EDITORIALE - STORIA OGGI
Alita una K sul Paese
E non pare sia quella del camino
di PAOLO M. DI STEFANO*
Auguri a tutti: prima di dimenticarmene, spero che questa estate, almeno in apparenza cominciata molto in ritardo e in modo atipico, sia per ciascuno di voi quella che desiderate. Da tutti i punti di vista. Che di auguri vi sia bisogno è la sola cosa certa, in questo Paese fondato sull'incertezza. E dunque, auguri.
Ciò detto, occorre forse ricordare che durante l'estate pare si verifichi da sempre il boom del giallo: un buon libro con un bel mistero da risolvere pare essere un ingrediente irrinunciabile perché le vacanze estive possano essere considerate tali. Il che è bello ed istruttivo: leggere un libro o un racconto giallo educa alla pazienza ed all'autocontrollo. Quanti di voi, lettori di gialli, resistono alla tentazione di andare subito all'ultima pagina? Quelli che lo fanno dimostrano un non trascurabile livello di possesso della virtù del self control, utile anche nella vita comune, non soltanto in vacanza e non soltanto quando si è intenti alla lettura.
Il giallo è anche, letterariamente parlando, la quintessenza della incertezza. Sarà stato il maggiordomo? Possibile, ma banalmente classico e old style. Oppure l'amico della moglie? Troppo semplice, come l'amica del marito: non c'è fantasia, e poi quel movente passionale, così scontato...Il Fato? Cha giallo sarebbe? Il Fato, come il destino e come il caso non possono essere colpevolizzati, figuriamoci se puniti. E noi vogliamo che una punizione vi sia, perché essa - la punizione - è il segno inequivoco che il bene trionfa sul male, e che la giustizia alla lunga vince.
E in questo senso, un buon libro giallo è paradigmatico della speranza: tutto si risolve, e tutto per il meglio. In fondo, basta aver chiaro il movente.

Già, quel movente che è la causa di tutto, alla ricerca del quale tutti, a qualsiasi titolo, ci dedichiamo, consci che, conosciuto il movente, l'arrivare all'assassino è pura questione di tempo. E allora, quale il movente degli attentati alla giustizia? Lo snellimento delle procedure? Possibile, ma improbabile: a toccare i codici di procedura civile e penale, peraltro probabilmente bisognosi di interventi radicali, nessuno ci pensa. O forse ci pensano in troppi, che è la stessa cosa. Troppo difficile, troppo impegnativo. E troppo lungo. Una giustizia più equa e (anche) più rapida? Bella argomentazione di vendita, ma, appunto, pura argomentazione di vendita politica e deliziosamente impegnativo esercizio mentale.
Io sono tra quelli che pensano che, un giorno, giustizia ed equità potranno anche coincidere e che, anzi, questa sia la tendenza. Ma credo di sapere che il processo non si concluderà che tra qualche millennio, se mai questo potrà accadere nel mondo in cui viviamo. E, da uomo di fede, posso solo essere certo che nel mondo di là la questione non si pone. Nel mondo di qua, invece, il problema esiste e come. E non possiamo che intervenire con provvedimenti parziali e di tamponamento, quasi pezze a colori. Come quelli che potrebbero portare ad uno snellimento dei procedimenti e ad una amministrazione della giustizia più veloce di quanto attualmente non sia. Ma occorrerebbe riorganizzare questa benedetta amministrazione della giustizia e toccare le procedure: saremmo daccapo.

Ecco - forse - il perché gli uomini della Provvidenza tentano in tutti i modi di scaglionare nel tempo i procedimenti. Una alternativa non di poco conto, quella di alleggerire il lavoro dei giudici protraendo nel tempo la soluzione delle controversie ritenute meno importanti. Come "ritenute da chi?" Dal legislatore, ovviamente, sopra tutto quando questo è per definizione Uomo della Provvidenza. Dove, naturalmente, "uomo" diviene indistinto lemma collettivo, esattamente come "legislatore". E quale criterio più efficace del tentare di far passare nel dimenticatoio i processi che lo riguardano personalmente - questo astratto Legislatore - consapevolmente sacrificando il proprio desiderio di una giustizia veloce alla necessità di risolvere prima controversie più gravi? Un criterio per stabilire le priorità? Se è vero che l'entità della pena è commisurata alla gravità del reato, è proprio a quella che si può fare ricorso. Anche perché cosa volete che siano dieci anni di fronte all'eternità? Dice: ma cinque non sarebbe meglio? Che facciamo, vogliamo formalizzarci su un dettaglio siffatto? Cinque o sette o dieci... Diciamo dieci e facciamola finita. E' meglio per tutti. E poi, il dieci è un numero perfetto. Anzi, il vero numero perfetto, non come il tre o il sette o il nove, per definire la perfezione dei quali bisogna fare non pochi salti mortali. Il dieci è perfetto: lo dimostra il fatto che il re del creato ha dieci dita alle mani e dieci ai piedi: essenziali le prime per prendere, le altre per arrampicarsi sugli specchi.

Quanto alla sicurezza
... beh, intanto l'avere stabilito quegli ormai famosi dieci anni è un elemento di sicurezza, non fosse altro che perché "dieci" è un numero, e l'essere un numero è di per sé una certezza. Ma - dice - molti dei reati che minano la sicurezza del cittadino comune sono puniti, quando ci si riesce!, con pene inferiori ai dieci anni. Semmai, più di dieci anni occorrono per giungere alla sentenza e motivarla, ma la pena è inferiore. E nessuno ha detto che non saranno più puniti: ci si limita a farli passare in coda. Tanto, attendere una sentenza che comunque giunge dopo un incerto numero di anni non è molto diverso dall'aspettare anche perché il reato non ha diritto a priorità di sorta.
D'altra parte, la sicurezza della gente - che poi saremmo tutti noi - è una priorità del Governo, e dunque il primo ad avere necessità della sicurezza di poter governare è proprio questo. Tautologico. E dunque le Alte Cariche dello Stato - e, se non basta, qualcun altro tra parenti, amici, benefattori e clientes - è giusto abbiano la certezza di poter governare in pace. Che significa, pagare gli eventuali debiti con la giustizia quando il gravoso compito dell'essere legislatore e garante della sicurezza e della giustizia stessa sarà terminato.

Forse, si sarebbe potuto stabilire che solo per le Alte Cariche di un piccolo Stato quale è ormai il nostro gli eventuali processi fossero sospesi e il giudizio rinviato a tempi migliori e comunque diversi. Forse, ma sarebbe stata una leggina assolutamente speciale ed assolutamente ad personam, senza neppure il beneficio del dubbio. Il che avrebbe giocato un ruolo assolutamente negativo sull'immagine di un Governo che fa del benessere della gente la propria bandiera e che sulla sicurezza ha vinto alla grande le elezioni.
Una vittoria che legittima tutto e il contrario di tutto, e che comunque stabilisce che l'avere "carichi pendenti" con la giustizia non ha nessuna importanza, ai fini del governo del Paese e dei destini della Nazione. E, ovviamente, a maggior ragione ai fini della eleggibilità. Anzi: l'avere debito con la giustizia è un vantaggio, dappoichè predispone alla comprensione ed alla tolleranza verso gli altri. O, almeno, dovrebbe farlo, perché nella realtà non di rado sono proprio coloro che hanno qualcosa da rimproverarsi ad ergersi a tutori della moralità, della famiglia, della cultura, della giustizia..
E si badi bene: l'essere chiamato "onorevole" - titolo vitalizio: non sono certo che non sia trasmissibile agli eredi! - non ha nulla a che vedere né con la moralità e neppure con l'etica e meno ancora con la legittimità dei comportamenti.
E', invece, radice unanimemente giudicata valida per qualsiasi privilegio, anche funzionale: basta, ad esempio, essere stato deputato per un anno e di straforo, per avere diritto ad una cattedra all'Università, per esempio.

È vero che l'Università italiana è in stato preagonico, ma questa non pare una buona ragione per assegnare gli insegnamenti a gente che a malapena sa di cosa parla, e che magari si è inventata una materia dal nome e dal contenuto improbabili. E che sarà oggetto di esami la cui severità sarà sempre e comunque di grado inversamente proporzionale al tipo di parentela e di raccomandazione di cui il candidato gode. Esattamente come è accaduto per arrivare in cattedra. E poi dice che non c'è giustizia.
Ma l'Università Italiana è in stato preagonico anche per la qualità degli studenti che la frequentano, giunti dopo aver superato quell'esame di maturità che alcuni di noi ricordano ancora come un incubo ricorrente nei sogni più spaventosi. Come quello di essersi laureato senza aver conseguito la maturità: il terrore allo stato puro.

Una immagine, quella dell'esame di maturità, di serietà e di impegno dura a morire, anche se sempre meno vera. Una immagine che consente, però, ad una intera Nazione oberata anche dai pensieri e dalle preoccupazioni generate dagli europei di calcio, di scoprire che Montale è stato uno dei poeti più importanti del Novecento e che gli Ossi di Seppia sono anche il titolo di una raccolta di poesia, oltre che (cito) "la formazione calcarea corrispondente ad una conchiglia interna rudimentale di cui è dotato il mollusco cefalopode marino commestibile con corpo ovale, depresso e bocca circondata da dieci braccia" (Zingarelli, l'immarcescibile vocabolario della lingua italiana e non la progenie dei rom, come qualcuno potrebbe pensare).
Pensiero peregrino, improvviso quanto inutile: vuoi vedere che l'odio profondo e talvolta conclamato per la lingua italiana scaturisce anche dal considerare lo Zingarelli come l'insieme dei ragazzini rom? Ma torniamo a noi, e sopra tutto al vocabolario.

"In italiano si può incontrare la lettera K solo in forestierismi, dove ha sempre lo stesso valore del C duro". Sempre lo Zingarelli, il quale procede: " k,K s; f, o m.". Un esperto di enigmistica mi ha confermato che quelle misteriosissime "s, f ,o m" significano "sostantivo femminile oppure maschile".
Intanto, una considerazione se si vuole puramente formale: almeno per "K", l'essere maschile o femminile non ha alcuna importanza. Possiamo conclamare a voce altissima "il K" oppure "la K" senza che alcuno abbia diritto a correggerci. Che non è poco: è una assoluta certezza in un mondo e in un tempo fatto di assolute incertezze. Ed è anche, per questo, un fatto politico: nel perseguire la sicurezza che gli italiani desiderano, "K" è un pilastro. Tanto che il nostro potrebbe tranquillamente essere definito un Paese del K. Con questo in più: dal momento che "la K" vale "C duro", onore al Partito che, in Italia, per primo ha saputo parlare di "c duro", appunto. E poi dice che la cultura è scomparsa!
Essa - la cultura - si aggiorna, invece, e come: il poter indifferentemente considerare "K" maschile e femminile sta a dimostrare come questa distinzione - maschio/femmina - lasci ormai il tempo che trova. E se proprio non è divenuta priva di senso, certamente in molti settori la sua importanza è di gran lunga scemata.
Ecco, allora, che nell'enunciato del tema avente per oggetto la poesia di Montale - dedicata al danzatore russo Boris Kniaseff (proprietario di quella famigerata K) - quella lettera dell'alfabeto è opportunamente scomparsa. Credo, per due ragioni fondamentali: la prima, appunto, la sua appartenenza a due generi; la seconda, forse per un pregiudizio. Questo: un ballerino, sopra tutto se classico e sopra tutto se bello e dotato di un sorriso affascinante ha in sé e in quanto tale qualcosa di femmineo, senza per questo essere necessariamente un omosessuale. Di più: un sorriso affascinante suscita in automatico l'immagine di una bella donna, di una bella bocca, di due begli occhi e di tratti bellissimi. E allora, perché scandalizzarsi se l'enunciato parla di "...ruolo salvifico e consolatorio svolto dalla figura femminile"? Forse perché un verso recita "... o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua..." e quel "raminghi" è maschile? Ma a noi hanno insegnato che quando un aggettivo coinvolge persone di sesso diverso, l'aggettivo stesso prende il genere maschile. Per convenzione e convenienza. E mi rifiuto di credere che Montale pensasse che ad essere raminghi estenuati dal mondo fossero solo i maschi.
Certo, c'è quel "lontano" del primo verso della seconda quartina: "Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano, - se dal tuo volto s'esprime..." E allora? Montale parla, più che ad un amico, ad un ricordo. Un ricordo personalizzato, lontano nello spazio e nel tempo, e dunque forse anche confuso. Quasi a dire che la forma (il volto sfumato, dai contorni imprecisi, quasi perduti) di un ricordo lontano esprime forse un'anima ingenua, oppure il tormento d'un esule... Valli a capire, i Poeti!
In questa vicenda, di certo c'è soltanto che si è sollevato un polverone mica da ridere.

Dal quale polverone sbuca, improvviso e nitido, un ricordo di scuola. Il mio professore di filosofia, al liceo classico, era un pazientissimo democratico. Quando qualcuno di noi, chiamato alla interrogazione orale, per le ragioni più diverse si rifiutava di recarsi alla cattedra, lentamente scriveva nelle caselle "commerciali" (quelle rettangolari) del registro, sulla riga corrispondente al nome del chiamato, le sigle "ch nv tao", motivo di lunghe ricerche e di gravi ambasce da parte di noi studenti. Un giorno, come tutti i misteri, anche questo arcano venne svelato: il professore sintetizzava in quel modo sibillino un concetto assolutamente chiaro:Chiamato, non venuto, torna a ottobre". E così sia. Anzi, amen: si era in un liceo classico, dopo tutto.

E Robin Hood è a suo modo un classico, e non occorre aver frequentato un liceo per conoscerlo, sia pure in modo superficiale. Ladro non particolarmente gentiluomo, rubava ai ricchi per dare ai poveri. E' passato alla storia, tanto da divenire paradigmatico anche nel mondo delle tasse, delle imposte, e della politica.
Con qualche attenzione. Robin Hood era un ladro. L'averlo chiamato ad una sorta di collaborazione con la politica ha forse qualche significato? Forse che lo si vuole sostituire e Mercurio, dio dei ladri? Se ne vuol forse fare il protettore del fisco? Che sia per questo che la gente recita "Governo ladro", con ciò riassumendo quello che pensa di tutta la politica e di tutti i politici? Segnalo i pericoli per l'immagine.
Oppure si vuole sostenere che il rubare ha una sua giustificazione quando lo si fa per distribuire il malloppo ai poveri? Siamo, in questa ipotesi, nel mondo del diritto. Sarebbe l'introduzione occulta di una scriminante: rubare è un delitto, ma se lo si fa per una buona causa non è più tale. Un po' come la legittima difesa: uccidere è un delitto, ma se chi uccide lo ha fatto per difendere sé od altri da un danno grave alla persona, non viene punito. Solo che della legittima difesa si legge e si scrive con chiarezza.
Oppure ancora, se ne vuol fare un principio economico? Chi ruba ai ricchi per dare ai poveri - esattamente come chi ruba ai poveri per dare ai ricchi- è un operatore nel mondo della redistribuzione della ricchezza, della quale si sono occupati economisti di chiarissima fama.

Mistero. Una sola cosa è chiara: quando si stabiliscono imposte di qualsiasi tipo, e di qualsiasi importo, bisogna non dimenticare che esiste il principio della traslazione, in forza del quale chiunque non ultimo acquirente venga colpito da una imposta tende a trasferire questa al compratore, incorporandola nel prezzo del prodotto (bene o servizio che sia). Traduzione: il prezzo della benzina aumenterà.

Un motivo di ottimismo comunque è rintracciabile, in tutto questo polverone: pare che i consumatori abbiano finalmente cominciato a prendere atto che esiste una possibilità di difesa. Noi uomini di marketing parliamo, a questo proposito, di marketing del consumatore. In pratica, si tratta della rinuncia all'acquisto del bene o del servizio il cui prezzo è considerato eccessivo. Bisognerebbe organizzarsi bene e pianificare correttamente la gestione degli scambi da parte dei consumatori, e da questo siamo ancora lontani. Ma qualche lontano baluginio si avverte. E se smettessimo anche di far coincidere il concetto di marketing con quelli di pubblicità, di promozione delle vendite e di ricerche di mercato e insegnassimo che marketing significa gestione degli scambi, di tutti gli scambi, per tutti i prodotti; che non è una disciplina economica ma una scienza umanistica e sociale; e che ha rapporti e molto stretti con l'etica, la morale, il diritto; e che...
Troppe cose, ma resta la speranza: fusse ca fusse la vota bbona?


*Docente di marketing,
consulente di comunicazione
e gestione d'impresa