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Agosto 1968: finisce la "primavera" di Praga
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La primavera di Praga. 1968: la rivoluzione dimenticata, di Enzo Bettiza - Mondadori, Milano 2008, pp. 168, euro 17,50
Il 5 gennaio 1968 Alexander Dubcek viene eletto segretario generale del partito comunista cecoslovacco: si inaugura così, sulla caduta dello stalinista Antonín Novotný, una stagione di riforme assolutamente unica nella storia dei Paesi satelliti dell'Unione Sovietica. Forte dell'appoggio del popolo e di un nutrito gruppo di intellettuali, Dubcek inizia un lento e inesorabile processo di destalinizzazione della Cecoslovacchia, rinnovando il partito comunista e aprendo alla libertà di stampa e di espressione. La "Primavera di Praga" prende avvio in un clima di ritrovata speranza: i giornali dimenticano la censura, la televisione diffonde giorno e notte immagini del "socialismo dal volto umano", si organizzano tavoli a cielo aperto per raccogliere firme sulle petizioni referendarie promosse da "Literárni Listy", il settimanale degli scrittori, contro le menzogne del Cremlino.
I sovietici non tardano ad avvertire il pericolo della secessione, della spaccatura del blocco, nella glasnost che imperversa a Praga come dodici anni prima a Budapest. E, dopo un mese di incontri ed estenuanti trattative, la notte del 20 agosto 1968 truppe sovietiche occupano l'aeroporto della capitale mentre una colonna di carri armati irrompe a Praga, tra lo sgomento dei cittadini. All'alba del 21 un commando del Kgb arresta Dubcek nella sede del comitato centrale del partito comunista. Il leader della "Primavera" sarà trasferito a Mosca insieme con i novatori di punta del comunismo cecoslovacco e con il presidente della Repubblica Ludvík Svoboda.
"Ho vissuto queste quarantott'ore correndo per strade spaventate, guardando i primi e smarriti carristi russi col mezzo busto fuori della torretta, occultandomi dove sentivo qualche sparo isolato, contattando di sfuggita colleghi ed esponenti della "Primavera" in preda al panico e alla disperazione."
Così annota nel suo diario Enzo Bettiza, inviato del "Corriere della Sera" che visse in prima persona, sul posto, quei tragici momenti. L'autore ci consegna il racconto appassionato di un periodo tra i più fervidi e controversi della storia contemporanea: un resoconto puntuale che si intreccia con informazioni al tempo non pubblicabili, restituendoci le immagini vivide di un Paese "sospeso sugli imponderabili automatismi della storia".
Saranno i funerali di Jan Palach, lo studente che si diede fuoco come gesto estremo di protesta contro l'occupazione sovietica, a segnare la fine di ogni speranza. La storia archivierà l'unico '68 "serio e pericoloso" limitandolo a un "fatto" interno all'impero europeo della Russia, una rimessa in riga della Cecoslovacchia da parte degli eserciti del Patto di Varsavia. Il fragore dei cingoli e le fiamme dei roghi nelle piazze di Praga verranno oscurati dalla contestazione studentesca in Europa e oltreoceano: "Il monopolio ideologico del '68 doveva essere e restare soltanto occidentale".
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Il peso della libertà. L'Europa dell'Est dal 1989, di P. Kenney - EDT, Torino 2008, pp. 214, euro 18,00
Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Ungheria, Romania, Bulgaria, Slovenia, Serbia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Montenegro, Macedonia, Albania.
Poche regioni del mondo sono state colpite dalla caduta del muro di Berlino e dalla disgregazione dell'Unione Sovietica quanto i paesi di quell'ampia fascia geografica, estesa dal Baltico ai Balcani, che si indica con la controversa espressione "Europa dell'Est". Oggi essi fanno quasi tutti parte dell'Unione Europea o stanno per entrarvi, ma nel corso dell'ultimo ventennio hanno dovuto affrontare delle prove durissime per avviare le necessarie riforme economiche, politiche e sociali. In questo libro si esamina la loro storia recente, concentrando l'attenzione su alcuni temi-cardine che rivelano le differenze e le affinità fra i diversi paesi, come la consistenza della società civile, il peso delle riforme, il ruolo del nazionalismo, il rapporto con il passato, quello con l'UE e la NATO, la tragedia della "pulizia etnica", la piaga dell'emigrazione. Una storia ricca di figure politicamente determinanti nel bene o nel male, da Walesa a Havel, da Ceausescu a Milosevic, di passaggi violenti e drammatici come le guerre dell'ex-Iugoslavia, e di pagine che hanno radicalmente modificato il modo che oggi abbiamo di pensare l'Europa.
Il volume è parte di una collana, "Storia globale del presente", nella quale si delinea la storia politica, sociale ed economica di alcune delle più importanti regioni del mondo a partire dal 1989
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Storia dell'Italia repubblicana (1948-2008), di A. Di Michele - Garzanti, Milano 2008, pp. 496, euro 17,50
In un volume di esemplare chiarezza, Andrea Di Michele ricostruisce gli ultimi sessant'anni della storia italiana. Attendendosi ai fatti e alla loro concatenazione, senza inseguire misteri e dietrologie, offre una preziosa sintesi dell'evoluzione di politica, società, economia, istituzioni, costume e cultura.
Partendo dal 18 aprile 1948 (quando si chiude la stagione della Resistenza e dell'unità nazionale) per arrivare fino alle recenti elezioni politiche (che sembrano segnare l'inizio di una nuova fase), Storia dell'Italia repubblicana racconta il duello tra De Gasperi e Togliatti, gli entusiasmi della ricostruzione, il proficuo grigiore democristiano degli anni Cinquanta e il duro scontro tra destra e sinistra, il boom e le tensioni sociali degli anni Sessanta, la nascita del centro-sinistra, la stagione delle stragi e del terrorismo, la «Milano da bere» craxiana, Tangentopoli e il crollo della prima Repubblica, gli scontri tra Prodi e Berlusconi nell'ultimo quindicennio.
Questa Storia dell'Italia repubblicana offre un quadro unitario delle recenti vicende del nostro paese, del suo ruolo nello scenario intrernazionale, dei suoi straordinari progressi e dei suoi problemi irrisolti, a cominciare dal complesso rapporto tra il Palazzo e la società civile. Raccontandoci il nostro passato prossimo, ci permette di capire il nostro presente e di orientarci al futuro.
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La rivoluzione introvabile. Riflessioni sul maggio francese, di R. Aron - Rubbettino, Soveria Mannelli 2008, pp. 304, euro 15,00
Il libro desacralizza l'evento della rivolta studentesca del 1968, riducendone l'aura mitica e andando invece a studiare approfonditamente le dinamiche che lo caratterizzano. Secondo Aron la rivoluzione non è in realtà tale, ma è solo un delirio, uno psicodramma collettivo in cui ognuno recita una parte. Aron rifiuta nel libro di fare profezie e di dire cosa accadrà, ma a distanza di quarant'anni da quegli eventi, ci si può facilmente rendere conto di come molte delle sue analisi portassero a conclusioni che oggi sono facilmente condivisibili da tutti.
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Enciclopedia del 68, di AA. VV. - Manifestolibri, 2008, pp. 459, euro 25,00
In circa 500 voci questo dizionario restituisce l'immagine dei movimenti del '68 come una straordinaria rete, con la sua diffusione, la stretta interconnessione di quell'insieme di eventi, di idee, di comportamenti collettivi e individuali che hanno cambiato in profondità il mondo in cui viviamo. La straordinaria sincronia, la confluenza delle idee e delle sensibilità in una prospettiva di rottura che investe tutti gli ambiti della vita, l'enorme diffusione geografica, sono gli aspetti che questa enciclopedia ha scelto di mettere in luce per comprendere a quarant'anni di distanza il movimento del '68 in tutta la sua globalità e radicalità.
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Gli orfani di Salò. Il "sessantotto nero" dei giovani neofascisti nel dopoguerra 1945-1951, di A. Carioti - Mursia, Milano 2008, pp. 296, euro 17,00
Poco dopo la fine della guerra irrompe nelle scuole, nelle università e nelle piazze d'Italia una presenza rumorosa e inaspettata: migliaia di giovani che agitano i simboli e cantano gli inni del fascismo, guidando le più affollate manifestazioni studentesche dell'epoca, quelle per il ritorno di Trieste alla madrepatria. Molti sono reduci della RSI, altri non hanno fatto in tempo a parteciparvi, ma tutti vivono l'avventura di Salò come un mito eroico, l'ultimo sussulto di dignità della nazione. Rifiutano l'Italia democratica, ma spesso contestano duramente anche i dirigenti del MSI per la loro linea moderata e compromissoria. Non si limitano a lottare nelle piazze, ma studiano, discutono, pubblicano riviste, trovano maestri come il filosofo tradizionalista Julius Evola. Sono i protagonisti di un «Sessantotto nero» che lascia il segno nella vicenda della destra italiana. Questa è la loro storia.
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Le elezioni del 1948, di E. Novelli - Donzelli, 2008, pp. 194, euro 16,00
Le elezioni del 1948 sono la prima grande battaglia elettorale dell'Italia repubblicana. I mesi che precedono il 18 aprile segnano una svolta nella storia, nel costume e nella politica del paese. Comunisti e socialisti da un lato, democratici cristiani dall'altro, dopo aver collaborato nello spirito dell'antifascismo e dei Cln, si affrontano in una lotta senza esclusione di colpi, scambiandosi accuse infamanti e ricorrendo a ogni mezzo, a ogni parola, a ogni immagine, pur di prevalere sull'avversario. La propaganda prende il sopravvento sulla comunicazione, lo scontro, non solo quello verbale, sul dialogo. Da quella data anche le tecniche e le strategie dei partiti non saranno più le stesse. Il 1948 fissa infatti stereotipi, temi, slogan, poetiche, diventando un imprescindibile punto di riferimento per tutte le successive campagne elettorali che a quell'esperienza si rifaranno continuamente. Il libro di Edoardo Novelli ripercorre gli avvenimenti e le strategie di quella storica campagna elettorale soffermandosi sugli aspetti comunicativi e illustrandola con un'ampia selezione di documenti provenienti da collezioni private e archivi pubblici. Mettendo in luce come ancora oggi, a sessant'anni di distanza, nell'Italia della Seconda repubblica e in presenza di uno scenario completamente trasformato, alcuni dei temi e delle contrapposizioni fissati nel lontano 1948 continuino ad animare le campagne elettorali e ad agitare il confronto politico e sociale.
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Tra i Giusti. Storie sconosciute di arabi che protessero gli ebrei dall'olocausto, di R. Satloff - Marsilio, 2008, pp. , euro 19,50
Quanto è accaduto nel Nord Africa durante l'Olocausto è rimasto fino ad oggi coperto dalla sabbia del deserto malgrado migliaia di ebrei siano stati espropriati dei loro beni, siano stati imprigionati nei campi di lavoro, siano stati deportati nei campi di sterminio in Europa. Nulla si sapeva e l'autore ha impiegato quattro anni per ricostruire le vite di molte famiglie, rintracciare i pochi superstiti a Londra, Parigi, Tunisi, cercare notizie in undici nazioni del Nord Africa anche raggiungendo zone abbandonate nel deserto per trovare quanto ancora rimane dei campi di lavoro dove sono morti centinaia di ebrei.
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The Nineteenth Century in Odessa. One Hundred Years of Italian Culture on the Shores of the Black Sea (1794-1894), di A. Makolkin - The Edwin Mellen Pres, New York 2007, pp. 230, $ 109.95
L'obiettivo di Caterina di Russia era di farne la San Pietroburgo sul Mar Nero, il contraltare meridionale della grande, ricca e culturalmente elevata capitale affacciata sul Mar Baltico. Ci riuscì, ma il progetto andrà definitivamente in porto tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo, quando a creare dal nulla la nuova Odessa, un tempo insediamento greco e poi fenicia, giunse un'importante colonia italiana di artisti e architetti. A loro, e al secolo di splendore vissuto lungo tutto il XIX secolo, Anna Makolkin, studiosa dell'Università di Toronto, ha dedicato un libro bello e appasionato che, se non fosse per la difficoltà della lingua, molti italiani dovrebbero leggere per ritrovare un po' di quella forza e di quell'entusiasmo che nei secoli passati hanno fatto grande la nostra penisola e il nome dell'Italia (e degli italiani) nel mondo. Chi ancora oggi visiti Odessa, spiega l'autrice, non potrà non cogliere nell'architettura cittadina e nella disposizione urbanistica impressioni che rimandano a Torino, Genova e Roma. Soprattutto nel Teatro dell'Opera, vero cuore pulsante della città, realizzato da Francesco Frapolli e per molti aspetti simile al Carlo Felice di Genova. Ma anche nelle numerose collezioni d'arte, opera di vedutisti e scultori italiani (come Francesco Morandi) che qui soggiornarono a lungo. Per non parlare della lingua italiana che, fino all'avvento della dittatura sovietica, fu qui, come in numerosi altri porti affacciati sul Mar Nero, una sorta di lingua franca portata da marinai veneziani e genovesi.
Città cara a Puskin, Odessa ha vissuto a lungo il fascino cosmopolita di un insediamento slegato dal contesto slavo in cui geograficamente è ubicata, riuscendo a trasferire e a diffondere in oriente valori e cultura cari all'occidente. «The Italian founders of Odessa, as her invited settlers - scrive l'autrice -, were a unique sociocultural phenomenon, a grand precedent in the history of migrations when a hostsociety had voluntarily temporarily surrendered its cultural leadership to the first foreign settlers. For nearly a century, the Odessa Italians were allowed to function in their own native Italian in several areas, having secured their own immigrant success and having accomplished the most successful exploration of the last European frontier. They had not only fulfilled their original mission of building a European modern city in the new Russia: they had also managed to reconnect it with the rest of the continent. They brought the West to the East and much more».
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