EDITORIALE - STORIA OGGI
A ciascuno il forno che si merita
E ribellarsi è peccato
di PAOLO M. DI STEFANO*
Meglio di così il 2010 non poteva iniziare.
A me sembra che quel freddo e instabile gennaio che si è appena concluso abbia avuto almeno il merito di riproporre all'attenzione tre o quattro argomenti di tutto rispetto, degni di essere tenuti nella massima considerazione per la pianificazione di un futuro luminoso o, se proprio non fosse possibile far luce, meno buio.
Questi, non in ordine di importanza.

La rivolta degli immigrati a Rosarno ha tracciato le linee strategiche del comportamento ideale per risolvere il problema degli immigrati, in particolare di quelli clandestini: i ribelli sono stati caricati su mezzi vari di trasporto e trascinati via, volenti o nolenti. Qualcuno, ha scelto il treno, al posto degli autobus controllati dalla polizia, e se ne è andato. Verso una nuova forma di schiavitù e di sfruttamento, quasi certamente. E le arance sono rimaste sugli alberi, perché raccoglierle non è un lavoro degno di un popolo avanzato, nobile, educato e tollerante. E soprattutto di antica cultura.
E la cacciata dei clandestini val bene la perdita di un raccolto!

Non v'è dubbio alcuno che quella gente meritava di esser punita, e di esserlo duramente. Non fosse altro che per la ingratitudine dimostrata. Ma come: io ti metto a disposizione qualcosa di simile alla vecchia cuccia del mio cane, nobilissimo animale, e tu ti ribelli? Ti consento di mettere il cartone in cui abiti all'ombra del mio albero, e tu ti ribelli? Ti chiedo di pagare un affitto, mio sacrosanto diritto, e tu ti ribelli? Ti procuro un lavoro nel mio campo, e ti pago rispettando il principio (ancora una volta sacrosanto!) del minimo mezzo, e tu ti ribelli? E a lui, che ti ha consentito di assumere questo lavoro sacrificandosi, lui, per poterti scegliere tra tanti altri alle prime ore del mattino e portarti nel campo di pertinenza; a lui, che ti viene a riprendere a sera, come hai il coraggio di negare la giusta mercede per il suo lavoro? Ti ribelli? Se non ti resta quasi niente, sono fatti tuoi. Il servizio di cui hai usufruito va pagato. La legge della domanda e dell'offerta è più che chiara. Se non la conosci, peggio per te. Io ho il diritto di far svolgere il lavoro da chi mi costa meno e nei modi e nei tempi per me meno costosi. E sono un ottimo imprenditore, per questo. E per questo evito ogni misura di prevenzione, di sicurezza, di previdenza: costerebbero troppo, e il mio profitto andrebbe a farsi benedire. E tu ti ribelli?
A prescindere dal fatto che tu non hai nessun diritto, neppure quello di ribellarti.
E se ti ribelli, ti caccio. Perché sei un ingrato, un ladro di lavoro, una macchia di sporco nella mia città, che è mia, è la mia casa nella quale tu sei entrato di nascosto e sei ospite indesiderato.
E se ti ribelli, ti caccio.

E quando tutta l'Italia avrà preso coscienza della nobiltà del messaggio di Rosarno...

Una nota a margine, opinione puramente personale e mia: presto o tardi, i nuovi schiavi si ribelleranno. E se lo faranno in modo organizzato, forse per noi verranno tempi di durezza infinita.


Politica e forni può sembrare un accostamento peregrino e comunque inusuale. Ma la presa di coscienza della funzione del forno è a mio parere un aspetto di enorme positività. Significa che finalmente la Politica, ricorrendo ad una pratica basilare della cultura e della civiltà di tutti i popoli della terra, ha intrapreso la via delle cose comuni e concrete, delle cose che uniscono.
Dice: ma che le bocche dei politici siano sempre state paragonate a dei forni è cosa antica quanto l'umanità. E' vero: poca gente, come i politici, ha dimostrato di avere una bocca molto larga e troppo aperta (o troppo larga e molto aperta), la qual cosa ha consentito di emettere fiumi di parole e di ingurgitare mari di risorse.
Ma il forno di cui parlo è quello che serve a fare il pane, in primis, ed altre cose non sempre e non soltanto commestibili, ma comunque utilissime, indispensabili in genere ad ogni latitudine. La cottura del pane è paradigmatica. Non basta l'uso della farina eccezionale, dell'acqua ottima, del sale di qualità, del lievito naturale; non basta un impasto eseguito a dovere e ottenuto nei tempi giusti, e neppure la lievitazione corretta. Occorre una cottura attenta, perfetta, eseguita nel forno giusto.
Dice: ma io non mangio pane... E allora? Forse che la stessa cosa non vale per la pizza? O per il panettone? O per il gateau alla napoletana? O per l'arrosto? O per le piastrelle ceramiche? O per l'arte della scultura in bronzo o in oro? O per la fusione dei metalli? E il tipo di forno, così come il tipo di cottura, è in grado di esaltare le qualità dell'impasto, così come è in grado di rendere vano ogni sforzo "di ricetta".
E allora: significa che per ogni impasto occorre "anche" il forno giusto.
E se così è, perché criticare chi, in Politica, disponendo di ricette e di impasti di qualità, è alla ricerca di forni in grado di garantire i risultati? E se questi forni sono alcuni a destra, altri a sinistra, altri al centro, altri sopra ed altri sotto o dovunque una "rosa dei forni", simile a quella dei venti, li collochi, non è forse bene che si cerchino quelli di volta in volta più rispondenti al "prodotto finale"?
Naturalmente, come il pastaio che cerca il forno giusto ha un ben definito tipo di impasto da cuocere e vuole raggiungere un bene identificato risultato, i Politici che fanno la stessa ricerca hanno certamente una "pianificazione di gestione politica" assolutamente affidabile e cercano quei "forni del potere" in grado di realizzarla.
O no?
Ancora una annotazione del tutto personale: io vedo negli ormai "tre forni" l'ombra di un sogno che ho descritto in "Tutti i colori della Politica"(Viennepierre, Milano), ormai esaurito, credo, e per questo non mi vergogno di citare me stesso. "Fusse ca fusse la volta bona?".

I terremoti colpiscono i più poveri. Sembra una costante, probabilmente voluta dalla Provvidenza perché, risparmiando i ricchi, si consente a questi di correre in soccorso delle popolazioni povere che in seguito al terremoto hanno perso anche quel pochissimo che avevano. E i ricchi possono rendersi appieno conto della propria bontà, del proprio essere pieni di buoni sentimenti, della correttezza del proprio comportamento pregresso.
Perché se non avessero accumulato ricchezze in grado di metterli al riparo dai devastanti eventi naturali (costruendo per sé abitazioni più solide, meglio in grado di resistere alla furia degli elementi, pensando esclusivamente a se stessi ed alla propria sicurezza) oggi non potrebbero "dare". E c'è di più: i ricchi che intervengono, più o meno prontamente e più o meno in modo organizzato e professionale, consentono ai "responsabili della sicurezza" - che sono, poi e in estrema sintesi, i governanti e i politici - di vantarsi a loro volta di aver fatto fronte agli eventi, con ciò cercando di far dimenticare che decine di migliaia di morti e la distruzione di intere città sono anche - non "solo", ma "anche" - il portato del modo di gestire il potere e dell'accumulo di ricchezza cui questa gestione è indirizzata.
Le favelas sembrano essere la riserva per "buoni e costruttivi interventi" al momento opportuno. Cioè, quando non servono più, gli interventi, ai diseredati che le abitano.
E poi, nei disastri esistono opportunità difficili da cogliere in situazioni normali. Per esempio, trovare bambini orfani e disperati da rivendere al migliore offerente; oppure da utilizzare come schiavi rassegnati; oppure, come serbatoio per il trapianto di organi. Oppure ancora, divenire proprietari delle terre e delle altre risorse a costi quasi nulli. Per un tozzo di pane, si dice.
E il nostro tipo di economia insegna che occorre "cogliere le opportunità".

E se provassimo a guardare al terremoto di Haiti (anche) come ad un avvertimento: occorre forse che la gente rifiuti lo status attuale del Paese? Non tanto e non solo scegliendosi governanti adatti a soddisfare i bisogni della popolazione e ad utilizzare le risorse nell'interesse della comunità, ma anche, se necessario, a individuare forme di superamento dei concetti di nazione, di indipendenza, di sovranità per perseguire e raggiungere obbiettivi di unione, di solidarietà, di comunanza. Magari con Paesi più ricchi e meglio organizzati i quali, forse, sono a loro volta orientati a cogliere la "propria" opportunità, costituita dal prendersi cura di un Paese poverissimo e distrutto e, attraverso la ricostruzione e l'uso delle risorse, fosse pure soltanto turistiche, creare un mondo di interessi comuni da soddisfare.


La gente e la politica hanno uno strano rapporto, del quale i politici sembrano profittare a man bassa. E non soltanto per soddisfare i propri istinti sessuali. E questo, praticamente da sempre. E' scritto nel libro di Samuele, 2.22.:, che aveva portato al Signore il desiderio del popolo di avere un re, e che il Signore aveva incaricato di illustrare gli svantaggi della presenza di un re. "Questo sarà il diritto del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli (...) Prenderà anche le vostre figlie per farle sue profumiere e cuoche e fornaie. Prenderà pure i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli e li darà ai suoi ministri. Sulle vostre sementi e sulle vostre vigne prenderà le decime e le darà ai suoi cortigiani e ai suoi ministri (...) Allora griderete a causa del re che avete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà." Il popolo rifiutò di ascoltare la voce di Samuele e disse: "No, ci sia un re su di noi. Saremo anche noi come tutti i popoli: il nostro re ci farà da giudice, uscirà alla nostra testa e combatterà le nostre battaglie. Samuele ascoltò tutti i discorsi del popolo e li riferì all'orecchio del Signore. Il Signore disse a Samuele: ascoltali, lascia regnare un re su di loro".
A me, il 2010 ha portato anche la rilettura di questo brano che mi pare, in buona sostanza e mutatis mutandis, abbia più di un collegamento con la situazione attuale. Nonostante gli avvertimenti di un uomo da tutti riconosciuto come espressione massima del buon governo (Samuele, appunto), il popolo, sondato dal vecchio giudice che ha ascoltato i suoi rappresentanti, ha scelto. Come dire: i sondaggi hanno detto che quasi il cento per cento degli elettori è con me.
E credo importante è notare che fin da allora il popolo, pur messo sull'avviso, si dimostra cieco e sordo.
E masochista, pure.
Che per essere un "popolo sovrano" non è male. Ma tant'è: il popolo ha scelto e, invece di un giudice, vuole un re. E' la più antica notizia ch'io abbia trovato circa le origini del conflitto tra potere politico e magistratura. Il sopravvento del primo, per volere del popolo e con l'assenso di Dio, appare dunque una necessità assoluta.
E chi opera perché la volontà di Dio e del popolo si compia è degno di rispetto e di lode.

*Docente di marketing,
consulente di comunicazione
e gestione d'impresa