Nero è il colore dell'oceano. O almeno, così sembra debba ormai essere. Le notizie che giungono sulla fuoriuscita del petrolio a millecinquecento metri di profondità sembrano disegnare un paesaggio di acque nere e inquinate, popolate di carcasse, untuose e viscide. E di risacche nerastre su spiagge a loro volta d'un grigio scuro e triste. E poiché le disgrazie non vengono mai sole, ecco l'ennesima petroliera che perde il carico. E la sparizione dei gamberi dalle nostre tavole, che sarebbe il meno; e la perdita di migliaia di posti di lavoro, e non soltanto tra i pescatori; e le nuove opportunità createsi per coloro che saranno chiamati al disinquinamento delle coste ed al ripopolamento della fauna marina ed alla ristrutturazione della flora, e per chi avrà l'accortezza di organizzare visite turistiche nei nuovi deserti neri.
Il risultato di una politica e di una economia dissennate, nelle quali trionfano le bugie più bieche, per qualche verso tanto bieche da rasentare il ridicolo. Come quelle che racconta l'impresa che ha materialmente provocato il disastro, e che ogni dieci giorni afferma di aver inventato un metodo nuovo per ottenere quei risultati che i metodi inventati fino al giorno prima non hanno raggiunto.
Il tutto, nella sostanziale indifferenza delle popolazioni (per ora) non direttamente coinvolte nel disastro ambientale che, se non fosse per le bugie (appunto) dei responsabili e per l'ira impotente del Presidente degli Stati Uniti d'America, verrebbe ormai ignorata dalle fonti di informazione. Certo: una qualche legge imporrà di pagare i danni. Ma chi pagherà e a chi? E soprattutto, quanto e come? L'unica cosa certa è il "quando": mai. Perché quello che alcuni di noi si ostinano a qualificare come "galantuomo", il tempo, si allea in genere con i potenti e questo fa dilatando i tempi dei risarcimenti, quando riconosciuti, e diminuendone l'importo fino a cifre ridicole. Sempre esasperando il rovescio della medaglia: il fallimento di una grande impresa significa la perdita di migliaia di posti di lavoro, nel settore e nell'indotto, e dunque la salvaguardia dei lavoratori diviene prioritaria e lo Stato si crede in dovere di correre ai ripari, facendo pagare i suoi cittadini per i danni subiti. E neppure tutti: quelli più poveri e più deboli. E ciò per una ragione etica: hanno poco o nulla da perdere, e dunque il dolore è minore.
Che è, poi, il modo tradizionale di muoversi all'interno del nostro sistema economico e politico, in tutto il pianeta.
L'umanità ha un problema: gli economisti. Hanno dimostrato da secoli, oramai, di non essere in grado di proporre soluzioni affidabili a nessuno dei problemi economici. Il loro è un mondo non tanto e non solo senza fantasia e con nessuna creatività, ma è un mondo artificiale, creato da loro a proprio uso e consumo. Gli economisti sembra prendano atto dei comportamenti puramente egoistici degli individui, e ne cercano le motivazioni per giustificarli. Al massimo, per consentire di trasferirli in acquisizione di potere attraverso le giustificazioni economiche fornite alla politica. La quale, a sua volta, fabbrica per l'economia le giustificazioni politiche. Si crea un circolo chiuso, forse anche vizioso in forza del quale nell'azione della politica e della economia sono sempre minori, più rari e più deboli quegli elementi di novità che potrebbero e dovrebbero contribuire. A che cosa? Tutto quanto si propone ricalca le ormai impraticabili strade di un'economia che è sempre più malata e che, a mio parere, ormai agonizza. Non si tratta più di mettere pezze a colori - che sono, poi, sempre le stesse pezze e sempre gli stessi colori: far pagare ai più deboli i profitti dei ricchi sempre più ricchi; risparmiare sulla scuola e sulla formazione e sulla università e sulla ricerca e sulla cultura in genere; salvaguardare i privilegi di coloro che contano per la gestione del potere -; non si tratta più di questo. Quanto meno, non soltanto di questo.
E' giunto il momento di pianificare un nuovo, diverso, sistema economico e sociale.
Bisogna pianificare e gestire la politica e l'economia in vista di obbiettivi comuni all'intero genere umano.
E questo lo dicono tutti e tutti sembrano d'accordo.
Ma il problema di base è l'assenza di referenti, almeno per noi italiani. A chi andiamo a raccontare che bisogna sostenere sacrifici tutti e tutti in modo proporzionale alle disponibilità? Abbiamo, sembra, magistrati che non sono disponibili alla revisione degli stipendi, così come sembra non lo siano, se non a parole, deputati e senatori; per non parlare, ovviamente, dei giornalisti, dei loro stipendi e del loro sistema pensionistico; abbiamo un apparato pubblico che non rinunzierà mai ai simboli del potere, fosse anche soltanto l'auto blu o la scorta ridondante, e che vive il ridimensionamento delle prebende come un insulto personale; disponiamo di enti e di organizzazioni che a null'altro servono se non a dividersi i finanziamenti dello Stato; molti dei nostri burocrati svolgono - in genere male, anzi malissimo - due o tre o quattro funzioni, tutte lautamente pagate dai cittadini; i nostri imprenditori tutto hanno a cuore, meno che la sorte dei dipendenti.
I nostri politici, che dovrebbero essere i primi referenti e in prima persona i pianificatori della politica e della economia, sembra abbiano in testa soltanto il tornaconto proprio e dei propri clienti, utilizzando al meglio (secondo le tecniche della persuasione svincolate dall'etica e dal diritto) il proprio bacino elettorale: comprano con false promesse il voto degli elettori, ai quali lasciano balenare vantaggi a spese degli altri cittadini, elettori in località diverse. Per cui - e non è che un esempio - si raccontano favole più o meno credibili circa l'organizzazione territoriale dello Stato, proponendo devastanti federalismi oppure abolizioni di enti territoriali della cui assenza non si gioverebbero se non in minima parte i bilanci degli enti restanti ma che, invece, se ristrutturati razionalmente e, soprattutto, eticamente e lealmente, potrebbero giovare e non poco ad una gestione dello Stato finalmente corretta. Le competenze delle provincie, cioè, andrebbero riviste e corrette alla luce di quella funzione di base che è la soluzione dei conflitti di interesse tra enti territoriali facenti capo a ciascuna attraverso la impostazione di piani di gestione dei territori e degli scambi che in ciascuno di essi avvengono. Certo, se la provincia di Isernia o quella di Biella (o qualsiasi altra) vanno abolite perché piccole (che non è in nessun caso una ragione valida), non mi pare sia una ragione valida il mantenere in vita la provincia di Bergamo perché bacino leghista. E visto che parliamo di politica e di politici, che referenti volete siano quelli di una opposizione che non ha un'idea nemmeno a pagarla oro e neppure ha un solo argomento costruttivo e concreto da opporre a chi governa? E che, soprattutto, non accetta di esaminarsi a fondo e di discutere e, se del caso, di cambiare, granitica nella propria autoreferenzialità.
Ma come volete che si ponga mano ad una progettazione e ad una seria pianificazione dell'economia e della politica?
La marea nera, quella vera, inarrestabile ormai, è quella culturale che ci attanaglia e che consente avvenga tutto ciò di cui proviamo invano a lamentarci. E che a noi italiani (in particolare) impedisce di individuare le vere opportunità di rinascita. Che sono nascoste in quella "grande cultura" che dovrebbe essere patrimonio della gente, del popolo, e che, invece, viene con ogni mezzo osteggiata.
Perché una società di uomini colti è difficilmente strumentalizzabile ad interessi di parte.
Una marea nera che si oscura e si estende sempre di più.
*Docente di marketing,
consulente di comunicazione
e gestione d'impresa
|