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Guerra d'Algeria: la tentazione
politica dei parà francesi
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Il sillogismo imperfetto. La guerra d'Algeria e il "piano Pouget", un'alternativa dimenticata, di Gianfranco Peroncini - Mursia, Milano 2007, pp. 797, euro 26,00
Dalla metà degli anni Cinquanta fino ai primissimi anni del decennio successivo la guerra d'Algeria è stata la prova del fuoco non solo della decolonizzazione dell'Africa, ma anche un'anticipazione di scenari che ancora oggi insanguinano la regione mediorientale. La Francia considerava l'Algeria alla stregua di un suo territorio metropolitano. Non un'appendice, ma a tutti gli effetti un organo vitale dell'Esagono continentale. Ma quando le forze militanti dell'FNL, il Front National de Libération, diedero il via alla sollevazione antifrancese, lo fecero con gli strumenti oggi praticati dal terrorismo palestinese e jiaadhista: sgozzamenti, autobombe in pieno centro, ordigni sistemati alle fermate degli autobus, nei cinema, nei caffé. Una pratica del terrore alla quale l'ormai paralizzata IV Repubblica rispose con le truppe d'élite del suo esercito, i parà del generale Massu. Il risultato fu una repressione su ampia scala, praticata con mezzi leciti e più spesso illeciti, ma comunque tollerati dal governo. Come la tortura, praticata dalla polizia e dall'esercito, le decine di condanne a morte decretate ufficialmente dallo Stato francese (ministro della Giustizia era Mitterand) o quelle, ben più numerose, praticate arbitrariamente. Negli otto anni di guerra, dal 1954 al 1962, saranno quasi tremila i desaparecidos nelle carceri o nelle caserme algerine gestite dai parà di Massu.
Di quella stagione, di quegli odi e di quelle violenze fornisce un eccezionale affresco il giornalista Gianfranco Peroncini nel suo Sillogismo imperfetto, un titolo apparentemente oscuro ma che in realtà abbraccia in quasi ottocento pagine tutta la vicenda della guerra di liberazione algerina, scavando soprattutto in due ambiti rimasti a margine delle indagini storiografiche recenti: il mito dei parà francesi e un fallito piano di conciliazione tra militari e FLN.
Il mito dei paracadutisti francesi era nato sulle piste dell'Indocina, a Dien-Bien- Puh e nei campi di prigionia viet-minh, per continuare con l'operazione di Suez nel novembre del 1956. Militari duri, spietati, straordinariamente efficaci, ma che nelle loro esperienze maturarono una sorta di riflessione sulle cause sociali e politiche di quelle guerre "rivoluzionarie". Da qui una sorta di "simpatia" tra i parà mandati in Nordafrica come braccio armato della repressione, e le loro stesse vittime. E un senso di ribellione contro il potere centrale emanato da Parigi.
La miscela esplosiva portò la Francia sull'orlo del colpo di Stato. Ma anche a un passo da un sensazionale e imprevedibile accordo tra militari e FLN. Pochi mesi dopo il successo francese nella battaglia di Algeri, un gruppo di ufficiali dei parà studiò la fattibilità di un'alleanza con l'FLN per costruire una nouvelle Algerie. Era questo il "piano Pouget", messo a punto dal maggiore dei parà Jean Pouget: prevedeva la liberazione di Yacef Saadi, esponente dell'FLN condannato a morte per terrorismo, un suo appello per il cessate il fuoco e l'integrazione di alcuni dirigenti dell'organizzazione clandestina nel comitato di salute pubblica algerino. Un tentativo di scavalcare la politica ufficiale facendosi carico dell'esperienza maturata sul campo in anni di familiarità con la guerra e con gli avversari. Scrive Peroncini: «Al termine di questo lungo e doloroso percorso non sarà contro i combattenti del djebel che l'avanguardia militare francese produrrà il suo sforzo più difficile, più impegnativo, più disperato. Sarà contro il "sistema" metropolitano, angusto, soffocante e arido che l'esercito rivolgerà la sua forza e il suo prestigio. Fu a quell'epoca che la guerra d'Algeria cominciò a cambiare volto e prospettive: "stava prendendo gradualmente la fisionomia di una crociata per un miglior avvenire spirituale della Francia". La vittoria, se di vittoria doveva trattarsi, sarebbe giunta quando l'elemento più dinamico e generoso delle parti in conflitto avesse contribuito insieme, con quadri e proposte, alla costruzione della nuova Algeria. Solo da questo "incredibile" crogiolo sarebbe potuta uscire quella lega formidabile in grado di offrire alla Francia e all'Algeria una nuova speranza e un nuovo domani. A nostro parere, questa è la vera chiave di lettura degli avvenimenti della guerra algerina».
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La sfida nucleare. La politica estera italiana e le armi atomiche 1945-1991, di L. Nuti - Il Mulino 2007, pp. 440, euro 32,00
Per tutta la durata della guerra fredda, l'Italia ha espresso una consistente politica nucleare militare ed è stata una delle principali basi nucleari europee dell'Alleanza Atlantica. Mentre per gli altri stati europei occidentali esiste un'abbondante letteratura scientifica sull'argomento, le decisioni prese dall'Italia relativamente alle armi nucleari non sono state finora oggetto di alcuna analisi specifica da parte degli storici. Utilizzando un'ampia base documentaria, largamente inedita, il volume ricostruisce per la prima volta il modo in cui la politica estera italiana ha reagito di fronte al ruolo sempre più rilevante che le armi atomiche hanno assunto in seno alle potenze occidentali. Vengono così ripercorse le principali tappe della politica nucleare militare italiana dal primo dopoguerra fino allo schieramento degli euromissili. Un contributo importante al dibattito storiografico sulla guerra fredda e sui rapporti tra l'Italia e i suoi principali alleati.
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Gaetano Salvemini, di G. Quagliariello - Il Mulino, Bologna 2007, pp. 320, euro 25,00
Il volume offre una biografia intellettuale di Gaetano Salvemini (1873-1957), storico e uomo politico fra i più influenti del Novecento italiano. Sono prese in considerazione le varie fasi del suo percorso intellettuale: dal distacco dal socialismo degli anni giovanili all'impegno antigiolittiano, all'interventismo, alla stagione antifascista, per giungere infine al polemista acceso del sistema repubblicano. Un profilo, tracciato da Quagliariello a partire da uno scandaglio rigoroso delle fonti, che rappresenta un deciso rinnovamento negli studi salveminiani, mettendo a fuoco tematiche poco studiate del pensiero del professore di Molfetta - dal rapporto con il totalitarismo a quello con il gobettismo - o proponendo una nuova lettura di aspetti già diversamente valutati, come ad esempio l'anticlericalismo, la cui analisi certamente non mancherà di suscitare discussioni.
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La guerra d'Algeria, di A. Horne - Rizzoli, Milano 2007, pp. 704, euro 26,50
Quella che in Francia è chiamata "guerra d'Algeria" e in Algeria "Rivoluzione" fu una delle ultime e storicamente più importanti guerre coloniali, e, col senno di poi, la prova generale dei conflitti che hanno sconvolto i Balcani negli anni Novanta e che tormentano oggi il Medio Oriente da Beirut a Baghdad. Tra il 1954 e il 1962, una parte della classe politica francese, e specialmente i pieds-noir d'Algeria, vi si impegnarono totalmente, convinti di assumersi il pesante "fardello dell'Uomo Bianco". Nello stesso equivoco caddero molti soldati francesi che, persuasi di difendere un baluardo della civiltà occidentale, sacrificarono eroicamente la vita nel tentativo di fronteggiare i guerriglieri algerini, contro i quali - ad Algeri nel 1957 - riportarono una vittoria sofferta e non definitiva. Fu un conflitto tormentato e complesso, durato quasi otto anni, che provocò con i suoi contraccolpi la caduta di ben sei primi ministri e della Quarta Repubblica, e portò la Francia sull'orlo della guerra civile. E fu un conflitto feroce, nel quale divenne pratica quotidiana l'uso della violenza più spietata e indiscriminata.
Horne descrive con magistrale efficacia gli aspetti militari e politici di questo scontro, le sue ripercussioni internazionali, la profonda rivoluzione intervenuta sulla società algerina, i drammatici contrasti scoppiati all'interno della Francia metropolitana, che portarono all'avvento di de Gaulle e poi al putsch dei generali contro di lui. E oggi l'autorevole giornalista britannico ripropone la sua Storia alla luce degli eventi più recenti: dalle banlieues francesi in fiamme allo scandalo delle violenze di Abu Ghraib, dall'Intifada palestinese agli attacchi terroristici di al-Qaida. La sconfitta dell'esercito francese fu causata prima dalla guerriglia e poi dal peso morale delle torture inflitte al nemico: e anche questo deve ricordarci qualcosa per il presente.
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Tridentina avanti! Dalle campagne di Eritrea e di Libia fino alla Seconda guerra mondiale gli uomini e le imprese di una gloriosa divisione alpina, di A. Rasero - Mursia, Milano 2007, pp. 754, euro 32,00
«Tridentina avanti!» è il grido con il quale il generale Reverberi, comandante della divisione, è riuscito a trascinare i suoi alpini nel disperato assalto alle posizioni di Nikolajewka travolgendo l'ultima barriera di ferro, fuoco e gelo che si frapponeva alla marcia verso la salvezza.
La gloriosa divisione, nata nel 1935, ha accumulato un patrimonio morale e militare inestimabile: nelle campagne di Eritrea e di Libia, sul fronte alpino occidentale, nel fango dell'Albania e infine in Russia, gli alpini della «Tridentina» si sono sempre distinti per valore e spirito di abnegazione.
Oggi la divisione non esiste più ma la brigata che porta il suo nome ne ha ereditato la storia.
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L'Italia sotto le bombe. Guerra aerea e vita civile 1940-1945, di M. Patricelli - Laterza, Bari 2007, pp. 378, euro 20,00
«Qualche tempo prima, in un Cinegiornale Luce, sembrava così semplice e disimpegnato neutralizzare le bombe incendiarie con efficientismo e rapidità, quasi fosse un'esercitazione, e la colonna sonora accompagnava rassicurante. Pochi sacchi di sabbia o di terra e qualche badile bastavano. In mancanza serviva anche la terra dei vasi per i fiori. "Applicando queste facili misure con attenzione, tempestività e calma - diceva la voce impostata -, si possono evitare o attenuare i danni dell'offesa nemica".» Ma gli italiani scoprirono presto quanto la realtà della guerra aerea fosse diversa dalla propaganda del Regime. In 64.354 persero la vita sotto il fuoco dal cielo. Un numero, calcolato per difetto, che nella sua freddezza anestetizza il sanguinoso dramma di quell'autentica pioggia di bombe abbattutasi su città e civili innocenti. Ricerca documentaria inedita, ricostruzione rigorosa, capacità di racconto: questo volume è una lettura avvincente di un dramma scatenato dall'alto e vissuto dal basso.
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Il razzista totalitario. Evola e la leggenda dell'antisemitismo spirituale, G. Scipione Rossi - Rubbettino, Soveria Mannelli 2007, pp. 126, euro 9,00
A più di trent'anni dalla morte Julius Evola è ancora un punto di riferimento ideologico per il mondo della destra radicale. Resistono il suo mito di filosofo anti-moderno e la leggenda di un suo razzismo innocuo perché 'spirituale'. Ma ha un senso distinguere il razzismo 'spirituale ' dal razzismo biologico? Fornire al razzismo/antisemitismo motivazioni 'spirituali' modifica la sostanza del pregiudizio? Le teorie di Julius Evola sono realmente solo 'spirituali' oppure sono soltanto un tentativo non riuscito di edulcorare la sostanza del razzismo/antisemitismo? Per Evola non si può parlare di una 'parentesi' razzista, ma di un razzismo radicale e persistente che il pensatore tradizionalista mette al servizio della svolta mussoliniana, anche a costo di adattarne i contenuti alle esigenze politiche del fascismo, senza mai criticare le leggi razziali, se non perché applicate in modo troppo moderato a causa delle 'discriminazioni'. L'evoliana 'razza dello spirito' non sfugge al determinismo biologico e anzi si risolve in un razzismo totalitario, più esigente, che differisce da quello del 'Manifesto della razza' solo per la definizione di quella italiana come razza 'ario-romana' piuttosto che 'ario-nordica'.
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