Due personaggi del teatro satirico, grandi maestri di vita, nati nel 1500 dalla "Commedia dell’arte"
ARLECCHINO
E PULCINELLA:
SOTTO LA MASCHERA,
GLI ITALIANI
di DILETTA GRELLA
Una riverenza di Arlecchino
E’ appena terminato il Carnevale e di maschere ne avrete viste a frotte. Fra queste certamente le due regine, le celeberrime, le più significative, quelle psicologicamente più esemplari del nostro paese: Arlecchino e Pulcinella. E’ probabile però che non molti di voi conoscano l’origine di queste vecchie caricature viventi che, con le loro lepidezze e i loro pungenti sarcasmi, da qualche secolo mettono alla berlina l’arroganza del potere e la sciocca viltà di coloro che lo servono. Ecco, allora, la storia degli ameni e inossidabili personaggi. Nate e cresciute in seno alla "Commedia dell’Arte", una particolare forma di teatro basata sull’improvvisazione (che cominciò a prendere piede a metà del Cinquecento e fiorì per oltre due secoli), le maschere di Arlecchino e Pulcinella sono arrivate, onorate e quasi illese, fino ai nostri giorni.
Secondo alcuni studiosi, al centro della commedia dell’arte starebbero sovente quattro figure, due vecchi e due servi (comunemente detti "zanni"): Arlecchino e Pulcinella apparterrebbero a questo secondo gruppo. In realtà, ci dice Nicoll, molte stampe antiche fanno una netta distinzione fra il personaggio di Zanni e quello di Arlecchino: ciò confermerebbe l’impossibilità di sovrapporli o identificarli.
Quasi tutti, da bambini, ci siamo vestiti da Arlecchino, uno dei costumi più semplici da realizzare; bastava ritagliare qualche rombo da alcuni stracci colorati e appiccicarlo su una tuta o su un vecchio pigiama. Si comprava un cappellino, si attaccava un bastone alla cintura e l’abito era pronto! Arlecchino suscita simpatia e allegria: basta il nome, musicale e schioppettante, a mettere di buonumore. Già, il suo nome: ma da dove deriva? In proposito, le ipotesi fatte sono davvero numerose. Si è chiamato in causa un eroe scandinavo: Harlenkoenig. Ci si è rifatti a Dante, che nel canto XXI, v. 118, dell’Inferno, nomina, in mezzo alla schiera di diavoletti che Malacoda invia ad accompagnare il poeta e Virgilio, un tale Alichino. Alichino è probabilmente derivato da Hellequin, una maschera demoniaca di parecchie leggende medievali e di rappresentazioni popolari francesi, da cui sarebbe disceso, appunto, Arlecchino. Altri rimandano ad Achille da Harlay, un gentiluomo della corte di Enrico III, che aveva protetto un saltimbanco italiano. C’è chi ha pensato ad un collegamento con "lecchino", per il fatto che il simpatico personaggio era insaziabile nei suoi rapporti con il cibo. Domenico Biancolelli, uno dei migliori attori a cimentarsi in questo ruolo, si rifà, in una sua esibizione, ad un’etimologia falsa ma molto divertente: il padre di Arlecchino, in fuga per alcune truffe, aveva con sé il figlioletto appena nato. Per far accelerare il cavallo, urlava continuamente: "Ar! Ar!" (che in asiatico significa: "corri!"). Pensando frattanto di aver visto un gendarme dietro un cespuglio, gridò: "Ar! L’è chin" ossia: "Corri, che è rannicchiato". Presto però, si accorse che l’uomo che l’aveva spaventato, era soltanto un contadino che stava… espletando i suoi bisogni in mezzo alle frasche, per avere mangiato troppa uva…, "in maniera che io, non avendo ancora alcun nome, mio padre, ricordandosi la paura e le parole che aveva così sovente ripetute, "Ar l’è chin", mi chiamò Arlecchino". Non meno controverso è il dibattito sul suo paese d’origine. Alcuni lo vorrebbero nato nella Bergamo bassa, dove, secondo la leggenda, le persone sarebbero più sempliciotte che nella parte alta della città. Nonostante queste credenze, Arlecchino è tutt’altro che ingenuo. Si presenta spesso ricco di fantasia e creatività e, il che non guasta, con uno spiccato senso dell’umorismo; un esempio per tutti: Arlecchino, che si crede morto, si ritrova, in una tomba, accanto ad una donna, defunta solo in apparenza; rivolto a lei dice: "Venite qui. Benché sia morto ho l’impressione che le ragazze mi piacciano ancora". Non è cattivo. Conserva sempre una dose notevole di innocenza, di bontà di fronte alla vita e non si perde mai d’animo. Si vendica dei torti subiti solo in rarissime occasioni. Certo sono in pochi ad essere specialisti, come lui, nel ficcarsi in un sacco di guai (da cui peraltro riesce sempre a cavarsela): il fatto è che non sa pensare a più di una cosa per volta e, così facendo, compie un’azione senza valutarne le conseguenze. Marmontel dice: "il suo personaggio è un misto di ignoranza, semplicità, arguzia, goffaggine e grazia. Non è tanto un uomo adulto quanto un grande bambino con barlumi di razionalità e d’intelligenza, i cui errori e le cui goffaggini hanno sempre un particolare sapore. Nel muoversi ha la sveltezza, l’agilità, la grazia d’un gattino, unite a un aspetto rozzo che rende ancora più divertenti le sue azioni; la sua parte è quella d’un servo paziente, leale, credulo, goloso, sempre innamorato, che di continuo mette il padrone o se stesso in un guaio, che piange e si asciuga le lacrime con la facilità d’un bimbo, il cui dolore è divertente come la sua gioia". "Cossa credemio che el sia costù? Un furbo, o un matto?" chiede Pantalone nel Servitore di due padroni di Goldoni, e il Dottore risponde: "Non saprei. Pare che abbia un poco dell’uno e un poco dell’altro". L’arguzia e la sagacia sono due doti imprescindibili per Arlecchino. Basti ricordare queste battute: Arlecchino domanda a Cassandrino un parere sulle donne: "vade retro Satana: esse sono più pestifere degli uomini". "Ho capito" osservò Arlecchino "il perfetto non sarà mai né uomo né donna; per avvicinarsi alla perfezione bisogna trovarsi, per lo meno nelle condizioni di Crescentini"... il quale era un famoso evirato.
Arlecchino comunque subisce un’evoluzione nel corso dei tempi. Se nel Seicento compariva più sciocco e semplicione, nel Settecento si presenta molto più ingentilito, più elegante e nell’Ottocento assume anche una vena patetica. Una delle sue doti particolari è l’agilità nei movimenti. Così si legge nel Calendrier Historique des Théatres del 1751: "Egli è un camaleonte che prende tutti i colori. Dev’essere eccellente nell’improvvisazione, e la prima cosa che il popolo domanda è di sapere se Arlecchino è agile, se salta, se danza, se fa capriole". Bisognava anche che Arlecchino fosse maestro nella tecnica "della schiena", cioè nella capacità di allungarsi ed accorciarsi e di apparire gobbo senza alcun rigonfiamento artificiale. Michelangiolo il giovane dice che Arlecchino doveva procedere "intirizzato, in punta di piè, tutto d’un pezzo, aguzzando le spalle, e ‘l collo in seno, con le mani alla cintola, le gomita a manichi di vaso". L’agilità e la destrezza sono caratteristiche così intrinseche della figura di Arlecchino, che Duchartre, uno dei suoi massimi studiosi, così affermava: "Se Bergamo innalzerà un giorno la statua di Arlecchino, né la pietra né il bronzo saranno adatti, ma occorrerà la gomma; materia piena di vivacità e di proprietà contrastanti, greve e rimbalzante, molle e vitale, capace di allungarsi in maniera sorprendente e nel medesimo tempo atta a conservare la coesione; materia creata un giorno da un dio dall’immaginazione sottile, in vena di fantasia, con il concorso dell’uomo". Nessuno poteva sperare di diventare un bravo Arlecchino se non era agile, ma agile davvero, come un ginnasta. Uno degli attori più famosi che si cimentò in questo ruolo fu Visentini (nato a Vicenza nel 1682), capace di mandare in delirio il pubblico, facendo un salto mortale all’indietro con un bicchiere di vino in mano, senza rovesciarne neanche una goccia.
Arlecchino sentenzioso
Ci sono poi alcuni movimenti, alcuni gesti, tipici di Arlecchino. Innanzitutto il suo entrare in scena sempre trafelato, con le gambe tese. Oppure l’affondare la testa fra le spalle per rialzarla subito dopo, ottenendo un risultato comico di sicuro effetto. Simpatici e divertenti anche i movimenti con il copricapo e con il batocio di legno (una specie di leggero manganello). Il costume più antico di Arlecchino era una tuta molto aderente, tutta tappezzata di toppe sparse senza ordine (tanto che alcuni ne hanno visto l’origine nelle pelli maculate con cui si rivestivano i satiri del teatro greco). Pian piano le toppe divennero sempre più regolari, fino ad assumere, nella seconda metà del diciassettesimo secolo, la forma di triangoli o di rombi. Spesso c’erano dei nastri colorati a separare le toppe le une dalle altre. Molto particolare la mezza maschera demoniaca in cuoio che, in origine, Arlecchino teneva sul volto, con fitte sopracciglia ispide e baffi. Poi divenne di cartone cerato, con un bernoccolo sulla ampia fronte, il naso schiacciato e due incavi sulle gote.
Arlecchino può comparire anche con nomi diversi. In Goldoni e in Gozzi si chiama spesso Truffaldino. Anche Traccagnino appare vestito come Arlecchino e Bagattino appartiene alla stessa risma. Tutti parenti del nostro simpatico guitto, dovevano poi essere i protagonisti di questa lirica di Raparini del 1718: "Arlichino, Trufaldino, sia Pasquino, Tabarrino, Tortellino, Naccherino, Gradelino, Mezzettino, Polpettino, Nespolino, Bertoldino, Fagiuolino, Trappolino, Zaccagnino, Trivellino, Tracagnino, Passerino, Bagatino, Bagolino, Temellino, Fagottino, Pedrolino, Fritellino, Tabacchino". Arlecchino avrebbe influenzato anche mode e modi di dire, come Cervellati, in questa pagina del suo Storia delle maschere, negli anni Cinquanta, ci ricorda: "l’italiano chiama o chiamò arlecchino un’opale che ha riflessi variopinti; arlecchino il cocktail; bicchieri arlecchino quelli di colore diverso l’uno dall’altro, per bibite, oggi di moda; arlecchino a lutto le lettere censurate piene di quadrati e rettangoli neri; dice far l’Arlecchino o la figura di Arlecchino di chi promette e non mantiene, e chiama arlecchinata una buffonata qualunque. Il francese ha, analogamente, arlequinade (fin dal 1726) nel senso di buffonata scritta o parlata, arlequin per designare un uomo senza fermi principii e per denominare un piatto composto coi resti di vivande diverse". "L’inglese ha, come noi, Harlequin china o service per designare i variopinti servizi di porcellana o vetro, harlequinade per una corbelleria, usa harlequin Jack per indicare un uomo che si pavoneggia e fa pompa di sé, nonché harlequin per indicare una "sovrana", moneta d’oro, a causa del suo splendore. Lo spagnolo conosce pure arlequinada nel senso di balordaggine e simili, e arlequin come persona infida, spregevole, nonché come nome di gelato di due colori. Il tedesco usa Harlekinspielen nel senso di fare il buffone, il pagliaccio, chiama Harlekin una specie di farfalla e una varietà di cani, e segue l’uso generale di Harlekinade, arlecchinata. Va tuttavia constatato, non senza tristezza, che la più vivace ed estrosa delle maschere nostrane, pur continuando ad alimentare il nostro linguaggio, fornisce ormai soltanto similitudini che sono confinate nell’esteriorità dell’abito variopinto, mentre sembra cessata ogni allusione al dinamico temperamento: ad esempio sono del 1954 gli occhiali Arlecchino, con montatura multicolore, e gli ombrelli Arlecchino a spicchi colorati, di moda sulla spiaggia di Santa Margherita Ligure durante l’eccezionalmente piovosa stagione estiva".
E veniamo ora a Pulcinella, l’altro grande. Detto anche Polichinelle o Punch, si affermò ben presto come il più pericoloso rivale di Arlecchino, quest’ultimo nato però almeno una cinquantina di anni prima. Fu Silvio Fiorillo il primo che, attorno al 1620, prese il nome di "Pullicinello" (piccolo pulcino), o forse di "Pullicinella", o forse ancora di "Pullecenella" (con le prime due e quasi mute), che poi in italiano divenne "Pulcinella" e in francese Polichinelle. Anche per quanto riguarda questa maschera, il dibattito sulle origini è piuttosto acceso. Secondo Maurice Sand, Pulcinella sarebbe un discendente di Maccus, uno dei protagonisti dell’antica Atellana; visto che Maccus aveva la particolarità di imitare il verso degli uccelli e delle galline, sarebbe stato soprannominato Pullus gallinaceus e poi, per contrazione, Pulcino o Pulcinella. George Sand, nota scrittrice e madre di Maurice, sostiene, nel 1852, la stessa tesi: il Pulcinella napoletano "discende in linea diretta dal Maccus della Campania, o piuttosto è il medesimo personaggio. […] Una statua di bronzo ritrovata a Roma nel 1727 non può lasciare dubbi sull’identità di Maccus e di Pulcinella. Il Pulcinella delle Atellane, porta, come il suo discendente, due enormi protuberanze, il naso uncinato come il becco di un uccello da preda, e due grosse scarpe allacciate sul collo del piede". Pulcinella quindi, secondo la Sand, deriverebbe dalle maschere osche. Altri propongono origini diverse: si parla di un Pulcinella protagonista di un poemetto stampato a Napoli nel 1621, Viaggio nel Parnaso; alcuni poi ricordano un Paolo Cinello, vissuto all’epoca di Carlo d’Angiò (1220-1285), un Puccio d’Aniello contadino di Acerra e un Pulcinella Dalle Carceri, di Verona. Anche sulla creazione della maschera ci sono ipotesi divergenti: Del Cerro, nella sua bella opera Regno delle maschere, riporta l’affermazione di un certo Perrucci, vissuto nel Seicento, secondo il quale Napoli riteneva che la maschera di Pulcinella fosse creazione di un giureconsulto, tale Andrea Ciuccio, che per riposarsi dalle fatiche del lavoro, recitava parti buffe nei teatri della città. Il Perrucci stesso però, ammette che la maschera fu solo perfezionata da Ciuccio, mentre a crearla sarebbe stato un certo Fiorillo. La prima volta, comunque, che Pulcinella compare in opere teatrali è ne Latrappolaria di Della Porta (1538-1615) e ne La Colombina di Verrucci del 1628. Napoli fu il regno incontrastato di questa maschera, in particolar modo il teatro di San Carlino, costruito nel 1740 in Piazza Castello a Napoli. I migliori Pulcinella del Sette e dell’Ottocento si esibirono infatti proprio su questo palcoscenico: i Cammarano ad esempio, Gaspare De Cenzo, Salvatore Petito, Antonio Petito, Giuseppe De Martino, Salvatore De Muto". Da non dimenticare infatti che, di norma, un attore, quando adottava una parte, la recitava per tutta la vita.
Particolarissima era la cerimonia che portava un Pulcinella a passare la propria maschera al suo successore; Don Marzio, in Vita e morte del San Carlino, ricorda la trasmissione della maschera da Salvatore Petito al figlio Antonio, avvenuta nel 1852 e raccontata anche da Salvatore Di Giacomo nella Cronaca: "Terminata una sinfonietta assai appassionata, tenerissimo preparativo musicale al prossimo avvenimento di commozione, sbucò dalle quinte di destra il vecchio Salvatore Petito, vestito del suo solito costume, con la maschera sul volto, mentre da sinistra usciva il figlio Antonio, vestito anch’egli da Pulcinella, ma con la faccia scoperta. Don Salvatore si sberrettò, si fece alla ribalta e con voce tremante d’emozione, rivolgendosi al pubblico, pronunciò le sacramentali parole: "Pubblico rispettabile…". La sala aspettava in silenzio. Pareva che Don Salvatore non avesse più animo per continuare. Ma, ripreso coraggio, il vecchio Pulcinella soggiunse: "Il vostro servitore devotissimo s’è fatto vecchio, ha bisogno di riposo e voi non glie lo vorrete negare dopo trent’anni durante i quali vi ha servito… Da questa sera egli smette la maschera di Pulcinella. La consegna a suo figlio Antonio, che ha l’onore di presentare al rispettabile pubblico ed all’inclita guarnigione…"". Dopo aver detto queste parole, si tolse la maschera, la mise sul volto del figlio e, commosso, augurò: "pe cient’anni!". Antonio Petito sarebbe diventato il più famoso Pulcinella napoletano, così descritto da Di Giacomo: "Buon marito, operaio onesto, generoso, talvolta pur coraggioso, spiritoso, non servo, non maligno, non egoista, arguto, non goffo in amore, fine osservatore, intelligente popolano". Caratterialmente Pulcinella è sempre meno definito di suo fratello maggiore Arlecchino: appare spesso in ruoli diversi; può essere un servo, ma anche un contadino, un mercante di schiavi, un pittore, un innamorato, un capofamiglia. L’indeterminatezza appare chiara anche in un quadro di Tiepolo, che rappresentò molti Pulcinella e non uno solo, come se la sua identità non potesse essere ben delineata: Pulcinella, quindi, "non come un’entità unica, inconfondibile, ma come un tipo riproducibile all’infinito", afferma Allardyce Nicoll; e lo stesso storico ancora continua:
Pulcinella in concerto
"Pulcinella fu un buffone senza carattere che poteva venir chiamato a rappresentare qualsiasi cosa un dato attore o un dato pubblico desiderassero. Questo è il vero motivo per cui un napoletano afferma che Pulcinella è il simbolo stesso dello spirito partenopeo, un francese sostiene che Polichinelle è espressione dello spirito popolare parigino, e gli inglesi hanno intitolato Punch una loro rivista". Nonostante la mancanza di carattere ben delineato, Pulcinella presenta delle peculiarità che lo distinguono e che lo rendono simpatico al suo pubblico: la goffaggine per esempio; Pier Maria Cecchini, nel libro Frutti delle modernecomedie et avisi a chi le recita, così descrive Pulcinella: "Questo gustosissimo uomo ha introdotto una disciplinata goffaggine, la quale al suo apparire, conviene che la malinconia se ne fugga o almeno si concentri e stia relegata per lungo spazio di tempo". Nei suoi discorsi Pulcinella è sempre molto arguto e talvolta anche volgare. Spesso si esibisce in similitudini grossolane, in strafalcioni, che fanno scoppiare a ridere chi ascolta. Alla nascita Pulcinella è vestito con l’abito tipico degli Zanni, dei servitori: un camicione bianco stretto da una corda in vita e ampi calzoni bianchi. La sua peculiarità fisica è la gobba, che lo deforma completamente. Porta anche una barba trascurata, che spunta da sotto la maschera. Alla fine del diciassettesimo secolo assume un aspetto più curato: non ha più barba e gobba. Sulla testa ha un cappello grigio ad ali rialzate, e attorno al collo indossa un fazzoletto a bordi verdi. Sul viso ha una mezza maschera, con rughe pesanti e naso ad uncino. Verso la fine del Seicento il coppolone sostituisce il cappello di feltro grigio; nell’Ottocento, sotto il coppolone, indossa una fusciacca bianca. All’estero Pulcinella subisce dei cambiamenti, soprattutto in Inghilterra: gli inglesi conoscono un Pulcinella gobbo, con un cappello a cono, e pantaloni e casacca ricchi di nastri e pizzi. Anche in Francia, dove arriva con il Fracanzani nel 1685, la maschera partenopea assume una fisionomia del tutto diversa. In Francia e in Inghilterra, Pulcinella si arricchisce di colori: "calzoni al ginocchio rossi e gialli listati di verde, giubba verde e rossa listata di giallo e viceversa; il cappello è grigio o giallo oro, a falde rialzate ed adorno di penne; le due gobbe pronunciate, volta in alto quella posteriore e in basso quella anteriore, danno un spetto inconfondibile ai varii Polichinelles e Punches, eroi soprattutto del teatro dei burattini e delle fiere". Ancora oggi questa maschera, all’estero, conserva alcune caratteristiche che la distinguono da quella italiana, a testimonianza di come Pulcinella abbia saputo radicarsi in luoghi diversi, assumendo ogni volta peculiarità differenti, pur conservando la sua identità originaria.