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La storia della Corea del Nord nella biografia del leader nordcoreano. Esaltato e glorificato fin dalla nascita, eroe della lotta contro la Corea del Sud, oggetto di un culto della personalità appena inferiore a quella del padre Kim Ilsong, l'attuale dittatore di P'yongyang è anche l'indiscusso depositario dell'ideologia ufficiale
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L' "ADORATO" KIM CHONG-IL
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Agli inizi dello scorso ottobre P'yongyang, capitale della Corea del Nord, è stata teatro dell'incontro tra Kim Chong-il, leader della Repubblica Popolare Democratica di Corea, e Roh Moohyun, presidente della Repubblica di Corea. Un vertice di grande importanza, al quale la stampa internazionale ha riservato notevole attenzione, e che fa seguito al primo epocale incontro tra le due Coree avvenuto, sempre nella capitale del nord, nel giugno del 2000 fra l'odierno leader comunista e Kim Taejung, presidente del sud. Proprio quest'ultimo aveva avviato, in un Paese reduce da oppressive e "paranoicamente" anticomuniste dittature militari, la sunshine policy, ovvero una politica di dialogo e di apertura tra i due Stati ancora appesi, e formalmente in stato di guerra, all'armistizio firmato, dopo tre anni guerra fratricida, nel luglio del 1953 a P'anmunjom. Una separazione sofferta che stride con la storia plurisecolare di un Paese, e di una civiltà dalla profonda vocazione letteraria, che per secoli - vaso di coccio tra giganti vasi d'acciaio - ha sempre lottato per preservare unità e indipendenza.
Ottobre 2007: distensione tra le due Coree?
L'incontro di ottobre ha portato alla decisione di istituire una "Zona speciale di pace" nel nord, a Haeju, importante porto nella provincia di Hwangae, dotato di cantieri navali e industrie chimiche e siderurgiche, nella quale verrà attuata una "nuova politica commerciale" tra le due Coree. Continuerà, quindi, la graduale apertura degli scambi, anche turistici, che da anni è già in essere nel Nord presso Kaesong, una sorta di zona industriale franca nella quale 26.000 operai nordcoreani lavorano per ventisei industrie del Sud. Nel protocollo finale dell'accordo si legge che: «Corea del Nord e del Sud sono d'accordo che l'armistizio esistente fra loro debba essere sostituito da una sistemazione permanente di pace».
Un impegno vago, tutto da verificare, ma che costituisce un ulteriore passo verso la distensione definitiva e che premia, si deve riconoscerlo, l'instancabile e tradizionale politica di pace e riconciliazione condotta dalla dirigenza comunista del Nord e riassunta dal motto "Un Paese, due sistemi".
Dopo l'incontro è puntualmente sceso il silenzio sulla penisola coreana, in particolar modo sul nord comunista, presentato, come da una descrizione risalente alla fine dell'Ottocento, alla stregua di un Paese "eremita", chiuso, isolato, arretrato e vittima di una dirigenza paranoica e da cabaret. Infine, famoso perché inserito da Bush nella lista dei Paesi terroristi iscritti all'Asse del male come probabile detentore di armi nucleari. Una scelta quella compiuta dall'attuale amministrazione Usa che getta al vento la diplomazia clintoniana che, pur tra difficoltà, aveva allacciato contatti con la Corea del Nord (Accordo di Ginevra del 1994) in cambio del rispetto del Trattato di non proliferazione nucleare e dell'ispezione sui siti nucleari da parte dell'AIEA.
Alla luce di questi aspetti, e della limitata biografia in lingua italiana, è da accogliere con riconoscimento e curiosità intellettuale l'iniziativa della casa editrice ObarraO di presentare al lettore italiano la biografia ufficiale di Kim Chong-il (dal 1942 al 1998) edita in Corea nel 1999 a cura delle edizioni del Partito del Lavoro. Si tratta certamente di un'opera di propaganda, che può irritare o far sorridere il lettore occidentale, ma che indubbiamente rappresenta un documento importante per la comprensione della "dottrina" comunista ufficiale (Juche) che da più di mezzo secolo governa il Paese. Ma, prima di tutto, si deve anche comprendere perché la Repubblica Popolare Democratica di Corea sia oggi una sorta di caserma nella quale la compattezza ideologica e la mobilitazione permanente della popolazione sono vissuti come pilastri irrinunciabili per la preservazione dell'indipendenza. A tal fine è opportuno ripercorrere brevemente la storia contemporanea della penisola coreana.
La Corea, vittima del colonialismo giapponese
Nel 1905, dopo la sorprendente vittoria del Giappone sulla Russia zarista, il regno di Corea diventa un "protettorato" della nuova potenza asiatica: la sua politica estera è ormai nella mani dei vincitori, mentre quella interna è sotto la vigilanza di un "Residente Generale". Solo cinque anni più tardi (22 agosto 1910) la Corea perde definitivamente la sua indipendenza («il giorno in cui scomparve la patria») venendo ufficialmente annessa al Giappone con il beneplacito delle potenze occidentali.
Mentre all'interno come all'estero prendono vita i primi focolai di resistenza, i governatori militari nipponici instaurano un vero e proprio stato di polizia caratterizzato da brutali repressioni, arresti indiscriminati, condanne a morte e razzismo. La volontà dei dominatori è quella di colpire l'orgoglio e la dignità del popolo coreano fino ad arrivare, durante gli anni '30, a una vera e propria politica di cancellazione dell'identità nazionale e di assimilazione forzata. Così il giapponese diviene la lingua ufficiale, i coreani non possono usare in pubblico il proprio idioma e sono costretti a nipponizzare i loro cognomi; la "favola" a loro raccontata è quella del Giappone e della Corea come unica nazione.
Negli anni della seconda guerra mondiale l'orrore inflitto al popolo coreano raggiunge il culmine. Solo due esempi sono sufficienti a mostrarlo: in Manciuria sono impiantati campi di concentramento in cui, come in quelli nazisti, si effettuano "esperimenti" su cavie umane, mentre squadre di donne coreane fungono da "unità di sfogo" per le truppe nipponiche al fronte.
Dal punto di vista economico la Corea viene trasformata in un serbatoio di uomini e risorse a favore dell'impero del sol levante e subisce un vero e proprio saccheggio delle proprie risorse, da quelle del sottosuolo alle foreste. Le grandi industrie impiantate e controllate dai monopolisti giapponesi servono ad alimentare lo sforzo bellico e funzionano grazie a uno spietato sfruttamento di una classe operaia locale in forte crescita e via via sempre più attiva nella lotta per la liberazione nazionale.
Nella lotta di resistenza un ruolo di primo piano lo svolgono i comunisti. Seppur privi di un vero e proprio partito (il Partito comunista scompare nel 1928 a seguito della repressione e delle divisioni interne), alimentano la formazione di sindacati, le lotte operaie e, soprattutto, dirigono la lotta partigiana prima in Manciuria e poi direttamente in territorio coreano nell'ambito della "Società per la rinascita della patria", un fronte nazionale unito da loro fondato nel 1935. La guida e i primi successi nella lotta di liberazione nazionale fanno crescere la loro influenza e il loro prestigio tra il popolo coreano.
La Corea, vittima della guerra fredda
La sconfitta del Giappone nel conflitto mondiale alimenta in Corea la speranza di riconquistare nuovamente l'indipendenza. Quando le truppe statunitensi entrano a Seoul si trovano di fronte ad una situazione politica decisamente orientata a sinistra e caratterizzata dallo sviluppo di Comitati popolari in cui è forte la componente socialista e comunista e diffusa la volontà di dichiarare la nascita di una repubblica popolare e di avviare al più presto il processo elettorale. Così non la pensano, però, Usa e Urss che stabiliscono per la penisola, occupata a sud dai primi e a nord dai secondi, un periodo di cinque anni di "amministrazione fiduciaria" sotto il controllo di una Commissione mista che, comunque, avrà vita effimera per le subitanee discordie tra le due superpotenze. Mentre nel nord i sovietici appoggiano il Consiglio popolare diretto da Kim Ilsong, leader della resistenza comunista, nel sud gli Usa, preoccupati che l'avanzata comunista dalla Cina si propaghi a tutto il sudest asiatico, appoggiano il Consiglio democratico di Sungman. Quest'ultimo avvia una violenta campagna di repressione anti-comunista e si mostra deciso a riunificare nelle sue mani il paese con la forza delle armi. Per reprimere il dissenso e soffocare le numerose rivolte popolari che chiedono la partenza delle truppe di occupazione, utilizza anche squadroni della morte composti da elementi dell'estrema destra nazionalista. Gli Usa decidono di procedere ad elezioni separate nel sud (maggio 1948) nelle quali, pur tra continue accuse di brogli e violenze, prevale, come da previsione, Sungman che inizia il ciclo delle dittature militari che terminerà solo negli anni Ottanta.
Nel nord, dove i comunisti, sull'onda della conduzione della lotta di resistenza anti-giapponese, si impongono come la forza politica più popolare e meglio organizzata, la repressione contro gli oppositori si presenta più blanda (libertà di andare nel sud). Inascoltate le proposte per arrivare a una forma di riunificazione della penisola e di fronte alle scelte statunitensi, il 9 settembre del 1948 viene ufficialmente proclamata la Repubblica Popolare Democratica di Corea con Kim Ilsong nel ruolo di primo ministro. Per sottolineare la volontà di riunificazione, nel Parlamento "nordista" appena costituito vengono ospitati ben 360 deputati in rappresentanza del Sud. Dal canto loro i sovietici decidono di ritirare unilateralmente le truppe dal Paese, mentre gli Usa decidono di mantenere - e questo fino ad oggi - le proprie.
Poi, nel giugno 1950, arriva il momento di una devastante guerra fratricida fra le due Coree, sulle cui cause e responsabilità relative allo sparo del primo colpo non è ancora stata fatta piena luce. A fianco del Sud si schierano, sotto le insegne dell'Onu e agli ordini degli Usa, gli eserciti di ben diciassette Paesi, mentre al Nord comunista, sostanzialmente abbandonato dall'Urss, si affiancano, nel momento di maggiore difficoltà, ben 200.000 "volontari" cinesi. Quando nel luglio del 1953 a P'anmunjon, lungo il 38° parallelo, viene firmato l'armistizio, la penisola coreana si trova in condizioni terribili e conta ben tre milioni di morti. Nel Nord le principali città sono state praticamente rase al suolo, come distrutte risultano gran parte delle infrastrutture civili. Chiara a questo proposito è la testimonianza, resa davanti ad una commissione d'inchiesta nel giugno del 1951, del maggiore generale Emmett O' Donnel: «Direi che quasi l'intera penisola è un terribile cimitero. È stato
| Nel giugno 1950, arriva il momento di una devastante guerra fratricida fra le due Coree, sulle cui cause e responsabilità relative allo sparo del primo colpo non è ancora stata fatta piena luce |
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distrutto tutto. Non c'è nulla in piedi ormai. Poco prima dell'intervento cinese non ci alzavamo neppure più in volo. In Corea non c'era più nessun obbiettivo».
In questa situazione d'emergenza, il leader nordcoreano Kim Ilsong provvede a un'epurazione all'interno del partito comunista (Partito del Lavoro) per consolidare definitivamente la propria leadership, nata e cresciuta attorno all'esercito durante la lotta di resistenza antigiapponese. È probabile, come riporta lo storico Riotto, che abbia dovuto fare fronte anche ad alcuni tentativi di colpo di stato. Negli anni '50 e '60 si assiste ad un vero e proprio miracolo economico nella Corea del Nord: viene raggiunta l'autosufficienza alimentare e le condizioni di vita, sanitarie ed educative, risultano molto superiori a quelle dei fratelli del Sud. Lo sviluppo è incentrato sulla meccanizzazione dell'agricoltura e sull'industria pesante, quest'ultima indispensabile anche per la modernizzazione dell'esercito. Due sono i metodi seguiti: quello di "Ch'ollima", che punto sullo sforzo stakhanovista del singolo e dell'unità di lavoro, e quello di "Chongsan-ni", secondo il quale i dirigenti del partito devono aiutare i subalterni con visite e consigli sul posto.
La linea politica e ideologica, elaborata dal Kim Ilsong, sulla quale si svolge la vita del Paese è quella che si riassume nell'espressione Juche, traducibile con le parole autonomia e indipendenza, sia all'interno che all'esterno. In sostanza la Corea del Nord deve risolvere i propri problemi, tenendo conto delle condizioni reali del proprio paese, contando principalmente sulle proprie forze e trovando soluzioni indipendenti nel proprio processo rivoluzionario. Si tratta, quindi, della volontà di non imporre al paese soluzioni o modelli esterni sperimentati da sovietici e cinesi. L'avvicinamento alle due potenze comuniste non doveva equivalere ad una cessione di sovranità.
A partite dagli anni '70 sulla scena politica nordcoreana, accanto alla figura del ledaer Kim Ilsong, si fa sempre più strada il figlio Kim Chong-il, ormai vicino ad essere scelto come successore al timone del Paese.
La biografia di Kim Chong-il
Secondo la biografia ufficiale Kim Chong-il nasce il 16 febbraio 1942 nell'accampamento segreto della resistenza antigiapponese situato sul monte Paektu, «monte degli antenati, dove risiedono l'anima e lo spirito del popolo coreano, ed è il monte sacro della rivoluzione» (secondo fonti occidentali, invece, sarebbe nato il 16 febbraio del 1941 in un campo militare nei pressi di Khabarovsk in Siberia dove il padre era a capo dell'Ottantesima Brigata della resistenza; solo nel novembre del 1945 avrebbe fatto ritorno in patria). Nasce da una famiglia che, come viene più volte sottolineato, ha sempre lottato per la difesa dell'indipendenza del Paese e la libertà del suo popolo. Il futuro leader, subito esaltato da esercito e popolo, come l'«astro di Paektu», viene alla luce, quindi, nel pieno della lotta di liberazione condotta dalle unità comuniste agli ordini del padre. Subito il bambino mostra una «indole fuori dal comune» e una profonda lealtà nei confronti del padre.
Nella corposa, e spesso ripetitiva e ridondante, biografia è continuamente evidenziato come la vita di Kim Chong-il, fin dagli anni della prima giovinezza, sia tutta dedicata alla strenua difesa della patria, alla sua unità e compattezza, alla trasmissione alle future generazioni dello spirito di sacrificio e della fedeltà alla rivoluzione e all'opera del padre mostrate dai combattenti resistenza. Questa lotta, che certamente è punto di orgoglio e momento fondativo per un Paese che esce da una feroce occupazione, assurge a vera e propria religione civile il cui Pantheon è continuamente alimentato con il ricordo degli eroi e delle loro gesta.
Come capo della Gioventù studentesca, Kim Chong-il organizza per la prima volta un'escursione ai siti delle battaglie della rivoluzione sul monte Paektu e, nel rispetto dell'ideologia Juche, combatte in prima persona la propensione dei suoi colleghi studenti di seguire mode e tendenze provenienti da altri Paesi. Così nel settembre del 1960 preferisce iscriversi all'università nordcoreana Kim Ilsung piuttosto che a una straniera. Qui, nel giorno del suo ingresso, compie il giuramento "Corea ti farò brillare", nel quale si impegna a trasmettere alle generazioni future l'opera rivoluzionaria del Juche e del padre:
«Fianco a fianco con il Grande Leader, / avanzerò deciso verso il Juche. / Attraverso violenti marosi e tempeste / Avanzerò guidando la Corea. / Oh, Corea! Farò risuonare il tuo nome lontano.
L'opera del nostro Sole brillerà in tutto il mondo / Ancora nelle future generazioni. / Venga presto il giorno comunista / In cui il vespro rosso del Juche coprirà la Terra! / Ah Corea! Mia adorata Corea!»
La teoria del leader
Un primo prodotto della sua attività ideologica, sempre tesa allo studio e all'approfondimento del pensiero paterno, è rappresentato dalla "Teoria del leader", illustrata in un suo discorso del dicembre 1960. Teoria interessante perché alla base del culto della sua personalità. Kim Chong-il crede nella possibilità che un personaggio fuori dal comune per talento e capacità possa influenzare e dare linfa allo sviluppo storico. Non tutti possono diventare leader, cioè massima personificazione delle richieste e della mente della massa popolare: «Il leader, che guida la massa popolare, ricopre un ruolo decisivo nella lotta rivoluzionaria. Armando la massa dell'ideologia rivoluzionaria, egli la trasforma in un'organizzazione rivoluzionaria e attraverso una corretta strategia di comando, la conduce alla vittoria». La massa popolare deve mostrare nei suoi confronti una lealtà assoluta perché «come l'organismo protegge la mente, così i comunisti e il popolo devono difendere il leader dagli attacchi e dalle critiche dei nemici di tutte le classi e dai revisionisti».
A partire dalla sua ammissione al Comitato centrale del Partito del Lavoro (19 giugno 1964), la biografia insiste sempre più sull'impegno dell' "adorato leader" nel garantire un'assoluta coesione ideologica all'interno del partito, dell'esercito e della società nordcoreana intera. L'obbiettivo è quello di fare della Repubblica Popolare Democratica un fortilizio compatto ed inespugnabile; un autentico Xiaowangqing, in onore della località nella quale un piccolo manipolo di guerriglieri aveva costretto alla fuga il più forte esercito giapponese. Dieci anni dopo (febbraio 1974) è nominato successore unico del Grande Leader e si afferma sempre più come assoluto e indiscusso depositario dell'ideologia ufficiale. Da questo momento prioritaria per il partito diventa l'attività ideologica finalizzata ad "imperniare" tutta la società sul Juche. Deve essere condotta una "guerra lampo" con i funzionari che, sul modello dei combattenti della resistenza, scendono, zaino in spalla, in mezzo alle folle per «condividere con la massa popolare vita e morte, gioia e dolore». L'esercito, colonna portante del Paese, deve essere composto da «veri rivoluzionari del Comunismo del Juche»; solo grazie ad un esercito fedele e ideologicamente compatto si può fare fronte agli imperialisti americani e ai fantocci della Corea del Sud. Kim Chong-il è diventato ormai il "generale per antonomasia" che non conosce i limiti che mostravano i grandi generali del passato.
La campagna - una delle tante che riempiono la biografia - "Viviamo alla maniera nordcoreana", lanciata nella seconda metà degli anni '70, si pone come scopo quello di dare ai coreani la consapevolezza di poter fare fronte alle difficoltà con le proprie forze. Come dimostrato nel passato del Paese, si deve vivere senza imitare ed emulare quello che viene fatto dagli altri: «Capita lo stesso nell'abbigliamento: solo se uno indossa vestiti adatti al proprio corpo lavora comodamente [.], ma se getta via i propri abiti e indossa vestiti presi in prestito da altri, allora sarà a disagio [.]».
Anche letteratura ed arte devono essere al servizio della rivoluzione e finalizzate, nell'ambito dell'ideologia, alla creazione del modello di uomo della nuova epoca; autori e artisti devono essere educati dal punto di vista ideologico: «Scrittori e artisti devono produrre lavori di letteratura e arte che rispecchino i caratteri del Juche e, attraverso i quali venga supportata la realizzazione della rivoluzione del Juche [.]». Nella biografia emerge un Kim Chong-il impegnato con successo in tutte le attività artistiche (prosa, poesia, teatro, opera, musica e architettura), ma con particolare attenzione alla cinematografia con la produzione di numerose pellicole sulla storia del padre e della resistenza antigiapponese.
Da segretario del Comitato Centrale alla successione a Kim Ilsong
Continua intanto la sua scalata ai vertici del potere. Nell'ottobre del 1980, in occasione del sesto congresso del Partito del Lavoro, è eletto segretario del Comitato Centrale e membro del Comitato Militare Centrale del partito. Ai suoi occhi tutti i quadri del partito devono essere selezionati in base alla lealtà nei confronti del Grande Leader Kim Ilsong secondo il motto "Diventiamo tutti i Kim Hyok e Ch'a Kwang degli anni '80", in memoria della fedeltà dimostrata dai due giovani comunisti all'inizio della rivoluzione comunista. Nel febbraio del 1982, in occasione del suo quarantesimo compleanno, il partito lo insignisce del titolo di Eroe della Repubblica.
La biografia prosegue, quindi, con il racconto delle sue straordinarie capacità in campo militare - più volte mette in scacco e ridicolizza la manovre militari di americani e sudcoreani - del suo amore verso le masse popolari e della sua volontà di porre fine alla tragedia della divisione della penisola attraverso la costituzione di una Repubblica federale che lasci convivere i due sistemi politici e sociali diversi.
Il capitolo finale copre il periodo che va dal 1990 al 1998: sono questi gli anni del crollo dell'Urss e del socialismo reale nell'Europa dell'est e della grave crisi economica che colpisce una Corea del Nord ormai isolata. Il testo si limita a spiegare il crollo del comunismo internazionale addebitandolo alle macchinazioni dei revisionisti, alle tattiche antisocialiste dei reazionari e alla contaminazione dalle tendenze liberalistiche borghesi della gioventù. La Corea si trova, sola, ad affrontare il «vento ostile della Storia» e a tenere alta la bandiera del comunismo.
| Dal punto di vista economico, alla luce della grave crisi che attraversa il Paese, viene impostata una nuova strategia che punta sull'autarchia e... |
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L'impressione che si ricava dalla lettura è quella di un sostanziale orgoglio per il proprio isolamento, pur in mezzo a tutte le difficoltà. Alla situazione di crisi, che la biografia stessa non nasconde, Kim Chong-il, assurto a Comandante Supremo dell'Esercito del Popolo, risponde con il rafforzamento del partito (diventare un "Partito-madre") e del suo ruolo di guida delle masse: «Il nostro è il Partito della coesione e la Corea è il Paese della coesione. La nostra coesione è la coesione tra il Partito, il Leader e il Popolo». Mentre la gioventù deve diventare il «corpo di guardia della rivoluzione», i soldati dell'Esercito del Popolo giurano di trasformarsi in «proiettili e bombe umane» disposte alla morte per difendere la causa della rivoluzione.
Dal punto di vista economico, alla luce della grave crisi che attraversa il Paese, viene impostata una nuova strategia che punta sull'autarchia e sullo sviluppo dell'agricoltura e dell'industria leggera, secondo i motti "trasformare l'erba in carne", per garantire l'alimentazione di base a tutta la popolazione, e "dura marcia", in onore dello spirito combattivo della resistenza antigiapponese.
Sicuro che la vittoria del capitalismo sia solo un fatto estemporaneo, Kim Chong-il si pone l'obbiettivo di ricostruire il socialismo internazionale e il movimento antimperialista. Il problema da risolvere è quello del deterioramento dell'ideologia, del suo mancato sostegno da parti di revisionisti e rinnegati. La Corea del Nord, "roccaforte del Socialismo", mostra che la via da proseguire è quella del Juche e che, così, la vittoria è certa.
L'8 luglio del 1994 muore Kim Ilsong, il "Grande Leader" e il padre della patria: a lui spetta il titolo eterno di Presidente della Repubblica. Con una transizione tranquilla e attentamente preparata nel tempo, gli succede il figlio, l' "adorato Leader", che assume le cariche di Segretario Generale del partito e Presidente del Comitato per la Difesa Nazionale con il compito di difendere la struttura statale della Corea socialista.
La biografia non copre i successivi sviluppi della politica estera nordcoreana. Accanto all'avvicinamento con i fratelli del Sud, Kim Chong-il ha allacciato relazioni diplomatiche con Paesi del blocco occidentale e, tra questi, l'Italia è stata la prima (4 gennaio del 2000). In risposta alla rigidità dell'amministrazione Bush, viene rilanciata la politica del Son'gun, tesa al primato del rafforzamento dell'esercito, e gestito il "ricatto nucleare" per aprire spazi di trattative.
E il prossimo futuro? È in mano alle grandi potenze con interessi nell'area (Usa, Cina, Russia e Giappone) e, soprattutto, alla loro volontà di tenere aperto il dialogo con un Paese che, come dimostra la sua storia e la sua costante volontà di arrivare ad un trattato con il Sud, chiede solo sicurezza. Solo così sarà possibile pensare a una futura riunificazione della penisola.
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BIBLIOGRAFIA
- L'adorato Kim Chong-il - ObarraO edizioni, Milano 2005
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Storia della Corea, di M. Riotto - Bompiani, Milano 2005
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Storia Universale, Accademia delle Scienze dell'Urss - Teti Editore, Milano 1975
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www.pasti.org/storia.html
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