Numero 138 - Aprile 2008
La vita di Puccini, grande della musica italiana e le sue clamorose liti con Toscanini e D'Annunzio
FRA TANTE ARMONIE DUE NOTE STONATE: IL MAESTRO ERA AMBIGUO E OPPORTUNISTA
di IGOR PRINCIPE
Bruxelles, novembre 1924. All' "Institut de la Couronne" del prof. Ledoux, è ricoverato, dal giorno 5, Giacomo Puccini. Diagnosi: tumore alla gola, forse di natura benigna. Là si sperimenta una nuovissima cura, quella ai raggi X, verso la quale, però, il maestro è scettico: "Mi mandano a Bruxelles. Sono grave. Sono nelle mani dei medici e di Dio". Il disincanto ha buona ragion d'essere: si tratta di un "papilloma" in uno stadio così avanzato da far ritenere inutile l'intervento chirurgico. In sostituzione, e solo come metodo per rallentare l'impietoso aggravarsi del male, viene esercitata una cura al radium. Lunedì 24 novembre il maestro lucchese viene sottoposto, per tre ore e quaranta minuti, ad una operazione senza anestesia (solo iniezioni di morfina) per isolare il tumore grazie all' impiego di sette aghi di platino, irradiati. I quattro giorni successivi segnano miglioramenti che, sebbene provvisori, alimentano qualche speranza. Ma i medici non hanno fatto i conti con il cuore di un uomo di 66 anni. Venerdì 28, Puccini accusa una violenta crisi cardiaca: subito vengono rimossi gli aghi e vengono praticate le cure del caso, ma senza esito. Il dottor Ledoux, disorientato dall'improvviso crollo del suo paziente, rincasando alla guida della sua macchina travolge e uccide un passante. Nel mentre, in ospedale, il musicista, non ancora vinto, trova la forza di scrivere su quei foglietti che gli permettevano di comunicare in quei giorni di afonia: "Sto peggio di ieri. L'inferno in gola. Acqua fresca". E' una notte d'incubo, che si trascina sino al mezzogiorno del 29 novembre 1924, quando Giacomo Puccini si spegne.
UN BIMBO DESTINATO ALLA GLORIA La storia di Giacomo Puccini ha inizio a Lucca, nella notte tra il 22 e il 23 Dicembre del 1858, quando Albina Magi, moglie di Michele Puccini, mette al mondo il quinto rappresentante di una dinastia di organisti del Duomo e di direttori della
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Cappella cittadina. Prima di Giacomo, infatti, suo padre, il nonno Antonio, il bisavolo (anch'egli Giacomo) hanno ricoperto il nobile incarico di "musicisti ufficiali" nella città che ha dato i natali a Geminiani e Boccherini. La dinastia dei Puccini, iniziata nel 1712 con quel bisavolo, si snoda lungo 150 anni e cinque generazioni (seconda, nella storia della musica, solo a quella dei Bach, che conta sette discendenze). Alla morte di Michele, nel 1864, l'autorità comunale lucchese si affretta a tributargli solenni esequie e a stabilire, con solenne delibera, che il posto vacante sia affidato al suo unico figlio. Questi, inidoneo a causa dei suoi cinque anni, sarà sostituito dallo zio Fortunato Magi. Giacomo non si fermerà, come tutti sanno, alle canne dell'organo del Duomo; ma quel che stupisce è la sicurezza con la quale, durante il funerale di Michele, Giovanni Pacini, autore di melodrammi la cui fama di operista cede il passo solo a Verdi e Rossini, prevede il futuro del piccolo Puccini: questi sarà "l'erede di quella gloria che i suoi antenati si erano conquistati nell'arte e nell'armonia e che forse un giorno sarebbe stato in grado di resuscitare".
L'INTUITO DELLA MADRE Il presente, però, non rispecchia le rosee premonizioni. La scomparsa del marito lascia Albina in una situazione difficile, costretta a provvedere a sei ragazze - dai nomi improponibili quali Otilia, Tomaide, Iginia, Nitteti, Ramelde, Macrina - e due ragazzi, Giacomo e l'ultimo nato Michele, venuto al mondo tre mesi dopo il decesso del padre. Albina, donna rigorosa e del tutto dedita ai figli, tira avanti con l'esiguo cespite di 67 lire al mese. Ma non si lascia sopraffare dalle difficoltà, e invece di avviare Giacomo ad una professione economicamente più sicura ne asseconda la vocazione per la musica, incrollabilmente fiduciosa nelle sue capacità. Puccini muove i primi passi sotto la guida del citato zio Fortunato, che però si rivela dotato di scarsa pazienza. Per ogni errore, appioppa all'allievo un calcione negli stinchi, provocandogli un trauma tale che, in età adulta e per tutta la vita, le stonature non potranno evitargli di contrarre le gambe. Sotto la guida dello zio i risultati sono scarsi. Albina decide quindi di affidare il figlio alla guida di Carlo Angeloni, con il quale Giacomo comincia a mostrare tutto il suo talento, che però rimane confinato al campo della musica. Dello studio "ordinario", il piccolo Puccini non vuole proprio saperne, trascinando il suo cursus honorum sino all'età di quindici anni, quando concluderà con immenso sollievo le tanto tribolate scuole seminariali.
Da allora Giacomo si dedicherà solo al suo grande amore, suonando l'organo dovumque gli capiti - anche per far quadrare il perennemente traballante bilancio familiare -, guadagnando, oltre a qualche soldo, una solida fama tra i paesini del lucchese, che con sempre maggiore insistenza richiedono quel giovanotto che, durante le funzioni, infioretta con citazioni dalla Traviata, dal Trovatore e dal Rigoletto i canti sacri. La sua fama lo condurrà anche nei caffè, negli alberghi e nei centri di villeggiatura, alle feste popolari e persino ai postriboli. Dei guadagni, non certo lauti, Giacomo tiene per sé quel tanto che gli basta per soddisfare il vizio che, con ogni probabilità, lo costringerà - molti anni dopo - a recarsi a Bruxelles: il fumo. Ma quelli sono anche gli anni delle prime burle, tipiche di una certa "toscanità" che in lui si esprime al massimo della forza: linguaggio sboccato, scurrile, grandi mangiate ma soprattutto grandi bevute in compagnia degli amici con i quali organizzare clamorosi scherzi. Tra tutti, quello che con la sua combriccola organizzò ai danni dell'organo di una chiesa dove avrebbe suonato di lì a poco: per acquistare sigarette, rubarono alcune canne al fine di rivenderle; al momento di suonare, i suoni mancanti furono sostituiti dalle voci dei suoi amici. E il parroco non si accorse di nulla.
FOLGORATO SULLA VIA DI PISA Tra uno scherzo e una lezione d'organo, Giacomo arriva ai diciotto anni. Sino ad allora la musica non rappresentava altro che qualche ora del suo tempo da dedicare agli studi che faranno di lui il nuovo Maestro di Capella di
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Lucca. Ma quell'anno, 1876, rappresenta una tappa fondamentale nel destino del futuro compositore: l'11 agosto assiste a Pisa alla rappresentazione dell'Aida di Verdi. Per raggiungere la città della torre pendente percorre a piedi trenta chilometri, in compagnia degli amici Papeschi e Carignani. Alla fine della rappresentazione, Giacomo si spella le mani e si arrochisce la voce nel manifestare tutto il suo entusiasmo per l'opera. Ma quanto avverte è più dell'emozione - forte benché passeggera - che ha catturato i suoi due amici: è il sintomo di una presa di coscienza. Sulla via di casa (altri trenta chilometri), mentre Papeschi e Carignani cantano "Celeste Aida", Giacomo è silenzioso, quasi assente. Lo spettacolo, quelle luci sfavillanti, l'irresistibile magnetismo della ribalta, il suono magico dell'orchestra l' hanno completamente sedotto. Così avviene la sua irreversibile conversione al melodramma, e per tutta la vita vedrà quello spettacolo di "cieli azzurri" e "foreste imbalsamate", di "cieli d'or" che fanno da suggestiva cornice ad una appassionante storia d'amore, antesignana di quelle che lui stesso tradurrà in musica anni dopo. Decide quindi di studiare seriamente, perdendo sempre meno tempo tra bordelli e osterie - senza però togliersi del tutto il vizio - e dà alla luce le sue prime "creature": un Preludio sinfonico e una Messa per quattro voci con orchestra, quest'ultima giudicata con favore da esperti musicologi e che gli vale il diploma dell'istituto musicale "Pacini" della sua città.
LA PASSIONE PER LE STORIE D'AMORE Da allora, però, Puccini chiude con la musica sacra, dedicandosi a quelle storie d'amore bruciante che tanto lo appassionano. E , per lui, questo significa lasciare la natia Lucca per spostarsi a Milano, dove il Conservatorio "Giuseppe Verdi", il Teatro alla Scala e una casa editrice quale la "Ricordi" ne fanno l'indiscussa capitale italiana dell'opera lirica. Frequentare quel mondo non è facile senza soldi, e in casa Puccini, a quel tempo, non ne girano molti. Eppure mamma Albina ha mille risorse e grazie a una sua conoscente, la marchesa Pallavicini, riesce a inoltrare domanda di borsa di studio per il figlio alla Regina Margherita. Costei - "fulgida e bionda ne l'adamantina luce del serto", come la descrisse il Carducci - notoriamente protegge le arti e i costumi; il nome Puccini non le dice nulla, ma le piace l'idea di sostenere gli studi di un giovane musicista. Quindi gli accorda una borsa di studio di L. 100 mensili. Nasce così un rapporto che si protrarrà negli anni seguenti, e che vedrà la Regina sempre molto attenta alla carriera del nostro, tanto da voler essere presente al teatro "Costanzi" di Roma in occasione della prima della Tosca, il 14 gennaio 1900.
Con tanto di sostegno regale, Puccini entra in quel tempio della musica che è tuttora il Conservatorio di Milano, oggi intitolato alla memoria di Giuseppe Verdi. E' il 1880, e per i successivi tre anni studia composizione sotto la guida del maestro Amilcare Ponchielli, autore de La Gioconda, opera che contiene la celebre Danza delle ore. Proprio nel 1883, in occasione del saggio di fine anno, Giacomo scrive il Capriccio Sinfonico, il cui tema centrale sarà interamente ripreso per aprire la Bohème. In questi tre anni da studente, Puccini occupa con il fratello Michele e con Pietro Mascagni una camera al numero 2 di vicolo San Carlo, a pochi passi dal Duomo.
VITA DA BOHÈME Della borsa di studio di Giacomo 30 lire servono per l'affitto di casa, e le restanti 70 per gli studi, motivo per il quale il trio di amici è perennemente a corto di denaro. In un'atmosfera da veri bohemiens, è frequente che Mascagni si trovi a dover giustificare l'assenza da casa del suo collega - in realtà nascosto nell'armadio - dinanzi ad uno spazientito creditore. Naturalmente spetta poi a Giacomo rendere il medesimo servizio all'amico. Inoltre, per risparmiare sul cibo, i tre sono costretti a cucinare nella camera, contravvenendo al ferreo divieto stabilito dal padrone di casa: allora, mentre Pietro si dà daffare tra il fornello e la tavola, Giacomo pesta sui tasti del pianoforte per coprire i rumori della stoviglie provocati dall'amico. Tutti episodi che non possono non richiamare alla memoria le vicende di Rodolfo e dei suoi compari, che in seguito Puccini tradurrà in una splendida opera. Ma la Bohème nasce in un luogo ben preciso: Torre del Lago. Questo paesino della Toscana adagiato sulle sponde del lago Massaciuccoli, al confine tra le province di Lucca e Pisa, è eletto dal maestro "suo eden personale", al punto che nel 1891 vi prenderà dimora. Puccini infatti, che pur non disdegnerà incursioni in quella che adesso chiameremmo high-society, non intende recidere il legame con la terra natia, con la sua campagna ricca da selvaggina da cacciare e con quel lago - il Massaciuccoli, appunto - dalle cui acque trova piacevole lasciarsi cullare comodamente
Puccini infatti, che pur non disdegnerà incursioni in quella che adesso chiameremmo high-society, non intende recidere il legame con la terra natia
seduto su d'una semplice barchetta a remi. Ma Torre del Lago, per lui, non significa solo caccia e riposo: qui fonda con gli amici, il circolo La Bohème, una sorta di combriccola, animata da un salace spirito goliardico che li portava a godere della vita e dei suoi aspetti più boccacceschi. Il nome non è dato a caso, ma vuole essere un omaggio all'opera che il "presidente onorario" sta componendo, sulla scorta di una fortunata pubblicazione che apparve in Francia nel 1851, La vie de Bohème. Forte del suo scapestrato passato milanese, il maestro si ritira a Torre del Lago per dare alla luce quel capolavoro che lo consacrerà in tutto il mondo. E' il 1893, e Puccini non è propriamente uno sconosciuto. Ha già all'attivo tre opere: Le villi (1885), l'Edgar (1889) ma soprattutto Manon Lescaut, rappresentata per la prima volta al teatro Regio di Torino l'1 febbraio 1893.
MATRIMONIO CON VIOLENTI ALTERCHI L'opera ottiene un buon successo di pubblico e critica, e dà la giusta carica al nostro, che non esita a ritirarsi là dove si sente meglio che altrove per creare la sua Bohème. Gli anni degli esordi, però, sono stati importanti anche sul lato sentimentale. Nella vita di Puccini è entrata, nel 1884, Elvira Bonturi, che due anni dopo gli darà il primo figlio, Antonio. Il maestro, tuttavia, non troverà mai la pace necessaria ad un buon rapporto matrimoniale, e la sua unione con Elvira sarà costellata di violenti alterchi e passionali rappacificazioni, nonché di un congruo numero di scappatelle. A dar man forte al tellurico rapporto con la moglie ci pensa anche il circolo di amici di Torre del Lago. Tra infinite partite a carte e notti bianche in compagnia, Puccini si dedica alla stesura della Bohème e trascura moglie e figli (Elvira ha portato con sè la figlia Fosca, avuta da un precedente legame). Ma di tanto sacrificio vale la pena: esattamente tre anni dopo la prima di Manon, sempre al Regio di Torino vanno in scena le vicende di Rodolfo e Mimì, descritte nel libretto di Illica e Giacosa e musicate da un Puccini in gran spolvero. A dirigere l'orchestra c'è un giovane di nome Arturo Toscanini. La grandezza dell'opera, però, sarà apprezzata dai posteri: il pubblico non tributa i medesimi onori che riservò alla Manon, e la critica torinese è decisamente contro. Gli inviati dal resto d'Italia - se d'Italia si può parlare nel 1896 - si dimostrano favorevoli, e prevedono per Giacomo quel successo che, da lì a poco, effettivamente gli arriderà.
IL SUCCESSO SALE ALLE STELLE La Bohème porta il suo nome in tutto il mondo, e con esso anche i suoi precedenti lavori. Ma è soprattutto Parigi ad accoglierlo con entusiasmo. Nonostante la critica lo snobbi, il pubblico porta alla stelle la musica del maestro lucchese, che prende a frequentare quella high-society di cui si accennava in precedenza. L'ambiente, che lui stesso definisce il milieu, è quello della più raffinata aristocrazia della capitale, che gli permette di essere invitato a cena dal Granduca Vladimiro di Russia e di arrivare a conversare con Marcel Proust, Emile Zola, Alphonse Daudet. Una volta in Italia, non perde l'occasione di cacciare nelle tenute dell'Arciduca Leopoldo Salvatore d'Asburgo-Lorena. Eppure, più volte, si lascia andare a dichiarazioni come questa: "A me un invito a pranzo mi far star male. Son fatto così e non mi si cambia a quarant'anni. Non son nato per la vita di salotti e i ricevimenti". Comunque, tra un ricevimento e una battuta di caccia, Puccini non dimentica il lavoro. E' il 1898, e mentre a Milano tuonano i cannoni del generale Bava Beccaris, a Parigi il Maestro mette a punto la Tosca con il suo autore, il commediografo Sardou. Due anni dopo, al teatro Costanzi di Roma, l'opera conosce la sua prima rappresentazione di fronte ad un parterre de roi : la Regina Margherita, il Presidente del Consiglio, il Ministro della Pubblica Istruzione e diversi musicisti tra i quali Mascagni e Cilea. Se a Roma non è pieno successo, tre mesi dopo la Scala di Milano decreta il trionfo del dramma, complice la direzione di Toscanini.
IL GRINTOSO ARTURO TOSCANINI Il rapporto tra i due grandi dominatori della scena musicale del primo novecento è del tutto simile a quello che Giacomo ebbe con la moglie Elvira: grandi litigi e commosse pacificazioni. La fragile personalità di Puccini, spesso insicuro di sé, timido e ambiguo, si scontra con il dinamismo travolgente di Arturo Toscanini, grintoso e aggressivo. Non c'è, tra i due, quella composizione tipica degli opposti che s'attraggono, con gran dispiacere della musica, che non si è mai giovata di una piena e fruttuosa collaborazione di due menti eccelse quali erano i nostri. A dividerli è la profonda differenza di gusti: Toscanini non prediligerà mai l'opera pucciniana, sentendosi più vicino alla musica di un Catalani o di un Boito. Ma la grande ferita nei loro rapporti sarà causata dall'acceso dibattito intorno all'entrata in guerra dell'Italia. E' il 1914, e l'interventismo patriottico di Toscanini fa a pugni con l'ambiguo opportunismo di Puccini, timoroso di urtare la sensibilità dei suoi amici tedeschi, con i quali è, in quel tempo, in ottimi rapporti di affari.
FURIOSA LITE A TRE Ciò lo spinge a litigare furiosamente con il grande direttore e con Gabriele D'Annunzio, conosciuto nel 1906. L'atteggiamento di Puccini si spinge sino al rifiuto di firmare un documento sottoscritto da altre personalità artistiche - tra le quali George Bernard Shaw, Camille Sainte-Saens, Ruggero Leoncavallo - contro il bombardamento tedesco su Reims. Inoltre rifiuta di collaborare ad un "numero unico" promosso dal romanziere Hall Caine per rendere omaggio al Re del Belgio e al suo popolo, vittime del proditorio attacco germanico. Avuta notizia di tanto oltraggio, Toscanini va su tutte le furie, e perde il controllo di sé quando gli viene riferita una frase del Maestro: "Il giorno che i tedeschi prenderanno d'assedio Parigi sarà troppo tardi". Allora il direttore arriva a minacciare Puccini, facendogli sapere di doversi tenere alla larga da lui, se vuole evitare una massiccia dose di schiaffi. Ma il tempo levigherà le ruvide angolature dei loro caratteri: nel 1922 i conflitti tra Toscanini e il Maestro lucchese sono ormai sopiti, e Giacomo non lesina complimenti per una Manon superbamente interpretata dal "caro Arturo", che nel '24 prenderà il solenne impegno di dirigere l'ancora incompiuta Turandot. Sono i primi giorni d'autunno, e Toscanini manterrà la promessa pochi mesi dopo aver accompagnato al sonno eterno l'amico scomparso, con la marcia funebre dell'Edgar.