Caro Direttore:
tu conosci assai meglio di me quale sia la complessità delle indagini storiografiche. E non soltanto per la difficoltà della individuazione delle fonti, della lettura e della interpretazione dei testi, della decrittazione delle glosse, della individuazione delle interpolazioni (che sarebbe già più che sufficiente per scoraggiare qualsiasi studioso che non sia animato da insensata passione), ma anche - e in un certo senso soprattutto - degli ostacoli che impediscono di attingere agli originali, in genere gelosamente conservati nelle biblioteche, e non sempre catalogati e sistemati sugli scaffali.
La gran parte delle fonti della storia contemporanea sembra aver trovato alloggio negli scantinati: un segno di estremo pudore di chi, di fronte ad un testo, esita a distruggerlo e preferisce nasconderlo, quasi a proteggerlo. Sempre più rare, queste persone, e sempre più frustrate ed avvilite.
Il fenomeno appare particolarmente evidente quando si tratti di quelle "opere politiche" aventi lo scopo di essere consultate da chi in politica opera al fine di migliorarne l'attività. Strano destino! Molto simile, peraltro, a quello dei lavori che si occupano di gestione d'impresa e si rivolgono ai così detti manager, pubblici e privati che siano, e (anche) agli imprenditori. I quali manager ed imprenditori sempre di più sembrano avere in comune con i politici il requisito della autoreferenzialità, immediatamente riconoscibile dalla incapacità di leggere (e di ascoltare) i lavori altrui.
Scusa, caro Direttore, questa lunga premessa, ma mi è sembrato importante - in questo mondo ormai solo orientato alla vendita e all'uso sfrenato delle argomentazioni ritenute meglio adatte a valorizzare il nulla - accennare al mondo nel quale noi tutti cerchiamo di vivere nel migliore dei modi possibili e ai suoi trabocchetti, legacci e lacciuoli, anche cercando di sopravvivere, magari con qualche consapevolezza in più.
Ci vuole fortuna. E ce ne vuole tanta.
Ed è per pura fortuna che mi sono imbattuto in una traccia che mi è parsa subito interessante: un "avviso di ricevimento" numero 6961 del 25 novembre 1993 riguardante una raccomandata della stessa data spedita dall'ufficio "Milano 41" e indirizzata a un imprenditore al tempo noto solo come tale, residente in una località (allora) poco nota e chiamata Arcore. Tu capisci che non potevo resistere alla curiosità: oggi quell'imprenditore è padrone d'Italia, e gli italiani sembrano contenti di servirlo e riverirlo, probabilmente perché egli li rappresenta tutti e al meglio.
Ne incarna i sogni, dalla ricchezza al potere al sesso. E, in più, decide per loro, con questo sollevandoli da ogni responsabilità diretta. Che per l'italiano medio non è poca cosa.
Potevo lasciar perdere? E dunque, ho cercato di andare a fondo. E ho così scoperto che la raccomandata accompagnava un libro dal titolo stranamente simile a uno slogan usato qualche anno dopo dalla sinistra italiana (peraltro, sfortunato come tutto quanto oggi riguarda la sinistra). Me lo sono procurato, quel libro e.
Ma forse è meglio citarne direttamente alcune parti: almeno, eviterò le sempre possibili distorsioni della interpretazione.
«. Se, poi, ci richiamiamo alle qualità che una legge, che le leggi in genere devono avere per essere considerate buone leggi, ci accorgiamo che esse qualità non sono affatto dissimili da quelle che deve avere ogni altro prodotto: devono essere adatte a soddisfare il bisogno di riferimento nel modo più efficace, sicuro, rapido ed economico (nel senso, stavolta, proprio di poco costoso o di meno costoso possibile). Il che, mentre da un lato impone procedure che rispondano a certezza e rapidità ed economia (procedure di esame e di approvazione, intendo) dall'altro impone qualità di chiarezza e certezza del testo. La pratica d'impresa insegna che queste qualità possono ottenersi soltanto quando la struttura che opera sia flessibile e snella, le procedure efficaci e rapide. A queste condizioni osta il numero dei Parlamentari, il quale andrebbe pertanto radicalmente ridotto. Tanto per fare un numero, io penso che una Camera dei Deputati composta da circa cento persone e un Senato più o meno altrettanto numeroso possano essere più che sufficienti e basterebbero ampiamente a garantire un lavoro senza dubbio molto migliore di quanto non sia stato quello svolto fin qui da Camere ben più popolate. Sempre che i deputati e i senatori lavorino, naturalmente, e lo facciano tutti e a tempo pieno e in modo esclusivo. E purché l'organizzazione del lavoro - e quindi lì organizzazione dei due rami del Parlamento - e le procedure di proposta, esame e approvazione delle leggi sia razionale ed efficiente: sia cioè strutturata in vista delle produzione di leggi essenziali, chiaramente leggibili, comprensibili da coloro ai quali si rivolgono, e non soltanto dagli addetti ai lavori (e talvolta neppure da questi). Circa il numero indicato (più o meno cento persone per Camera) esso consentirebbe, se proprio dovesse essere ritenuto necessario, di rappresentare il territorio in ragione di un deputato e di un senatore per ciascuna provincia: se veramente gli eletti dovessero fare gli interessi dello Stato e solo attraverso questi quelli dei cittadini, una siffatta rappresentanza sarebbe più che sufficiente».
Caro Direttore:
il lavoro che sto esaminando procede con considerazioni certamente interessanti, ma delle quali occorre a mio avviso individuare la vera natura. Se di scherzo. Oppure di proposta. Oppure di manifestazione di delirante follia. O di sfrenato ottimismo, che è la stessa cosa.
Certo sembra che il parlare di "cento" Deputati e di "cento" Senatori abbia una straordinaria assonanza con quell'ecatombe che individua il sacrificio di cento buoi. E i buoi sono noti nell'immaginario collettivo per fare soltanto quello che il padrone vuole. Ed anche è vero che il "padrone" è colui che, con mezzi diversi divenuto titolare di ricchezze e quindi anche di potere, mantiene ed espande le une e l'altro, meglio se con il consenso della "gente". Che non a caso, essa "gente", è talvolta assimilata proprio ad un parco buoi. Come accade in borsa, per esempio, e spesso in politica.
E se l'Autore avesse voluto anche ricordare un'altra possibilità? Nell'anno mille, si aspettava la fine del mondo. Mille e non più mille. Perché non immaginare un "cento e non più cento" per la fine del Parlamento e della democrazia, almeno per come li conosciamo?
Mi accorgo, però, di cominciare a scivolare nella "interpretazione", e dunque su terreno minato. E faccio marcia indietro.
Torno al testo solo per segnalare la citazione di quella che è riportata come una norma di legge vigente, ma della quale non ho trovato altra traccia. Questa: «Chiunque si candidi o venga candidato alla elezione alla Camera dei Deputati, al Senato della Repubblica o a qualsiasi altro degli organi elettivi Statali, Regionali, Provinciali, Comunali e Circoscrizionali si presume, fino a prova contraria, incapace a svolgere qualsiasi incarico o mansione e i suoi atti sono annullabili per vizio di dolo o colpa grave. L'onere della prova spetta al candidato. Chiunque venga eletto ad una qualsiasi delle assemblee o organi elettivi di cui in alinea si presume, fino a prova contraria, incapace di svolgere qualsiasi incarico o mansione e i suoi atti sono annullabili per vizio di dolo o colpa grave. Il soggetto acquisisce lo status di inquisito dal momento delle elezione e per tutto il periodo di durata del mandato. Lo status cessa decorsi due anni dalla fine del mandato stesso. In caso di rielezione, il soggetto acquista lo status di inquisito per associazione a delinquere per tutto il periodo della sua permanenza presso l'organo elettivo. Detto status cessa cinque anni dopo l'ultimo giorno del mese di scadenza dal mandato».
Capirai, Direttore, come io mi sia gettato a capofitto nel lavoro di interpretazione di quanto contenuto in questo incunabolo dotato, tra l'altro, di una copertina verde speranza. Che è un colore serio, il verde, del tutto alieno dai significati tribal-paesani che da qualche tempo si cerca di attribuirgli. Ma poiché si tratta di una fatica non breve, spero tu voglia darmi la possibilità di tornare sull'argomento appena possibile. Ma una cosa voglio anticiparla. Verso la conclusione il testo che sto studiando contiene una considerazione interessante, che ancora una volta cito testualmente. «.la norma e il corpus che la contiene sono il risultato di una serie molto accurata di osservazioni condotte da studiosi di sociologia e di comportamentistica umana sui fatti e sulla azioni di tipo comunemente definito politico risalenti a venti anni avanti e svoltisi nelle più diverse circostanze. Si è dimostrato come alla incapacità fisiologica di gestire la cosa pubblica i politici abbiano costantemente affiancato una eccessiva attenzione agli interessi personali, quelli degli amici e quelli degli amici degli amici. E in forza di un obsoleto principio che recitava che nessuno è colpevole fino a prova del contrario, mentre si sono raggiunte le prove della corruzione, della malversazione, della connivenza e di altre piacevolezze del genere, non c'è la prova che chi non sia stato colto con le mani nel sacco sia effettivamente innocente. E poiché non ostante l'individuazione di alcuni (pochi!) certamente colpevoli, il disastro politico amministrativo è continuato, aggravandosi se possibile, se ne è tratta la conclusione della inadeguatezza della presunzione di innocenza a tutelare i diritti dello Stato e dei cittadini. (.)».
Il testo prosegue, Direttore e così il mio studio. Spero tu possa apprezzare questo impegno e ti auguro buon lavoro.
*Docente di marketing,
consulente di comunicazione
e gestione d'impresa
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