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All'interno dell'ormai ampia produzione sulla Shoah, le donne sono quasi invisibili. Talora al centro di memorie o racconti, la loro presenza nei lager nazisti non è mai stata oggetto di una sistematica analisi storiografica. Il saggio di Giovanna De Angelis riempie questo vuoto, affrontando alcune delle questioni cardinali dell'esperienza concentrazionaria femminile: prima tra tutte, la relazione tra ricostruzione storica e memoria individuale.
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Il volume di Giovanna De Angelis (Le donne e la Shoah, Avagliano Editore, 2007, pp. 176, euro 13,00) propone l'analisi dello sterminio nazista degli Ebrei attraverso una chiave interpretativa di "genere", ossia l'indagine di una specifica ferita inflitta alle donne ebree. L'autrice pone la sua attenzione sull'umiliazione e sull'annullamento della femminilità, ma anche sulla rete di solidarietà e sugli strumenti femminili di sopravvivenza..
Nel suo accurato studio parte dal contesto storico in cui è maturata la "soluzione finale", dall'avvento del nazismo alla guerra, alla realizzazione dei campi di concentramento per poi analizzare la condizione "di partenza" delle donne che sarebbero state condotte nei campi di concentramento, il loro peso in seno all'ebraismo in Europa e le difficoltà incontrate prima della deportazione. Muovendosi tra storia e letteratura, l'autrice è giunta ad interrogarsi sull'acquisizione, all'interno della persecuzione (vista come "fattore di crescita e di comprensione"), di uno spazio di libertà interiore, la conquista di un sopportare attivo, di un'interiorizzazione dell'oppressione quale vera e propria ricostituzione dell'identità. Dagli scritti di Etty Hillesum e di Gertrud Kolmar (entrambe morirono ad Auschwitz, ma raccontarono esperienze precedenti), l'autrice ha concretizzato l'ipotesi di "una libertà dentro alla non-libertà", un ripensamento della nozione di dolore visto come tramite conoscitivo, viatico per un risveglio ed una rigenerazione interiori. La forza dell'oppressione risulta essere neutrale, in quanto colpisce senza distinzioni, ma lo sguardo è segnato dalla differenza, che conduce ad una singolare capacità di resistenza delle donne nei campi, caratterizzata da pratiche di solidarietà e di dialogo tra compagne. L'ultima parte del libro si concentra sulla voce di Edith Bruck, sopravissuta ad Auschwitz. La sua scrittura rimanda all'Io, una autobiografia esemplare proprio per la sua spiccata individualità: il tema del vissuto nel campo di concentramento viene utilizzato esclusivamente per rendere giustizia alla sua verità, non per una trasmissione collettiva dell'esperienza.
La politica discriminatoria hitleriana non effettuò alcun tipo di distinzioni di genere, ma basilare per uno studio relativo all'impatto della Shoah sulle donne è l'analisi della condizione femminile all'interno della società ebraica prima dell'avvento del nazismo. Mentre in Europa occidentale e centrale l'organizzazione e la gestione della famiglia ebrea era assimilabile a quella non ebrea, in Europa orientale le donne godevano di una modesta emancipazione: anche se il sostentamento del nucleo familiare gravava sugli uomini, a loro spettava l'assunzione di un qualche impiego lavorativo o all'interno dell'impresa maritale o in attività di piccolo commercio o artigianato. In particolare, le donne ebree polacche di ceto medio conoscevano molto bene l'idioma nazionale e questo le aiutò nei campi di concentramento a comprendere le dure prescrizioni imposte dai nazisti.
Si può invece parlare di spazio di azione femminile in politica solo nella sinistra reazionaria e socialista russa e poi polacca e nello Yaf (Yidishe Arbeter - Froy Organizatsie - Organizzazione per i diritti delle lavoratrici) della Lega Ebraica del lavoro (Bund, di matrice marxista). All'interno del partito sionista alle donne spettavano compiti di natura assistenziale, ma negli anni Trenta le militanti della Wizo (Women's International Zionist Organisation) ebbero responsabilità di rilievo. Tra queste si distinse Gisi Fleischmann, eccezionale figura che si occupò di organizzare l'emigrazione ebraica. Insieme al rabbino Weissmandel gestì il "Piano Europa", uno straordinario progetto per salvare tutti gli Ebrei mediante un sistema di pagamenti da corrispondere direttamente alle autorità naziste per impedire la partenza dei convogli diretti verso i campi. La Fleischmann riuscì a corrompere Wisliceny, il supervisore sulle deportazioni, ma i negoziati si arenarono con Himmler e la coraggiosa eroina trovò la morte ad Auschwitz dopo aver rifiutato un visto per la Palestina.
In Europa occidentale le donne ebree erano generalmente escluse dall'istruzione secondaria (a parte quelle appartenenti ai ceti più alti), sceglievano il compagno nell'ambito della comunità e si dedicavano ad attività caritatevoli e di cura extrafamiliari (il Jüdischer Frauenbund, in Germania, contava 50.000 attiviste impegnate nel miglioramento delle condizioni di vita dei bambini e delle donne ebree). In seguito all'aggravarsi delle vicende storiche (in particolare dopo l'emanazione delle Leggi di Norimberga) le Ebree si videro costrette a lavorare per contenere il dissesto delle proprie condizioni familiari e mostrarono grande flessibilità ed adattabilità professionali, impiegandosi anche in più settori lavorativi, oltre all'impegno nelle organizzazioni di volontariato. Spesso furono le donne a tentare con successo di ottenere il rilascio dei loro uomini trasferiti nei campi dopo la Notte dei Cristalli (9-10 novembre 1938) intercedendo presso le autorità naziste, anche per farli espatriare, sbrigando le complesse pratiche burocratiche necessarie per stilare l'elenco dei beni da portare con sé (solo gli averi acquisiti prima del 1933): la composizione della lista dava adito a pratiche di corruttela ad ogni livello, che le donne dimostrarono di sbrigare con sorprendente prontezza di spirito. E furono proprio loro a rimanere in Germania per continuare a lavorare nell'illusione di poterli raggiungere (anche le organizzazioni femminili invitavano le proprie iscritte a non "intralciare" la fuga dei loro compagni) e di poter eludere, anche per il loro essere donne, la violenza nazista.
All'interno dei ghetti le Ebree svolgevano attività anche fisicamente impegnative, in condizioni lavorative durissime, e venivano retribuite un terzo in meno rispetto agli uomini. Escogitavano forme di commercio e di baratto all'interno ed all'esterno delle mura di cinta, accompagnate dai loro bambini (sufficientemente esili da passare attraverso gli stretti varchi nelle mura). Molte donne riuscirono a scambiare informazioni con gli altri ghetti o a collaborare con la resistenza. Donne erano presenti nella formazione partigiana ebrea Bielski, in Bielorussia, con compiti di assistenza.
In una pagina di diario datata 1941, Etty Hillesum annota: «Devo confrontarmi con tutto ciò che incontro sul mio cammino, devo accogliere e nutrire il mondo esterno col mio mondo interno e viceversa». Una simile considerazione è presente in una testimonianza di Gertrud Kolmar, dalla quale emerge una singolare immagine del concetto di rassegnazione: «Sopportare è qualcosa di passivo mentre è la convinzione che una persona sia capace, in virtù delle sue sole forze interiori, di trasformare - anche se non sempre e non dappertutto - un destino avverso impostole dall'esterno». In entrambe è evidente un particolare sguardo calibrato su un nuovo concetto di libertà: un'accettazione che è comprensione al di là della effettiva non comprensibilità degli eventi, riformulazione della propria identità al di là delle violentissime spinte distruttrici imposte dal contesto, una libertà nuova che va oltre le imposizioni di un vissuto drammatico. Negli scritti della Kolmar diventa sempre più marcato un "perimetro" della "libertà dentro alla non-libertà", un risveglio, una comprensione eroica del proprio destino che rigenera l'identità. Nel dolore si può ritrovare una nuova ed originale idea di volontà: attraverso la sofferenza emerge una ferrea volontà di sperimentarsi e di vincersi, ci si scopre liberi, interiormente liberi.
Anche nei documenti della Hillesum si evince la possibilità di rinvenire un potenziale di libertà e di conoscenza originato dal dolore, dalla persecuzione, dalla segregazione. Queste ultime divengono "fattore di crescita e di comprensione", occasione per porre in campo risorse nuove. Un'esperienza attiva del dolore, dall'acquisizione degli strumenti per esplorare fino in fondo l'inferno della non comprensibilità dell'umiliazione e della sofferenza (ma mai di sottomissione) alla crescita spirituale. Così Etty Hillesum: «Certo accadono cose che un tempo la nostra ragione non avrebbe creduto possibili. Ma forse possediamo altri organi oltre alla ragione, organi che allora non conoscevamo, e che potrebbero farci capire questa realtà sconcertante. Io credo che per ogni evento l'uomo possieda un organo che gli consenta di superarlo. Se noi salveremo i nostri corpi e basta dai campi di prigionia, dovunque essi siano, sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita ad ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire l'uomo di nuove prospettive. E se noi dobbiamo irrevocabilmente affrontare - se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione -, allora non siamo una generazione vitale...Certo non è così semplice, e forse meno che mai per noi Ebrei; ma se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient'altro che i nostri corpi salvati ad ogni costo - e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione -, allora non basterà. Dai campi stessi dovranno irraggiarsi nuovi pensieri, nuove conoscenze dovranno portar chiarezza oltre i recinti di filo spinato, e congiungersi con quelle che là fuori ci si deve ora conquistare con altrettanta pena, ed in circostanze che diventano quasi altrettanto difficili». Qui si innesta lo spazio della scrittura, nell'esigenze di rivelare "un nuovo senso delle cose": la necessità sì di tramandare, ma anche di costruirsi un rifugio.
Giovanna De Angelis, prima di descrivere in dettaglio la "ferita di genere" delle donne nei lager, ne analizza la sua stessa natura ontologica, sottolineandone il ruolo pedagogico riprendendo Hannah Arendt: «L'obiettivo dei campi di concentramento era quello di servire da laboratorio per addestrare le persone a divenire un fascio di reazioni, cioè a suscitare in loro comportamenti simili a quelli del cane di Pavlov, sradicando dalla psicologia umana ogni traccia di spontaneità. Ma riusciamo solo ad indovinare fino a che punto è possibile inoltrarsi su questa strada: ne sono una prova spaventosa la terribile docilità con cui nelle condizioni tutta questa gente andava incontro alla loro morte certa, come pure la percentuale sorprendentemente bassa dei suicidi». Nessuno dei prigionieri perse del tutto la propria consapevolezza di appartenere ancora alla specie umana, ma la permanenza all'interno del campo era vissuta nella totale consapevolezza di uno stato di perdita (il rimando alla vita "vera" era troppo doloroso ed era meglio non serbarne memoria) che condusse ad una modifica della propria identità che assunse due forme principali: una diretta verso l'estraniazione (le sofferenze e le umiliazioni lasciavano indifferenti le vittime perché riguardavano il simulacro di un Io separato) e l'altra verso la creazione di un nuovo sguardo sul mondo. I reclusi, per i quali sia il ricordo di una vita precedente sia la speranza in una liberazione futura apparivano in urto con la necessità di adeguarsi allo status quo di prigionieri, dovettero ricavare dall'inferno concentrazionario le indicazioni per una nuova strategia di difesa, rimuovendo tutto quello che poteva ricondurli alla passata condizione di uomini liberi, provando odio verso la lingua degli aguzzini e la natura "spettatrice, che non sospendeva i suoi cicli né le sue leggi come se non si stesse consumando nulla di assurdamente innaturale; intorno al Lager, con muta, olimpionica regolarità, continuavano ad avvicendarsi il giorno, la notte, le stagioni».
I sopravvissuti hanno dichiarato una percezione di offesa nei riguardi dell'indifferenza della natura, vista come un abbandono da parte di Dio. Il campo era il mondo e non vi era null'altro al di fuori di esso: «Si possono bruciare bambini senza che la notte si muova.Anche le stelle sono calme sopra di noi, e questa immobilità non è certo l'essenza né il simbolo di una verità preferibile. Sono lo scandalo della indifferenza assoluta» (Robert Antelme).
Nelle testimonianze delle sopravvissute è ben chiaro che «i sommersi erano uguali, uomini e donne» ( Liliana Segre), ma è altrettanto evidente che esse ebbero una specifica e diversa (e forse superiore) capacità di sopportazione della sofferenza, di difesa e di resistenza, di dominazione degli istinti. Le prigioniere furono meno individualiste e più generose nei confronti delle altre, più difficilmente disponibili a lasciarsi travolgere da coercizioni psichiche che evidenziassero un'accettazione di una dimensione di reciproca violenza e sopraffazione.
La De Angelis affronta anche la dimensione corporea della sofferenza femminile all'interno dei campi in cui erano presenti anche dei bordelli (ad Auschwitz, Puffkommando). Di solito le prostituite in servizio (volontario e non) erano ariane, ma le molestie ai danni delle Ebree furono molto frequenti. I soldati avevano l'abitudine di palpare gli organi genitali delle giovani prigioniere che, uscite dallo spogliatoio, si dirigevano verso la camera a gas; spesso le ragazze più avvenenti venivano condotte negli alloggi delle truppe per divenire oggetto sessuale delle guardie e degli ufficiali. Lo strazio del corpo, la costrizione alla rasatura ed alla nudità, il continuo scherno da parte degli aguzzini dinanzi alle diverse forme del pudore violato, gli orribili esperimenti scientifici (le lapin, così vennero chiamate le detenute sottoposte agli interventi sugli arti inferiori dell'ortopedico Gebhadt nel lager di Ravensbrück), le maternità stroncate (con aborti praticati fino all'ottavo mese e feti bruciati vivi nelle stufe, strangolati o annegati dinanzi alle madri) condussero paradossalmente all'attivazione di un'ulteriore dimensione conoscitiva di sé e del mondo. È emblematico quanto riportato in un suo memoriale da Rudolf Höß (comandante di Auschwitz tra il 1941 ed il 1943): «Le donne erano assai più robuste e più resistenti degli uomini, sia fisicamente che psichicamente, ma per loro ogni cosa era assai più dura, più oppressiva e tremenda».
Le donne dei Lager avevano già subito una perdita, un abbandono: lo sbandamento, la tragedia dell'incomunicabilità anche linguistica avevano procurato in loro un violento strappo. Uno dei tratti distintivi della "ferita di genere", secondo la De Angelis, è proprio nella fase iniziale del periodo concentrazionario: gli ordini non compresi, l'intervallo tra l'attesa di un danno ed il danno effettivamente subito fecero ritrovare alle donne risorse altre e nuove. Ripristinarono un universo di relazioni, attivarono una serie di impianti sociali ed affettivi di stampo pseudo-familiare (materno, filiale o sororale) proprio perché capirono che la precarietà, parzialità e transitorietà di quegli affetti concentrazionari era consustanziale alle ferite ed al vuoto che quella stessa precarietà, parzialità e transitorietà producevano. La creazione di un'immediata e diffusa solidarietà, di un reciproco aiuto, di una tenace volontà di dialogo e di ascolto, avevano una funzione salvifica perché restituivano l'illusione, o forse la speranza di una forma di dignità ancora possibile. La realizzazione di una fragile sponda di quotidianità divenne necessaria per creare una sollecitazione di senso che coniugasse l'invenzione di una strategia di resistenza e l'accertamento di una impossibilità di vita. In altre parole, nel campo le donne ricostituirono la propria identità ed il proprio ruolo nel segno di una solidarietà e di una condivisione di uffici che spaziavano dalla cura dell'igiene agli scambi di oggetti e di informazioni vitali per la sopravvivenza alle preghiere e letture collettive. «Le donne sono maglie, se una si perde, si perdono tutte. Là dentro, almeno, era così; ci sentivamo unite da uno stesso filo di vita, che non doveva recidersi. Forse è perché le donne portano di più il proprio mondo dentro di sé e hanno un maggior desiderio di trovare corrispondenza con l'altro» (Giuliana Tedeschi).
Nelle testimonianze maschili sono rari gli accenni al conforto di un'amicizia salvo necessità "di servizio": la sola presenza "altra" è il Lager. Primo Levi, ne La Tregua, descrive una compagna di prigionia: «Frau Vitta era in buona salute, ma ferita profondamente, ulcerata da quanto aveva subito e visto... Era stata comandata al trasporto dei cadaveri, di pezzi di cadaveri, di miserande anime spoglie, e quelle ultime le pesavano addosso come una montagna: cercava di esorcizzarle, di salvarsene, buttandosi a capofitto in un attività tumultuosa... Alla sera, quando tutte le opere del girono erano finite, incapace di resistere alla solitudine, balzava ad un tratto dal suo giaciglio, e danzava da sola fra letto e letto, al suono delle sue stesse canzoni, stringendo affettuosamente al petto un uomo immaginario». Si tratta comunque di immagini isolate e poco frequenti anche per la rigida separazione in settori nei campi (gli incontri erano rari ed avvenivano solo quando le squadre di lavoro femminili erano indirizzate all'esterno del recinto. In quel caso uomini e donne si scambiavano piccoli doni e biglietti. I rapporti sessuali tra gli internati erano un'eccezione. Solo nel campo di lavoro polacco di Skarzysko-Kamienna erano diffusi gli "amori in cuccetta" tra kuzyns-cugini ebrei).
Le donne prigioniere non ricorsero a processi di rimozione, ma attivarono una serie di patti e relazioni che non sostituivano le pratiche perdute, ma costituivano il tramite conoscitivo di un'ulteriore dimensione interiore che le ferite e gli abusi avevano evidenziato. L'autrice è chiara su questo punto: «Gli statuti della comunicazione, della relazione e del confronto si rivelarono come altrettanti generatori di trasformazione e di resistenza. Le donne seppero dunque caricarsi dello status del loro corpo smarrito, violentato; seppero trovare una sollecitazione di senso a partire dal naufragio del loro vissuto. All'interno dello spazio e del tempo sospesi del lager, esse riuscirono insomma a riappropriarsi di uno spazio di vita, di comprensione reciproca, di libertà».
Molte sopravvissute scrissero per soddisfare l'esigenza di rendere giustizia alla loro verità: una verità di vita e di resistenza. Nella parte conclusiva del volume la De Angelis tratta l'opera letteraria in lingua italiana della sopravvissuta ungherese Edith Bruck. Le precise e dettagliate descrizioni della vita nei Lager non vanno ricondotte ad esigenze esterne di testimonianza, ad una necessità risarcitoria, ad una trasmissione collettiva dell'esperienza, ma rispondono ad un bisogno esclusivamente interiore di costruire il diagramma della propria sofferenza (c'è, in tal senso, un tentativo di distanziamento dalla materia, come in alcune opere in cui il lager è solo il luogo di provenienza della protagonista). Il racconto di sé costituisce il luogo di una strategia conoscitiva che diviene monologo, dialogicità interna.
Per la Bruck Auschwitz non si può espellere, ma solo interrogare. Nella sua produzione autoriale la memoria del campo assume il ruolo di attivatore di senso: la sua autobiografia è del tutto inedita proprio per questa esclusiva e totalizzante relazione con il sé; dà avvio ad un percorso di rivisitazione del proprio vissuto. La Bruck ha una concezione della testimonianza come luogo di polemico confronto con se stessa e con gli altri, ma mai ed in nessun caso di un resoconto consolatorio. La testimonianza pubblica si pone dunque come un tentativo di espressione e di diagnosi di una condizione privata, che si scinde dall'obbligatorietà di una memoria. La scrittura diviene il territorio di un'investigazione tesa a riformulare i termini di un'identità che s'interroga all'interno di un perimetro privato, per nulla collegato allo status di sopravvissuta. Nelle opere della Bruck sono rari i cenni alle pratiche di solidarietà tra donne all'interno dei campi, anzi le guarda con "una sfumatura di disprezzo". Il solo luogo riconducibile ad una qualche nozione di patria è il proprio vissuto, l'esperienza indimenticabile del campo, la memoria dei propri morti. Il continuo rimando alla perdita della madre è il tramite di una comunicazione con un destinatario ineliminabile, che si collega al tempo in cui esisteva ancora una patria, il senso di un'appartenenza e di una discendenza familiare che non può esistere più dopo il Lager, la Heimat (patria) è perduta per sempre: «Forse definirsi possono solo coloro che hanno i propri vivi ed i propri morti sullo stesso luogo. Io su quale tomba e dove avrei potuto pregare o portare i fiori? Sulla bocca del crematorio che aveva inghiottito mia madre e mio fratello? O in quale campo coltivato e concimato con ciò che era rimasto di mio padre? Chi aveva perso anche la traccia dei propri morti era privato anche della terra che potesse dire sua». Anche la scelta di scrivere in un idioma diverso dalla propria lingua madre costituisce un ulteriore tematizzazione di uno stato di perdita: l'uso dell'italiano sancisce l'identità apolide e nomade della scrittrice, ribadisce l'impossibilità di tornare indietro, di trovare un'altra patria che non sia il ricordo. L'adozione di una lingua straniera non è il veicolo di una rinascita, ma di una conferma del senso di distanza. Una lingua volutamente neutra e senza storia per sottolineare un'analoga estraneità autoriale.
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BIBLIOGRAFIA
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Le donne e la Shoah, di Giovanna De Angelis - Avagliano Editore, Roma 2007
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