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Cominciò nel 1927 la leggendaria corsa
automobilistica che faceva impazzire gli Italiani
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La
prima Mille Miglia storica - Brescia-Roma e ritorno per un totale di 1.650 km.,
da qui il nome dato alla corsa - nel 1927 se l'aggiudicò la coppia Ferdinando
Minoia-Giuseppe Morandi sulla vettura bresciana OM 200 alla media di 77kmh.
Un'avvenimento di grande portata, popolato di protagonisti entrati nella
leggenda, ideato da quattro personaggi, amici e appassionati dello sport dei
motori: Aymo Maggi, Franco Mazzotti il "John Wayne della Bassa", Renzo
Castagneto, tutti e tre bresciani, e Giovanni Canestrini, giornalista della
Gazzetta dello sport, che in casa sua ospitò la prima riunione, quella che diede
vita alla Mille Miglia: era un giorno di dicembre del 1926. Il 26 marzo 1927 si
corse la prima edizione. A dispetto delle previsioni pessimistiche che, alla
vigilia della prima edizione, sostenevano che non sarebbero arrivate che una o
due macchine, il successo fu travolgente, per la prestazione delle macchine e
dei loro piloti. La gente per le strade si entusiasmò, a Roma al passaggio delle
vetture si videro il piccolo re Vittorio Emanuele III e anche il Duce, Benito
Mussolini. Fatto sta che si organizzarono le successive edizioni. Macchine leggendarie, che sfioravano i cento km
all'ora, ma capaci di sviluppare i centosessanta sui rettilinei. A conquistare
la vittoria, nella seconda edizione, fu Giuseppe Campari di Lodi, detto il
negher per la carnagione scura e i capelli corvini. Nato nel 1892, il negher
divenne presto popolare nel mondo delle corse, ma ancora prima di
quell'affermazione nella Mille Miglia era famoso. Corpulento, massiccio con i
suoi cento chili e passa che lo costringevano a fare non poca fatica per entrare
nell'abitacolo della sua vettura, Campari si era fatto notare dapprima come
collaudatore all'Alfa Romeo e quindi come pilota. Era un nome celebre, negli
Anni Venti, grazie alle sue vittorie in diverse corse in pianura e in salita.
Attorno al suo personaggio fiorirono leggende, come si conviene per ogni
campione che si rispetti . I cronisti di quegli anni pionieristici riferivano
dettagli sulle sue abitudini. Il negher, come era conosciuto sulle piazze e nei
paesi italiani, era capace di mangiare una dozzina di uova prima di ogni
partenza. Raccontano episodi curiosi e divertenti. Una volta, durante una Mille
Miglia, Campari - proprio per il suo formidabile appetito - si fermò in
un'osteria poco fuori Roma per consumare un vero e proprio pranzo: due grosse
porzioni di abbacchio, due piattoni di pastasciutta e per finire una zuppiera di
pomodori e insalata. Dopo quella sosta di nuovo in macchina verso il traguardo
di Brescia. Campari non era solo un campione del volante. Aveva il talento e la
voce di un cantante lirico, l'altra sua passione. Tanto che non nascondeva
l'ambizione di concludere la propria esistenza dandosi al bel canto. Raccontano
i testimoni che non era raro ascoltarlo canticchiare una romanza mentre ai box
controllava la propria macchina prima di una corsa. E una volta in Francia, al
termine di una gara vittoriosa, non sapendo una parola di francese prese a
intonare "0 sole mio, sta in fronte a te...". Campari non poté realizzare il
sogno di seg uire l'ispirazione canora, dopo l'attività sulle macchine. La morte
lo colse immaturamente all'indomani di una corsa in terra di Francia, nel 1933.
Il suo nome rimase legato all'Alfa Romeo ma anche alla Maserati, alla quale
passò negli ultimi anni della sua fulgida carriera. Un campione di razza, uno
dei grandissimi piloti che hanno scritto alcune delle più belle pagine dello
sport motoristico. Sulla scena, pardon sulle strade della Mille Miglia, si
imposero presto altre due stelle dell'Alfa Romeo: Tazio Nuvolari, il mantovano
volante, e Achille Varzi. I loro duelli appassionarono gli italiani di
quell'epoca che sembra tanto lontana. Nuvolari, che prima di gareggiare sulle
quattro ruote aveva corso in moto conquistando numerose vittorie, era un tipo
minuto, tutto il contrario della figura massiccia, imponente di Campari. Dopo le
sue vittoriose esperienze sulle due ruote e in alcune gare automobilistiche, in
Italia e in Europa, si consacrò campione e allargò la sua popolarità proprio in
occasione della Mille Miglia del '30. Tazio Nuvolari vi arrivava con l'aureola
dell'eroe: aveva gareggiato nel 1925 in un Gran Premio delle Nazioni (moto)
ingessato, bendato e incerottato, conseguenze di un grave incidente
automobilitisto che pareva l'avesse messo fuori causa; difatti i medici gli
proibirono di correre, ma lui non ne volle sapere e scese in pista così com'era:
sotto una pioggia scrosciante gareggiò e vinse .
Dallo stile di guida
inimitabile, il mantovano volante aveva un modo tutto suo di affrontare le curve
senza mai staccare il piede dall'acceleratore. Riusciva così a superarsi e a
superare i limiti dell'impossibile, mandando in escandescenze quanti lo
osservavano dai bordi delle strade o dalle finestre e dai balconi delle case che
si affacciavano lungo il percorso. Nuvolari era dotato di un talento fuori
dall'ordinario. Aveva tutti i requisiti per poter guidare con tanta audacia e
temerarietà: riflessi pronti, nervi d'acciaio, resistenza . inesauribile.
Inoltre Tazio aveva dentro di sé una costante voglia di vincere, che sapeva
esprimere e manifestare nella sua irruenza e nella foga con cui affrontava ogni
corsa anche la meno importante. Il suo rivale, il galliatese Achille Varzi, era
di carattere e temperamento opposti. Non solo al volante ma nella vita. Anche
Varzi gareggiava con un'Alfa Romeo. Ma il suo stile era freddo e distaccato,
quanto l'altro, Nuvolari, era irruente. In gara Varzi era tutto calcolo . Nella
loro esistenza invece Nuvolari era riservato e tutto casa, Varzi era estroverso,
amava circondarsi di allegre compagnie, anche il divertimento più sfrenato.
Tanto sfrenato che gli eccessi lo portarono proprio alla fine di quegli Anni
Trenta nel tunnel della droga. Ma veniamo ai
loro duelli sul filo dei duecento all'ora. Achille Varzi da Galliate
(un paese vicino a Novara) si affacciò alla ribalta nel 1930 quando aveva
ventisei anni. Pure lui era piuttosto smilzo, con i capelli biondi e gli occhi
chiari. Era sempre molto elegante e aveva un certo successo con le donne, sue
grandi ammiratrici. Anche Varzi veniva dalle moto, dove ottenne diverse
vittorie. Tra Nuvolari e Varzi si consumarono imprese affascinanti, fatte di
accelerate e di virate improvvise, di colpi geniali, che non mancarono di
alimentare il fascino dei due personaggi, circondati da un alone di mistero:
erano centiania e centinaia le persone che aspettavano il loro passaggio, di
giorno e di notte, sulle strade della Mille Miglia. Leggendarie erano anche le
macchine. Erano i tempi delle Om, delle Alfa, ma anche e soprattutto delle
Bugatti, delle Bianchi e delle Torpedo, ispiratrice di una canzone dell'epoca:
"Torpedo blu...". Naturale che i piloti di quelle corse fossero dei miti,
ricevuti con tutti gli onori nei palazzi romani . Non a caso se ne interessarono
letterati illustri. Per non parlare di un pezzo d'antologia, scritto da un
cronista di eccezione ai primi del Novecento, il praghese Franz Kafka. Vale la
pena di sottolineare che le Mille Miglia venivano seguita con interesse da
Gabriele D'Annunzio, il Vate del Vittoriale, che ne scrisse in alcuni dei suoi
versi. Varzi e Nuvolari entrarono anche nel cinema, che, come la letteratura e
l'arte, ne celebrò le imprese. Ma non erano i soli piloti. Insieme e dopo di
loro, erano grandi personaggi i Minoia, che con la sua OM aveva vinto la prima
edizione della Mille Miglia, i Rosa, i Coffani, i Bassi e i Gazzabini.
Ferdinando Minoia, affettuosamente per tutti i suoi estimatori "Nando", a
quarantasei anni divenne il numero uno indiscusso tra i piloti di quegli anni.
Il suo stile "era così morbido - scrisse Canestrini in uno dei suoi famosi
articoli per la Gazzetta che, per chi viaggiava al suo fianco, sembrava di
marciare sulle rotaie anziché su strade tortuose". Il che la dice lunga del modo di guidare di Minoia su
strade che, a quell'epoca, per la maggior parte, erano senza asfalto. Milanese,
Minoia si era formato come collaudatore della Isotta Fraschini, altra casa
automobilistca che fa parte del mito, passando poi a partecipare a decine di
corse, come pilota. Il popolare Nando ottenne gli elogi del senatore Giovanni
Agnelli, il fondatore della Fiat, e del principe Florio, un nobile siciliano,
promotore della Targa Florio, un'altra classica delle prove su strada. In
Toscana, per iniziativa di un grande pilota, Emilio Materassi, che era stato per
anni alla guida della Bugatti, nacque la prima vera scuderia. Questo signore di
origine fiorentina, una volta smessa l'attività di pilota, continuò ad occuparsi
di auto e di piloti, allestendo una squadra, scegliendo tra i migliori
conduttori dell'epoca. Tra gli altri venne a far parte della sua scuderia Luigi
Arcangeli, un romagnolo, affermatosi da giovanissimo come ciclista e
motociclista, poi dal 1924 passato a guidare una Maserati.
Emilio Materassi, dopo
averlo seguito, lo chiamò e lo ingaggiò, facendolo correre su una elle sue tre
vetture Talbot. Arcangeli esordì per la scuderia Materassi nel Circuito di
Cremona dove si impose addirittura su Nuvolari, il quale appena sceso dalla sua
vettura, al termine della gara, non mancò di complimrentarsi con il vincitore.
Un altro protagonista delle Mille Miglia venne dalla Germania con una potente
vettura, la sua Mercedes SSK: Rudolph Caracciola. Oriundo italiano, e
precisamente di origine napoletana, Rudolph Caracciola aveva tutto del carattere
partenopeo, poco del tedesco: allegro, gioviale, estroverso, si conquistò le
simpatie degli appassionati, proprio con un'intervista pubblicata sulla Gazzetta
dello sport alla vigilia del suo debutto nella Mille Miglia del 1930, affollata
di piloti illustri. Tra gli altri, un altro tedesco, Christian Werner, un duro
di Stoccarda, che aveva collezionato successi non solo in Germania ma anche in
una Targa Florio. Ormai i piloti celebri erano numerosi, tutti pronti a
contendersi con le loro vetture una vittoria nella corsa che da Brescia a Roma
riportava a Brescia, culla della Mille Miglia, sulle strade di mezza Penisola.
C'era anche una nuova marca divenuta famosa ad affiancarsi alle auto di
quell'epoca, la Lancia, affidata a due piloti di prim'ordine, Gildo Strazza e
Luigi Gismondi . A fianco delle squadre
ufficiali, dalla Om, le Officine Meccaniche di Brescia, alla Alfa
Romeo, alla Bugatti, alla Maserati, cominciavano a spuntare le prime scuderie.
Di Materassi si é accennato, Proprio nello stesso anno, nel 1929, comparvero la
"Scuderia Ferrari" e la "scuderia Bornigia". Fu appunto in quell'anno che Enzo
Ferrari, che veniva da una fruttuosa esperienza di pilota e organizzatore nei
ranghi dell'Alfa Romeo, pensò di dare vita a una propria scuderia. Al suo
esordio nella Mille Miglia, Enzo Ferrari iscrisse tre piloti cioé l'onorevole
Luigi Scarfiotti, il cui figlio Ludovico diventerà un pilota di Formula 1, Mario
Tadini ed Eugenio Siena. Tutti e tre correvano per la Casa Ferrari ma su
macchine Alfa Romeo. Il grande Enzo Ferrari non aveva ancora costruito le sue
vetture nell'officina di Maranello. Partì ben più agguerrita la scuderia
Bornigia, romana, che alla sua prima Mille Miglia schierò ben nove vetture Om,
tre di esse affidate al toscano Renato Balestrero, il vincitore di un Gran
Premio di Tripoli, a Timo Danieli e a Carletto Pintacuda, futuro vincitore di
due edizioni delle Mille Miglia nel 1935 e nel 1937. Passata come una meteora la
Materassi, alla morte del suo fiondatore (deceduto in un terribile incidente a
Monza durante il Gran Premio d'Italia del"28) non si trovò chi ne raccolse in
Toscana l'eredità. Ma emersero nel frattempo piloti di vaglia, che con mezzi
propri seppero distinguersi come il comasco Abele Clerici che guidava una
piccola Citroen, Guido Meregalli con una Fiat 500, il cileno Juan Zanelli con
una Fiat 1100, Luigi Fagioli con una Salmson 1100, il bergamasco Giulio Foresti
con un'Alfa Romeo 1750. A completare il lotto in quel 1930 ci fu pure l'esordio
di due giovanissimi ovvero Emilio Romano alla guida di una Bugatti 1500, e Piero
Taruffi, pure lui su una Bugatti ma di 3000 cc.
C'era
grandissima attesa in quel millenovecento e trenta per la Mille Miglia data la
folla di piloti e il gran numero di macchine. Ci furono in effetti episodi
avvincenti, spettacolari fuori strada, incidenti, episodi drammatici. Ma anche
questa volta la corsa si disputò all'insegna del duello tra Varzi e Nuvolari.
Per la verità fu Achille Varzi a dominare la scena, con "Nivola" costretto a
inseguire per quasi tutta la gara. Varzi volava letteralmente, passando di città
in città sempre in testa, una vera lepre. Il suo sogno sembrava concretizzarsi
quando alle porte di Brescia, e precisamente a Lonato, a pochi km dal traguardo
dunque, quel matto del mantovano volante lo sorprese e lo acchiappò andando a
gustarsi il successo sul corso Zanardelli. Un dramma per Achille Varzi quando
alle prime luci del giorno si accorse che la macchina che lo inseguiva, quella
di Nuvolari per l'appunto era a pochi metri dalla sua che lasciava una nuvoletta
di fumo scuro. Varzi capì di aver perso la partita, e confessò di aver pianto
con le mani sul volante lacrime amare, di stizza più che di rabbia. Staccati via
via sul traguardo arrivarono gli altri, il terzo fu il negher, Campari, che
appena sceso dalla vettura non poté nascondere il proprio disappunto: "E' andata
male", disse. Poi giunsero tutti gli altri, a intervalli, con vari distacchi.
Non arrivò mai al traguardo la graziosa principessa Colonna, che aveva voluto
partecipare anche lei, la prima donna pilota in una gara automobilistica. Era al
suo debutto, fu fermata anche lei a pochi km da Brescia, a Peschiera, da un
brutto guasto meccanico.
(1 - Continua)
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