Una nuova collana di agili volumi dedicati alla storia del presente. Per capire la storia politica, sociale ed economica di alcune tra le più importanti regioni del mondo a partire dal 1989. Ecco la nuova proposta di Zed Books ed EDT.
DOVE VA IL MONDO
di ALESSANDRO FRIGERIO
La storia è sempre "contemporanea", sosteneva Benedetto Croce. Perché a mettere gli studiosi sulla strada delle più diverse vicende storiche, attuali o remote che siano, è sempre un'esigenza di comprensione che ha origine dal presente. Ma la storia è tanto più contemporanea quando si occupa dell'oggi, cioè di quel limbo sospeso a mezza via tra la cronaca giornalistica e un passato non ancora metabolizzato. E raccontare il mondo e le sue storie più attuali è l'obiettivo che si propone una nuova collana ideata in Inghilterra da un combattivo e indipendente editore anglosassone, Zed Books, recentemente pubblicata in italiano per i tipi di EDT. "Storia globale del presente", questo il titolo della collana (i primi volumi sono dedicati a Iraq, Cina e Russia, mentre sono in preparazione titoli su Messico ed Europa dell'Est), si propone di conoscere i teatri di crisi e gli scenari che dominano le prime pagine dei giornali e di fornire al lettore gli elementi essenziali per capire il presente a partire da una data emblematica: il 1989, anno della caduta del muro di Berlino e anno simbolo di una nuova fase della storia contemporanea.

Il perché questa serie di brevi saggi costituisca un'interessante novità
nel panorama editoriale italiano lo spiega Nicholas Guyatt, docente di Storia contemporanea alla Simon Frazer University di Vancouver e direttore della collana nella sua versione inglese.
L'idea, spiega Guyatt, nasce da un suo precedente volume sulla politica estera americana a partire dalla fine della guerra fredda. «L'impostazione del volume piacque molto all'editore, e così cominciammo a parlare di una collana che incoraggiasse gli storici a
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scrivere del mondo contemporaneo, a interpretare e a spiegare con chiarezza i tempi che stiamo attraversando. Uno degli interrogativi che sono subito emersi è se fosse o meno possibile una "narrazione globale" degli ultimi vent'anni.
La consueta periodizzazione, che va dalla fine della Guerra fredda, attraverso la retorica della globalizzazione fino alla "Guerra al terrore" degli anni seguenti il 2001, mantiene il suo significato quando si scrive un libro sulla Cina, l'Europa dell'Est o la Palestina? Queste erano le prime sfide che ci siamo posti gettando le basi per la collana, e ci ha sconcertati scoprire quanti importanti storici abbiano accettato con entusiasmo di affrontarle; quanti avessero voglia di porsi esattamente questi problemi».
La data simbolo del 1989, che vuole quasi segnare un ideale spartiacque tra il prima e il dopo, in realtà si presta ad essere valutata con molta elasticità, continua Guyatt. «Il 1989 è un punto di partenza arbitrario ma utile, poiché riporta a un evento di enorme impatto mondiale come la fine della Guerra fredda e la caduta del Muro di Berlino. Una delle cose più interessanti, tuttavia, è stato osservare come questa data si declinasse in maniera profondamente diversa a seconda delle regioni trattate: scrivendo della Cina, la data spartiacque assume il significato di data degli eventi di Piazza Tienanmen; in Sudafrica il 1990 è l'anno cruciale, anche se si può discutere sull'influenza che la fine della Guerra fredda ha avuto nel convincere il governo dell'apatheid ad adottare la democrazia; in Palestina il 1987 (scoppio dell'Intifada) o il 1991 (avvio del "processo di pace") sono date probabilmente più importanti. Abbiamo incoraggiato gli autori a confrontarsi con la fine dei "due blocchi" senza rimanerne ossessionati».

I paesi e le zone geografiche trattate all'interno della collana sono stati scelti sulla base di una "vocazione" editoriale, poi estesa ad altre situazioni geopolitiche. «Zed Books è un editore particolarmente concentrato sui problemi del Sud globale, e dunque anche la collana ha cominciato a interessarsi principalmente dei paesi in via di sviluppo. Ma accanto a questi, abbiamo inserito regioni e paesi che non possono rientrare in tale modello, come la Russia, la Cina o l'Est europeo. Visto il successo della collana, stiamo considerando di occuparci anche della Francia, degli Stati Uniti e di altri paesi "avanzati", nei prossimi anni. Lo scopo è quello di creare un "mosaico" della storia mondiale degli ultimi due decenni quanto più ricco possibile; ciò anche tenendo conto del fatto che se si considerano stati come la Russia o la Cina, la distinzione tra paesi "sviluppati" e paesi "in via di sviluppo" è molto più problematica. Abbiamo poi prestato una particolare attenzione ai paesi dell'America latina, che se da un lato soffrono di una cronica mancanza di progresso economico, stanno assistendo ad alcune tra le battaglie politiche e sociali più interessanti del momento: i titoli già apparsi nell'edizione inglese sono dedicati al Messico e ai Caraibi, mentre quello sul Brasile si prospetta di grande impatto. Molto promettenti sono anche i volumi in preparazione sul continente africano, i primi dei quali saranno sull'Algeria e il Sudafrica. Non vogliamo in alcun modo fare qualcosa di onnicomprensivo, ma creare una serie di volumi che riflettano quella straordinaria varietà geografica, storica e politica che abbiamo scelto di definire complessivamente "Storia globale del presente"».
Gli autori sono storici provenienti soprattutto dall'area anglosassone, caratterizzati dal fatto di tenere attività di docenza accademica in università inglesi, americane o canadesi. «Volevamo degli storici che avessero fatto ricerca sul campo - continua il direttore della collana -, e non dei politologi o dei giornalisti. E li volevamo entusiasti di scrivere per un pubblico il più ampio possibile, e non per i soli studiosi accademici. La cosa più bella di questi libri è che sono così brevi, che nessuno si aspetta che venga raccontato tutto ciò che è accaduto. In questo senso, assomigliano più a dei saggi che a dei libri di testo; sono delle occasioni per riflettere sul momento storico che stiamo vivendo, più che dei calendari di avvenimenti».

Gli ultimi venti anni della storia irachena scorrono nelle pagine del volume che Thabit A.J. Abdullah (Dittatura, imperialismo e caos. L'Iraq dal 1989, EDT 2008, pp. 160, euro 18,00), docente di Storia della cultura islamica alla York University di Toronto, dedica al paese nel quale è nato. L'autore racconta la progressiva distruzione di quello che prima della dittatura di Saddam era considerato il più colto e dinamico tra i paesi emergenti. Allo
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stesso tempo si interroga sull'ipoteca che minaccia l'Iraq di oggi, in un paese percorso dalla violenza e minacciato dal fondamentalismo religioso. L'interrogativo di fondo al quale cerca di dare risposta il suo libro è: perché lo stato e la società dell'Iraq sono così separati. La causa principale, sostiene Abdullah, non risiede nella cosiddetta "artificialità", ma piuttosto nell'inesorabile dissoluzione delle istituzioni sociali del paese avvenuta in più di 40 anni di regime fascista, sanzioni e guerra imperialista. Il risultato è che oggi «lo stato iracheno è fondamentalmente un penoso, spesso ingestibile insieme di elementi caratterizzati soprattutto dal settarismo e dalle spinte regionali. Il fatto che nessuno dei contendenti riesca a ottenere il monopolio del potere consente un po' di libertà di azione».
Dopo la monarchia, la rivoluzione e la dittatura, l'attuale repubblica non rappresenta ancora una soluzione stabile. «La situazione politica attuale è seriamente compromessa. Ha molte connotazioni settarie, non attribuisce poteri sufficienti all'amministrazione centrale ed è ancora molto carente in settori essenziali per il governo del paese». E le difficoltà interne rischiano di trasmettersi ad altri paesi del Medio Oriente, suscitando nuovi appetiti o interventi sottobanco. «Il problema principale - spiega Abdullah - è dovuto all'aumento del flusso di rifugiati nei paesi confinanti. Inoltre, se il governo continuerà a indebolirsi, è probabile che gli stati confinanti aumentino la loro ingerenza nell'azione delle fazioni in campo, con il rischio di arrivare a un confronto diretto tra loro».

Il volume di Timothy Cheek è invece dedicato alla Cina (Vivere le riforme. La Cina dal 1989, EDT 2008, pp. 192, euro 18,00) e si rivolge al lettore comune, prima che allo specialista. Docente all'Institute of Asian Research della University of British Columbia di Vancouver, Cheek ha voluto delineare un quadro il più possibile chiaro del "continente" Cina e degli "attori" impegnati nell'eterogenea società cinese. Ma anche ricordare alle democrazie occidentali la necessità di aiutare il grande paese a non andare incontro a una pericolosa catastrofe ambientale.
«Ho cercato di offrire al lettore comune un quadro intelligente di come funziona la Cina. Prima di arrivare a conclusioni semplicistiche sul boom della Cina, conviene chiarire alcuni aspetti sulla geografia, la demografia, le culture, le idee politiche e la storia recente del paese, tutti elementi che influenzano la vita e le aspettative delle persone che vivono in questo territorio sorprendentemente grande e vario».
Anche perché il paese della Grande muraglia è un'entità geografica così complessa e smisurata da rendere difficile un raffronto con le realtà statali del Vecchio Continente. «Consiglio di pensare alla Cina - aggiunge Cheek - più come a un continente che come a un paese. Con una superficie di 9 milioni di kmq, la Repubblica Popolare Cinese è estesa quasi quanto l'Europa allargata (circa 10 milioni di kmq) e, come è noto, la popolazione della Cina, con più di 1,2 miliardi di abitanti, è più del doppio di quella europea (480 milioni di persone). Un paese così vasto non può essere considerato un monolito, anche se fin troppi studiosi e giornalisti dicono questa è la Cina, come se più di un miliardo di individui marciassero in fila. La Cina è una realtà estremamente eterogenea, caratterizzata da un'ampia varietà di "attori sociali" che agiscono in modo quasi indipendente. Sarebbe opportuno per gli europei e i nordamericani identificare alcuni di questi "attori" e i loro interessi. Il mio libro aspira a fornire proprio questo tipo di indicazione».
Ma che tipo di regime è, oggi, quello cinese? Quali sviluppi bisogna attendersi sul piano della democrazia e del libero mercato? «La Cina non è una democrazia. Il Partito Comunista Cinese (PCC), alla guida del paese, sceglie i membri del governo attraverso una consultazione interna al Congresso Nazionale Popolare. Ma la Cina non è nemmeno una dittatura. Definirla tale significa abusare delle parole, perché non esiste un "dittatore" alla guida del paese. Molti studiosi descrivono la natura del socialismo di stato della Cina di oggi come una forma di corporativismo politico finalizzato a conciliare diversi gruppi di interesse. Il sistema politico cinese, a differenza di quelli occidentali, non si fonda su libere e regolari elezioni dell'esecutivo. Il sistema legislativo, inoltre, non è basato su un ampio concorso dei cittadini».
«L'aspetto più importante, dal mio punto di vista, è che in Cina esistono due tipi di governo: quello centrale di Pechino e i governi locali delle province. Questo aspetto è fondamentale, perché i governi locali spesso non tengono in alcuna considerazione le
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direttive di Pechino! Siamo abituati a pensare alla Cina come a un paese totalitario, ma in realtà i leader del PCC di Pechino non sono in grado di obbligare i governatori delle province ad attuare i loro ordini. Chi governa le province, d'altro canto, molto spesso non ha il controllo sulle decisioni assunte nelle città o nei distretti.
Di solito pensiamo che il Partito controlli tutto, quando in realtà non è in grado di esercitare un controllo effettivo sui propri funzionari a livello locale. Tra il governo centrale e le autorità locali esistono vere e proprie divergenze di vedute e di interesse».
E i diritti umani? E i pericoli per l'ambiente? «I problemi di cui spesso sentiamo parlare in Occidente, come la violazione dei diritti umani o i rischi per l'ambiente, sono provocati da abusi dei governi locali. Così, quando si accusa Pechino o si cerca di negoziare con i suoi leader, molto spesso si prende un abbaglio o si perde tempo. Come suggerisco nella prefazione all'edizione italiana, noi occidentali dobbiamo fare lo sforzo di interagire con la Cina su due piani: prima in un rapporto diretto tra membri della società civile e poi in un rapporto tra i nostri governi e quello centrale di Pechino».

La Russia post-muro di Berlino è invece l'oggetto del saggio di Stephen Lovell (Destinazione incerta. La Russia dal 1989, EDT 2008, pp. 204, euro 18,00), insegnante di Storia dell'Europa moderna al King's College di Londra. In nessun altro paese i complessi cambiamenti innescati dal crollo del comunismo sono stati caratterizzati da tanta ambiguità come in Russia. E Lovell cerca di rispondere ai numerosi quesiti rimasti ancora aperti. «Il mio libro è organizzato intorno a un gruppo di domande che un osservatore intelligente potrebbe porre circa lo sviluppo della Russia dal 1989 a oggi. Il paese ha ritrovato stabilità dopo il collasso del comunismo? Può essere considerato una democrazia? Quali cambiamenti hanno interessato la società russa in seguito alle profonde pressioni economiche dell'era post-comunista? Che posto occupa la Russia nel quadro geopolitico del XXI secolo? Che tipo di democrazia è oggi la Russia? Che cosa la distingue dalle altre democrazie europee?».
Una cosa è certa, continua l'autore, «oggi la Russia può essere considerata una "democrazia guidata", non liberale: gli elementi di una moderna vita politica come le elezioni e i mass media sono presenti, ma sono sotto il controllo di un presidente forte e del suo entourage di governo. Questo non significa che Putin non goda di una popolarità autentica, ma la mancanza di un'opposizione politica aperta al suo governo ha il prezzo della corruzione e del rischio latente di una stagnazione politica».
Naturalmente, il grande colosso gioca un importante ruolo nell'ambito degli equilibri economici e strategici mondiali, a seconda del suo oscillare verso l'Europa o l'Asia. «Buona parte dell'economia russa - conclude Lovell - si gioca nei rapporti con l'Occidente. Ci sono stati numerosi e gravi contrasti diplomatici, soprattutto tra la Russia e il Regno Unito. Parlare di una nuova Guerra Fredda è inesatto ed eccessivo. La Russia è legata all'Europa da innumerevoli interessi economici e culturali - non ultimi gli interessi generati dai continui viaggi in occidente e dai rapporti economici con l'Ovest dei suoi cittadini. D'altro canto, le sue ambizioni di imporsi come grande potenza eurasiatica sembrano di difficile realizzazione, a causa della crescente influenza della Cina».
BIBLIOGRAFIA
  • Dittatura, imperialismo e caos. L'Iraq dal 1989, di Thabit A.J. Abdullah - EDT, Torino 2008, pp. 160, euro 18,00
  • Vivere le riforme. La Cina dal 1989, di Timothy Cheek - EDT, Torino 2008, pp. 192, euro 18,00
  • Destinazione incerta. La Russia dal 1989, di Stephen Lovell - EDT, Torino 2008, pp. 204, euro 18,00)