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L'audace piano
per liberare Mussolini
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Liberate Mussolini! La più incredibile operazione di commando della seconda guerra mondiale, di Greg Annussek - Lindau, Torino 2007, pp. 384, euro 26,00 Nel primo pomeriggio del 12 settembre 1943 dodici alianti con a bordo un centinaio tra paracadutisti e forze speciali della Wermacht atterrano nello spazio prospiciente l'Hotel Campo Imperatore, sul Gran Sasso. Obiettivo, liberare Mussolini, l'ormai decaduto capo del fascismo tenuto in regime di cattività dal governo Badoglio e in attesa di essere consegnato agli Alleati.
Alla liberazione di Mussolini Hitler stava pensando fin dal giorno successivo alla seduta del gran consiglio del fascismo del 25 luglio. La clamorosa esautorazione aveva provocato nel Führer una crisi isterica, con minacce di vendetta nei confronti dell'Italia. Solo Mussolini, al quale il dittatore nazista era legato da profonda amicizia, doveva essere salvato. «Se avesse un giorno bisogno di un aiuto o se fosse in pericolo, può essere certo che gli resterò fedele, qualunque cosa accada, quand'anche tutto il mondo gli fosse contro». Così aveva promesso nel 1938. Nell'estate del 1943 era giunto il momento di tener fede alla parola data.
Questo volume di Greg Annussek, giornalista e studioso di storia, ricostruisce con taglio appassionato e godibile le vicende politiche di quei pochi mesi dell'estate 1943, ma soprattutto come maturò e come si svolse quella che è stata considerata una delle più rocambolesche, audaci ed efficaci azioni di commando di tutta la seconda guerra mondiale.
A partire dalle azioni di spionaggio per individuare la misteriosa prigione di Mussolini. Infatti, dopo l'ultimo colloquio con Vittorio Emanuele III il Duce era stato trasferito prima in una caserma di Roma, poi nell'isola di Gaeta, quindi a Ponza e poi alla Maddalena. Badoglio temeva un colpo di mano tedesco e fece di tutto per non lasciare il prigioniero troppo a lungo nello stesso posto. Per l'intelligence tedesca non fu facile seguire le tappe dei trasferimenti, tanto che in agosto scesero in campo come consulenti anche maghi e astrologhi. Forse Mussolini era rinchiuso nella prigione dell'isolotto di Santo Stefano, a est di Ventotene? Oppure si trovava a bordo di un incrociatore in giro per il Mediterraneo? Quando si scoprì che in realtà era finito alla Maddalena, fu approntato un piano per uno sbarco con mezzi anfibi. Ma il prigioniero venne trasferito pochi giorni prima del via libera all'operazione.
Anche se la conclusione è nota, non vogliamo togliere al lettore il piacere di leggere la vivida ricostruzione degli eventi che portarono al blitz definitivo. Basti qui segnalare che all'operazione (nome in codice "Quercia") partecipò anche un italiano, che non fu sparato nemmeno un colpo di arma da fuoco e che il vero artefice della missione non fu tanto il capitano Skorzeny, quanto il più freddo e metodico generale Student. La storia, per uno dei suoi misteriosi capricci, si sarebbe poi incaricata di tramandare solo le gesta del primo.
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Raccontare il Novecento. Una storia politica, di Dan Diner - Garzanti, Milano 2007, pp. 280, euro 9,50
Raccontare il Novecento affronta le vicende del secolo in una prospettiva inedita. L'autore allarga infatti l'attenzione fino a comprendere i confini orientali e sudorientali dell'Europa, guadagnando così un punto di vista storico-universale e conseguendo una scansione temporale delle vicende dell'epoca totalmente diversa.
La ricostruzione di Dan Diner si colloca su due livelli. Da un lato la guerra civile mondiale provocata dal confronto tra le ideologie fondate sul valore della libertà e quelle fondate sul valore dell'uguaglianza, tra capitalismo e comunismo, tra Ovest ed Est. Dall'altro la sopravvivenza, sotto la superficie dell'ideologia, dei conflitti geopolitici, etnici e nazionalistici del XIX secolo. L'intreccio di questi livelli e la conversione dell'uno nell'altro sono fenomeni che Diner riesce a mostrare nella loro dinamica affrontando eventi specifici, dai più piccoli ai più grandi, come l'uso della mitragliatrice in battaglia, il legame tra nazione e rivoluzione, la decolonizzazione e l'integrazione europea.
In questa prospettiva fatti e nessi che parevano assodati si aprono a un'interpretazione nuova e inconsueta, offrendo al lettore la possibilità di una messa a fuoco più precisa della complessità del passato recente.
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Oppenheimer, di A. Pais - Mondadori, Milano 2007, pp. 448, euro 22
J. Robert Oppenheimer è una delle figure più enigmatiche e influenti della fisica del Novecento. In un'epoca che è stata generosa di menti geniali e di elaborazioni teoriche rivoluzionarie, Oppenheimer non è stato solo un grande scienziato, capace di affermarsi come il primo americano di valore assoluto in un campo dominato da europei del prestigio di Albert Einstein o Niels Bohr, ma, con il suo incarico di direttore del Progetto Manhattan e quindi di responsabile dello sviluppo della bomba atomica, divenne il simbolo di una scienza che, dalle paradossali astrattezze della meccanica quantistica, fu in grado di ricavare l'"arma definitiva", siglando la fine del secondo conflitto mondiale e consegnando all'umanità la responsabilità e l'incubo di una possibile distruzione totale. Carismatico e dalle straordinarie doti intellettuali, ma spesso scontroso e arrogante, Oppenheimer, dopo essersi laureato ad Harvard in tre anni ed essersi messo in luce con alcune pubblicazioni fondamentali nel corso degli anni '30, mise tutta la sua competenza teorica e il suo talento organizzativo alla guida di scienziati di primissimo ordine incaricati di raggiungere per primi il segreto della fissione nucleare. Il 16 luglio del 1945, dopo più di due anni di febbrile lavoro, fu fatto esplodere il prototipo di un'arma che non aveva nessun precedente nella storia per potenza distruttiva. Meno di un mese dopo, su Hiroshima e Nagasaki venivano sganciate le prime e ultime bombe atomiche usate in guerra. Il suo ruolo nella definitiva vittoria della seconda guerra mondiale procurò a Oppenheimer un'enorme popolarità negli Stati Uniti, dove divenne immediatamente lo scienziato più famoso della sua generazione e assunse la direzione dell'Institute of Advanced Study di Princeton. Ma presto la stessa inflessibile forza del suo carattere e delle sue convinzioni, che lo aveva guidato e sorretto in decenni di trionfi, gli procurò molti nemici e lo rese una delle vittime più illustri del clima di caccia alle streghe che si instaurò in America nei primi anni '50. Abraham Pais, fisico autorevole e collega di Oppenheimer a Princeton, aveva già dimostrato di poter unire competenza scientifica, accuratezza storica e felicità narrativa con le sue biografie di Einstein e Bohr.
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RSI, di Mimmo Franzinelli - Mondadori, Milano 2007, pp. 240, euro 22
L'immagine della Repubblica sociale italiana sedimentata nella memoria collettiva è quella fornita dalle fotografie dell'Istituto Luce e dal ministero della Cultura popolare di Salò: reparti militari allineati in perfetto ordine, costituiti da baldi giovani accorsi alle armi per riscattare l'onore della Patria tradita. A completare la rappresentazione eroica del combattente in grado di ribaltare le sorti della guerra grazie alla sua ferrea volontà provvedono i disegni pubblicitari in forma di manifesti e di cartoline.
Tutti gli altri aspetti della RSI, come la caccia agli ebrei, il collaborazionismo con i tedeschi, la spietata antiguerriglia, sono stati fino a oggi trascurati dai libri fotografici. Per colmare questa lacuna, Mimmo Franzinelli ha cercato a lungo in archivi italiani ed esteri, riportando alla luce immagini e documentazioni inedite, capaci di dar conto per la prima volta della complessa realtà del 1943-45. Si va dall'armistizio al blitz del Gran Sasso, dall'eccidio di Cefalonia alla ribellione di Napoli fino alla resa dei conti, passando attraverso tutte le sfaccettature della Repubblica sociale, dall'internamento dei militari alla renitenza alla leva, dalle strutture repressive italiane e tedesche alla Resistenza, agli scioperi operai, alla guerra contro i civili, all'insediamento dei cosacchi nella Carnia. Oltre trecento fotografie d'epoca, in gran parte mai pubblicate, e trentadue pagine a colori con i manifesti della propaganda della RSI e delle forze di occupazione naziste ricreano in presa diretta la realtà di quei venti, terribili mesi, in cui gli italiani hanno dato il meglio e il peggio di se stessi, quando la solidarietà ai perseguitati conviveva con la delazione più vile, l'eroismo con l'infamia, nello scontro decisivo per le sorti dell'Italia e dell'Europa.
Franzinelli mette a confronto l'immagine che la RSI dava di sé attraverso il suo efficiente apparato propagandistico e la situazione reale dell'Italia occupata descritta dagli stessi uomini delle istituzioni: una nuova e brillante chiave di lettura per scoprire il volto misconosciuto della Repubblica del duce.
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Album Auschwitz, a cura di M. Pezzetti - Einaudi, Torino 2008, pp. 250, euro 28,00
Le fotografie raccolte nell'Album furono scattate da due SS tra il maggio e il giugno 1944, in occasione della deportazione massiccia a Birkenau degli ebrei d'Ungheria. Fotografie di un'importanza storica capitale. Permettono infatti di rappresentare ciò che significò per milioni di persone l'arrivo in questo immenso centro di morte: molti degli uomini, delle donne e dei bambini ritratti nell'Album furono assassinati nelle ore immediatamente successive agli scatti. Oltre alle circostanze della scoperta dell'Album (le foto furono ritrovate da una detenuta pochi giorni prima della liberazione del campo; alcune immagini furono poi esibite durante il processo Eichmann a Gerusalemme e in quello di Francoforte, il cosiddetto "Processo Auschwitz"), i testi qui raccolti descrivono l'organizzazione del campo e in che modo venisse applicata quella "soluzione finale" concepita dai nazisti per condurre a buon fine la loro criminale opera di distruzione.
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Mussolini architetto. Propaganda e paesaggio urbano nell'Italia fascista, di P. Nicoloso - Einaudi, Torino 2008, pp. 300, euro 25,00
Grazie a un vasto impegno nelle opere pubbliche, la politica urbanistica del fascismo ha lasciato segni in molte città italiane: soprattutto con centri storici ristrutturati e lo sviluppo di insediamenti residenziali suburbani. Le opere pubbliche rispondevano a precise esigenze economiche e assolvevano un demagogico intento propagandistico. Paolo Nicoloso ricostruisce l'attivismo architettonico mussoliniano, in un lavoro che non vuole essere una storia dell'architettura fascista ma una storia dell'architettura come strumento politico. Uno strumento governato direttamente dal Duce, che non si limitava a inaugurare le opere, ma che voleva seguire personalmente i lavori. Mussolini voleva creare uno stato totalitario moderno nel solco di una tradizione millenaria. E l'architettura italiana di quegli anni - dei razionalisti come dei tradizionalisti - oscillò nell'interpretazione di questo rapporto dialettico fra passato e presente.
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La notte dei lunghi coltelli. La vera storia delle SA, di S. De Santis - Avverbi Edizioni 2008, pp. 264, euro 14,00
Sabato 30 giugno 1934. Alle 4 del mattino, nell'aeroporto di Monaco atterra un trimotore Junker. A bordo c1è Adolf Hitler. Per le Sturmabteilungen (SA), le popolari camicie brune delle Squadre d'Assalto che hanno giocato un ruolo decisivo nei primi anni del movimento nazista, sta per aver inizio la "purga" sanguinosa capitanata dal gruppo avversario, le aristocratiche SS, che passerà alla storia come la "Notte dei lunghi coltelli". Come si è arrivati a questo drammatico regolamento di conti all'interno del regime? E come è stato possibile che gli aspetti innegabilmente teppistici del fenomeno SA, la sgradevolezza persino fisica dei principali personaggi coinvolti nella vicenda - a partire dallo stesso comandante del corpo, il ripugnante capitano Ernst Röhm - abbiano potuto far accantonare l'esigenza di approfondire l'analisi sociologica e politica di un movimento che al momento della "purga" era arrivato a inquadrare parecchi milioni di tedeschi, necessariamente non tutti teppisti e tagliagole? Per rispondere a questo interrogativo è necessaria una rilettura del movimento nazista, sia nella fase cruciale della marcia verso il potere sia in quella del consolidamento del regime. Una rilettura sgombra da pregiudizi ideologici, che affronti di petto alcuni temi di solito trattati in maniera alquanto sommaria. E che soprattutto non esiti di fronte alla necessità di rimettere in discussione non poche idee ormai canoniche, anche a costo di abbandonare il rassicurante terreno delle definizioni nette e delle etichette in bianco e nero, al fine di addentrarsi nella zona crepuscolare dei fenomeni contraddittori e delle verità imbarazzanti.
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Il sogno del maratoneta. Il romanzo di Dorando Pietri, di G. Pederiali - Garzanti, Milano 2008, pp. 276, euro 16,60
Dopo più di due ore di corsa il traguardo si avvicina, mancano solo pochi metri ma il maratoneta che sta vincendo la corsa è sfinito, incespica, cade. Due giudici lo incitano, lo sorreggono. Anche se arriva primo, verrà squalificato, con un verdetto che suscita l'indignazione generale. Quasi nessuno ricorda chi vinse la medaglia d'oro della maratona alle Olimpiadi di Londra del 1908, ma cent'anni dopo tutti ricordano il nome di quell'eroe sfortunato, premiato con una coppa dalla regina d'Inghilterra, commossa dal suo destino e sollecitata da Conan Doyle, il giornalista-scrittore «padre» di Sherlock Holmes.
Ma la vita avventurosa di Dorando Pietri non è tutta racchiusa in quell'episodio, anzi. Il piccolo garzone di pasticceria, che faceva le consegne sempre di corsa, è infatti il protagonista di una vita ricca di episodi romanzeschi, di glorie e sconfitte, di determinazione e passione, di piccole follie e grande buon senso.
Nel Sogno del maratoneta Giuseppe Pederiali racconta in forma di romanzo l'epopea di questo straordinario campione, generoso e ingenuo, ostinato e sentimentale, indimenticabile protagonista di un sport fin troppo simile a quello attuale, con star mondiali ed enormi guadagni, tentativi di doping e tournée oltreoceano, sfide memorabili e pause di solitudine. Soprattutto, Il sogno del maratoneta è l'affettoso omaggio a un piccolo grande italiano conosciuto in tutto il mondo, celebrato campione dell'atletica che per gli emigrati nelle Americhe divenne il simbolo di un'Italia che sapeva farsi valere.
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