente quello di smascherare il “nemico interno” con la delazione. Il “nemico interno” erano i pochi intellettuali sopravvissuti, gli studenti e i borghesi. Chi veniva scoperto a conoscere una lingua straniera veniva immediatamente passato per le armi. Tutto ciò che nei villaggi rappresentava la vecchia Cambogia venne soppresso, ogni tradizione artistica, artigianale, gastronomica. La Cambogia deve “ritornare alle origini”, ad un’era primitiva dove anche l’uso del denaro è sconosciuto. Ogni tradizione religiosa viene annientata. Tutti i membri del clero buddista vengono smascherati e uccisi sul posto, i templi e i luoghi di culto devastati. Molti bonzi vengono obbligati al lavoro manuale, cosa che il loro status proibiva, le preghiere vengono abolite. Anche la minoranza islamica viene perseguitata ed eliminata, le moschee sono distrutte e le loro scuole rase al suolo.
Per tutta la Cambogia fioriscono campi come quello di Tuol Seng, veri e propri centri di tortura e sterminio. Tuol Seng, una ex-scuola, diviene il mattatoio di decine di migliaia di persone. Nelle campagne più isolate, nei pressi di alcune paludi centinaia di migliaia di cadaveri vengono lasciati decomporre all’aperto. Diventeranno i famigerati “killing fields” - i campi di morte - enormi distese di ossa e teschi che si perdono a vista d’occhio. E mentre la “follia pauperista” si impossessava della Cambogia, mentre i cambogiani venivano internati in campagna, i dirigenti dei khmer rossi vivevano comodamente a Phnom Penh, nelle loro grandi case espropriate, con borghesissimi domestici, autisti, medici personali, adagiati in quelle piacevolezze occidentali che annunciavano di voler annientare. Nei quattro anni di potere khmer rosso, il Terrore raggiunge livelli sempre più alti, arrivando a coinvolgere - come spesso accade nei totalitarismi di ogni colore - gli stessi quadri dirigenti del partito unico. Molti dirigenti comunisti, considerati spie, vennero uccisi con le loro famiglie e i loro parenti “fino alla terza generazione”.
La Cambogia viene divisa in sei “cantoni” - Nord, Nord-Est, Est, Sud-Ovest, Nord-Ovest e Speciale, cioè il territorio di Phnom Penh - ognuna affidata ad un segretario responsabile. Questo segretario era il detentore di un potere assoluto - politico ed economico -,di vita e di morte sugli abitanti. Ai primi inevitabili fallimenti del programma economico, tra i segretari cominciarono a saltare le prime teste. Iniziò così - sotto la regia dell’Angkar di Pol Pot - una lotta interna basata sul motto del “divide et impera”. I militari di una zona invadevano e giustiziavano quelli di una zona adiacente.
Così nel 1976, i khmer della Zona speciale e dell’Est colpirono i “traditori” del Nord, e nel 1977 quelli del Sud-Ovest fecero lo stesso con i “traditori” del Nord-Ovest. Nel 1978 l’intera popolazione della zona Est viene annientata. Più di 100.000 persone in un colpo solo, che costituiscono il più tragico omicidio di massa della storia. La carneficina fu voluta da Pol Pot per il semplice motivo che il territorio era stato invaso dalle truppe vietnamite, e quindi tutti i suoi abitanti potevano essere divenuti dei “collaborazionisti”. Dopo questo fatto - e con il chiaro intento di denunciare i crimini cambogiani, stornando l’attenzione dai propri - il Vietnam decide di invadere definitivamente la Cambogia. E’ il 25 dicembre 1978, e Phnom Penh cadrà pochi giorni dopo, il 7 gennaio 1979. Nasce così la Repubblica popolare del Kampuchea, sotto il regime di Heng Samrin. Pol Pot e i suoi uomini fuggiranno nelle foreste, da dove riprenderanno la guerriglia. Un terzo del paese rimarrà sotto la loro influenza. Ovviamente, solo dopo la caduta di Pol Pot emerse la verità sui crimini dei khmer rossi. Tuttavia, anche dopo lo smascheramento del folle disegno dei khmer rossi, molti in Occidente vollero mantenere gli occhi e le orecchie chiusi.
I soliti ineffabili intellettuali, che avevano lodato le imprese di Pol Pot e vi si erano avvinghiati speranzosi come avevano fatto con Mao, non mancarono di sottolineare come un attacco a “piccoli uomini neri” giovasse alle forze imperialiste interessate alla regione, in primis gli americani. Allo stesso modo, la stampa internazionale, che si era lanciata contro l’intervento americano in Vietnam e in Cambogia, non poteva ammettere che i “liberatori” di quest’ultima fossero in realtà angeli sterminatori. E invece, i “boat people” - che preferivano morire nell’oceano su zattere improvvisate, piuttosto che vivere nel “democratico” Vietnam “liberato” dalla presenza americana - e i sopravvissuti al genocidio khmer rappresentavano la più eclatante smentita ai loro preconcetti formulati nelle comode redazioni occidentali.
Le primissime inchieste sul regime dei khmer rossi furono avviate nel 1974 dal Washington Post e dal New York Times, ma non trovarono la minima eco nel mondo della cosiddetta cultura. Tre anni dopo, un importante passo sulla strada della verità fu compiuto da François Ponchaud con il suo libro “Cambogia, Anno Zero”. Lo stesso anno il Congresso americano condusse la prima inchiesta ufficiale sui crimini dei khmer rossi. Nel 1978 vengono presentate le prove dei crimini di Pol Pot alla conferenza di Oslo. La Gran Bretagna cerca di portare la questione all’ONU, ma l’URSS si oppone impedendo un passo che sarebbe stato fondamentale per la scoperta della verità.
Solo quando il “democratico” Vietnam contribuirà a far scoprire il terrore cambogiano, allora anche gli zelanti sostenitori occidentali del regime vietnamita vorranno ammettere ciò che è palese. Durante i 45 mesi di dominio khmer sulla Cambogia due milioni di persone vennero assassinati o condotti alla morte. I khmer rossi eseguirono il loro genocidio secondo schemi razionali, divisero la popolazione in gruppi e sottogruppi identificabili, marchiarono gli elementi indesiderabili, distrussero la coscienza individuale e procedettero ad un eliminazione il più possibile efficace ed economica. Nelle sedute di rieducazione politica all’interno delle cooperative, i khmer ricorrevano a termini come purificazione, dominio, selezione naturale, trattamento speciale. Nulla di tutto questo può essere definito casuale. Una Commissione di documentazione sulla Cambogia opera dal 1982 per porre sotto la più chiara luce possibile i crimini del regime di Pol Pot.
Un’impressionante mole di documenti, prove fotografiche, testimonianze dei pochi sopravvissuti inchioda Pol Pot, i khmer rossi e lo Stato del Kampuchea democratico alle sue responsabilità. L’ONU potrebbe facilmente formulare la richiesta di traduzione dei principali responsabili del genocidio cambogiano, dai membri di partito ai funzionari dei campi di rieducazione e sterminio, per poterli processare davanti a un tribunale internazionale. Ciò non avviene. L’ONU non ha mai ammesso l’ipotesi che i khmer rossi siano i responsabili di un genocidio. Ancora nel 1982 il loro seggio all’ONU è conservato grazie al voto della maggioranza dei membri dell’Assemblea generale.
Oggi i khmer rossi controllano ancora quasi il 20 % del territorio cambogiano. I “santuari” khmer - così come vengono chiamati - restano delle isole immuni dalle leggi internazionali. Nel 1993 si sono svolte le prime elezioni che si possono definire democratiche, e i khmer sono stati marginalizzati. Oggi, arrestando il proprio leader Pol Pot cercano di immolarlo sull’altare della propria sopravvivenza politica, pensando di potersi riciclare come democratici, vittime degli ordini del famigerato Fratello Numero Uno. La presenza dei khmer rossi nelle foreste cambogiane rimane comunque un’ombra distesa sul futuro di un paese. E un’inquietante minaccia al possibile ritorno di un orrido passato: per evitare il tragico rischi di questo ritorno, alla coscienza dell’Occidente e dei suoi potenti mass-media è affidato oggi il compito ineludibile di narrare in tutta la sua crudezza ciò che fu il genocidio cambogiano. Concedendogli la medesima notorietà di altri genocidi (come quello ebraico) di cui purtroppo è costellata la storia dell’umanità.

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