Perse alla grande le elezioni, la sinistra si interroga su cosa sia realmente accaduto e cerca di raccogliere le sparse membra, apparentemente senza neppure sapere dove cercarle. Vittima di una sorta di tshunami, c'è chi attribuisce la catastrofe ad un destino cinico e baro, chi ad una natura matrigna, chi - ma sono pochi - ad una serie di errori di origine antica, d'improvviso concretatisi in una scelta che potrà essere (ed è) discutibile, ma che quella entità indifferenziata che chiamiamo "popolo" ha inequivocabilmente fatto. E dalla quale, evidentemente, si aspetta, il popolo, più che la punizione della sinistra, il miracolo, peraltro largamente promesso. E, più esattamente, "quel miracolo": il risanamento dell'economia in una con la riduzione delle tasse e gli aumenti degli stipendi e dei salari.
Troppo facile unirsi alle migliaia di commentatori e ricalcarne gli argomenti, arricchendo l'uno con citazioni degli altri, accentuandone qualcuno, magari a scapito di altri. Quello dei "lavoratori che votano a destra", per esempio, oppure "con i padroni" - dipende da come lo si dice - , in un almeno apparentemente comune abbandono di quella "lotta di classe" che ha improntato alla grande tutto il secolo scorso, e che, almeno sulla carta, appare superata. Bisognerebbe forse chiarire, al proposito, se qualcuno (i lavoratori?) ha perso; se qualcun altro (i padroni?) ha vinto; se è finita alla pari... E, soprattutto, se si tratta di una battaglia o di una guerra, quale ne sia considerato l'esito. Perché se di battaglia si è trattato e la guerra c'è ed è in corso, allora da una parte come dall'altra nulla è perduto (neppure quell'onore che la politica ed i politici italiani sembrano non aver mai avuto) e tutto è ancora possibile.
Ma se ciò che si è perso o si è vinto è la guerra, allora è un altro paio di maniche.
Oppure, l'analisi alla ricerca spasmodica di chi abbia veramente vinto, all'interno della coalizione che ha avuto la maggioranza, e dunque di chi veramente conta e come e quanto condizionerà l'azione del governo. Oppure ancora...
La politica italiana è stata sempre caratterizzata dalla aggressione di un numero infinito di parolai, di capipopolo, di unti dal signore, di retori spesso semianalfabeti: un fiume di parole che, proprio perché numerosissime, contengono quasi sempre qualche grano di verità, ma la cui caratteristica comune è l'inutilità quasi assoluta, unita alla più palese e conclamata autoreferenzialità.
La campagna elettorale - indipendentemente dai risultati - a mio parere ha avuto un elemento di grande interesse che, guarda caso!, mi pare sia proprio quello criticato dai più: una certa comunanza degli obiettivi. "L'uno ha copiato l'altro e l'altro ha copiato l'uno" è la sintesi di quanto si è da più parti sostenuto, naturalmente in tono di condanna per la mancanza di creatività, di originalità, di attaccamento e difesa dei valori, di differenze. E via dicendo. A me sembra che nessuno sia stato sfiorato dal dubbio che proprio questo elemento possa essere stato il seme di un concreto rinnovamento della Politica, magari scaturito dall'inconscio sia dei politici di professione che della gente, ma ciò non ostante reale.
Voglio dire che i nostri politici non si sono accorti di aver dato per scontato che la gran parte degli obiettivi non può che essere comune e che le differenze, pertanto, attengono più alle priorità concrete ed ai metodi che agli obiettivi generali di una disciplina - la Politica - la cui "causa" è e rimane la gestione della cosa pubblica nell'interesse della comunità di riferimento, come nel mio Tutti i colori della Politica (Viennepierre, Milano) ho tentato di ribadire e di dimostrare, ricorrendo anche ad argomentazioni diverse dalle solite e comunque non usuali. Tutto ancora allo stato embrionale, mi sembra, ma è meglio che niente. Certo, parlare ai politici della piramide di Maslow è tempo perso, ma ciò non toglie che un cenno alla sopravvivenza ed alla sicurezza di tutti come priorità degli italiani per qualche verso sia riuscito a penetrare il corazzato egoismo e l'attaccamento al potere dei politici, per ciò stesso divenendo qualcosa di più di una argomentazione di vendita. Significa: stabilito che bisogna occuparsi della sicurezza, le differenze si evidenziano nei modi proposti per meglio raggiungere il risultato. E stabilito, anche, che l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro, il destino dei lavoratori, obiettivo comune, sarà perseguito con metodi diversi.
Sopravvivenza e sicurezza sono state le argomentazioni di vendita di gran lunga più utilizzate dagli schieramenti, non fosse altro che per la grande forza di suggestione di cui sono dotate e della quale si avvalgono pressoché in automatico. Effetto ovvio dell'essere alla base proprio di quella piramide di Maslow di cui poco più sopra. I nostri politici, però, si sono guardati bene dal notare come esse siano innanzitutto manifestazione di un egoismo allo stato puro, e così mi pare siano sempre state vissute. Quel mors tua, vita mea che in più di un caso esaurisce la cultura degli italiani è sempre stato riferito innanzi tutto a se stessi ed ai propri interessi individuali, anche e sopra tutto quando l'altra parte è una qualsiasi comunità. Figuriamoci quando di là c'è lo Stato, che almeno finora del concetto di comunità è la massima espressione! Il fatto nuovo - forse - è che qualcosa si è mosso in una direzione fino ad ora inusuale: sopravvivenza e sicurezza sono stati riferiti da entrambi gli schieramenti all'Italia nel suo complesso e, almeno in questo, entrambi gli schieramenti hanno creduto di poter parlare in nome di tutti gli italiani e non soltanto della propria parte politica.
Sotto l'aspetto puramente speculativo, a me sembra interessante quella che potrebbe anche essere vista come una presa di coscienza del fatto che la sopravvivenza e la sicurezza dell'individuo passano attraverso la sopravvivenza e la sicurezza della comunità nel suo complesso. E che, forse, è giunto il momento di invertire le priorità: sul piano pratico, significherebbe mettere gli interessi - meglio, la soddisfazione dei bisogni - pubblici "prima" di quelli privati, perché la soddisfazione dei bisogni della comunità meglio garantisce quella dei singoli che della comunità fanno parte.
Che potrebbe anche essere una sorta di "egoismo illuminato". Ed è sperabile che là dove si intravede un barlume è possibile si trovi la luce. Questa, in buona misura: occorre che ogni singolo individuo sacrifichi quanto è necessario dei propri personali interessi affinché la comunità possa meglio soddisfare i bisogni che le sono propri e tutelare gli interessi che a lei fanno capo. E il primo passo potrebbe proprio essere costituito dal temperamento dell'egoismo operato volontariamente, culturalmente, attuato da ognuno di noi.
Che non è soltanto quella "cultura verso gli altri", che sembra portare a lodevolissimi ed utilissimi sentimenti di altruismo e di generosità, dipendenti in tutto e per tutto dalla buona volontà e dai buoni sentimenti di ciascuno di noi. È quella "cultura della comunità" che in un certo modo rende oggettivi l'altruismo e la generosità, li connota come obbligatori, non più dipendenti dai buoni sentimenti di ognuno, bensì da precise, chiare, cogenti norme giuridiche. Significa che io non sono altruista perché sono buono, ma "devo esserlo" perché la legge me lo impone. E la legge lo impone perché questo è il vero interesse della comunità e dunque anche il mio.
Meglio, ovviamente, se sono "anche buono" e dunque anche altruista "per natura", se così posso esprimermi: l'eventuale sacrificio che l'osservanza della legge comporta mi costerà di meno, ma sono consapevole che il mio comportamento è reso obbligatorio da una legge, da un sistema giuridico che ha come primo riferimento il benessere della società, nella certezza che questo è garanzia del benessere dei singoli. E, se sono "buono", l'implementazione del sistema costerà di meno anche alla società, poiché l'individuo sarà in un certo senso predisposto ad osservare la legge.
La qual cosa sul piano pratico pone tra l'altro in assoluta evidenza l'aspetto formativo e dunque la scuola di ogni ordine e grado e i rapporti tra cultura individuale e sistema giuridico.
Un rapporto che, forse proprio partendo da quel mors tua vita mea di incerte origini, passando attraverso il Plauto dell'Asinaria, lupus est homo homini, non homo, diviene con Thomas Hobbes (1588-1679) la probabile giustificazione della necessità di un sovrano che regoli i rapporti tra gli individui. Magari perché investito direttamente da Dio e dunque esonerato dal dover rispondere ai sudditi del proprio comportamento.
E gli italiani sembrano avere bisogno di un sovrano. Almeno di questo sembra convinto il leader della coalizione vincitrice le ultime elezioni. Io credo che non di un sovrano vi sia bisogno in democrazia, tanto meno di uno investito da un Dio che non guarda alla volontà del popolo, ma di uno Stato forte sì, dell'esercizio di un principio di autorità che trovi la propria giustificazione in quello di responsabilità. Di una cultura della democrazia che non debordi nell'anarchia, consapevole che i concetti di organizzazione e quelli correlati di efficienza,di efficacia e di responsabilità non possono prescindere e non prescindono da quello di autorità.
La discussione, poi, su chi questa autorità debba esercitare e sul come debba farlo, oltre che sul come debba riceverla, potrà impegnare le generazioni future per tutti i secoli che verranno, ma che l'autorità stessa debba esserci e debba essere fondata sulla responsabilità di gestione della cosa pubblica a me sembra ormai una verità incontrovertibile. Attenzione: incontrovertibile, non "non controversa".
Il problema è, forse, che la responsabilità della gestione della cosa pubblica deve avere a sua volta un fondamento non soltanto formale. Intendo dire che non basta che il popolo sovrano deleghi una parte dell'esercizio della sovranità di cui è titolare a questo o ad un altro soggetto o gruppo. Occorre che lo stesso popolo sovrano, proprio perché tale, sappia perfettamente quale è l'oggetto a proposito del quale egli esercita la delega e il delegato, a sua volta, è autorizzato a muoversi.
Ora, mi sembra incontestabile che non basta dire al popolo sovrano "io abbasserò le tasse; aumenterò gli stipendi; abolirò l'ICI sulla prima casa; metterò i clandestini in condizione di non nuocere; salverò l'Alitalia; creerò nuovi posti di lavoro e difenderò quelli esistenti..." ed altre dichiarazioni di intenti altrettanto suggestive e (in genere) condivisibili. Lo dicono tutti. E allora, occorre chiarire al popolo sovrano il "come", il "quando", il "a quali costi" e anche il "perché" della scelta e il grado di priorità. Queste che io chiamo "pianificazioni di gestione", conosciute dal popolo sovrano e da lui approvate non soltanto darebbero un senso concreto alla sovranità di cui il popolo è titolare, ma gli consentirebbero di valutare la professionalità delle persone delegate ad operare e, con essa, l'efficienza e l'efficacia di quanto viene fatto.
Corollario: il popolo sovrano avrebbe anche la possibilità di non rinnovare nessun tipo di mandato a coloro che si sono dimostrati incapaci di realizzare le pianificazioni di gestione proposte. E questo farebbe a ragion veduta.
La sinistra rimasta a casa - o, se si preferisce, il licenziamento dei politici di sinistra, alcuni altri di grande notorietà e della politica da questi perseguita - si presta ancora a due considerazioni. La prima è che a mio parere il popolo italiano ha dato prova di una diversa attenzione ai metodi di gestione, più che ai programmi. Almeno in questo senso: pare aver capito che il programma in sé non distingue né destra né sinistra né centro e tanto meno centrodestra e centrosinistra. Ciò che distingue è il "modo" con il quale le cose proposte verranno fatte. E in mancanza di pianificazioni esaurienti per il futuro, ha deciso che il modo con il quale si è cercato di realizzare i programmi (ripeto, ormai comuni) nel passato non era più accettabile. Occorreva cambiare qualcosa e, in mancanza di meglio, si è cominciato con il lasciare fuori dalla porta (quella principale: è importante, ora, controllare tutte le entrate secondarie) coloro che sembra non siano riusciti a gestire bene la cosa pubblica. In questo, certamente determinante l'aiuto interessato dei candidati alla successione, ma tant'è: c'è del nuovo, e forse è positivo.
La seconda: non è garanzia di democrazia e neppure di giustizia il fatto che l'opposizione sia stata azzerata. E non perché le "grandi cause" non possano essere egualmente perseguite, quanto perché diminuisce alla grande l'alternativa sui modi e le garanzie che derivano dal controllo che una opposizione consapevole e soprattutto onesta "deve" fare.
E allora, occorre che l'opposizione si riorganizzi e ciò faccia rendendosi credibile, proponendo alternative praticabili, ponendosi come tutrice di priorità diverse e forse più vere. Ora, io penso che quella che una volta era "la sinistra" dovrebbe cogliere al volo l'occasione ("l'opportunità", come dicono gli uomini di marketing) del ripensamento, possibile proprio perché privata da compiti di governo.
Azzerata tutta la zavorra del passato; salvato il salvabile di un patrimonio che non era poi tutto e soltanto fuffa, occorrerebbe mettersi a pensare e decidere, innanzi tutto, le priorità che un paese come l'Italia, al momento attuale e in vista di un futuro non facile, dovrebbe assumere come linee guida per il proprio modo di essere. Un momento di lavoro "ideologico", di "marketing strategico" che disegni l'Italia del futuro nel mondo futuro, senza altro preconcetto o vincolo che quello di lavorare per l'Italia nel suo insieme, nella sua interezza di "individuo" che deve confrontarsi con gli altri Paesi, a loro volta individui e, con questi, con il "super paese" chiamato prima Europa e poi Continente e poi Mondo intero.
E a me pare che uno dei temi che potrebbero essere sviscerati e attorno ai quali si potrebbe costruire una nuova "impresa politica" potrebbe essere quello - millenario! - di una diversa distribuzione della ricchezza, ricordando che va affrontato e risolto il tema della ricchezza dal momento della sua creazione a quello dell'utilizzo dei suoi frutti.
In chiave di pianificazione di marketing: la ricchezza (della nazione, e non solo) è un prodotto destinato allo scambio e, come tale, va prodotta, comunicata e distribuita. L'incremento della ricchezza del Paese è anche incremento della ricchezza degli individui, dei quali ultimi nessuno deve essere escluso da una distribuzione che deve essere "equa" e "accettata come tale".
Ma questo a parte, grande interesse dovrebbe avere la circostanza che la ricchezza di un Paese non può prescindere in nessun modo dalla ricchezza degli altri Paesi, di tutti i Paesi del mondo. È quindi probabile che si debba ipotizzare - coi tempi che corrono e con quelli ai quali andiamo incontro, tutti - un corretto "decremento" di ricchezza, al fine di mantenere un livello accettabile di vita anche quando i Paesi più poveri, esasperati, dovessero ricorrere alla violenza per garantirsi la sopravvivenza e la sicurezza (Maslow!). Significa che la "produzione" della ricchezza andrà pianificata in un'ottica planetaria che dovrà prevedere una equa distribuzione a livello dell'intero pianeta.
Tanto per non fare che un esempio: se è vero, come è vero, che la produzione di energia dalla agricoltura provoca crescita esponenziale della fame e della miseria, un pianificatore accorto e consapevole non potrà non tenerne conto e dunque non potrà non immaginare qualcosa che sia più vicino ad una riduzione dell'uso di energia e, quindi, ad una produzione "diversa" di ricchezza, magari ad una sua riduzione per quanto concerne il Paese di riferimento, al fine di consentire maggior produzione di ricchezza e migliore distribuzione nei Paesi oggi più poveri.
Significa che, probabilmente, dovremo rinunciare a produrre energie dal mais, dal grano, dal riso, a meno che la scienza non ci dia una improbabile possibilità di ricavare l'energia che ci serve senza che queste colture vengano sottratte alla funzione di fornire cibo a sufficienza. Dovremo cercare in altre direzioni.
Dovremo guardare all'"economia" con occhi diversi.
Siamo nei massimi sistemi. Meglio. Ci stiamo scivolando. La qual cosa, almeno secondo il comune sentire, rende in pratica vano ogni discorso. Io non sono d'accordo, ma devo convenire che in questa sede - non dimentichiamo che si tratta di una opinione e di un editoriale - disquisire sui massimi sistemi non solo è inopportuno: è anche impossibile. Ma desidero richiamare l'attenzione del lettore su di un fatto concreto, che con i massimi sistemi ha molto a che vedere. Questo: qualche giorno fa, il sindaco di Assisi - la città del Poverello per antonomasia - ha proibito ai mendicanti di sostare dinanzi alle chiese ed a tutti, mendicanti e non, di mangiare e bere seduti sui gradini o accoccolati per terra. In un solo colpo, mendicanti, poveri e maleducati sono stati cancellati dalla realtà della città. È bello e giusto. Lo spettacolo di decine di miserabili proni a chiedere uno spicciolo, insistenti e molesti, sopra tutto se lo fanno mentre in santa pace gustate un bellissimo gelato (il gelato non deve essere solo buono: deve essere anche bello! È uno dei sacri principi fondamentali della culinaria italiana.) ci infastidisce e ci rattrista. Non per le condizioni di quel povero, ma perché ci rovina il momento di meritatissimo relax, per godere del quale abbiamo spesso pagato e non pochissimo. E allora, che nessuno ci disturbi. E, in più, pochi spettacoli sono così degradanti come la gente che mangia seduta per terra: vada al ristorante, o digiuni. Anche perché non tutti coloro che mangiano seduti per terra sono poveri: c'è anche una turba di maleducati che si ingozza di panini e di lattine di bevande più o meno sospette e semina di cartacce e di contenitori tutti gli angoli a disposizione. Ancora una volta, è giusto, bello ed istruttivo. E certamente il sindaco di Assisi ha provveduto a predisporre valide alternative così per quei poveri come per quanti non vogliono o non possono andare al ristorante. Non conosco queste alternative, ma mi rifiuto di pensare che un sindaco abbia potuto scegliere la via più breve e, almeno per gli accattoni, più scellerata: cacciarli e basta. Così, siamo capaci tutti. Ma un uomo politico...
E se il Sindaco di Assisi ha trovato una soluzione, quale lezione per noi e per quelli che, come noi, pensano che la politica sia una cosa seria! Se si riesce a pianificare correttamente la gestione dei problemi minori, si apre la strada alla soluzione dei problemi maggiori. La miseria e l'accattonaggio sono uno di questi.
Vuol forse dire che anche i massimi sistemi hanno un aspetto di concretezza, e dunque una possibilità di intervento? E l'abolizione della miseria ha molto a che fare con i massimi sistemi. O no?
*Docente di marketing,
consulente di comunicazione
e gestione d'impresa
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