IN LIBRERIA
Shimon Peres:
la saggezza di Israele
di ALESSANDRO FRIGERIO
Clicca sulla immagine per ingrandire
Shimon Peres. La biografia, di Michael Bar-Zohar - UTET Libreria, Torino 2007, pp. 480, euro 22,50
La straordinaria vita del Presidente della Repubblica d'Israele Shimon Peres scritta con la sua piena collaborazione: collaborazione che ha permesso anche di accedere ai diari, alle lettere e a documenti personali. Shimon Peres è spesso considerato il più importante politico israeliano dopo David Ben-Gurion. Premio Nobel per la Pace nel 1994, due volte primo ministro d'Israele, amico e confidente di leader mondiali, intellettuale e filosofo, Peres iniziò la sua carriera come uomo di guerra contribuendo alla costruzione della potenza militare d'Israele ed è diventato un uomo di pace che cerca di spegnere il fuoco della violenza e del fanatismo in Medio Oriente. Mentre nel resto del mondo è considerato un leader, nel suo Paese è una figura controversa. Ben-Gurion e Moshe Dayan lo appoggiavano fermamente, ma Golda Meir lo detestava, e Yitzhak Rabin non cessò mai di opporglisi. Tuttavia Peres fu determinante in molte delle più grandi vittorie di Israele. Sfidando tutte le previsioni, progettò la campagna di Suez, costruì il reattore nucleare israeliano e fu la mente direttiva dell'operazione di Entebbe. Tuttavia perse quasi tutte le competizioni elettorali a cui prese parte. Il presidente Clinton lo definì «l'uomo di stato più saggio con la visione più ampia», ma una volta Peres disse di se stesso «c'è una maledizione su di me». Se per alcuni aspetti può essere considerato un eroe, e talvolta perfino una figura tragica, tuttavia è amato da qualcuno e detestato da altri. Questo libro analizza entrambi gli aspetti di questo uomo straordinario e la sua vita eccezionale, dalla nascita in un villaggio al confine tra Polonia e Bielorussia, nel 1923, in una famiglia benestante (il padre era commerciante di legnami), all'arrivo in Palestina nel 1935. Dall'approdo al partito laburista all'attività segreta per rifornire di armi e aerei il neonato stato di Israele. Dalla nomina a viceministro della Difesa nel 1959 al sofferto abbandono del partito laburista nel novembre 2005 per convergere con Sharon nel nuovo partito, il Kadima, l'unico capace di lavorare attivamente per un serio processo di pace che porti alla creazione di uno stato palestinese («Non sono stato io a unirmi a Sharon, ma Sharon a unirsi a me»). Fino alla nomina, nel giugno del 2007 - alla soglia delle ottantaquattro primavere - a presidente dello stato di Israele. Come ha scritto lo scrittore Amos Oz, «lui ha più di ottant'anni, ma ciò che lo interessa è quello che accadrà fra quarant'anni. Vive come se tutto ciò che gli è accaduto finora fosse solo un preludio. La gente lo attacca per questo, ma secondo me queste è la sua grandezza».
La persecuzione dei cattolici nella Spagna repubblicana (1931-1939), di A. Rosselli - Solfanelli, Chieti 2008, pp. 80, euro 7,50
Alberto Rosselli è un acuto indagatore delle pieghe della storia, capace di scavare sotto i più abusati luoghi comuni dei manuali scolastici, dalla storia dell'Impero Ottomano durante la Grande Guerra alla resistenza antisovietica in Europa Orientale. Questa volta la sua indagine si appunta sulla guerra civile spagnola, troppo spesso interpretata secondo il pregiudizio di una lotta tra un bene e un male assoluti. «Mai nella storia d'Europa e forse in quella del mondo, si vide un odio così accanito per la religione e i suoi uomini». Così scrisse uno dei più noti studiosi della guerra civile spagnola, il laburista inglese Hugh Thomas, a proposito della persecuzione anti-cattolica e anti-cristiana perpetrata dal governo repubblicano tra il 1931 e il 1939.
Con il suo saggio, Rosselli, senza nulla concedere al sensazionalismo, ma citando contesti, documenti e memorie, fa luce su quella stagione dell'orrore, indicando motivazioni, mandanti e responsabili materiali e morali di quella che si rivelò una vera e propria strage premeditata. In quegli anni furono uccisi dalle milizie repubblicane comuniste e anarchiche 2365 religiosi, 238 tra suore e seminaristi, 12 vescovi e 4184 appartenenti al clero diocesano. Tutto all'insegna del motto del primo ministro Manuel Azaña: «la Spagna finalmente ha cessato di essere cattolica».
Alfredino nel pozzo. Tutta la storia della tragedia di Vermicino e la nascita della "Tv del dolore", di A. Bacci - Bradipolibri, Torino 2007, pp. 144, euro 12,00
La tragedia di Vermicino del giugno 1981 non sancì solo la morte del piccolo Alfredo Rampi, precipitato accidentalmente dentro un pozo artesiano, ma anche e soprattutto la fine dell'innocenza di varie generazioni di italiani, della credibilità della televisione di Stato e dell'infallibilità dei servizi di soccorso. La morte di quel bambino, mandata in diretta a reti unificate in uno show del terrore durato 18 ore ininterrotte, ha segnato in maniera indelebile coscienze e valori degli italiani, portando all'evidenza la realtà di un popolo generoso e altruista, a tratti eroico, ma profondamente arruffone e privo, allora, di una vera professionalità a risolvere problemi di protezione civile.
Tra i mille scandali politici e la cronaca di quell'incredibile 1981 - la P2, il terrorismo, l'attentato al Papa, vecchi e nuovi governi - il dramma di Alfredino ha portato alla ribalta del Paese la possibilità di fare notizia con una storia privata di una famiglia normale, colpita nel profondo da una tragedia che, nonostante i tentativi, non potrà mai essere dimenticata.
Andrea Bacci, appassionato scandagliatore di storie grandi e piccole del nostro recente passato, ricostruisce con ritmo incalzante e appassionato quella tragica vicenda, senza nulla concedere al pietismo di maniera e poggiando tutta la struttura del volume sulla rievocazione dei fatti e sulla viva voce dei testimoni, intervistati a più riprese in questi ultimi anni. La vicenda viene così ripercorsa nel dettaglio delle sue drammatiche tappe, mettendo in luce non solo la storia degli uomini che cercarono di risolverla positivamente, ma anche le polemiche sull'uso abnorme e terribile che ne fece la televisione, e le cattiverie e gli ingiustificati sospetti che caddero sulla famiglia Rampi e che ne ampliarono il terribile dolore.
La lunga marcia. 1934 - 1936: la nascita della Cina moderna, di S. Shuyun - Mondadori, Milano 2008, pp. 312, euro 19,00
Nel 1934 il Partito comunista cinese si trovò in una situazione assai critica: mentre sul paese incombeva la minaccia del Giappone imperiale e militarista, che aveva già occupato tre province, le forze del generale nazionalista Chiang Kai-shek strinsero i 200.000 soldati dell'Armata rossa in un'implacabile morsa per annientarli. A quel punto rimaneva loro un'unica via di scampo: dirigersi là dove nessuno avrebbe potuto stanarli, attraversando montagne impervie, fiumi impetuosi e sconfinate distese di praterie e paludi. Dopo una marcia di oltre 12.000 chilometri, a prezzo di immensi sacrifici e dando prova di grande coraggio, nel 1936 la I, la II e la IV Armata dell'esercito comunista si ricongiunsero finalmente sull'Altopiano Giallo, nella Cina nordoccidentale. Al traguardo arrivò solo un quinto di coloro che erano partiti, e fu proprio questo ristretto gruppo di uomini che, in più di un decennio, passò al contrattacco, sconfisse i nazionalisti e gettò le basi della Repubblica popolare cinese. Così, quella che, da un punto di vista militare, era stata una ritirata, per quanto eroica, fu ribattezzata dai vincitori con l'altisonante nome di "Lunga marcia" e divenne il mito fondatore della Cina comunista. Grazie alla sapiente propaganda di regime orchestrata da Mao, l'impresa venne circondata da un'aura di leggenda, immortalata da film e opere musicali, e di conseguenza un pesante velo di silenzio cadde su molti aspetti problematici che avrebbero potuto offuscarne l'immagine idealizzata: il terribile tributo pagato alla fame e alle malattie, il triste destino delle donne che vi parteciparono, l'enorme numero di diserzioni, la spietatezza delle purghe, le morti inutili. Settant'anni dopo, Sun Shuyun ha ripercorso l'itinerario di allora, in territori rimasti pressoché immutati, per farsi raccontare dai protagonisti e testimoni superstiti come andarono effettivamente le cose. In questa ardua e laboriosa ricerca, forse l'ostacolo maggiore è stato il dover mettere in discussione l'epopea della Lunga marcia così come è stata inculcata in ogni cinese fin dall'infanzia, il che ha spinto l'autrice a porsi degli interrogativi e a cercare delle risposte. Furono davvero gli ideali comunisti che indussero gli operai e i contadini poveri ad arruolarsi nell'Armata rossa? In che modo riuscirono a procurarsi cibo, armi e medicine per sopravvivere lungo il percorso? Cosa ne fu di tutti coloro che non giunsero alla meta? Mao era proprio il grande stratega che non ha mai perso una battaglia? La Lunga marcia porta alla luce per la prima volta la difficile verità di un evento epico della storia cinese attraverso la voce degli ex combattenti, di cui rivela la fede e la speranza, ma anche le amare disillusioni. Per molti di loro, infatti, la felice conclusione di quel viaggio non significò la fine delle sofferenze, ma solo un momento di tregua nel lungo calvario che avrebbero vissuto nei decenni successivi.
America Latina. Elementi e meccanismi del sistema economico coloniale (XVI-XVIII), di R. Romano - UTET Libreria, Torino 2007, pp. 454, euro 25,00
Ruggiero Romano è stato uno dei più importanti storici dell'economia europea dell'Antico Regime, ma per più di quarant'anni si è interessato anche al mondo coloniale ibero-amreicano. Questo volume non è un manuale di storia economica: è piuttosto una visione completa della vita economica delle aree coloniali di dipendenza spagnola e portoghese. Il suo grande valore storico è che, a differenza di altri studi, in nessun modo è un'approssimazione olistica o ideologica alla disciplina dell'economia. È un'analisi che prima disaggrega i differenti elementi - popolazione, risorse materiali, forme di lavoro, settori produttivi, salari e prezzi, commercio e circolazione monetaria -, poi li pone in interazione e ne valorizza le forme di comportamento e il modo di reagire, per darci alla fine una spiegazione storica comprensibile della dinamica della vita economica sudamericana.
El Gran Capitán. Consalvo di Cordova e il mito della Spagna trionfante, di J. E. Ruiz-Domènec - Einaudi, Torino 2008, pp. 650, euro 39,00
Al nome del Gran Capitano sono legate le vittoriose battaglie contro i Francesi che assicurarono alla Spagna il possesso completo del napoletano. Ferdinando il Cattolico arrivò a sospettare, a torto, che volesse impadronirsi della corona del Regno di Napoli, cui sovrintendeva con il titolo di viceré; per questo motivo in occasione di una visita nel regno, il re lo rimandò in Spagna. Come in un thriller, l'autore ricerca la verità su di un uomo che fu allo stesso tempo famoso e sconosciuto: cerca nella sua infanzia le ragioni del suo temperamento; legge le cronache che più influirono nella sua educazione di cavaliere; approfondisce il suo operato nella burrascosa politica del Regno di Napoli; esplora i motivi dell'attrazione provata per la sua figura dai papi; precisa in che modo fu legato alla causa della regina Giovanna la Pazza e definisce le ragioni del suo sostegno al giovane Carlo V.