EDITORIALE - STORIA OGGI
Vender Politica e politiche.
Tra programmi, piani e proposte elettorali
regnano le argomentazioni di vendita
di PAOLO M. DI STEFANO*
Cito dal Corriere della sera del 23 febbraio, editoriale di Giovanni Sartori "Elezioni e consenso: il programma sommerso". Scrive il politologo: «L'ultima sbornia del nostro mondo politico è stata il programmismo. Tutti a chiedere giorno e notte: quale è il programma? Dove è il programma? Quando farete il programma? Questa sbornia si collega al progetto prodiano di unificare la sinistra a colpi di primarie. E, come è giusto (talvolta la giustizia funziona), Prodi ne è stato la più clamorosa vittima. Il suo programmone monstre di 281 pagine lo ha molto aiutato nel perdere (quasi) le elezioni e a farsi bloccare nel governare. Veltroni, intelligentemente, ne promette, di pagine, 30; e intanto ha anticipato 12 punti. Le elezioni si combattono davvero o comunque soprattutto con i programmi? Giuseppe De Rita, nel suo editoriale del 18 febbraio sul Corriere, ne dubita. E a mio modo ne dubito anch'io. Certo, alle elezioni i partiti un qualche programma lo devono presentare. Ma ormai è chiaro che non si possono permettere di presentare tutto il programma. Perché ormai è chiaro che chi lo fa onestamente perde le elezioni. Male? Sì, malissimo. Ma per una volta la colpa non è soltanto della politica. È anche degli elettori.(...)».
Che un imponente numero di pagine per presentare un programma possa essere pericoloso e forse dannoso è un fatto Non tanto e non solo perché "la gente", e cioè coloro che sono chiamati a votare ed eleggere chi quel programma dovrà attuare, non legge. È già tanto se dedica un po' di attenzione ai titoli, ma non "legge", non approfondisce più di tanto, ed è già molto se riesce o vuole ricordare più di un titolo. Con almeno due immediate conseguenze: la prima, che non "conosce" veramente il programma; la seconda, che - come accade sempre, quando si leggono soltanto i titoli - la sintesi estrema spinge e in qualche modo costringe alla interpretazione. E questa solitamente avviene su basi precarie e assolutamente discutibili.

C'era una volta una professione che mi pare scomparsa - quella del "titolista" dei giornali - la cui "causa" era appunto il sintetizzare al massimo il contenuto di un articolo. E di farlo in modo da attirare l'attenzione del potenziale lettore, non una sua gratuita interpretazione dei contenuti. E questo accadeva quando "l'articolo" costituiva in sé l'argomentazione di vendita del giornale. Un articolo doveva essere eccellente perché questa era la ragione per la quale il quotidiano veniva acquistato. Ricordate la "terza pagina"? Era di per se stessa una ragione valida per l'acquisto. Poi la degenerazione, dovuta almeno in gran parte alla acquisita consapevolezza che alcuni titoli potevano essere utilizzati per "vendere il giornale" prima ancora che per comunicare il fatto; i titoli potevano essere elaborati anche in modo tale da spingere all'acquisto del quotidiano (o di altro prodotto editoriale), in un certo senso in modo avulso dal reale contenuto dell'articolo. E questa diveniva troppo spesso la "causa" del titolo e quindi della professione. Che non era più la professionalità della sintesi, bensì quella della argomentazione di vendita del prodotto cartaceo di riferimento. Esattamente quanto accadeva e accade con lo "strillo" ancora presente nelle edicole. Ricordo un quotidiano della sera la cui prima pagina era per più di metà occupata da titoli impressi a lettere cubitali, assolutamente attrattivi nei contenuti e talvolta anche nei caratteri, ma ai quali seguiva una notizia che troppo spesso si rivelava del tutto priva di interesse o comunque di interesse limitatissimo. Con una conseguenza ulteriore, forse inattesa e comunque non ben calcolata: l'abitudine a "montare la notizia": significa, in pratica, interpretare il fatto in modo da giustificare il titolo a sensazione. Con buona pace della tanto conclamata oggettività della comunicazione.
Che è come dire: importante è spingere il cliente all'acquisto. Per quanto concerne la qualità del prodotto acquistato, se ne parlerà in un futuro più o meno lontano.
Mi sorge un dubbio: non è forse che "la politica" la pensi nello stesso modo? Se così fosse - e a mio parere lo è - varrebbe la pena di ricordare ai politici come la comunicazione d'impresa che realizza "argomentazioni di vendita" prevalentemente suggestive senza preoccuparsi più di tanto della qualità e delle prestazioni del prodotto sia una delle cause (e non l'ultima) del fallimento. A buon intenditor...

Che i programmi siano argomentazioni di vendita prevalentemente suggestive mi pare sia il senso della affermazione del politologo Sartori secondo il quale «i programmi elettorali si riducono ad essere strumenti acchiappa-voti (...)», che significa esattamente che i programmi null'altro sono se non argomentazioni di vendita e, come tali, tutti da verificare. Magari, come prosegue Sartori, «sono solo la punta dell'iceberg, sotto la quale c'è, ci dovrebbe essere, il programma sommerso. E tutti i gravissimi problemi che affossano e impoveriscono il Paese stanno nascosti in quel sommerso. Per esempio, il primo punto del programma veltroniano recita così: sì all'ambientalismo del fare, termovalorizzatori, rigassificatori, energia pulita. Questo impegno è già un progresso rispetto ai governi Berlusconi e Prodi, che dell'ambientalismo si sono fatti due baffi. Però il problema è del riscaldamento della Terra dovuto alle emissioni di anidride carbonica, che in Italia sono in costante e spensierato aumento (...) Allora, le elezioni si vincono con i programmi? Se confezionati con astuzia, forse sì. Ma il punto è di credibilità. Se un leader promette mari e monti, gli dobbiamo credere? E se i due maggiori partiti nei loro programmi si copiano, come ci dobbiamo regolare?».
E il prof. Sartori conclude che risponderà dopo aver visto bene.
E qui una perplessità, mia: quando tutti noi avremo "visto bene" (sempre che sia stato possibile vedere e conoscere i fatti in modo oggettivo e disporre dei corretti strumenti per elaborare un corretto giudizio); quando avremo "visto bene", dicevo, sarà troppo tardi. Non a caso un vecchio detto popolare recita "del senno di poi son piene le fosse". E non a caso in economia le imprese più avanzate hanno elaborato quella "gestione marketing" alla quale si aggrappano nel bene e nel male e che, non conoscendo bene la nozione stessa di marketing, porta sempre più spesso ai fallimenti che tutti ci preoccupano.
Ora a me pare - e nel mio Tutti i colori della Politica ho cercato di approfondire il tema - che proprio una visione globale degli scambi politici ci consenta alcune considerazioni che, sia pure in parte, rispondono agli interrogativi posti dal politologo.

Le elezioni si vincono con i programmi? Al momento, la risposta è drammaticamente positiva. Da sempre i politici "elaborano programmi" e da sempre i programmi sono quanto di più vago e fumoso possa essere immaginato. E dal momento che il mondo politico conosce solo "programmi", è chiaro che la battaglia politica si combatte prevalentemente a colpi di suggestioni. Il problema è che non dovrebbe accadere così. E potrebbe non accadere se, invece che "programmi", i politici presentassero "pianificazioni di gestione", dalla conoscenza delle quali gli elettori potessero giudicare il chi, il che cosa, il come, il quando, il perché di ogni proposta per l'attuazione della quale si chiede loro un voto.
Certo, è difficile. Ed ha ragione Sartori, quando dice che Veltroni «incappa nella sconsiderata promessa di creare 100 campus universitari entro il 2010. Si vede proprio che in questa materia il Nostro non mastica. Noi di università fasulle, puramente cartacee, ne abbiamo già troppe: un proliferare che si risolve nel creare un vergognoso diplomificio e il dilagare di docenti clientelari. E Veltroni si rende conto del costo? (...)». Il che nella pratica significa che il "programma" non basta. È soltanto il titolo di una pianificazione di marketing la quale, se bene organizzata, avrebbe comunque avuto il pregio di dare dei "perché" e dei "come" e che, forse, avrebbe consigliato soluzioni diverse ai problemi della formazione dei giovani e della cultura in generale. Ma per fare pianificazioni di gestione occorrono persone professionalmente preparate a pianificare e che della politica abbiano un senso tutto diverso da quello comunemente accettato. Che è poi, questo "senso", tra quanto di più vago e discutibile esista al mondo.
Ma è difficile anche perché elaborare un piano di gestione per tutte le attività "di scambio" che ci si attende dalla Politica può sembrare impossibile. E non è così, purché si sappia "cosa è la politica" e "cosa significhi fare politica". Il saperlo, porterebbe in automatico ad una organizzazione efficiente e a risultati efficaci. Ed è con un certo imbarazzo che torno a citare il mio Tutti i colori della Politica: lì cerco di dare non soltanto una definizione del fenomeno chiamato politica, ma anche suggerimenti pratici per una organizzazione dello Stato, delle strutture, delle competenze, delle funzioni. Tutto discutibile, certo, ma è proprio dal riesaminare le posizioni, discutendole e verificandole, che si può giungere a un risultato migliore. In tutto e sotto qualsiasi cielo.

Chiedere agli elettori di approvare pianificazioni di gestione è a sua volta molto difficile. Per due ragioni: la disattenzione e la impreparazione della gente, da un lato e, dall'altro, la complessità della materia e la numerosità dei processi di scambio cui essa deve dar vita.
Nel primo caso - disattenzione e impreparazione - occorrerebbe attuare processi di comunicazione in grado di attrarre l'attenzione, di concentrarla, di stimolare l'interesse, di fornire argomentazioni convincenti. E dunque, di prendere coscienza dello stato attuale della cultura del pubblico di riferimento e di provvedere ad usare un linguaggio che esso possa comprendere. E solo per inciso: il conoscere il livello della cultura e del linguaggio di una parte o di tutto l'elettorato, significa anche poter disporre degli elementi necessari ad individuare obiettivi e stilare un piano di gestione della cultura.
Nell'altro caso, complessità della materia in termini almeno quantitativi, basterebbe pianificare e sottoporre alla approvazione degli elettori quei quattro/cinque scambi ritenuti di prevalente interesse e sui quali chiedere un mandato alla gestione di questi ed alla elaborazione di altre pianificazioni per altri scambi. Intendo soltanto dire che si può cominciare dal poco per ampliare a mano a mano la materia. Come accade per qualsiasi linea di prodotti, è l'eccellenza di alcuni che spinge il potenziale consumatore ad acquistare altri prodotti della stessa linea (o della stessa impresa). Che è, poi, il risultato e la ragione del prodotto chiamato "immagine" e anche, se si vuole, di quello indicato come "fiducia".

Giuliano Ferrara, con la sua lista per la moratoria della legge sull'aborto, sembra aver imboccato questa strada, sia pure (a mio parere) inconsciamente e sia pure (sempre a mio parere) in modo assolutamente parziale, incompleto e molto probabilmente anche per questo inefficace. Che la legge 194 sia una buona legge dal punto di vista della riduzione del numero degli aborti clandestini non mi pare contestabile, sempre che sia vero che il numero di questi ultimi si sia ridotto e che sia praticamente scomparsa l'ignobile speculazione che medici, mammane e figuri vari avevano messo su sulle maternità non desiderate. Io credo che se un errore sia stato ed è commesso si tratti del modo con il quale l'interruzione di maternità è presentato: niente di meno di un diritto soggettivo della donna, con tutto quanto deriva dalla natura, appunto, di diritto e di diritto soggettivo.
Il mio dubbio fondamentale è che se si parla di diritto, difficilmente si potrà poi sostenere che esistono condizioni, vincoli, limitazioni, doveri ad esso collegati. E il compito di coloro che dovrebbero rendere chiaro alla donna cosa comporta l'aborto diventa molto difficile.
Perché ad un diritto noi tutti pensiamo come ad una sorta di "potestà esclusiva", senza limitazioni di sorta. Chi di noi non ha sentito frasi quali "è a casa propria: può fare quello che vuole"? Esattamente quello che si sostiene in materia di aborto: riguarda la donna, è un suo diritto, quindi...
Che è come dire: la donna ha diritto di uccidere il concepito. Esiste un diritto all'omicidio: quello della donna che abortisce. Un diritto che fa parte di quella nobilissima categoria dei "diritti della personalità".
Ecco, è proprio qui la chiave del problema: stabilire, intanto, che il concepito è un essere umano e, come e perché tale, ha diritto alla vita. E dal momento che non può in prima persona tutelarla - quella vita - ha diritto a che la madre, il padre, la società lo facciano per lui. La vita del concepito va rispettata. Uccidere un concepito è un omicidio. E un omicidio non è mai un diritto, bensì un delitto che, se commesso con l'aiuto o la complicità di altri, genera altri delitti ed altre responsabilità.

Ma l'omicida può avvalersi di scriminanti: la legittima difesa è una di queste e, per questo, colui che uccide per "difendere sé od altri da un danno grave alla persona" non è punito. Rimane un omicida, ma lo è divenuto suo malgrado.
E se questo è vero, cosa vieta di affermare che, rimanendo l'aborto un omicidio, nei casi previsti dalla legge ci si avvale di una più o meno nutrita serie di scriminanti? Per quel poco che conosco della ormai famosa legge 194, i casi previsti possono rientrare senza sforzo nella fattispecie della "legittima difesa", alla quale altre possono essere aggiunte. E sempre per quel poco che conosco del diritto, il non fare ricorso ad un "diritto della donna" potrebbe significare che anche il partner "dovrebbe" essere almeno sentito dalla donna che intende abortire. Magari solo "per consultazione", e magari anche senza che il suo parere abbia valore vincolante. E questo, forse, eviterebbe il dramma di quei "padri mancati" perché ignari di quanto stava accadendo.
Di più: la consapevolezza che di omicidio si tratta, renderebbe ancor più consapevoli e quindi attenti non soltanto la donna ma tutti coloro che in qualche modo e per la parte che a ciascuno compete decidono di operare un aborto.
E forse non è peregrino il dubbio che sopra tutto le giovani e giovanissime donne ignorino la gravità di un omicidio, comunque e per qualsiasi ragione commesso: liberarsi di un "incidente" non ha lo stesso significato di "uccidere un innocente".

E torniamo a Giuliano Ferrara. La sua lista e il suo "programma" - ripeto, indipendentemente dalle altre considerazioni possibili - in qualche modo si colora di concretezza, anche accennando ai "modi" per raggiungere l'obiettivo proposto. Non è un vero e proprio piano di gestione, ma l'ombra di un inizio. E in questo, io credo stia il suo valore: quel (minuscolo e probabilmente inefficace) distacco dalla "pratica del programmiamo" che mi pare possa essere definita come la vera, profonda, difficilmente curabile malattia della politica, e non solo di quella italiana. E attenzione: mi par già di sentire l'inconsulto brusio popolare, pronto a trasformarsi in grida: "che vuoi? Dappertutto è così!" Quante volte ciascuno di noi se lo è sentito ripetere, a definitiva giustificazione di una ingiustizia o di un comportamento comunque riprovevole? Voglio ripeterlo: quando qualcuno dice che "dappertutto è così", denunzia la propria incapacità a ragionare oppure il proprio accordo sul fatto. Se "dappertutto è così", vuol dire che noi abbiamo una opportunità: comportarci in maniera diversa significa aumentare le probabilità di successo della nostra azione.
Che è, poi, una delle tanto decantate prerogative del marketing, anche inteso nel bieco e superato significato utilizzato dai dirigenti delle nostre imprese e insegnato (purtroppo) nelle nostre Università e nelle inflazionate scuole di managerialità e di pubblicità.

Un corollario di tutto questo, e di quanto non detto per ovvie ragioni, è che quella tanto decantata e celebrata democrazia (ed anche in questo argomento sarebbe interessante un sondaggio serio per conoscere quale definizione "la gente" dia di democrazia) potrebbe beneficiare di una partecipazione molto più diretta e concreta di quanto oggi non sia ed anche potrebbe acquisire elementi di giudizio circa la capacità gestionale dei politici, oltre che sulla loro onestà. Sulla quale ultima è ancora in corso un dibattito che ha dell'allucinante, e che potrebbe essere considerato al di fuori di ogni logica, se non fosse drammaticamente attuale e se non si dimostrasse una di quelle "divergenze parallele" di sinistra memoria. Ogni partito, ogni gruppo, ogni movimento propone, in buona sostanza, che vengano esclusi dal Parlamento tutti colori che abbiano commesso mancanze diverse da quelle commesse dai propri candidati. L'abitudine italiana a spaccare in quarantaquattro ogni capello, al fine di trovare il filaccio al quale aggrapparsi, ha vissuto e vive un suo ulteriore momento di gloria.
E il Parlamento sarà ancora una volta il luogo della affermazione degli interessi personali, e poi della famiglia, e poi dei clienti, e del gruppo e del campanile (si fa per dire: i campanili e le campane ogni tanto vengono messe a tacere a furor di popolo: allora, il villaggio è meglio).
Qualcosa di molto simile alla sindrome del beduino.

*Docente di marketing,
consulente di comunicazione
e gestione d'impresa