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Storicamente "l'idea regionale" ha radici nell'Ottocento, in Rosmini, Gioberti, Cattaneo e Mazzini.
Ma nei primi anni dello stato unitario i progetti di decentramento regionale elaborati da Farini e Minghetti si scontrarono con il conservatorismo di ampi settori dell'amministrazione. Bisognerà aspettare il primo dopoguerra e Luigi Sturzo perché si riaccendessero i riflettori su questa problematica. Il dibattito sulle Regioni verrà poi definitivamente ripreso in seno all'Assemblea Costituente
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La nascita delle Regioni ordinarie
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| (Prima Parte) |
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1. L'idea regionalista
"La Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni". Con questo articolo 114, ora modificato dalla riforma costituzionale del 2001, i padri costituenti vollero introdurre nella Costituzione le Regioni, come nuova ripartizione territoriale della Repubblica in aggiunta alle due già esistenti delle Province e dei Comuni.
Storicamente "l'idea regionale" ha radici nell'Ottocento, in quei movimenti di pensiero d'epoca risorgimentale facenti capo ad Antonio Rosmini, a Vincenzo Gioberti e a Carlo Cattaneo. Mazzini stesso nel 1861 sostenne l'esigenza di riconoscere la Regione quale ente intermedio fra la Nazione e il Comune, precisando che l'unitarietà non doveva identificarsi necessariamente con l'accentramento.
Mazzini si rendeva conto che, pur realizzandosi lo Stato unitario, esso si sarebbe dovuto convenientemente strutturare "con un interno moto centrifugo dal centro alla periferia". Egli non voleva affatto, come in realtà poi avvenne, uno Stato rigidamente accentrato, sostenendo l'opportunità di conciliare l'unità politico-costituzionale con una ben intesa autonomia e autarchia delle province e magari delle regioni, per tutto quanto riguardava l'attività legislativa, esecutiva e amministrativa avente ad oggetto materie di interesse locale.
Tali idee ebbero anche degli addentellati parlamentari. Luigi Carlo Farini, Ministro degli Interni del I Governo Cavour (21 gennaio 1860-21 marzo 1861), infatti, presentò alla Camera un disegno di legge, approvato il 24 giugno 1860, per la istituzione presso il Consiglio di Stato di una Commissione legislativa per lo studio e la compilazione di progetti di legge sulla riforma dell'ordinamento amministrativo dello Stato. Tale Commissione si orientò nel considerare la Regione come un "ente morale", con propri diritti ed una propria fisionomia, amministrata da un "Governatore" con l'ausilio di una "Commissione" composta da rappresentanti dei Consigli Provinciali.
Così scriveva il Farini nel suo progetto: «Se vogliamo compiere un'efficace opera di decentramento e dare alla nostra Patria gl'istituti che più le si convengono bisogna, a parer mio, rispettare le membrature naturali dell'Italia. Se volessimo creato l'artificioso dipartimento francese riusciremmo a spegnere le vive forze locali, spostando e distruggendo i centri locali e turbando l'antico organismo pel quale esse si mantengono e si manifestano».
Anche Marco Minghetti, succeduto al Farini nel Dicastero degli Interni, presentò il 13 marzo 1861 alla Camera dei Deputati un piano governativo di riorganizzazione amministrativa dello Stato composto di 4 progetti dei quali uno era dedicato alla ripartizione del Regno e un altro si occupava dell'amministrazione regionale.
Con il primo progetto il nuovo Regno d'Italia veniva diviso in Regioni, Province, Circondari e Comuni. La Regione era inquadrata come "circoscrizione amministrativa" dello Stato, retta da un "governatore" con funzioni di direzione dei servizi politici di sicurezza che facevano capo al Ministero dell'Interno, oltre che con competenze su vari altri atti.
Mentre con tale progetto veniva articolato un "decentramento amministrativo gerarchico", nel secondo progetto veniva delineato un vero e proprio "decentramento amministrativo autarchico" in quanto gli organi locali risultavano svincolati gerarchicamente dall'amministrazione centrale. In quest'ultima dimensione le Regioni venivano costituite sotto forma di "consorzi obbligatori tra Province" e riconosciute come persone giuridiche per un numero limitato di finalità: da alcune tipologie di lavori pubblici alla tenuta degli archivi storici, dalla sorveglianza degli istituti di istruzione superiore alla sovraintendenza sulle accademie di belle arti.
Il Minghetti, nella relazione illustrativa ai progetti, evidenziava che l'Unità politica non doveva comportare per forza l'unità amministrativa e che gli interessi e le tradizioni delle diverse comunità regionali non potevano essere distrutte o livellate in un'unica indifferenziata forma di disciplina.. Il decentramento, invece, avrebbe rappresentato lo strumento per la realizzazione di una più adeguata giustizia distributiva tra le diverse parti della nazione e per una più idonea corrispondenza dell'ordinamento giuridico generale alle esigenze locali, il necessario ponte di passaggio dal pluralismo delle legislazioni dei sette Stati unificati alla conseguita unitarietà del sistema giuridico.
Ma tale visione era troppo avanti per i tempi e doveva essere bloccata da una mentalità timorosa e conservatrice. L'introduzione delle Regioni, infatti, destò larghe preoccupazioni che vennero in luce in numerose pubblicazioni comparse durante l'elaborazione dei quattro progetti di legge e durante la discussione di essi in Parlamento. Ma, soprattutto, sulla questione si appuntarono le opposizioni degli uffici ministeriali. Quattro uffici (il II, il III, il V e l'VIII) si dichiararono pregiudizialmente contrari all'istituzione della Regione. Tre uffici (il I, il VI e il IX) si pronunziarono contro la Regione come ente autarchico. Due uffici (il I e il IV), infine, votarono contro la Regione come circoscrizione statale, "sicché il progetto di legge, nella sua parte essenziale, poteva considerarsi bocciato in partenza".
Di fronte alle critiche ed allo sbandamento della stessa opinione pubblica il Minghetti cercò di correre ai ripari, aggiungendo al disegno di legge originario un articolo nel quale si prevedeva che le circoscrizioni regionali sarebbero state decise con decreto reale, previo parere di una commissione designata dal Parlamento. Ma le critiche e le perplessità continuarono fino a quando la Commissione parlamentare eletta per riferire sui disegni di riforma (aumentata a 27 deputati) respinse, all'unanimità dei suoi componenti, la Regione come ente amministrativo, mentre solo 6 di essi si dichiararono a favore della Regione come ente governativo.
Si giunse così, anche per le avversioni interne allo stesso governo, alla sospensione della discussione sui progetti e all'adozione soltanto di alcune disposizioni che estendevano le leggi amministrative piemontesi del 1859, pur se "provvisoriamente", a tutto il Regno.
Prima ancora di essere formalmente ritirati il 22 dicembre 1861, i progetti di Minghetti vennero, dunque, "affossati" dal Governo del Ricasoli ad ottobre. Le motivazioni fornite erano collegate all'abolizione delle luogotenenze di Firenze e Napoli e all'annuncio dell'imminente soppressione di quella di Palermo. Come ha puntualizzato il Ragionieri, oltre ad estendere a tutta l'Italia la legge comunale e provinciale Rattazzi, i decreti ricasoliani del 9 ottobre sancivano la nascita di un nuovo istituto, destinato a segnare profondamente la struttura dello Stato italiano in tutta la sua Storia successiva: l'istituto prefettizio.
Marco Minghetti si dimetteva e la successiva unificazione amministrativa del 1865 avrebbe, poi, messo la parola fine ad ogni tentativo di decentramento.
I progetti di Farini e Minghetti, in realtà, prevedendo la formazione di istituti intermedi tra gli enti locali e lo Stato con l'obiettivo di conciliare l'unità politica con un certo grado di decentramento amministrativo, erano più vicini ad una visione dello Stato simile al "self-government" inglese che non al rigido accentramento francese.
La discussione sull'idea regionalista sarebbe ancora proseguita nelle aule parlamentari, riprendendo vigore nel dibattito sulla questione meridionale. Il Regionalismo poteva, secondo alcuni, essere così visto come un mezzo di contenimento degli squilibri territoriali e di sviluppo tra nord e sud d'Italia.
Ma fu nel primo dopoguerra che, soprattutto da parte di Luigi Sturzo, si riaccesero i riflettori su tale problematica. Il fondatore del Partito Popolare Italiano, infatti, relazionando al III Congresso nazionale del partito (Venezia 23 ottobre 1921), un anno prima della presa del potere di Mussolini, sostenne la riforma amministrativa dello Stato con alla base proprio le autonomie locali e il riconoscimento giuridico delle Regioni, intese non più come espressioni del decentramento amministrativo ma come enti rappresentativi, elettivi, autonomi e autarchici, con poteri sia amministrativi che legislativi.
Dopo aver fugato il timore che il movimento regionalista potesse disgregare lo Stato, rafforzandolo invece nella sua caratteristica "statale" e togliendo la debolezza organica dell'accentramento amministrativo, egli esponeva il suo programma di valorizzazione delle Regioni, un programma non "antistatale" ma contro "il predominio statale burocratico" che bisognava correggere.
La Regione, per Sturzo, era concepita come "unità convergente non divergente dallo Stato": «Per noi il movimento regionalista non ha pertanto carattere di semplice base di circoscrizione territoriale per un migliore assetto degli organi statali decentrati alla periferia, ha una caratteristica amministrativa organica autonoma; è una unità specifica, ragione della vita rappresentativa delle forze locali».
Così ne delineava la fisionomia: «L'ente che deve sorgere deve essere sano, valido, completo, e quindi nella caratteristica fondamentale elettivo-rappresentativo, autonomo-autarchico, amministrativo-legislativo, la Regione, in tutte le sue appartenenze e sommando in essa tutti gli interessi collettivi limitati allo sviluppo locale-territoriale. Chiarisco le parole sottolineate: elettivo-rappresentativo, perché non sia frutto di elezioni di secondo grado o di enti specifici o di nomina statale, ma in base ad elettorato diretto a suffragio universale, comprese le donne, e a sistema proporzionale; - autonomo-autarchico, perché esso entro le leggi governi a sé, e dalle leggi tragga la sua caratteristica; e non sia un ente statale con poteri delegati, che abbia per capo un governatore; - amministrativo-legislativo, che abbia una finanza, che possa imporre tributi, che amministri tali fondi e che in tale atto, cioè nel complesso della sua attività specifica, faccia i regolamenti e le leggi di carattere locale e dentro l'ambito del proprio territorio».
L'8 settembre 1921, intanto, era intervenuto il Regio Decreto n. 1319, prima disposizione del nostro ordinamento a parlare espressamente di regioni, con cui si preannunciava la concessione di "autonomie regionali" ai territori del Trentino Alto Adige e della Venezia Giulia annessi all'Italia dopo la vittoria nel primo conflitto mondiale.
Ma ancora una volta il dibattito sarebbe stato bloccato e questa volta per vent'anni. Il Fascismo occupava lo Stato e la sua visione accentratrice non prevedeva spazi per qualsivoglia forma di autonomia. Anzi anche quelle esistenti, come le comunali, avrebbero presto trovato la loro fine con la istituzione del Podestà.
2. La Regione nel dibattito dell'Assemblea Costituente
Il dibattito sulle Regioni venne ripreso nel secondo dopoguerra, approdando in seno all'Assemblea Costituente, all'interno di quello più ampio sulle "Autonomie Locali", motivato dalla volontà di mutare profondamente l'organizzazione del nuovo Stato che "intendeva fondare sul pluralismo dei centri di potere politico la propria libertà e la garanzia di sopravvivenza delle proprie istituzioni democratiche".
L'importante consesso dedicò numerose sedute alle autonomie locali in generale e alle Regioni in particolare, sulla base di un testo venuto fuori dal lavoro di uno specifico comitato, composto da 10 costituenti, formato all'interno della seconda Sottocommissione. Il Ruini stesso, nella relazione presentata sul progetto di Costituzione, evidenziò la novità del sistema delle autonomie locali e delle Regioni, prevedendone la "portata decisiva per la storia del Paese". Egli, richiamandosi al pensiero mazziniano, definì la Regione "zona intermedia ed indispensabile fra la nazione e i comuni", indicando le motivazioni che erano alla base delle autonomie locali, dall'autogoverno alla crescita della libertà: "Non si tratta soltanto di portare il governo alla portata degli amministrati, con un decentramento burocratico ed amministrativo (.) si tratta di porre gli amministrati nel governo di sé medesimi".
L'introduzione non era stata del tutto pacifica e in sede di lavori dell'Assemblea Costituente non erano mancati gli scontri e le prese di posizione. Le forze della sinistra si erano, infatti, opposte sia per una visione più statalista sia per timore che le nuove unità territoriali diventassero predominio dei vecchi ceti di potere locali. Così i comunisti al massimo si erano mostrati disponibili a sostenere un regionalismo di netta impronta "amministrativa", ad eccezione delle Regioni ad autonomia speciale per le quali erano più prodighi nelle concessioni.
All'opposto, favorevoli alla nuova ripartizione, si erano subito dichiarate forze politiche come la Democrazia Cristiana, depositaria del pensiero sturziano, gli azionisti, i repubblicani e parte dei liberali capitanati da Einaudi per varie motivazioni politiche.
Fatto sta che i partiti favorevoli ebbero la meglio, riuscendo a far adottare alla Commissione Ruini una bozza apertamente regionalista.
Ma il panorama politico stava decisamente cambiando. Alla fine del maggio 1947 De Gasperi, dopo una nuova crisi, formava il suo quarto governo costituito da democristiani, con due tecnici (il liberale Einaudi come Ministro del Bilancio e il repubblicano Carlo Sforza) e con l'esclusione di socialisti e comunisti.
I partiti di centro divennero così più tiepidi mentre quelli di sinistra si mostrarono più favorevoli al regionalismo. Si arrivò, in tal modo, ad un accordo generalmente condiviso su un progetto di riforma regionale che prevedeva l'attribuzione alle Regioni di un complesso di poteri meno cospicuo di quello previsto dallo schema originario della commissione.
L'impianto originario, invece, venne recepito negli Statuti delle Regioni ad "Autonomia Speciale". Il 26 febbraio del 1948, infatti, lo Statuto siciliano ebbe l'imprimatur della Legge Costituzionale n. 2/1948, mentre quelli delle regioni Sardegna, Valle d'Aosta e Trentino Alto Adige vennero approvati, sempre nella stessa data, con le Leggi Costituzionali nn. 3, 4 e 5. Per quanto riguarda, invece, lo Statuto del Friuli-Venezia Giulia se ne rimandò l'adozione, dati i delicati eventi di politica internazionale in corso sul complesso problema delle frontiere orientali e dei rapporti italo-iugoslavi. La questione sarebbe stata risolta soltanto nel 1963 con la Legge Costituzionale n. 1 del 31 gennaio.
Ma vediamo nel dettaglio i principali punti del dibattito alla Costituente. All'interno del comitato ristretto, costituito nella seconda Sottocommissione per la redazione di un progetto sull'ordinamento regionale e presieduto da Gaspare Ambrosini, i lavori procedettero con lentezza sulla base di tre divergenti proposte iniziali: una limitativa dei poteri regionali sostenuta dal socialista Lami Starnuti, una accentuativa di tali poteri redatta dal repubblicano Zuccarini, una intermedia di Ambrosini, "sostanzialmente orientata a procurare l'innesto di nuovi centri di esercizio del potere locale sul vecchio tronco statuale e amministrativo".
Alla fine prevalse quella del Presidente Ambrosini, influenzata dal regionalismo siciliano e incentrata su un modello di Stato regionale in posizione intermedia tra lo Stato accentrato e quello federale, con la presenza di Regioni a statuto speciale e Regioni a statuto ordinario.
La proposta finale presentava una Regione inquadrata come ente autonomo, con poteri maggiori di quelli degli enti autarchici ma nel rispetto "dell'unità politica dello Stato". Così l'Ambrosini spiegava la potestà legislativa regionale: «La potestà legislativa attribuita alla Regione non intacca né diminuisce in alcun modo la potestà superiore e l'interesse generale dello Stato, non solo per la ristrettezza delle materie e per la loro importanza meramente locale, ma anche per i limiti di portata più generale che si pongono all'esercizio di siffatta potestà legislativa e per i correttivi previsti per infrenare l'eventuale azione del consiglio regionale che straripasse dai limiti della sua competenza».
Giunto il testo in Sottocommissione e poi nella Commissione dei 75, il dibattito si rinfocolò, con seri pericoli per l'autonomia regionale. Si ripeté, innanzitutto, il tentativo delle sinistre di limitare i poteri politici della Regione con l'ordine del giorno presentato da Togliatti il 17 gennaio 1947.
L'esponente politico comunista, pur concordando con un ampio decentramento amministrativo ed un regime di forte autonomia per alcune Regioni ed aree di confine, esprimeva l'avversione "a che venissero introdotti nella costituzione elementi anche indiretti e attenuati di federalismo", chiedendo la revisione del progetto presentato con una riduzione dei poteri regionali.
Egli, dopo essersi associato alle considerazioni esposte dal Laconi, rilevava come ci si trovasse di fronte ad un complesso di norme che, lungi dall'essere coerenti, erano, anzi, "contradittorie" e "ridicole", osservando in esse "un difetto fondamentale": rimanevano tracce profonde di federalismo mentre non esisteva il decentramento poiché si finiva con l'appesantire "in modo molto grave" l'apparato amministrativo. Anche il discorso di una autonomia finanziaria regionale preoccupava non poco il dirigente comunista per "il pericolo di creare una divisione economica fra le singole Regioni".
Nella dibattito intervenne il democristiano Attilio Piccioni il quale fece rilevare come la discussione si fosse immotivatamente spostata "dall'esame tecnico particolareggiato dei singoli articoli a tutta l'impostazione del problema regionale". L'esponente politico, invece, ricordava come nella Seconda Sottocommissione fosse stato approvato, "alla quasi unanimità", un ordine del giorno da lui stesso proposto che aveva definito la Regione: a) come ente autarchico (cioè con fini propri d'interesse regionale e con capacità di svolgere attività propria per il conseguimento di tali fini); b) come ente autonomo (cioè con potere legislativo nell'ambito delle specifiche competenze attribuite e nel rispetto dell'ordinamento giuridico generale dello Stato); c) come ente rappresentativo degli interessi locali su basi elettive; d) come ente dotato di autonomia finanziaria.
Alla fine l'ordine del giorno Togliatti, posto in votazione per appello nominale, venne bocciato con 32 voti contrari, 15 a favore e 6 astensioni.
Una ulteriore iniziativa contraria al progetto regionalista venne dall'ordine del giorno presentato da Renzo Laconi (comunista), Edgardo Lami Starnuti (socialista) e Aldo Bozzi (UDN) secondo cui le Regioni avrebbero avuto, peraltro in limitate materie, soltanto "facoltà legislativa di integrazione e di attuazione per adattare alle condizioni locali le norme generali e direttive stabilite con leggi della Repubblica". Messo in votazione, venne respinto con 26 voti contrari, 23 favorevoli e 2 astenuti.
Alla fine la Commissione adottò un testo fortemente innovativo dal punto di vista dell'autonomia regionale e anticipatore, in un certo senso, della recente riforma del titolo V. In determinate materie, addirittura, si ipotizzò una "potestà legislativa esclusiva", esercitata solo nei limiti della Costituzione, dei principi generali dell'Ordinamento, degli obblighi internazionali, degli interessi della nazione e delle altre Regioni. Tra le materie attribuite alla potestà legislativa "integrativa" figuravano, poi, settori importanti come la "istruzione elementare e media", la "disciplina del credito, dell'assicurazione e del risparmio", il "commercio" e l' "industria". Inoltre si prevedeva che un terzo dei Senatori assegnati a ciascuna regione fosse eletto dal rispettivo Consiglio Regionale.
Un testo così "eversivo" non poteva non suscitare ampio sconcerto in Assemblea Costituente tra i vecchi politici liberali ma anche tra esponenti dei partiti di massa. Così Francesco Saverio Nitti, dopo aver ironizzato sulla sua esclusione dalla Commissione dei 75, tuonò contro il progetto regionale, giudicato disastroso e vera e propria anticamera fatale del disgregamento irreversibile dell'unità dello Stato: «Io so cosa significa autonomia e so cosa significa separazione. Ma le autonomie come sono state concepite non solo portano al disordine interno, alla dissipazione, al rovesciamento di ogni ordine finanziario ma a volte portano necessariamente alla divisione politica e, o prima o dopo, al separatismo».
Ai deputati democristiani e repubblicani che manifestavano vivo fastidio per il suo discorso replicò con una dotta citazione: «Signori, io avrei ancora troppe cose da dire. Se qualcuno troppo irrequieto dubita, io potrò dirgli come disse frate Tommaso Campanella al suo inquisitore: "Io ho consumato più olio della mia lampada a studiare che tu ne hai consumato di vino"».
Anche Benedetto Croce mostrò tutta la sua contrarietà per uno sconvolgimento dell'ordinamento giuridico che suscitava «il gran dolore di chi, come noi, crede che il solo bene che ci resti intatto degli acquisti del Risorgimento sia l'unità statale che dobbiamo mantenere saldissima se anche nel presente non ci dia altro conforto (ed è pure un conforto) che di soffrire in comune le comuni sventure. (.) So bene che certe transazioni e concessioni di autonomie sono state introdotte e che, al giudizio o alla rassegnazione di molti, questo era inevitabile per stornare il peggio; ma il favoreggiamento e l'istigazione al regionalismo, l'avviamento che ora si è preso verso un vertiginoso sconvolgimento del nostro ordinamento statale e amministrativo, andando incontro all'ignoto con complicate e inisperimentate istituzioni regionali, è pauroso».
Togliatti stesso vide il pericolo di "tanti piccoli Staterelli" in lotta l'un contro l'altro per contendersi le scarse risorse del Paese.
La discussione sulle Regioni in Assemblea Costituente si prospettava alquanto teso e tale in effetti fu, rappresentando il più lungo dibattito fra tutti quelli che si svolsero nell'adunanza plenaria: esso si protrasse per oltre due mesi. Dopo l'interminabile discussione generale (27 maggio-13 giugno) la battaglia tra le diverse posizioni proseguì fino al 22 luglio mentre alcuni emendamenti vennero approvati in autunno o addirittura nelle ultime sedute.
Numerosi furono gli ordini del giorno (Rubilli, Abozzi, Nobile, Nobili Tito Oro e Nitti) che proponevano il puro e semplice rinvio dell'intero titolo del progetto alla competenza della futura assemblea legislativa. Venne citato anche Giustino Fortunato e la sua opinione, espressa cinquant'anni prima, secondo cui le Regioni avrebbero alimentato nel Sud una "cultura di feudalesimo e di nuove consorterie".
Il colpo di scena venne dai deputati comunisti che, dopo le iniziali titubanze, decisero di appoggiare l'idea regionalista per combattere l'involuzione conservatrice in atto nel Paese e per assicurarsi solide basi di potere locale nelle Regioni del Centro-Italia. Così, infatti, si espresse il Laconi: «E' indubbio che, particolarmente in quest'ultimo periodo, guardando intorno a noi, vedendo l'avviamento che va prendendo la situazione italiana, ci si è prospettata la necessità o l'eventualità di accedere a soluzioni diverse, di prendere in considerazione un rafforzamento degli enti locali che giunga anche a dare alla Regione un volto autonomo. Ed è in questo senso che abbiamo acceduto alle soluzioni intermedie che poco fa prospettavamo, ed alle quali noi daremo il nostro voto. Forse questo stupirà qualcuno. Poco fa, un collega richiamava il discorso dell'onorevole Gullo: ma, uomini, come siamo, aderenti alle situazioni e sempre intenti a guardare la evoluzione delle cose, noi non abbiamo potuto non tener conto del fatto che in questo recente periodo l'avviamento delle cose italiane non è tale da non dare delle preoccupazioni a chiunque sia interessato alla difesa del regime democratico e desideroso di stabilire nel Paese dei solidi baluardi, contro qualunque tentativo volto a violare la libertà ed i princìpi essenziali della democrazia».
Ma altri cambiamenti avrebbero fatto pendere il piatto della bilancia verso una accettazione del progetto regionale, pur se adeguatamente modificato. Così nello schieramento di destra si creò una netta distinzione tra i deputati liberali del Centro-Nord, piuttosto titubanti, e quelli del Sud, soprattutto della Sicilia, che sostennero l'idea regionalista.
Venerdì 6 giugno 1947, nella seduta pomeridiana, intervenne nuovamente il Nitti per illustrare il suo ordine del giorno di rinvio dell'intera questione alla futura Camera. Egli era fortemente convinto che molti deputati si stavano esprimendo in senso regionalista solo perché messi sotto pressione dagli apparati di partito e che le cose sarebbero cambiate spoliticizzando il problema, restituendo la decisione alla futura assemblea legislativa eletta dal popolo. Del resto, rilevava, se anche le Regioni fossero state istituite con quali mezzi finanziari sarebbero vissute? «Come vivrà? che cosa farà questo ammasso di Regioni? come si organizzerà? con quali mezzi? quale sarà la sua finanza? Questo problema della finanza pare che non abbia interessato nessuno; è una cosa che ai fantasiosi autonomisti regionali sembra indifferente. La finanza, vi è qualcuno che ci pensa?».
Accedere a tali infauste tesi per Nitti significava aprire la strada ad ipotesi di vero e proprio separatismo: «L'autonomia regionale è intesa, in fondo, come un distacco di cui si possono avere tutti i vantaggi della unità senza il peso. Presto o tardi, potete essere sicuri, si arriverà alla separazione, e voi, che siete più giovani di me, ne vedrete le terribili conseguenze. La Regione autonoma, con amministrazioni basate sulla proporzionale, non può sboccare che nella diffidenza, e la diffidenza non può sboccare che nella difficoltà della convivenza. (.) L'Italia non può avere che un nome, un'anima unica nazionale. Noi non possiamo rompere il nostro paese in pezzetti e governarlo con l'assurdo delle Regioni e poi sprofondare le Regioni nelle lotte e nelle diffidenze delle proporzionali».
A cercare una soluzione di mediazione intervenne Meuccio Ruini il quale, raccogliendo le fila del dibattito, fece capire ai regionalisti più accaniti la necessità di rinunciare alle tesi più estreme, innanzitutto a quella di una potestà legislativa "primaria" delle Regioni, indicando una possibile convergenza delle varie forze politiche su una potestà legislativa soltanto "integrativa": «Se tiro giù dallo scaffale della mia biblioteca una raccolta delle leggi dopo il 1870, trovo che non erano molte, decine o centinaia all'anno; oggi sono migliaia. La funzione legislativa si dilata, inevitabilmente, per lo stesso sviluppo dello Stato. Credete che le Camere possano adempiere a questa funzione minutamente, con gli stessi metodi del passato? Sarà necessario, come anche in altri Paesi, adottare un altro metodo. Le leggi approvate dai Parlamenti stabiliranno principi e direttive generali, secondo il tipo delle Rahmengesetzen di cui parlavano i giuristi tedeschi; e nei limiti di queste "leggi cornice" potranno essere emanate dalle Regioni norme legislative secondarie, integrative, di applicazione, per poter adattare quei principi alle esigenze ed alle condizioni locali».
Il 10 giugno si ebbe la replica dell'Ambrosini che, dopo aver difeso i caposaldi del progetto regionalista, cercò di ammorbidire ogni interpretazione estrema, dichiarando, a nome della Commissione da lui presieduta, di rinunciare alla potestà legislativa regionale primaria o esclusiva, prospettando la formazione di una nuova classe politica regionale come rimedio alla spersonalizzazione della politica: «Noi rappresentanti del popolo in questa grande Assemblea, possiamo elaborare leggi buone o cattive, ma, quando la seduta è finita e l'Assemblea è sciolta, nessuno ne ha la responsabilità personale, e il popolo impreca o mormora contro tutti in generale, contro l'istituzione. Ma un'assemblea regionale, sia pure la più numerosa, è sempre composta da un numero limitato di persone. Quei rappresentanti non potranno sfuggire alle loro responsabilità; essi conoscono gli interessi del paese; essi possono osservare quotidianamente quali siano i mezzi migliori per risolvere i problemi, ma debbono assumersi la responsabilità della soluzione. E se la soluzione è cattiva, essi, che restano a vivere nelle loro città o nei loro paesi, saranno riguardati dalla popolazione con ammirazione o con sfiducia, e sentiranno che la loro responsabilità è più profonda e più grave, ed assume un carattere più personale e continuativo; essi avranno sempre l'approvazione o la disapprovazione dei loro cittadini. Ci sarà veramente la gara per far bene e per impiegare nel modo più redditizio e adeguato le proprie energie».
I tempi erano, dunque, maturi par una soluzione di mediazione. Anche i socialisti, preoccupati di essere sorpassati dal cambiamento dei comunisti, tennero a precisare che il loro partito "non aveva mai negato l'utilità della istituzione dell'Ente Regione", strumento prezioso per quel decentramento amministrativo da loro tanto propugnato.
Alla fine l'assemblea modificò il progetto iniziale, eliminando innanzitutto la possibilità, per le Regioni a statuto ordinario, di una potestà legislativa "primaria" o "esclusiva" ed apportando una forte limitazione al numero delle materie di competenza regionale. Soppressa anche la previsione della rappresentanza regionale all'interno del Senato. La cautela dei Costituenti venne confermata anche nell'elenco delle stesse Regioni, rimanendo le 19 regioni storico-tradizionali. Per il Molise sarebbe stato stabilito dopo (come IV disposizione transitoria) che, soltanto per la prima elezione del Senato, sarebbe stata considerata "come Regione a sé stante".
La portata innovatrice del testo venuto fuori dalla Commissione dei 75 venne dunque bloccata da timori e perplessità, soprattutto dalla paura di trovarsi di fronte a poteri non del tutto controllabili, in un quadro politico che tendeva a inventare meccanismi di controlli reciproci per evitare ritorni indietro ma anche salti nel vuoto.
E di alcune di queste paure parlò un attento regionalista come Luigi Sturzo: "questa fissazione, antica e recente, che la Regione possa intaccare l'unità della Patria, non solo l'ha resa in sul nascere assai contrastata, ma l'ha fatta nascere con tali deficienze e con tante restrizioni che ci vorrà della pena a caratterizzarla e renderla vitale".
(1 - Continua)
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