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L'assedio alla "fortezza" Giappone negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale seguì tre direttrici: l'Indonesia, i territori birmani e, infine, le isole del Mar Cinese Orientale. Un ruolo fondamentale fu svolto dai bombardieri negli attacchi al territorio metropolitano.
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Il tramonto del Sol Levante
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In seguito alle vittorie americane nel Pacifico, che avevano interrotto ogni collegamento tra l'arcipelago nipponico e le ricche regioni del sud-est asiatico, e con lo scopo di contenere la crescente e inarrestabile potenza dell'aviazione americana, che si serviva anche delle basi cinesi per attaccare il Giappone, le truppe del Sol levante lanciarono alla fine del 1944 una campagna offensiva contro gli eserciti di Chang Kai-shek. Questa offensiva si prefiggeva due obiettivi principali: ristabilire il collegamento via terra con l'Indocina e l'Indonesia; occupare le zone dove si trovavano le maggiori basi della 14a forza aerea americana del generale Claire Lee Chennault, comandante delle famosi "Tigri Volanti" che combattevano in Cina già dall'inizio del conflitto. Nella primavera dello stesso anno un'offensiva giapponese aveva portato a inglobare vasti territori del centro della Cina e al controllo su tutta la ferrovia Pechino-Hankow.
L'offensiva dell'autunno del 1944 portò al congiungimento delle forze nipponiche della Cina centrale con quelle dislocate in Indocina e a Canton, oltre all'occupazione delle basi americane. Con quest'avanzata i giapponesi inflissero un duro colpo ai cinesi, isolando completamente vaste zone e numerosi eserciti nella Cina sud-orientale. Sulla scia di questo successo i giapponesi puntarono su Kweiyang, per tagliare la "strada della Birmania", che passava da quella città, e investire da sud la città di Chung-King. Ma il tentativo fallì in seguito all'intervento di forze scelte cinesi.
La situazione in Cina, che gli americani valutavano ormai insostenibile per l'esercito nazionalistico di Chang Kai-shek, mutò improvvisamente nella primavera del 1945 quando i giapponesi, in seguito alle condizioni generali strategicamente insostenibili del proprio ancor gigantesco apparato militare, iniziarono a ritirarsi dalla Cina incalzati dalle truppe cinesi, attestandosi sul fiume Yangtze.
In Birmania, intanto, dopo la battaglia di Imphal del settembre 1944, ripresero le operazioni militari, con un'offensiva congiunta di anglo-indiani, americani e cinesi, che aveva come obiettivo la conquista di tutto il paese. I tre fronti alleati in Birmania centro-settentrionale si congiunsero entro la fine d'ottobre, portando all'occupazione di gran parte della zona nord del paese. Le operazioni continuarono nei mesi successivi contro Mandalay e Lashio, e contro Akyab lungo la costa. Le prime due città caddero in mano alleata il 20 e il 24 marzo 1945, mentre la terza era nelle mani delle truppe anglo-indiane già dal 3 gennaio. La campagna proseguì con estrema rapidità, gli alleati volevano terminare la campagna birmana, prima dell'arrivo dei monsoni. Il 3 maggio 1945 cadeva la capitale birmana, Rangoon, ed entro la fine della stesso mese quasi tutto il paese poteva dirsi liberato dall'occupazione giapponese. Entro la prima metà di maggio le unità che avevano conquistato Rangoon effettuarono il congiungimento con la colonna che scendeva verso sud e con le truppe che avanzavano lungo la costa dell'Arakan.
La riconquista della Birmania, la minaccia sull'area Siam-Indocina da parte delle stesse forze liberatrici e la conclusione delle operazioni statunitensi nelle Filippine raggiunsero lo scopo di isolare le truppe giapponesi del sud-est asiatico dal fronte principale, che si avvicinava sempre più al Giappone. In seguito alla spinta in avanti del grosso delle forze americane, attraverso Iwo Jima e Okinawa, verso il territorio metropolitano giapponese, altri reparti giapponesi restarono isolati negli atolli del Pacifico. Si calcola che con la cosiddetta tattica del "salto della rana", gli americani, conquistando solo le isole strategicamente necessarie riuscirono a isolare non meno di 235.000 giapponesi. Nel frattempo 50.000 giapponesi in Nuova Britannia, 30.000 a Wewak, ultimo caposaldo in Nuova Guinea, e 25.000 a Bougainville, nelle Salomone, venivano attaccati da truppe americane e australiane. Gli altri erano lasciati al loro destino, nell'attesa della fine del conflitto. L'offensiva finale alleata contro il presidio di Bougainville iniziò alla fine del 1944, ma nell'agosto del 1945 resistevano ancora piccole unità giapponesi.
Non potevano poi essere trascurati i 555.000 uomini del maresciallo Terauchi, che occupavano ancora l'Indonesia, la Malesia, il Siam, e l'Indocina francese. Forze ancora qualitativamente valide, concentrate e in un'area ricca di materie prime. Contro queste forze iniziarono l'offensiva unità aeronavali e terrestri americane, olandesi e del Commonwealth britannico. Tra il 1° maggio e il 1° luglio gli alleati effettuarono numerosi sbarchi nel Borneo settentrionale e orientale, isolando completamente le isole di Giava, di Sumatra e la Malesia ancora in mani giapponesi.
Nello stesso tempo si stava mettendo a punto l'attacco finale al territorio metropolitano del Giappone. Appena terminati i combattimenti a Okinawa, Iwo Jima e Saipan gli americani riattivarono le basi aeree presenti sulle isole e, con l'ausilio delle forze aerei imbarcate, diedero il via all'offensiva aerea contro l'arcipelago giapponese.
Da queste tre basi, gli americani, lanciarono ogni giorno e ogni notte attacchi sul territorio giapponese, senza incontrare praticamente alcuna resistenza. Infatti, i pochi caccia nipponici erano stati trasferiti in Corea allo scopo di preservarli per il giorno dello sbarco americano nell'arcipelago giapponese. La totale assenza di difesa aerea consentì agli americani di bombardare e mitragliare obiettivi di ogni genere, in particolar modo il sistema delle linee di comunicazioni. Iniziarono violenti attacchi sulle città e sui maggiori centri industriali del Giappone: Tokio, Yokohama, Osaka, Nagoya e Kobe.
Una svolta importante al conflitto in quest'area la diede l'entrata in produzione, nel 1944, del B-29 Superfortress (Model 341/345), un bombardiere quadrimotore a elica, il più grande e pesante tra gli aerei ad aver prestato servizio operativo nel conflitto. Inizialmente furono tentati bombardamenti diurni di precisione da alta quota su Tokyo, Nagoya, Osaka e Kobe. Ma visti gli scarsi risultati, il generale Curtis LeMay, comandante del XXI Comando Bombardieri di stanza alle Isole Marianne, passò ai bombardamenti incendiari. La prima città colpita fu Kobe, il 3 febbraio 1945. Tokyo fu colpita in tre riprese, il 24 febbraio, il 10 marzo e il 26 maggio. Oltre 41 km quadrati della città, quasi interamente costruita in bambù, bruciarono; le vittime furono circa 100.000.
Nel giugno 1945 due quadrimotori americani Liberator, raggiunsero per la prima volta il Mar del Giappone, tra l'arcipelago metropolitano e la costa della Siberia, attaccando naviglio mercantile. Questo attacco tolse al Giappone la certezza di disporre di aree non attaccabili. Alla fine dello stesso mese 450 bombardieri americani attaccarono i porti e le isole di Kyu-Shu e di Honshu, di fatto bloccando le possibilità di approvvigionamento del Giappone. I resti della sua flotta mercantile, dopo quella da guerra, vennero distrutti nei porti o lungo le coste.
Il 14 luglio 1945 iniziarono i primi cannoneggiamenti delle coste giapponesi, presso Kamaishi, da parte di navi da battaglia della III Flotta. Alcuni giorni dopo l'aviazione imbarcata attaccava i resti della flotta imperiale a Kure e Yokosukà, riducendone l'organico complessivo a 33 navi e 14 sommergibili, quasi tutti gravemente danneggiati. Il 24 si abbattè sul Giappone il più pesante attacco aereo mai condotto prima da apparecchi imbarcati. 2000 velivoli decollati dalle portaerei americane e britanniche bombardarono duramente Osaka, Sakai e Nagoya. Il 30 luglio 1945 1200 aerei appartenenti alla "task force 28", della III Flotta americana attaccarono gli aeroporti della zona di Tokio. Nei primi giorni di agosto le cattive condizione del mare impedirono agli aerei imbarcati di proseguire le incursioni. Che continuarono però con i bombardieri e i nuovi caccia P 61-Black Widow di stanza a terra. Questi attacchi paralizzarono completamente la vita in Giappone: le vie di comunicazione erano fuori uso, tutti i trasporti erano bloccati, le industrie quasi completamente distrutte.
Alle 8.45 del 6 agosto 1945 la superfortezza B 29 denominata "Enola Gay" sganciò dall'altezza di 6000 metri la prima bomba atomica sul centro di Hiroshima, città situata all'estremità occidentale dell'isola di Honshu. L'ordigno scoppiò a 500 metri d'altezza, allo scopo di colpire un'area più ampia possibile. Si calcola che morirono 160.000 persone. Tre giorni dopo un ordigno dello stesso tipo venne sganciato sulla città di Nagasaki, situata sulla costa occidentale dell'isola di Kyushu. Le vittime furono 120.000. L'8 agosto 1945 l'Unione Sovietica dichiarava guerra al Giappone.
Il 14 agosto il Giappone capitolava senza condizioni, se non quella relativa all'intangibilità della persona dell'imperatore. Finiva così la seconda guerra mondiale. Negli stessi giorni le truppe sovietiche occuparono la Manciuria, la Corea del nord, le isole Kurili e Port Arthur. Dopo 40 anni le forze russe riprendevano il controllo di quella città.
Il 2 settembre 1945 nella baia di Tokio, a bordo della corazzata Missouri, il Giappone firmava la resa. Apponevano le proprie firme il ministro degli esteri Mamoru Shigemitsu e il generale Yoshijiro Umezu per il Giappone, il generale Mac Arthur e l'ammiraglio Nimitz per gli Stati Uniti, il generale Derevyanko per l'Unione Sovietica, l'ammiraglio Fraser per l'Inghilterra, il generale Blamey per l'Australia, il generale Leclerc per la Francia, il generale Hsu Yan-Chang per la Cina, l'ammiraglio Helfrich per l'Olanda. In quella giornata, sulle tranquille acque della baia di Tokio, tramontava per sempre il Sole imperiale giapponese.
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BIBLIOGRAFIA
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La seconda guerra mondiale, di R. Cartier - Mondadori, Milano 1997
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Kamikaze, l'epopea dei guerrieri suicidi, di V. Leonardo Arena - Mondadori, Milano 2004
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La resa del Giappone, da Okinawa a Hiroshima, di F. Ficarra e C. Shere - Hobby & Work, Roma 2003
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Arcipelaghi in fiamme, il secondo conflitto mondiale nello scacchiere del Pacifico, di D. Dupuis - Mursia, Milano 1989
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