|
Un imperatore lacerato fra la crudele ragion di Stato e la propria morale. Scrisse: "Quale anima ora ospito? Quella di una belva?"
|
|
|
MARCO AURELIO, SAGGIO E FILOSOFO.
MA ORDINO' IL MARTIRIO
DI QUARANTOTTO CRISTIANI
|
|
|
|
Strano
e beffardo destino, quello di Marco Aurelio Antonino (121-180
dopo Cristo), l'ultimo degli stoici. Un uomo con due anime che
il "logos", la suprema volontà dalla quale é
governato il procedere dell'universo stoico, ha rinchiuso nel
corpo di un imperatore dell'antica Roma condannandolo a una vita
dissociata nella quale si scontrano precetti di altissimo valore
umano e intellettuale e quella ragion di Stato che impone crudeltà,
doppiezza, indifferenza per il diritto delle genti. Una vita permeata
di dramma, di profonda malinconia, di inquietudini, di saggezza,
di nobiltà, di apparentemente serene riflessioni sulla
morte, l'ossessiva ricorrenza delle quali fa pensare al tentativo
di esorcizzare un lancinante terrore, una profonda insicurezza
esistenziale. Sembra che scegliendo la filosofia di Zenone da
Cizio, di Crisippo da Soli, di Diogene da Seleucia, di Seneca,
egli cerchi un "ubi consistam", una certezza, una precisa
dimensione delle quali la sua personalità é originariamente
vuota. Forse per questo lo stoicismo di Marco Aurelio é
segnato dalla contraddizione. Nel suo unico libro, "I ricordi",
che nasce dagli appunti con i quali ferma le riflessioni fatte
sui campi di battaglia o nei momenti di felice solitudine, egli
dà la misura della propria incoerenza, evidentemente derivata
da una analisi critica o insufficiente o timorosa di andare oltre
i confini della cultura ufficiale del tempo: "Sei nato schiavo,
non sei partecipe della ragione" (Libro XI-30). Non nasconde,
lui che invita alla comprensione degli altri, che sottolinea la
vanità e la caducità della vita, il disprezzo per
le plebi:
UN GIOVANE IMPERATORE INDECISO
"Ma cosa allora ha valore? Suscitare gli applausi? Certamente
no. Né tanto meno suscitare le lodi della folla, che altro
non sono che applausi della lingua?" (Libro VI-16). Quasi
non si riconosce l'allievo di Apollonio, il grande maestro venuto
da Bisanzio a Roma per educare e formare alla filosofia l'erede
dell'imperatore Antonino. Eppure Apollonio gli trasmette i principi
essenziali dello stoicismo: lo spirito di indipendenza guidato
dalla ragione, l'abitudine all'impassibilità. Ed anche
gli insegnamenti di Tiberio Claudio Massimo, uomo di Stato e filosofo,
vengono alle volte distorti dalla contraddittorietà e dalla
mancanza di una decisa personalità di base che segna Marco
Aurelio. Con Claudio Massimo, il futuro imperatore apprende le
virtù fondamentali dello stoico: il senso del dovere e
il coraggio in ogni momento della propria vita; la capacita di
assolvere i propri compiti a qualsiasi costo; l'autocontrollo,
cioè l'assenza di stupori o turbamenti, di boria e ipocrisia;
infine, e soprattutto, la clemenza. Certo il giovane Marco vivrà
nel pensiero stoico con una parte del proprio intelletto. Ma é
anche vero che non riuscirà mai a sentire pienamente e
con slancio la dottrina nella quale vede lo strumento per raggiungere
l'adiaforia (ossia l'indifferente serenitá nei confronti
del reale, l'accettazione razionale dell'accadimento universale
di cui facciamo parte) e sfuggire alle angosce che nascono dall'evidente
conflitto fra i suoi naturali istinti e la filosofia che vuole
interiorizzare. Dalla lettura critica dei "Ricordi"
e dalla storia della vita personale e politica di questo imperatore
"saggio e illuminato" esce il ritratto di un uomo pieno
di tormenti cui non é realmente congeniale la logica stoica...
e lo dimostra il fatto che egli la insegue senza riuscire ad afferrarla,
se non per qualche attimo e con le mani incerte dell'uomo reso
debole dalla mancanza di una netta, precisa, irrinunciabile visione
interiore.
STOICO MA SOLTANTO A META'
E' un imperatore onnipotente, ma non riesce a superare gli ostacoli
che nella società impediscono la realizzazione della sua
filosofia. Nella personale rilettura dello stoicismo, che dalla
fondazione in poi ha subito tre revisioni, Marco Aurelio non porta
una rielaborazione originale, non fa una rivisitazione anche in
chiave politica, rivisitazione che sarebbe stata necessaria in
presenza della sempre più impetuosa diffusione del cristianesimo
e della progressiva consunzione dei valori sociali, dell'economia
e della potenza di Roma. Nel paragrafo 18 del libro XI egli annota:
"Io sono nato per governarli, come il toro la mandria, l'ariete
il gregge. E' la natura che regge l'universo e, se questo é
vero, gli esseri inferiori sono nati per i superiori e viceversa.".
Sono quasi le stesse parole scritte da Aristotele nella "Politica"
(attorno al 350 avanti Cristo), il quale sosteneva che fin dalla
nascita alcuni sono destinati ad obbedire ed altri a comandare.
Unica differenza: nel momento in cui il "saggio imperatore"
ferma questa idea corre circa il 150 dopo Cristo, plebi e schiavi
cominciano a sentire insopportabile il peso delle catene, di un
potere che li considera veri e propri animali da lavoro, li priva
di ogni diritto. Come dicevamo, i suoi empiti filosofici, le riflessioni
sul mondo che lo circonda, la ricerca della verità (ricerca
che nei fatti resta imprigionata nello sterile campo della teoretica)
non vengono trasportati nella prassi. Indubbiamente Marco Aurelio
si comporta da uomo austero, non dedito ai piaceri smodati del
tempo, mantiene un comportamento modesto. Ma la sua filosofia
resta confinata fra i fogli di pergamena, una lancia non scagliata:
"Se l'intelligenza é comune agli uomini, pure la ragione,
che ci rende ragionevoli, è a tutti comune. Se questo risponde
a verità é comune anche la ragione che ordina ciò
che si deve e non si deve fare. Esiste perciò una legge
comune, perciò siamo tutti cittadini e perciò partecipiamo
tutti a una specie di governo, quindi il mondo é simile
a una città... ". Suggestivo pensiero (Libro IV-4)
ma imbalsamato fra queste pagine lette con ammirazione soltanto
da quei posteri per i quali tutto ciò che viene dall'antica
Roma "semper bibendum est".
LA RICORRENTE PAURA DELLA MORTE
Più interessante, perché più vivo, più
vero, rivelatore della personalità, resta il ciclico esplodere
di un'angoscia personale che non é certo dimostrazione
di rigore stoicistico. Ricorre spesso nella mente di Marco Aurelio,
ne abbiamo fatto cenno, il pensiero della morte. Ma questi pensieri,
anche se qualche volta apparentemente staccati, sereni, hanno
venature di paura, presentano le caratteristiche tipiche di una
patologica insicurezza che potrebbe aver radice nella morte prematura
del padre e nella conseguente infanzia ricca ma trascorsa con
una madre severissima e con precettori che già a dodici
anni lo costringono allo studio della filosofia violando i tempi
di maturazione della sua identità. Il dubbio lo tormenta,
lo attanaglia l"'horror vacui" dell'ignoto "dopo".
E gioca sul filo dell'illusione, travolto dall'emotività
che l'insegnamento di Apollonio non ha sradicato: "Lasciare
il mondo degli uomini, se gli dei esistono, non è affatto
motivo di terrore: certo non ti getterebbero nella sventura. Ma
se gli dei non esistono, o non si occupano delle umane cose, perché
vivere, in un mondo deserto di dei o vuoto di Provvidenza? Ma
invece esistono, e si occupano delle umane cose, e perché
l'uomo non cada in quelli che sono i veri mali, su di lui tutto
hanno concentrato". (Libro II-11). L'iter di questo pensiero
é sicurezza-dubbio-sicurezza.
Nell'annotazione seguente il dubbio
prevale, dissimulato appena da un velo di sarcasmo: "Dopo
aver curato tanti mali Ippocrate cadde malato a sua volta e morì.
Alessandro, Pompeo, Gaio Cesare, che pure tante volte rasero al
suolo intere città e fecero a pezzi in battaglia schiere
intere di decine di migliaia di fanti e cavalieri, infine anch'essi
lasciarono la vita. Dopo tanti studi finali sulla conflagrazione
del mondo Eraclito, il corpo gonfio per l'idropisia e la pelle
spalmata di sterco, morì. Democrito morì a causa
dei pidocchi...Ebbene, ti sei imbarcato, il viaggio é finito,
sei giunto all'approdo: sbarca. Se ciò significherà
entrare in una nuova vita, lì non troverai più nulla
che sia vuoto di dei. Se ciò significherà non sentire
nulla, cesserai di provare pene e piaceri". (Libro III-3).
PRIGIONIERO DEL SUO RUOLO
Che dire della tolleranza, della comprensione, della necessità
di indagare nell'animo degli uomini per avvicinarsi ad essi? Nel
cinquantanovesimo paragrafo del libro ottavo Marco Aurelio afferma
nobilmente: "Gli uomini sono nati gli uni per gli altri.
Ammaestrali, dunque. O sopportali". (Libro VIII-59). Ma sotto
il suo impero i cristiani non sfuggono al martirio e alla morte,
al terrore che spesso costringe i più deboli all'umiliazione
dell'abiura o alla denuncia dei compagni che vivono in clandestinità.
Ecco un altro tratto profondamente contraddittorio del filosofo
che affida al futuro (non certo per callidità, ossia per
calcolo astuto, ma perché il suo tempo lo aveva inchiodato
a un ruolo schizofrenico) un'immagine di sé edificante
ma demolita dalle cronache e dalle indagini storiche alla luce
dell'oggettività. Cronache dalle quali si apprende che
l'imperatore saggio e illuminato, tollerante e giusto, nel 177
d. C. ordina a Lione, in Gallia, una strage durante la quale soldati
e plebaglia massacrano quarantotto cristiani, colpevoli di non
aver rinnegato la loro fede. Il motivo di questa fredda decisione
é dettato dalla ragion di Stato. I cristiani predicano
un ordine nuovo basato sulla giustizia sociale, il rispetto reciproco,
chiedono per tutti gli uomini quelli che oggi vengono definiti
i diritti civili, compresa la libertà di culto. Ma l'aristocrazia
romana, i ricchi proprietari terrieri e gli imprenditori non sono
preoccupati tanto dalla libertà di culto (è gente
pia soltanto formalmente e per "dovere" sociale) quanto
dalle conseguenze politico-economiche di una vittoria del cristianesimo.
Il sistema é fortemente minacciato da questa dottrina che
teorizza e pratica il reciproco rispetto della dignità
e la giustizia sociale. Anche Marco Aurelio fa parte di questo
sistema, non soltanto come imperatore ma anche come padrone di
schiavi ed immense ricchezze. Lione é un preoccupante focolaio
"rivoluzionario". La mite predicazione dei cristiani
fa proseliti fra i diseredati. Le autorità locali ordinano
centinaia di arresti e nelle carceri molti prigionieri fanno la
confessione (ma molti rinnegano la fede) che comporta la pena
di morte: "Sì, siamo seguaci di Cristo.". Tuttavia
la condanna non può essere eseguita perché i magistrati
locali non hanno il "diritto di vita e di morte". Deve
decidere l'imperatore.
L'ANIMA DEL DESPOTA TRADI' LO STOICO
Un corriere parte per Roma e al ritorno porta il tragico ordine:
pollice verso. La sentenza viene eseguita, fra le torture più
atroci, nel circo dei giochi di Lione. Davanti al pubblico eccitato
gli esecutori liberano incredibili istinti sadici. Le belve fanno
il resto. L'orrendo spettacolo dura diversi giorni. Per la "rappresentazione"
del 1° agosto vengono tenuti in serbo Blandina, schiava di
quindici anni, e il vescovo Pontino, ultranovantenne. Ecco Marco
Aurelio, il filosofo, l'ultimo degli stoici che non seppe vivere
da stoico. Chi fu realmente?
"Quale uso faccio dell'anima mia?
Io debbo domandare di continuo, esaminando me stesso: che cosa
avviene ora in quella parte di me che chiamano organo direttivo?
Quale anima ora ospito? Forse quella di un bimbo, di un giovanetto,
di una femmina, di un despota, di una bestia da soma, di una belva?".
(Libro V-11).
|
|
|
|
|