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Le origini della guerra civile. L’Italia dalla Grande Guerra al Fascismo, 1918-1921, di Fabio Fabbri - UTET, Torino 2009, pp. 712, euro 28,00
Di guerre civili gli italiani se ne intendono: appagano così bene il loro spirito settario da averle volute praticare almeno tre volte nello scorso secolo. Fu una guerra civile a bassa intensità la stagione del terrorismo negli anni Settanta. Fu guerra civile a pieno titolo quella innestatasi negli ultimi venti mesi del secondo conflitto mondiale, con gran parte della popolazione ad osservare lo scontro dalla finestra. Ma la madre di tutte risale alla fine della Grande Guerra, a quei quattro anni che separano Vittorio Veneto dalla marcia su Roma, la sfilata trionfante delle truppe reduci da Caporetto dalla discesa delle camice nere sulla capitale per imporre al re il loro candidato.
Tra il 1918 e il 1921 le strade e le piazze italiane offrirono le quinte a una stagione di sangue e di violenze sopraffattrici (le vittime furono circa 3000), scatenate dal trauma del conflitto, dal miraggio di una stagione rivoluzionaria che dal Paese dei soviet sembrava doversi diffondere verso occidente – senza risparmiare nessuno, le nazioni sconfitte quanto le vincitrici – e da un opposto estremismo tollerato se non addirittura impiegato a fini di ordine pubblico.
Fabio Fabbri, professore di storia contemporanea all’università di Roma Tre, ha ricostruito in un denso e minuzioso volume quei primi “anni di piombo” ripercorrendone la storia, conteggiandone le vittime, indagando i miti e le demonizzazioni che insieme alla violenza contribuirono a creare un clima di cui si è persa memoria ma che, probabilmente e forse in modo inconsapevole, è entrato a far parte del nostro vissuto storico.
Un vissuto che convenzionalmente ha individuato la scansione degli eventi in un iniziale “biennio rosso”, segnato dalla violenza socialista e culminato nell’occupazione delle fabbriche del settembre 1920, cui seguì un “biennio nero” di reazione. In realtà, spiega Fabbri, la reazione fascista iniziò prima e quel pericolo rivoluzionario non era come il regime mussoliniano lo dipinse a posteriori per giustificare la propria ragion d’essere. Ricostruendo le vicende dell’assalto alla sede dell’Avanti a Milano nell’aprile del 1919, i tumulti per il carovita nell’estate di quello stesso anno, gli scioperi a favore della Russia sovietica, l’eccidio di palazzo d’Accursio a Bologna (novembre 1920) e le infinite manifestazioni che da una parte e dall’altra si conclusero con bastonature, colpi di pistola e una costante scia di sangue, Fabbri giunge a delineare, senza mancare di intrecciare il tutto alle cronache giornalistiche dell’epoca e ai discorsi parlamentari, un quadro esplosivo di un Paese sfuggito di mano. Tant’è che furono gli stessi attori coinvolti – Nenni, Mussolini, Turati, Kuliscioff – a parlare già allora di una vera e propria guerra civile, inseritasi – oggi riusciamo a vederlo più chiaramente – nel contesto della guerra civile europea evocato anni fa da Ernest Nolte.
Nelle ricostruzione degli eventi l’autore tende a mettere in evidenza le debolezze e lo spaesamento dei ceti medi rispetto all’apparizione delle masse operaie e contadine sul palcoscenico della storia. Condanna il lassismo del potere centrale, la sua connivenza con lo squadrismo e con gli interessi di agrari e industriali. Manca però una analisi della percezione del “pericolo rosso”. Non della sua effettiva consistenza. Ma di come i contemporanei eventi di quegli anni (repubbliche comuniste in Ungheria e in Baviera, l’Armata rossa alle porte di Varsavia) e un rivoluzionarismo, forse più verboso che violento (il Psi che chiede la dittatura del proletariato, Turati che sancisce l’equazione “proletariato uguale patria”), di fatto agevolassero un clima di odio diffuso. Nella lotta primigenia che ne scaturì c’era in palio tutto. Molto di più delle rivendicazioni operaie o di una restaurazione degli antichi rapporti di classe. Era la forma stessa della società che si voleva sovvertire. E schiacciata tra i due estremismi, l’italietta liberale – anticipando per certi aspetti la parabola della Germania di Weimar – non trovò nessuno disposto a difenderla.
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Jünger e Schmitt. Dialogo sulla modernità. La modernità vista da due grandi pensatori tedeschi, di Luigi Iannone - Armando Editore, Roma 2009, pp. 144, euro 12,00
Jünger e Schmitt, pur avendo fatto parte di quella grande corrente di pensiero anti-moderno che fu la Rivoluzione Conservatrice, hanno avuto come tratto comune quello di aver anticipato le trasformazioni e le pulsioni del nuovo secolo. Questi due grandi pensatori tedeschi si sono lasciati alle spalle, almeno dal punto di vista dell'elaborazione teorica, l'esperienza traumatica dei conflitti mondiali e dei totalitarismi e, sin dal primo dopoguerra, sono andati oltre, intercettando le degenerazioni e le fughe in avanti della modernità; lo hanno fatto con stili e vocazioni diverse, pur percorrendo per larghi tratti sentieri paralleli. La loro bruciante attualità viene indagata con competenza e capacità di sintesi da Luigi Iannone, studioso del pensiero conservatore.
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Il volontario, di M. Patricelli - Laterza 2010, pp. 324, euro 20,00
Il tenente di cavalleria Witold Pilecki nel 1940 ha 38 anni. Sotto falso nome si lascia arrestare, come fosse per caso, nel corso di una retata della Gestapo ed entra ad Auschwitz per raccontare al mondo cosa accade: il suo è il primo documento dai campi arrivato agli alleati. È abile, astuto e fortunato. Evade rocambolescamente nel 1943, poi si batte nell’insurrezione eroica e disperata di Varsavia del 1944, ma finisce nuovamente prigioniero dei tedeschi fino alla fine della guerra. Quando torna in Polonia, sa già che gli ideali per i quali ha speso i suoi anni e i suoi affetti non hanno trovato terreno fertile nella sua patria. È il tempo dell’Armata Rossa e dell’indottrinamento sovietico: tutto quello che Pilecki ha fatto non conta nulla per le autorità comuniste. È un uomo scomodo, un ‘traditore’, un ‘agente imperialista’, un ‘nemico del popolo’ da eliminare. Il suo destino è segnato: condannato tre volte a morte, viene giustiziato il 25 maggio 1948. Su di lui e su quello che ha fatto cala il silenzio. La damnatio memoriae è assoluta, vietato persino pronunciare il suo nome. Ancora oggi, a venti anni dalla caduta del Muro di Berlino, i familiari ignorano dove sia sepolto.
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Oltre il muro. Berlino e i linguaggi della riunificazione, a cura di A. Chiarloni - Franco Angeli, Milano 2009, pp. 206, euro 22,00.
Qual è il volto della nuova capitale a vent'anni dalla riunificazione della Germania?
Berlino resta un luogo simbolico, cuore pulsante di una realtà in continua trasformazione. La città scala il muro del tempo rivelando la ricerca di un'identità nazionale sia nei segni remoti di una tradizione dispersa che nei linguaggi più innovativi della modernità europea.
Attraverso la penna di studiosi tra i più accreditati nelle varie discipline, dall'architettura al cinema e alla letteratura, i saggi qui raccolti narrano di memoria e demolizione, congedi e vessilli di un orizzonte urbano in transito verso il futuro.
Crocevia di grandi migrazioni Berlino si ripropone come laboratorio di idee e culture diverse, realtà composita di libertà e nostalgia, tesa a sanare le ferite inflitte dalla storia. Anna Chiarloni insegna Letteratura tedesca all'Università degli Studi di Torino.
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Il mito della democrazia sociale. Giovanni Gronchi e la cultura politica dei cattolici italiani (1902-1955), di M. Serio - Rubbettino, Soveria Mannelli 2009, pp. 180, euro 10,00
L’Autore illustra il percorso politico di Giovanni Gronchi, intellettuale cattolico, sindacalista, esponente di spicco prima del Partito popolare di don Sturzo e poi della Democrazia cristiana. Finora poco studiato, Gronchi è figura di raccordo tra le istanze sociali cattoliche e la dialettica democratica repubblicana, tanto da essere eletto presidente della Repubblica da un vasto fronte di centro-sinistra. Indagare, al di là delle contingenze parlamentari, le ragioni della convergenza sul suo nome di quell’ampio schieramento politico a metà degli anni Cinquanta, significa ripensare la natura dei programmi sociali di movimenti e partiti usciti dalla Resistenza e confluiti nella Costituente, e in particolare riflettere sulle componenti sociali-corporative di un comune atteggiamento democratico.
Affiancando al taglio politologico l’impiego di fonti storico-documentarie, l’Autore opera una disamina della collocazione del pensiero sociale cattolico nel contesto dei dibattiti e delle esperienze di intervento sociale maturati tra gli anni Trenta e Cinquanta, seguendo lo strutturarsi del percorso di un “mito politico” che avrebbe portato Gronchi alla presidenza della Repubblica italiana.
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L'intrigo di Berna. Dilpomatici, generali, agenti segreti: la verità sulla fine della guerra in Italia, di A. Pino - Mondadori, Milano 2010, pp. 352, euro 18,00
Negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale l'Italia è divisa in due dalla Linea gotica. Se gli alleati attaccheranno, Hitler risponderà con una ritirata strategica facendo "terra bruciata". Verranno rase al suolo tutte le industrie e le infrastrutture del Nord Italia, comprese le centrali elettriche delle Alpi, mentre le armate della Wehrmacht confluiranno nelle fortezze alpine per combattere fino all'ultimo uomo. Servendosi di abilissimi mediatori (agenti svizzeri e fiduciari della Santa Sede), i servizi segreti delle SS fanno sapere agli americani che sono disposti a trattare: non ci saranno distruzioni né spargimento di sangue a condizione che agli ottocentomila armati tedeschi sia consentito di rientrare in patria per respingere l'invasore sovietico. Anche se gli americani non possono infrangere il patto di alleanza che li vincola ai russi, la prospettiva di conquistare l'Italia senza più combattere è molto allettante. Si apre così a Berna la trattativa: nome in codice, Operation Sunrise. Suoi principali protagonisti: Alien Dulles, capo della filiale di Berna dell'Office of Strategie Services americano, e il generale delle SS Karl Wolff, plenipotenziario tedesco in Italia e pupillo di Himmler e Hitler. Quando, però, i russi scoprono il gioco, la fiducia fra Est e Ovest si incrina pericolosamente.
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«Ereditate la verità». Memorie di una violoncellista ad Auschwitz, di A. Lasker Wallfisch, Mursia, Milano 2010, pp. 296, euro 18,00
La commovente storia di Anita e Renate, due sorelle ebree tedesche la cui famiglia viene smembrata a causa delle persecuzioni naziste tra il 1939 e il 1945. Dopo la deportazione e l'uccisione dei genitori rimangono, appena adolescenti, sole a Breslavia dove sono incarcerate come criminali per attività "sovversive". Subiscono la deportazione prima ad Auschwitz e poi, all'incalzare dell'Armata Rossa, a Belsen. Sarà la musica a salvare loro la vita in quanto Anita entra, come violoncellista, a far parte dell'orchestra del Lager diretta da Alma Rosé, nipote di Gustav Mahler. La testimonianza intensa di due sopravvissute che hanno dimostrato un coraggio e una determinazione eccezionali.
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Dalla parte dei vinti. Memorie e verità del mio Novecento, di P. Buscaroli - Mondadori, Milano 2010, pp. 521, euro 24,00
Nonostante sia trascorso più di mezzo secolo dal crollo del fascismo e dalla fine del secondo conflitto mondiale, siamo davvero convinti di sapere come andarono effettivamente le cose? Il tanto discusso dopoguerra italiano può considerarsi concluso? Piero Buscaroli, critico musicale, scrittore e giornalista non ne è affatto convinto e ha deciso di aprire la sua valigia di carte, documenti inediti e ricordi troppo a lungo taciuti per raccontarci il suo Novecento. Adolescente romagnolo con la passione per il pianoforte, assiste con stupore a fianco del padre Còrso, insigne latinista, al naufragio "non casuale" del 1943-45, che precipitò l'Italia in una spirale di guerra e violenze. L'interpretazione di eventi come la "congiura" del 25 luglio contro Mussolini, la dissoluzione militare e civile dell'8 settembre, l'occupazione tedesca e i "crimini dei vincitori" ci restituisce l'immagine di un Buscaroli "schierato a vita", cittadino coatto di una "ex nazione". Le sue "passeggiate fuori dalle solite strade della storiografia dominante" lo portano poi a visitare luoghi simbolo del Novecento come il Giappone e la Germania del dopoguerra, il Vietnam del 1966, la Praga del 1968, senza rinunciare agli incontri, che si susseguono in questi anni, con personaggi altrettanto significativi, da Ezra Pound a Dino Grandi, dall'ambasciatore giapponese Hidaka - l'ultima persona che ebbe un colloquio con Mussolini prima dell'arresto ordinato dal re - al dittatore portoghese Salazar.
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Le coincidenze significative. Da Lovecraft a Jung, da Mussolini a Moro
la sincronicità e la politica, di G. Galli - Lindau, Torino 2010, pp. 200, euro 18,00
Partendo da un concetto definito da Jung nel 1950, quello di sincronicità, Giorgio Galli propone un’analisi della realtà politica italiana e internazionale dell’ultimo secolo, attraverso l’individuazione di «coincidenze significative» fra gli eventi della storia. Esse, secondo lo psicoanalista svizzero, riguarderebbero fatti non vincolati da un rapporto di causa ed effetto (l’uno non è la conseguenza dell’altro) ma caratterizzati appunto da sincronicità (avvengono nello stesso tempo), e che presenterebbero un’evidente comunanza di significato. Muovendo dalla suggestiva intuizione junghiana, Galli individua nelle coincidenze significative il prodotto di un «gruppo di eventi schierati attorno a un centro», la cui decifrazione coincide con il tentativo di mettere ordine in una realtà sempre più difficile da decodificare secondo i canoni tradizionali della causalità.
La storia e la cronaca offrono numerosi e sorprendenti esempi di «coincidenze» – quelle che legano Matteotti, Mussolini e Moro, ma anche la strage di piazza Fontana, gli Ufo e il caso Calvi; oppure quelle che caratterizzano la politica estera statunitense da Reagan a Obama, passando per l’attacco alle Twin Towers –, che l’occhio esperto di Galli individua facendo emergere relazioni inattese e «misteriose», ma proprio per questo intriganti. Al lettore l’invito e la sfida a coglierne altre.
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Le parole dei lager, di L. Settimelli - Castelvecchi, 2010, pp. 190, euro 14,00
La realtà della Shoah non è racchiusa in una sola storia, ma in mille storie.
Dalla A di «antisemitismo» alla Z di «Zyklon B», Le parole dei lager raccoglie i concetti-chiave di un linguaggio – quello del terrore – che, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, fu parlato a livello europeo. Per questo, nel libro di Leoncarlo Settimelli, accanto alle parole che i deportati hanno pronunciato nei giorni terribili della permanenza nei campi di concentramento, si fa largo una mappa ragionata del collaborazionismo, e viene tracciato – per la prima volta – un panorama completo del sostegno dato alla Shoah dai vari fascismi nazionali (dalle Croci frecciate ungheresi agli ustascia croati) e dalle tante aziende pronte ad approfittare del «lavoro-schiavo» di milioni di prigionieri.
Il risultato è racchiuso in un lavoro assolutamente prezioso: uno strumento indispensabile per conoscere un passato che sarebbe criminale anche solo pensare di poter dimenticare.
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