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Un piccolo grande uomo che combattè gli indiani lealmente e senza crudeltà. E per loro fu un guerriero da rispettare
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KIT CARSON, CAVALIERE
SENZA MACCHIA
E SENZA PAURA
NEL SELVAGGIO WEST
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Ci sono personaggi che, nati dalla fantasia di uno scrittore, sono risultati così perfetti da assumere una vita propria. Probabilmente l'esempio più emblematico resta Sherlock Holmes: provate a dire che il celebre investigatore era solo una creatura di Conan Doyle, e contro di voi insorgeranno le migliaia di fans dei club di ammiratori di Sherlock Holmes, sparsi in tutto il mondo. Ma esistono anche personaggi che sono entrati così bene a far parte di miti e leggende, da farci scordare che sono realmente esistiti.
Questo fenomeno non è infrequente nella saga del West. Il periodo del cosiddetto "Selvaggio West" è, fra tutti i periodi storici, quello che ha prodotto più film, romanzi, racconti, fumetti, di qualsiasi altro. E tra i mille personaggi di pura fantasia si sono mischiati personaggi realmente esistiti che, grazie alla penna di scrittori e soggettisti, hanno iniziato a fare un sacco di cose che mai si sarebbero sognati di fare. Pecos Bill e Tex Willer cavalcano in compagnia di Buffalo Bill e Toro Seduto, mentre un giovane John Wayne diventa celebre dando vita, nel film "Ombre Rosse" al malinconico Ringo, che prende a fucilate gli Apaches di Geronimo. Insomma, c'è un poco di confusione. E da questa confusione ci piace oggi tirar fuori un personaggio reale, ma così usato ed abusato dai fumetti-western da far dubitare che non sia mai esistito, o quanto meno da far dimenticare le imprese che realmente lo resero famoso: Kit Carson.
Chi oggi si reca nella cittadina di Taos, nel Nuovo Messico, trova un museo indiano dedicato proprio a lui: Christopher "Kit" Carson, che iniziò la sua carriera come apprendista sellaio e morì col grado di generale di brigata "brevet" (onorario) dell'Esercito degli Stati Uniti. Ed è giusto che il monumento si trovi proprio a Taos, perchè fu da questa città che Kit Carson iniziò la sua avventura, che resta un emblema di quello "spirito del West" fatto di amore per il rischio, di coraggio, di continuo desiderio di nuove conquiste, ed anche, una volta tanto, di un rispetto umano inusuale in una società che poco o nulla considerava coloro che abitavano da sempre le nuove terre di colonizzazione: i pellerossa.
COMBATTENTE, NON MASSACRATORE Chi ha già avuto la bontà di seguirci avrà visto che il "problema indiano" ricorre di continuo in questi nostri viaggi nel West. Nè potrebbe essere altrimenti, perchè chiunque legga con occhio attento la storia della conquista dei territori del Grande Ovest non può non restare agghiacciato dal cinismo con cui si pianificò ed attuò la distruzione di una civiltà millenaria, che aveva l'imperdonabile difetto di voler sopravvivere con le proprie tradizioni e la propria cultura. Con ciò non vogliamo dire che Kit Carson fu un cherubino; le armi le usò, e anche efficacemente, e anche contro gli indiani. Ma c'è differenza tra combattenti e pianificatori di genocidi. E Kit Carson fu decisamente tra i primi, e fu tra i pochi che fecero qualcosa per limitare le nefandezze dei secondi.
Ma procediamo con un minimo di ordine. Carson nasce nel 1809, scegliendo proprio la notte di Natale per venire al mondo. Siamo nel Missouri, nella contea di Boone's Lick, da cui il giovane Kit si trasferì a 17 anni per andare a lavorare a Lincoln, come apprendista da un artigiano sellaio. Un anno di quella vita gli fu più che sufficiente; presa l'ultima paga andò a comprarsi una pistola e un fucile. Il suo padrone trovò un biglietto in bottega: "Sono andato verso Ovest. Voi con me siete stato sempre buono. Sono io che non posso stare qui. Kit".
A Ovest: dove poteva altrimenti andare un giovane che sentiva bruciare dentro di sè il desiderio dell'avventura? Taos, nel Nuovo Messico, nel 1827 era poco più che un villaggio, disordinato e turbolento, situato in una zona da anni contesa da Stati Uniti e Messico, col risultato che nessuno dei due stati vi esercitava alcuna autorità: ma era uno dei punti di partenza delle carovane che portavano i coloni verso i nuovi territori. Convogli di carri pieni di ogni mercanzia e di speranze, desideri, incoscienze. Giovanissimo, la guida Kit Carson era già uno degli uomini più apprezzati per la sua conoscenza dei territori, per il suo coraggio che non sfociava mai nella temerarietà, e per la sua capacità di trattare con gli indiani. A vent'anni guidò una delle più grandi carovane fino alla California: era l'estremo Ovest, la costa del Pacifico. Non era un punto di arrivo, era una tappa: e dalla California il giovane irrequieto inizia a salire verso Nord, nei territori che attualmente costituiscono gli stati del Nevada, dell'Oregon e di Washington. Qui si dedica alla caccia al castoro. Oggi, forse, si potrebbe sorridere di questa attività, chiedendosi cosa mai ci sia di epico.
CACCIA AL CASTORO: SEMBRA FACILE.... Ma all'epoca, nei territori del Nord-Ovest, la caccia al castoro, che si svolgeva prevalentemente d'inverno, era una continua sfida di sopravvivenza tra i freddi polari delle foreste sterminate e la riluttanza degli indiani Piedineri a ricevere troppe visite sui loro territori, riluttanza che si manifestava spesso nell'accogliere i cacciatori con una freccia nel petto o nella schiena, a seconda delle circostanze. Carson si trattenne in quell'area per diversi anni: la pelle di castoro era richiestissima e rappresentava un grosso business. Con gli indiani riuscì a stabilire quei rapporti di convivenza che nascono tra persone che fanno la stessa vita dura, che corrono gli stessi pericoli, che conoscono i lunghi periodi di solitudine delle montagne. Come ebbe a dire anni più tardi:
"... finchè consideravamo gli indiani nostri pari, le cose filavano abbastanza lisce. Noi cercavamo di cacciare, non di sterminare i castori, e di lasciare loro in pace. Loro sapevano apprezzare le nostre doti di coraggio e di lealtà. Questo non vuol dire che non scoppiarono mai conflitti, soprattutto con le bande di giovani guerrieri che sfuggivano al controllo dei loro capi anziani e volevano mostrare il loro valore in battaglia... ma questo non mi spinse mai a considerare gli indiani dei selvaggi... per molte tribù la guerra era una
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cosa normale, faceva parte del loro modo di vivere. Ma se vedevano che il nemico era valoroso e onesto, erano anche capaci di trovare degli accordi. Se venivano nella convinzione di essere ingannati, allora diventavano spietati...". Non erano solo teorie, visto che Kit Carson fece anche una cosa che per un uomo della Frontiera era, a dir poco, anticonformista: sposò una donna indiana, una Arapaho, da cui ebbe una figlia. E, attenzione, abbiamo parlato di anticonformismo perchè il "prendersi" una donna indiana per un po' di tempo era una cosa tutt'altro che inusuale. La si acquistava, come altre merci, da qualche capo tribù di pochi scrupoli, se ne faceva uso per qualche tempo, salvo poi rimandarla a casa, dove non avrebbe peraltro potuto trovare un marito indiano, essendo già stata di un uomo bianco.
BATTAGLIA CONTRO I COMANCHES E così molte di queste infelici finivano la loro avventura, respinte da bianchi e da indiani, in qualche bordello messicano, i cui tenutari erano sempre alla ricerca di questa "merce" che si poteva comprare per pochi dollari. Ben altra cosa era contrarre matrimonio con una donna indiana, in una società in cui l'inarrestabile espansione del "progresso" e la febbre dell'oro facevano maturare l'assioma che "l'unico indiano buono è l'indiano morto". Sposo di un'indiana, con una figlia mezzosangue, Kit Carson nella sua vita errabonda conobbe comunque la realtà dei combattimenti contro gli indiani e il suo nome cominciò ad entrare nella leggenda quando, non ancora trentenne, sostenne un'epica battaglia contro i Comanches, che lasciarono sul terreno una quarantina di guerrieri, ma non fecero nulla per fermare i tre cacciatori bianchi che erano riusciti a rompere il loro accerchiamento (lo stesso Carson e i suoi compagni Joe Meek e Bill Mitchell), convinti com'erano che questi andassero incontro a morte certa, avventurandosi nelle zone desertiche del Nevada.
I tre uomini invece se la cavarono: affrontando una marcia di centoventi chilometri a piedi nel deserto per giungere a un pozzo. Smilzo, di bassa statura, Kit Carson aveva occhi azzurri, capelli (pochi) e baffi biondi. Non era certo il tipo fisico atletico del cow-boy a cui ci hanno abituato i film western classici. Del resto, cow-boy non fu mai. La sua fama se la conquistò soprattutto, l'abbiamo già accennato, come guida: e con questo incarico fu ingaggiato da un altro degli uomini che hanno "costruito" gli Stati Uniti: John Charles Fremont, ingegnere topografico dell'Esercito, che dal 1842 al 1848 comandò le spedizioni di esplorazione nei territori della California, dell'Oregon e Washington, nonchè in quelli dello Utah, dell'Idaho e dell'Arizona, e che percorse la zona delle Montagne Rocciose, raggiungendo il valico detto South Pass e conquistando la vetta che porta tuttora il suo nome, Fremont Peak. Per diversi anni Kit Carson e John Fremont furono amici inseparabili. Fremont, poi diventato senatore (morì senatore nel 1890), ebbe a dire di Kit Carson:
AVEVA UN FISICO DA RAGAZZO "... averlo come guida dava sicurezza a tutti gli uomini. Sembrava tutt'uno con i territori, per molti di noi del tutto sconosciuti, che attraversavamo. Se abbiamo avuto in quegli anni pochi scontri con gli indiani, lo dobbiamo soprattutto a lui; la sua fama di coraggio e di lealtà era già consolidata e colpiva molto i pellerossa, che quasi sempre accettavano di trattare con lui. Aveva un fisico da ragazzo, ma che sprigionava energia e determinazione..."
Nel periodo del sodalizio con Fremont, Kit Carson partecipa anche, come sottotenente dei fucilieri a cavallo, alla guerra contro il Messico del 46/47, il conflitto che si concluderà con la definitiva fissazione dei confini tra i due stati (fino ad allora molto mutevoli), con la cessione agli Stati Uniti della California e del Nuovo Messico e con la definizione del Rio Grande come confine del Texas.
La sua prima esperienza militare fu di breve durata, e si concluse con la fine della guerra contro il Messico, alla quale peraltro Kit Carson aveva partecipato come volontario, non avendo mai seguito i regolari corsi di West Point, l'accademia che formava gli ufficiali dell'Esercito degli Stati Uniti.
Con la guerra di secessione Kit Carson rientrò nei ranghi dell'esercito, sempre come volontario, schierandosi con gli unionisti del Nord, col grado di tenente colonnello, comandante del primo reggimento Volontari del Nuovo Messico. Non deve stupire questo "salto" veloce di carriera, perchè la ribellione degli stati del Sud impose alle forze armate americane, che avevano un numero di quadri estremamente ristretto, di "creare" ufficiali in modo alquanto improvvisato, sulla base del volontariato. Questa improvvisazione sarebbe stata del resto una delle cause della iniziale supremazia del Sud, che aveva una tradizione militare molto più consolidata (e che nel primo anno di guerra sembrava in grado di travolgere i numerosi, ma poco addestrati, soldati del Nord). Il tenente colonnello Kit Carson, promosso colonnello alla fine del 1861, ebbe nel 1863 il comando di Fort Stanton, tra i monti del Sacramento (in pieno territorio apache). Negli anni della guerra di secessione il ritiro delle truppe, richiamate a Nord per esigenze belliche, dai presidi del Sud-Ovest, aveva spinto gli Apaches a darsi a scorrerie che avevano fatto terra bruciata nelle zone del Texas e del Nuovo Messico. La riconquista di quei territori da parte delle truppe del Nord doveva "riportare ordine" nelle zone che si erano spopolate per il terrore degli assalti indiani
IGNORO' GLI ORDINI CRUDELI Ma il concetto di "riportare ordine" del comandante nordista, il generale James Carleton, era molto particolare: "La regione va disinfestata da tutte le tribù indiane, indipendentemente dal fatto che siano o meno in guerra contro i bianchi... gli uomini devono essere uccisi in qualunque momento e in qualsiasi luogo vengano trovati. Donne e bambini possono essere presi prigionieri, ma naturalmente non devono essere uccisi." Era un vero e proprio ordine di genocidio, reso anche ipocrita da quel "possono essere presi prigionieri" riferito a donne e bambini. "Possono", non "devono".
Per fortuna degli indiani il principale esecutore a cui erano indirizzati quegli ordini disumani era il colonnello Kit Carson, che ancora una volta si dimostrò un uomo di coraggio e di onore. Semplicemente, questi ordini non li eseguì.
Il periodo di comando a Fort Stanton vide il nostro protagonista impegnato in molti combattimenti contro gli indiani, che valsero anche al colonnello Carson la promozione a generale di brigata. Quando deprechiamo la politica di sterminio voluta contro gli indiani, non vogliamo affermare che questi fossero solo ragazzacci un poco impetuosi: le atrocità ci furono, da ambo le parti. Ma da parte del colonnello Kit Carson, generale di brigata "brevet", non ci fu mai l'uccisione gratuita di uomini disarmati, discriminati sulla base del colore della pelle. Era il periodo in cui un uomo come il capo Mangas Coloradas, arrestato con un tranello dal capitano Shirland, veniva ucciso a freddo, già incatenato, da due soldati che gli sparavano su preciso ordine del colonnello West. Ma quando un altro grande capo indiano, Cochise, stanco di una guerra senza prospettive, andò a porgere il suo fucile al colonnello Kit Carson, questi si limitò a prendere l'arma, a stringere la mano all'indiano sconfitto e a mandare lui e i pochi guerrieri che lo seguivano in un campo di riserva poco distante da Fort Stanton.
STRINSE LA MANO ALL'INDIANO SCONFITTO In un combattimento leale uno dei due sarebbe di sicuro rimasto sul terreno: ma Kit Carson non poteva eseguire un ordine che disonorava non solo la divisa militare, ma la stessa umanità. La grande popolarità di Kit Carson gli permise di rimettere quell'ordine che era possibile rimettere in territorio apache ignorando gli ordini del generale Carleton. Del resto il generale a sua volta doveva rispondere delle proprie azioni a un governo, presieduto da Abramo Lincoln, che non ebbe mai la forza di destituirlo, ma che non poteva più di tanto avallare, almeno in via ufficiale, una politica di sterminio. Come a tutti gli ufficiali dei volontari, al termine della Guerra di Secessione fu offerto a Kit Carson di restare nell'esercito con un grado inferiore a quello "brevet": e col grado di tenente colonnello, ora in servizio permanente, la piccola indomita guida del Missouri vestì ancora per un anno la divisa, congedandosi definitivamente il 22 novembre 1867. Non era certo vecchio, avendo 58 anni. Ma erano gli anni di una vita vissuta senza un attimo di sosta, di un'avventura continua; una vita piena, ma logorante. E meno di un anno dopo, il 23 maggio 1868, Kit Carson, a Fort Lyon, nel Colorado perse per la prima volta una battaglia: lui, che aveva visto la morte in faccia in combattimento tante volte, morì in un letto per una malattia polmonare.
FRA LE NUVOLE, CON TORO SEDUTO Gianluigi Bonelli, il famosissimo papà di Tex Willer, ha voluto da sempre affiancare al suo eroe un amico inseparabile: Kit Carson, aitante anzianotto, pistola infallibile, pugno d'acciaio, maggiore a riposo dei ranger del Texas, gran divoratore di bistecche e patate fritte. Cosa c'entra col vero Kit Carson? Niente. Del resto Rino Albertarelli, il più famoso disegnatore italiano di storie western, disse esplicitamente di aver scelto Kit Carson come eroe di una lunga serie di fumetti unicamente perchè "... quello che mi piaceva era il nome, tre sillabe con l'accento forte su quella centrale: un nome ideale da eroe fumettistico, come Flash Gordon o Dick Tracy..."
Kit Carson, da lassù, si sarà limitato a scrollare un po' la testa. E probabilmente, facendo quattro passi tra le nuvole con l'amico Fremont e con Toro Seduto, avrà borbottato: "Ma cosa ne sanno, quei ragazzi laggiù, di cosa sia stato realmente il West...".
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