Nei primi anni Venti l'iperinflazione flagellò la Germania di Weimar trasformando la vita quotidiana in una angosciante lotta per la sopravvivenza, con prezzi aumentati anche di mille miliardi di volte rispetto al 1914. All'origine della spirale inflazionistica la scelta della classe dirigente guglielmina di finanziare la guerra senza ricorrere a imposte straordinarie o a inasprimenti della tassazione, ma aumentando il debito pubblico attraverso prestiti di guerra e immettendo in circolazione un volume eccessivo di valuta.
MILLE MILIARDI DI VOLTE
(Prima Parte)
di ROBERTO POGGI
Tra il 1914 ed il 1923 i prezzi in Germania aumentarono nella misura di oltre mille miliardi di volte. Nel dopoguerra molti paesi conobbero il flagello dell'inflazione: in Austria i prezzi aumentarono di 14 mila volte, in Ungheria di 23 mila volte, in Polonia di 2,5 milioni di volte, nella Russia bolscevica di 4 miliardi di volte. Solo in Germania però l'inflazione fu così vorticosa da privare il denaro di ogni valore e di ogni significato, facendo regredire al baratto quella che prima della guerra era stata l'economia più sviluppata d'Europa.
Un intero popolo sprofondò nella più cupa disperazione. Soprattutto per impiegati, operai e
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Bambini giocano con milioni
e milioni di marchi
pensionati, i cui redditi furono adeguati lentamente e parzialmente all'aumento dei prezzi, la vita quotidiana si trasformò in una angosciante lotta per la sopravvivenza. I risparmi di una vita svanirono, divorati dalla crescita inarrestabile e repentina del prezzo dei beni di prima necessità. Per conservare un qualche poter d'acquisto i salari dovevano essere spesi interamente nello stesso istante in cui venivano percepiti, anche un solo giorno di esitazione era sufficiente a condannare una famiglia all'indigenza. Era imperativo trasformare il più rapidamente possibile le sporte di carta moneta ricevute in pagamento in beni da consumare o barattare.
Il giornalista Raimund Pretzel, noto al pubblico inglese e tedesco con lo pseudonimo di Sebastian Haffner, rievocando la sua adolescenza durante la grande inflazione racconta che suo padre, un funzionario pubblico di grado elevato, dopo aver incassato lo stipendio si precipitava a comprare l'abbonamento ferroviario per potersi recare al lavoro il mese successivo, saldava le spese correnti, portava l'intera famiglia a tagliarsi i capelli e quindi consegnava ciò che restava alla moglie. La moglie, a sua volta, si recava al più vicino mercato ed acquistava scorte di generi alimentari non deperibili che sarebbero dovuti durare fino allo stipendio successivo. Per il resto del mese la famiglia non disponeva di contanti.

Il filologo Victor Klemperer riferisce nel suo diario che i più piccoli piaceri quotidiani potevano diventare da un giorno all'altro un lusso inaccessibile anche per chi come lui aveva un buon impiego presso il Politecnico di Dresda e una pensione di guerra: per consumare al bar un caffè e un dolce occorrevano 12 mila Marchi il 24 luglio 1923 e 104 mila il 3 agosto. Un biglietto del cinema poteva schizzare nell'arco di qualche giorno da 10 mila a 200 mila Marchi. Nelle vetrine dei negozi i cartellini dei prezzi venivano aggiornati di ora in ora. Per avere la certezza che la posta giungesse regolarmente al destinatario era necessario spillare sulle buste delle banconote di taglio elevato come affrancatura, dal momento che i francobolli stentavano a tenere il passo con l'aumento dei prezzi.
Nel periodo di picco dell'iperinflazione, oltre il 90% della spesa domestica era destinata al cibo. A fluttuare più impetuosamente erano infatti i prezzi dei generi alimentari. Nel 1923, l'anno più nero della crisi, un chilo di pane di segale costava 163 Marchi il 3 gennaio, 10 volte tanto in luglio, 9 milioni di Marchi il 1° ottobre, 78 miliardi il 5 novembre e 233 miliardi di Marchi due settimane più tardi.
La domenica i cittadini a reddito fisso di ogni condizione sociale si riversavano nelle campagne nella speranza, spesso vana, di poter scambiare il denaro senza valore stipato nei loro zaini con dei viveri. Nelle città, i negozianti per anticipare i futuri aumenti dei prezzi spesso non esitavano ad accaparrare le merci, generando una penuria degli alimenti di più largo consumo. Non mancarono episodi di assalti e di saccheggi degli empori a cui le autorità risposero con l'impiego dell'esercito. Nelle campagne si formarono bande armate che razziavano le fattorie. Sulle banchine del porto di Amburgo i portuali più che scaricare le navi le depredavano, soprattutto se contenevano merci introvabili come farina, zucchero, pancetta o caffè. I dati sulla criminalità registrarono un incremento impressionante: le condanne per furto che ammontavano a 115 mila nel 1913 divennero 365 mila nel 1923.
L'amoralità dell'intrallazzo penetrò ampiamente anche in quei ceti sociali che nel periodo guglielmino erano stati orgogliosi custodi dei principi di onore e onestà. Spesso per chi non cedeva alla tentazione del furto e dell'intrallazzo, oppure non era nelle condizioni di intrallazzare o di rubare qualcosa che potesse essere scambiato, non vi erano alternative alla fame. La malnutrizione dilagante provocò una impennata dei casi di morte per tubercolosi.

Il crollo del Marco sui mercati internazionali rese impossibile l'importazione di alimenti con cui scongiurare la carestia determinata dall'accaparramento messo in atto dai produttori e dai commercianti all'ingrosso. Nel 1914 erano sufficienti poco più di 4 Marchi per acquistare un Dollaro, nel gennaio 1923 ne occorrevano 17 mila, in aprile 24 mila, in luglio 353 mila. Nei mesi seguenti per esprimere il tasso di cambio tra Marco e Dollaro si dovette fare ricorso a numeri a 7 cifre in agosto, a 8 in settembre, a 11 in ottobre, a 13 in novembre e in dicembre.
Alla rovina di intere classi sociali corrispose il repentino e smodato arricchimento dei
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Marchi usati per accendere il fuoco
grandi proprietari terrieri, degli industriali, e di riflesso degli speculatori di borsa, degli esportatori che potevano vendere sui mercati esteri prodotti di altissima qualità a prezzi resi imbattibili dall'inflazione, ricevendo in pagamento valuta pregiata. Dall'inflazione trassero enorme vantaggio tutti i debitori, poiché titoli, obbligazioni e ipoteche andarono in fumo. Le somme che la Reichsbank aveva prestato a industriali e agrari per ammodernare e potenziare le loro imprese al momento della restituzione avevano ormai perso gran parte del loro valore. Il tasso di rivalutazione del credito, fissato tardivamente nel 1924 dal governo al 15%, non fu certo sufficiente a cancellare gli effetti dell'iperinflazione. Pertanto, le aziende più indebitate si trovarono improvvisamente non solo sollevate dai loro debiti, ma addirittura nelle condizioni di espandersi e assorbire le piccole imprese che non avevano scommesso sul perdurare dell'inflazione e avevano esitato a fare una coraggiosa politica di investimenti, sfruttando il credito che la Reichsbank, presieduta da Rudolf Havenstein, concedeva con una certa larghezza. Giganteschi gruppi industriali si consolidarono diversificando i loro interessi in molteplici settori. Uno dei capitani d'industria più spregiudicati di questo periodo fu Hugo Stinnes che dal settore carbonifero e metallurgico estese i suoi interessi alla navigazione, all'organizzazione alberghiera e alla stampa.

La spirale inflazionistica che investì la Germania fu generata dalla scelta della classe dirigente guglielmina di finanziare la guerra senza ricorrere né a imposte straordinarie né a inasprimenti della tassazione sui ceti più abbienti, ma aumentando invece il debito pubblico attraverso prestiti di guerra e immettendo in circolazione un volume eccessivo di valuta.
Le spese mensili di guerra si aggiravano intorno a un miliardo di Marchi nel 1914, a 2 nel 1915, si impennarono bruscamente nell'ottobre del 1916 a 3 Miliardi, poi continuarono a crescere, attestandosi a 4 miliardi nel 1917 e sfiorando i 5 miliardi nell'ottobre del 1918. Alla fine di maggio del 1916 la guerra, che lo Stato Maggiore si era illuso di poter concludere nell'arco di poche settimane, aveva inghiottito poco meno di 40 miliardi, di cui 36 erano stati coperti da quattro fortunate emissioni di prestiti statali. Le cinque emissioni successive rimasero però molto al di sotto delle crescenti spese belliche, costringendo il governo a stampare moneta per far fronte alle necessità, generando di conseguenza inflazione. La penuria di beni di consumo e l'allentamento di qualsiasi freno sui prezzi delle merci destinate all'armamento portarono ad aumenti continui dei prezzi, alimentati a loro volta dalla crescente massa monetaria in circolazione.
Alla fine del conflitto le spese di guerra ammontarono a 160 miliardi, di cui solo 97 erano stati coperti dai prestiti. Il potere d'acquisto del Marco risultò dimezzato rispetto al 1914.
La politica di inasprimento fiscale fu scartata dai cancellieri del Kaiser perché avrebbe imposto una revisione costituzionale dei rapporti tra il governo federale e gli stati. Le finanze del Reich poggiavano principalmente sulle entrate derivanti dai dazi doganali e dalle imposte indirette, mentre tutte le altre fonti rimanevano agli stati, che si opponevano tenacemente all'introduzione di un sistema fiscale federale diretto. Da un lato il veto dei socialdemocratici a nuove imposte sui consumi, dall'altro l'ostilità della destra e dei grandi interessi industriali a pesanti imposte sui profitti di guerra non lasciarono alternative rispetto all'emissione di moneta. Tanto più che a rassicurare il governo e l'opinione pubblica sul futuro delle finanze del Reich interveniva l'incrollabile fede nella vittoria finale che avrebbe consentito, attraverso le riparazioni di guerra imposte ai vinti, di superare qualsiasi difficoltà finanziaria.

La sconfitta aprì scenari finanziari che non erano stati previsti, e perciò furono affrontati senza alcuna lungimiranza.
Crollata la rassicurante illusione di poter scaricare sui vinti l'onere del costo della guerra, i governi repubblicani reagirono nel segno della continuità con il periodo monarchico. Non osarono cioè intraprendere una politica di austerità, risparmio e contrazione della quantità di moneta, anzi, fronteggiarono gli enormi problemi del dopoguerra - che andavano dall'erogazione delle pensioni di guerra alla riconversione industriale per creare occupazione ai soldati smobilitati - ricorrendo al torchio e incoraggiando una espansione del credito da parte della Reichsbank. Non potendo contare né su di un gettito fiscale
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adeguato alle difficoltà del momento, né sulla disponibilità di una opinione pubblica prostrata dalla sconfitta ad accettare ulteriori sacrifici, alimentarono l'inflazione, che nel 1919 ridusse a un quarto il valore del Marco rispetto alla vigilia della guerra.
Nell'immediato, tale politica inflazionistica produsse risultati positivi in tutti i settori economici interessati dalla smobilitazione e dalle sovvenzioni pubbliche. Mentre i vincitori precipitavano nella crisi generata dalla riconversione industriale postbellica, i vinti tedeschi raggiunsero rapidamente, sull'onda dell'inflazione, la piena occupazione e diedero un potente slancio alla loro economia. Sui mercati internazionali la caduta del Marco ebbe una accelerazione nel secondo semestre del 1919, nel febbraio del 1920 occorrevano 100 Marchi per acquistare un Dollaro, con consistenti benefici per le esportazioni tedesche.
La rapida ripresa dell'economia tedesca fece la fortuna degli imprenditori, che già si erano arricchiti durante il periodo bellico, senza tuttavia innalzare il tenore di vita della maggioranza della popolazione. Almeno sino al 1922 gli effetti negativi dell'inflazione su alcune fasce sociali furono stemperati dalla piena occupazione e dalle prestazioni assistenziali pubbliche. Invece, i sottoscrittori dei debiti di guerra e tutti coloro che percepivano rendite finanziarie subirono di fatto una espropriazione, le cui proporzioni si accrebbero al ritmo dell'inflazione.
Di fronte al generale inasprimento delle condizioni di vita una larga parte dell'opinione pubblica - con il convinto sostegno della stampa e della classe politica - reagì attribuendo le cause dell'inflazione alle condizioni di pace imposte dal Trattato di Versailles e soprattutto alle riparazioni di guerra. La continuità tra la politica economico-finanziaria guglielmina e quella repubblicana svanì agli occhi di milioni di tedeschi per i quali la perdita del potere d'acquisto del Marco non era che una conseguenza della volontà dei vincitori di umiliare e annientare quel popolo che non erano stati capaci di piegare sui campi di battaglia. Tale convinzione si impose non appena crollò l'ingenua illusione che fosse sufficiente l'abdicazione del Kaiser per garantire alla Germania democratica e repubblicana una pace mite, improntata ai principi wilsoniani.

Emblematico dell'indignazione tedesca di fronte al diktat dei vincitori fu l'atteggiamento del Ministro degli Esteri Von Brockdorff-Rantzau alla conferenza di Versailles.
In origine il Presidente Wilson aveva pensato che i governi dell'Intesa dovessero redigere una bozza del trattato che fornisse una base per i negoziati con la Germania, poi i contrasti tra i vincitori, che portarono la delegazione italiana ad abbandonare i lavori, consigliarono di considerare pressoché definitiva la formula comune faticosamente elaborata dopo cinque mesi di battaglie diplomatiche e di sottoporla ai tedeschi affinché ne prendessero atto e la sottoscrivessero. La riduzione dei margini di trattativa della Germania alla facoltà di presentare entro un termine molto ristretto delle controproposte alle clausole del trattato fu interpretata dall'opinione pubblica tedesca come una beffa umiliante. Il 7 maggio 1919 la delegazione tedesca guidata dal conte Von Brockdorff-Rantzau, un aristocratico proveniente dalla carriera diplomatica tardivamente convertitosi al regime democratico repubblicano, fu convocata a Versailles per partecipare alla presentazione del trattato. Ufficialmente nessuna indiscrezione sul contenuto delle clausole fu fatta trapelare, tuttavia i giornali francesi e americani avevano fornito elementi sufficienti a prefigurare un quadro piuttosto fosco per la Germania. La stessa scelta come luogo della cerimonia del salone degli specchi della reggia di Versailles, dove il 18 gennaio 1871 era stata proclamata l'unificazione tedesca, suonò come una malvagia provocazione ai delegati di Berlino.
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Banconota da 5 Miliardi di Marchi
I lavori furono inaugurati da un breve discorso di Clemenceau sulle speranze di edificare una pace duratura. Mentre lo statista francese pronunciava i suoi auspici il grosso fascicolo contenente il progetto del trattato fu consegnato al Ministro degli Esteri tedesco che lo mise bruscamente da parte senza neppure sfogliarlo. Non appena gli fu data la parola Von Brockdorff-Rantzau rimase provocatoriamente seduto, leggendo un discorso dai toni duri e sprezzanti in cui Wilson, Lloyd George e Clemenceau credettero di riconoscere un rigurgito della tracotanza della Germania guglielmina. Rifiutò nettamente la tesi che la responsabilità della guerra fosse da attribuire esclusivamente alla Germania, rimproverò gli Alleati di aver atteso sei settimane prima di concedere l'armistizio e sei mesi prima di elaborare unilateralmente le condizioni di pace, li accusò di aver ucciso con fredda premeditazione centinaia di migliaia di civili tedeschi con la prosecuzione del blocco navale dopo il novembre 1918. Il contegno provocatorio di Von Brockdorff-Rantzau, forse dettato da un consapevole disegno politico, forse da un puerile tentativo di mascherare la sua profonda agitazione nervosa e l'impossibilità di contestare le clausole con argomenti puntuali a precisi, fu comunque salutato con grande entusiasmo dall'opinione pubblica tedesca che lo interpretò come una estrema e coraggiosa difesa dell'orgoglio nazionale ferito. Ben magra consolazione che non contribuì per nulla a mitigare le severe condizioni di pace.

Le controproposte presentate dal governo tedesco entro il termine concesso di tre settimane furono accolte solo in minima parte, lasciando sostanzialmente immutato l'impianto elaborato dagli Alleati, che imponeva pesanti mutilazioni territoriali, pari a circa il 13% della superficie del Reich in Europa, oltre alla totalità dei possedimenti coloniali.
L'Alsazia e la Lorena, annesse da Bismarck nel 1871, ritornarono sotto la sovranità francese, la Saar venne affidata per quindici anni all'amministrazione della Società delle Nazioni, il gracile organismo sovranazionale ostinatamente voluto da Wilson per garantire la pace mondiale. Un plebiscito avrebbe poi sancito il ritorno della Saar alla Germania oppure la sua annessione alla Francia. Temporaneamente i ricchi giacimenti carboniferi della regione furono assegnati alla Francia come risarcimento per le devastazioni subite dalle sue miniere nelle zone limitrofe al Belgio. Anche il destino dello Schleswig, conteso tra Berlino e Copenhagen, fu affidato a un plebiscito. La riva sinistra del Reno fu destinata per un periodo di quindici anni a subire un regime di occupazione da parte delle truppe alleate. Entrambe le sponde del Reno furono inoltre dichiarate definitivamente smilitarizzate. Strettamente collegate all'occupazione della Renania furono le decisioni assunte dagli Alleati riguardo al disarmo tedesco. Fu abolito il servizio militare obbligatorio, l'esercito tedesco, su base volontaria, non avrebbe potuto superare le centomila unità, ufficiali inclusi. Il suo armamento non avrebbe potuto comprendere né velivoli, né carri armati, né altri mezzi pesanti. Non senza ingenuità, ma con l'evidente scopo di menomare le capacità strategiche del corpo ufficiali, fu imposto lo scioglimento dello Stato Maggiore. La marina da guerra fu autorizzata a mantenere un organico di appena quindicimila uomini al servizio di una flotta composta da sei navi da battaglia e alcune unità minori. I sommergibili, che erano stati una delle armi più temibili del Kaiser, furono interdetti. Le corazzate e gli incrociatori internati a Scapa Flow all'indomani dell'armistizio avrebbero dovuto essere ripartiti tra le potenze vincitrici.
La Germania dovette inoltre sopportare pesanti amputazioni ai suoi confini orientali. Alla Polonia furono annesse la maggior parte della Posnania, della Prussia occidentale nonché una provincia della Prussia orientale, il distretto di Hultschin fu invece assegnato alla Cecoslovacchia. La concessione più significativa degli Alleati alle controproposte tedesche riguardò l'Alta Slesia: nella prima stesura del trattato essa avrebbe dovuto essere annessa alla Polonia, nella stesura definitiva fu stabilito invece di affidare il destino della regione a un plebiscito. Per concedere alla Polonia uno sbocco sul Baltico la città di Danzica, tedesca per lingua, cultura ed etnia, fu proclamata città libera sotto l'autorità della Società delle Nazioni, garantendo però a Varsavia importanti privilegi politici e commerciali. Anche il neonato stato lituano ottenne uno sbocco al mare a spese della Germania con l'annessione del distretto di Memel.

Il desiderio espresso dalla Germania di stabilire già nel testo del trattato l'ammontare delle riparazioni di guerra non fu esaudito. I contrasti tra gli Alleati e le difficoltà tecniche di determinare le capacità di pagamento tedesche consigliarono l'istituzione di una apposita commissione, composta esclusivamente da rappresentanti delle potenze vincitrici, incaricata di stabilire entro il 1° maggio 1921 il preciso importo delle riparazioni. In attesa della conclusione dei lavori della commissione avrebbero dovuto comunque continuare i pagamenti e le consegne di materiali in conto riparazioni. Tale frettolosa soluzione di compromesso impose alla Germania di firmare una cambiale in bianco. John Maynard Keynes fu tra i primi a denunciare, nell'opera Economic consequences of the Peace, pubblicata nel 1919, come le questioni economico-finanziarie irrisolte avrebbero potuto tradursi in una grave minaccia per la stabilità politica dell'Europa, ma il suo monito rimase inascoltato.
A suscitare l'indignazione tedesca non fu soltanto l'indeterminatezza del peso economico della sconfitta, ma anche l'affermazione, contenuta nell'articolo 231 del trattato, secondo cui le riparazioni erano dovute poiché gravava sulla Germania la responsabilità esclusiva della guerra. I vincitori non si accontentarono di un fondamento realpolitico per
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Ulrich Graf von Brockdorff-Rantzau
condannare la Germania alle riparazioni, ma per scrupolo giuridico vollero estendere al diritto internazionale un principio fondamentale del diritto civile in base al quale è obbligato a pagare il danno colui che lo abbia provocato dolosamente o colposamente. Pertanto la Germania fu obbligata a pagare non perché sconfitta, ma perché responsabile di una guerra di aggressione. L'articolo 231 fu interpretato a Berlino come un goffo tentativo di estorcere alla Germania una confessione di colpevolezza che assolvesse tutte le altre potenze europee.
A rafforzare sul piano giuridico e politico il principio dell'affermazione della responsabilità tedesca contribuì anche la richiesta alleata di estradizione degli accusati di crimini di guerra e il progettato processo contro Guglielmo II. Per un popolo che aveva interpretato la mobilitazione del 1914 come una misura difensiva rispetto alla minaccia russa e non era certo disposto a considerare né il Kaiser né i suoi ufficiali alla stregua di criminali, le argomentazioni giuridiche dei vincitori risultarono pretestuose e offensive.
Gli alleati concessero alla Germania appena una settimana per sottoscrivere il testo definitivo del trattato. Se entro tale termine non fosse giunta una risposta affermativa, sarebbe cessato anche l'armistizio e quindi le truppe dell'Intesa sarebbero state mobilitate. Il Maresciallo Foch aveva già predisposto i piani per questa eventualità.
Il Ministro degli Esteri Von Brockdorff-Rantzau, considerata la scarsa attenzione riservata alle controproposte presentate, chiese che il trattato fosse respinto. Anche il cancelliere Scheidemann, che già si era espresso contro la bozza del trattato, confermò il suo rifiuto al diktat di Versailles. Al contrario, altri esponenti di spicco del partito socialdemocratico come il Ministro della Difesa Noske ritenevano che il trattato, per quanto detestabile, dovesse essere firmato, dal momento che la Germania non aveva alcuna possibilità di resistere militarmente e una nuova sconfitta avrebbe generato una pace peggiore di quella che gli Alleati ora erano disposti a offrire. Il leader del partito di centro Erzberger, capo della delegazione armistiziale, mise in evidenza che in caso di rifiuto del trattato sarebbe stata a esposta a grave rischio la stessa unità della Germania e la sua capacità di arginare il bolscevismo. Il partito democratico, che tante speranze aveva riposto nei principi wilsoniani, si dichiarò invece in maggioranza recisamente contrario al trattato, in piena sintonia con l'opposizione nazionalista e conservatrice che rappresentava gli interessi della vecchia classe dirigente che aveva voluto la guerra ed ora rifiutava sdegnosamente la pace.

Dopo aver constatato l'impossibilità del suo governo di esprimere una posizione unitaria Scheidemann si dimise. La sua difficile eredità fu raccolta dal Ministro del Lavoro Gustav Bauer, che con il sostegno dell'estrema sinistra, del centro cattolico, di un piccolo gruppo di dissidenti democratici e della maggioranza del partito socialdemocratico riuscì a formare un nuovo esecutivo disposto ad accettare, seppur con alcune riserve, le condizioni di pace.
Bauer ottenne i suoi consensi attorno all'ipotesi di richiedere agli Alleati di eliminare dal testo del trattato l'articolo 231 e di rinunciare al processo sia a Guglielmo II, sia ai criminali di guerra. Il 21 giugno, proprio mentre il nuovo governo tentava di riaprire le trattative, giunse da Scapa Flow la notizia che la flotta tedesca al comando dell'Ammiraglio Von Reuter si era autoaffondata. Gli Alleati reagirono imponendo alla Germania una accettazione immediata e senza condizioni del trattato di Versailles.
Posta di fronte all'eventualità di una ripresa del conflitto, l'Assemblea nazionale, circa un'ora prima della scadenza dell'ultimatum, autorizzò, con 237 voti favorevoli contro 138, il governo a firmare la pace. Larga parte dell'opinione pubblica non apprezzò affatto il senso di responsabilità dei parlamentari, preferì inveire contro la vigliaccheria della classe dirigente repubblicana e contro la ferocia dei vincitori.
La pace offrì alle formazioni politiche di estrema destra nuovi e seducenti argomenti per radicalizzare le proprie posizioni e fomentare le ricorrenti tentazioni golpiste che caratterizzarono poi tutta la storia della repubblica di Weimar. In particolare, la questione delle riparazioni rimasta irrisolta favorì la mobilitazione permanente della propaganda nazionalista, ostacolando la riconciliazione della Germania con le altre potenze.
Nel marzo del 1920, a seguito del rifiuto del Senato di ratificare il trattato di Versailles e quindi di sostenere tutta l'ambiziosa politica estera del Presidente Wilson, venne meno anche la preziosa mediazione degli Stati Uniti che soprattutto sul terreno economico-finanziario avrebbe potuto fornire un contributo determinante per la soluzione dei nodi irrisolti. Senza la delegazione americana la Commissione riparazione stentò infatti a esprimere un approccio pragmatico e realistico nell'elaborazione del sistema di pagamenti a cui la Germania avrebbe dovuto sottostare. Per lungo tempo sembrò trionfare tra le potenze vincitrici europee la volontà di rivalsa sullo spirito di riconciliazione, esasperando entità, tempi e modi delle pur legittime richieste di risarcimento.

Il postulato da cui presero le mosse i funzionari francesi e britannici fu che la Germania dovesse
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Woodrow Wilson
rispondere non solo dei danni di guerra da essa direttamente causati, seguendo la consuetudine sancita dal diritto internazionale, ma di tutti i costi della guerra stessa. Ai sensi dell'allegato I all'articolo 232 del trattato, tra i danni di cui la Germania era considerata responsabile rientravano, ad esempio, tutte le pensioni e analoghe indennità alle vittime militari della guerra e alle persone che da queste vittime erano mantenute. Ne derivarono cifre esorbitanti che misero a dura prova gli strumenti economico-finanziari sino ad allora sperimentati. Nessuno negli anni '20 aveva ancora una esperienza di transazioni finanziarie di importi così elevati distribuiti su di un arco temporale molto lungo.
Il punto centrale su cui si confrontarono gli esperti della Commissione riparazioni fu la determinazione della somma che la Germania sarebbe stata in grado di pagare. L'incognita con cui dovettero fare i conti riguardava la capacità di tenuta e di sviluppo dell'economia tedesca nell'arco di una generazione. La cifra di 100 miliardi di Marchi oro, da pagare in rate annuali infruttifere, proposta dai tecnici del governo tedesco, tra l'incredulità e lo sdegno dell'opposizione nazionalista ai Reichstag, fu giudicata del tutto inaccettabile dagli Alleati, che ambivano ad ottenere ben di più, senza tuttavia riuscire a definire un importo.
Preso atto che 100 miliardi di Marchi oro non erano sufficienti, la Germania si trovò in un vicolo cieco. Non poteva giocare al ribasso, ma non poteva nemmeno sfidare la vivace opposizione nazionalista e le grandi incertezze della congiuntura economica offrendosi di pagare cifre iperboliche, pur di chiarire una volta per tutte i suoi obblighi verso i vincitori. Non le restava che attendere e sperare.
Sul finire del 1920, dopo che alla conferenza di Spa i diktat sulle procedure di attuazione del disarmo e delle consegne di carbone si erano scontrati con l'orgoglio tedesco, si fece strada tra gli Alleati l'ipotesi che fosse più opportuno definire un piano provvisorio di pagamenti per i successivi cinque anni, in modo da avviare una soluzione della questione delle riparazioni, disponendo però di un tempo sufficientemente lungo per placare le tensioni politiche e ottenere elementi economici più obiettivi e affidabili su cui determinare l'ammontare complessivo del debito tedesco. Uno dei più convinti sostenitori di un approccio gradualistico fu il francese Seydoux, direttore del dipartimento del commercio del Ministero degli Esteri, che nel gennaio 1921 fece giungere a Berlino in via ufficiosa la proposta di fissare, per un quinquennio, in 3 miliardi di Marchi oro l'ammontare annuale delle riparazioni.
I circoli industriali tedeschi, influenzati dagli interessi del magnate Hugo Stinnes, accolsero negativamente tale soluzione ritenendo che lasciando indefinito l'ammontare complessivo delle riparazioni la Germania avrebbe finito per pagare una somma ben più elevata non appena la sua economia e la sua valuta avessero ripreso vigore. Occorreva a loro avviso trarre il massimo vantaggio dall'inflazione che, oltre ad alleggerire sia il debito pubblico sia il debito dei grandi gruppi industriali, agiva come un velo rendendo difficoltoso agli esperti alleati valutare le reali condizioni dell'economia.
Sotto la pressione del parere negativo espresso dall'industria il fragile governo Fehrenbach esitò ad aderire al piano Seydoux. Solo le insistenze inglesi e francesi lo convinsero ad aprire le trattative subordinando però l'accettazione di una soluzione provvisoria del problema delle riparazioni alla permanenza dell'Alta Slesia - in cui era prevista ai sensi del trattato la celebrazione di un referendum per il marzo 1921 ¬- alla Germania. Il goffo tentativo di condizionare il destino dell'Alta Slesia irritò la Francia che era in procinto di concludere una alleanza con la Polonia, determinando l'accantonamento del piano Seydoux.
(1 - Continua)
 
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BIBLIOGRAFIA
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