EDITORIALE - STORIA OGGI
CASTIGAT RIDENDO MORES
(SED) EST MODUS IN REBUS
di PAOLO M. DI STEFANO*
Est modus in rebus lo scrisse Orazio (satire, 1,1,106) mentre non ricordo chi dicesse e di chi "castigat ridendo mores". Mi sembrano, comunque, citazioni di grande attualità. La prima, soprattutto, perché mette in assoluta evidenza il punto debole dei comizi del comico: il linguaggio usato gli si rivolterà contro con sempre maggiore violenza, poiché nessuno gli perdonerà di aver pensato ad un "Vaffa day" e di non aver usato giri di parole circa la destinazione suggerita a certi politici. Si scandalizzeranno tutti, i benpensanti, e, tra questi, in modo particolare coloro che della lingua conoscono soltanto (o in prevalenza) le componenti più volgari. Perché tutti sono capaci di ricordare la signorilità, l'educazione, la moderazione, la cultura, l'etica e la giustizia e di parlarne e di invocarle, quando si tratta di criticare il comportamento altrui. Ma quanto a improntare a questi valori il proprio modo di essere. Rimane comunque che il solo fatto che sia un comico a parlare non significa né che il testo provochi la risata e neppure che il tono sia leggero e scanzonato. E mi pare che così sia stato: niente da ridere, in quanto è accaduto negli ultimi giorni di settembre. Molto, invece, su cui riflettere e, probabilmente, piangere. Perché, soprattutto, a me pare che il sistema si sia ribellato come un sol uomo, avendo il comico evidentemente toccato i nervi scoperti di un insieme che solo in apparenza è costituito da diversità, ma che in realtà è cementato da un giro intricatissimo di interessi e di legami. Come un tappeto di grande qualità, decine e decine di nodi gordiani per centimetro quadrato fanno della nostra società un'opera d'arte indistruttibile.
A meno che, appunto, un nuovo Alessandro Magno non si materializzi. Ma dubito che a quel colpo di spada pensasse il giornalista che ha detto di temere atti di violenza. La sua affermazione appare, più che un impegnativo richiamo alla storia, il vago ricordo di una storiella popolare. Questa che segue.

L'apologo del pisello
è una parabola istruttiva quel tanto che basta per non essere scambiata per un testo inutile di moderna politica italiana. Una madre, molto ma molto preoccupata per le conseguenze delle birichinate dei piccoli figli, ogni volta che doveva lasciarli soli cercava di immaginare quali monellerie avrebbero potuto compiere e, di conseguenza, faceva ogni sforzo per metterli i guardia e cercare di impedire danni non quantificabili. Così, si raccomandava una volta di non giocare con il gas o con i fiammiferi o con entrambe le cose; un'altra, di non far correre l'acqua nella vasca; un'altra ancora di non scivolare seduti sul corrimano delle scale. Tutte cose che i bambini avevano cercato di fare e che la madre riteneva assolutamente pericolose. Un giorno, non sapendo più cosa proibire, con tono severo ingiunse ai piccoli: ".e guardatevi bene dal mettere i piselli nelle orecchie!", cosa che mai era accaduta prima, ed alla quale nessuno aveva mai pensato. E uscì. Neppure un minuto dopo, i bambini facevano a gara a mettere il maggior numero di piselli nelle orecchie proprie e in quelle dei fratellini.
Morale: in alcune circostanze almeno, bisognerebbe stare molto attenti a far sì che la propria fantasia non costituisca un'idea creativa e concreta da mettere in pratica da parte di chi, fino a quel momento, non aveva neppure lontanamente pensato a quella eventualità.

E chissà se tra i numerosissimi partecipanti allo show del comico a Bologna, convenuti in piazza forse con la sola idea di manifestare anche divertendosi, qualcuno non sia stato colpito dal timore espresso da un improvvido giornalista e non abbia concluso: "Toh, non ci avevo pensato! Ma lo sai che l'idea di spedire all'altro mondo uno o più politici non è poi così malvagia come si potrebbe pensare?"
Anche perché, a rifletterci bene, quel qualcuno potrebbe anche ragionare così: "I politici italiani sono immortali. E allora, se ne faccio bersaglio di un paio di fucilate e lo colpisco, non ne seguirà certo la morte. Il danno sarà lieve e comunque avrò dato una lezione. Hai visto mai che capiscano?"

Errore: non capirebbero, proprio perché immortali. E immortali perché convinti depositari della capacità di imbonire un popolo che appare rassegnato e che sa con certezza (il popolo) che, in materia di promesse elettorali, non si andrà mai al di là delle parole. Il guaio è che questo popolo non appare in grado di ribellarsi, se non a parole, appunto. E allora? Se qualche squilibrato vuole ricorrere al colpo di fucile, non è certo colpa di chi denuncia i mali della politica. Dipende soltanto dalla percentuale di squilibrati tra la folla, sempre che di squilibrati possa parlarsi, quando appare sempre più chiaro che non esistono strumenti efficaci per liberarsi degli immortali.

Neanche ridere di loro e delle loro azioni serve più. Un popolo come il nostro, che non ha mai avuto un vero sense of humour e che al più scoppia in risate grasse solo alla presenza di rudi doppi sensi a sfondo sessuale, neppure si accorge di quanto già sia tragicamente comico il mondo italiano della politica. E' la comicità della presunzione, del vuoto lasciato da valori dissolti nel nulla, del desiderio smodato di disporre di simboli di stato e di indossare il potere che, addosso a loro, ha esattamente l'aspetto dello smoking sfoggiato dal rappresentante di Casa Sedara nel Gattopardo. E così come al Sedara, ormai detentore di un potere nuovo del quale non ha compreso l'essenza, ma del quale l'istinto primordiale gli dipinge i vantaggi, manca quel "portamento" che solo un'educazione attenta e affinata nei secoli può dare - anche se non può garantirne l'uso corretto: il comportamento di ex regnanti insegni! -, ai nostri politici manca quella cultura e quella educazione politica che solo una profonda consapevolezza dei valori fondanti della civiltà e del ruolo che spetta all'individuo prima ancora che al politico nel contesto sociale di riferimento. Che questa cultura appartenga ad una minoranza è una constatazione ampiamente suffragata dalla storia, così come lo è che il potere e il suo esercizio si accompagnano ad una cultura che quanto più è profonda e etica, tanto più consente quel "buon esercizio" del potere che è nella aspettative della "gente". E viceversa. E a me pare che siamo nel momento più alto di questo "viceversa". E quella "gente comune" alla quale tutti facciamo tanto spesso riferimento comincia ad accorgersene. E non perché sia "colta", bensì perché l'arroganza e l'ignoranza della così detta classe politica hanno raggiunto livelli inaccettabili, che peraltro in qualche caso si manifestano tra la generale indifferenza. Penso a quei test d'ingresso all'Università truccati; alle Università (e ad altre strutture) utilizzate per garantire uno stipendio al parentame; a quel professore che raccomanda il figlio, accuratamente iscritto alla stessa scuola, imponendone la promozione anche ricorrendo alle preghiere dell'amante ed alle minacce, protestando poi violentemente perché il voto ottenuto non era abbastanza elevato. Oppure al "diritto di parentela", stabilito da una prassi secolare, secondo la quale i figli godono dei privilegi dei padri e l'esser figlio di qualcuno che "è" e dunque "ha" stabilisce un diritto di prelazione contro il quale ogni protesta è inutile. Anche perché i figli " so'pezzi 'e core". E lasciare un pezzo del proprio cuore fuori dall'aereo di Stato diretto alla città del Gran Premio è pericoloso, potrebbe provocare la morte. Ed è forse perché al cor non si comanda che non si insegna più il senso del dovere, quello del rispetto e l'educazione in genere. Tutto questo accade e viene a parole condannato, ma subito si dimentica, sopra tutto quando si realizza la speranza che una raccomandazione si concreti in un vantaggio anche per sé e per i propri figli, e che dalla tavola del ricco Epulone cadano briciole di una certa consistenza per i poveri e per i cani in attesa. I quali quella briciola si guadagnano duramente, pronti a leccare la mano del padrone ed a far capriole per il suo diletto. E la briciola viene concessa, cade dall'alto, viene mangiata e subito dimenticata. Come il disprezzo che l'accompagna.

Io son chi sono, fa dire Goldoni nella Locandiera al nobile che vive di espedienti e di ricordi, ma che non vuol rinunciare al proprio status e ad una propria immagine. Solo che il personaggio ha almeno un senso di cosa l'immagine sia e si adopera in modo a suo avviso coerente. Che genera un vago senso di pietà e un più accentuato ridicolo, ma che rivela una passata ricchezza in uno con i resti di una cultura di buon livello. Oggi, tutti parlano di immagine senza averne nozione, la ricchezza in più di un caso si è estraniata da ogni forma di cultura e la cultura non è più neppure un ricordo. Sono decenni, ormai, che in Italia la cultura in genere è quasi un'utopia, e non è a dire che i politici non abbiano fatto il possibile per ucciderla. E quella parte delle conoscenze che va sotto il nome di "cultura politica" appare ancor più inconsistente.

E dunque, ecco che pare giunto il momento di ripensare alla Politica, di farci sopra qualche ragionamento anche di tipo, se si vuole, generale e astratto. Tanto per sapere di cosa si parla, quando si fa politica, e quando la si critica, anche. Questo mensile ed io tentiamo di dare un contributo: lo facciamo perché convinti che la politica sia uno dei fattori di produzione della Storia, così come delle storie. Anche per questo il mio "Tutti i colori della Politica" (Viennepierre, Milano) - in libreria da qualche giorno - ha una sua speranza ed una sua missione: cercare di pensare alla politica e di farlo in modo diverso. Perché la creatività, in tutte le cose e quindi anche in politica, non significa creare del nuovo ad ogni costo, bensì utilizzare in modo diverso le conoscenze e le risorse di cui si dispone. E perché si possa discutere, criticare, correggere, proporre. E perché si possa dare un senso ad espressioni di moda, quali quella di antipolitica, della quale tanto si è parlato e si parla, e comprendere quale sia la ragione più vero della conclamata disaffezione da parte dei giovani per un fenomeno - la politica, appunto - che della vita (forse, non soltanto umana) è probabilmente una delle essenze costitutive, in una con il pensiero e, per quanto mi riguarda, l'anima.

E allora, l'antipolitica. Bella espressione - antipolitica - e suona bene. Ed è di gran moda, in questi mesi. Sembra aprire tutto un mondo nuovo e suggestivo. Chissà se qualcuno si accorge che (ammesso che abbia un senso, e secondo me non lo ha) fare antipolitica potrebbe anche significare svolgere attività contraria al genere umano, attentare alla vita della società, soffocarla. Bisognerebbe avere idee chiare su cosa sia la politica, per poter disquisire sull'antipolitica, ed io ho provato a proporre un concetto di politica diverso dal tradizionale, anche se antico quanto il mondo, proprio in quel "Tutti i colori della Politica" che ho già citato e che la Viennepierre (Milano) ha avuto il coraggio di pubblicare. L'ho fatto per amore di discussione e per spingere comunque ad un ripensamento, visto che tanto si parla di politica e, oggi, anche di antipolitica. Il tema, comunque, implicherebbe un ragionamento lungo e difficile, probabilmente qui fuori luogo. E dunque, da evitare.

Ma occorre almeno ricordare che la concreta accezione che oggi si dà alla parola "antipolitica" è quella di "contro i politici e la loro attività", e non di "contro la politica in quanto valore", come i così detti uomini politici tentato di far credere. Così, i politici pensano che chi non è d'accordo con loro è contro di loro - atteggiamento assai diffuso tra i detentori di potere e di privilegi che in qualche modo si sentono minacciati -, e dunque si è nel mezzo di una guerra dal risultato della quale dipende la sopravvivenza dei privilegi di cui ciascuno di loro gode insieme al gruppo di riferimento. E così come in guerra ogni arma è buona, purché si vinca, i politici usano argomentazioni (io dico "di vendita") che in qualche modo riescono a dirottare pensieri, critiche e comportamenti.
Ecco, allora, che si nega al comico il diritto di fare politica. Ufficialmente, non perché ciò che dice sia falso, e neppure perché si tema un attentato ai privilegi, ma perché comico. E quanto egli dice si tenta di destituire di ogni fondamento, perché la professione di comico (non importa se di successo o meno) non appare compatibile con quella di persona che si occupa di politica.

Che è una balla pazzesca, a prescindere dalla considerazione (che non è mia, ma che condivido in gran parte) che i politici italiani sono già sulla buona strada per far ridere. Il fare politica e il proporre affidabili soluzioni politiche prescinde dalla professione esercitata nella così detta vita civile. Se così non fosse, e se veramente esistesse una "professionalità politica" paragonabile a quella delle altre professioni (medico, avvocato, geometra, architetto, ingegnere, ragioniere.), nessuno dei nostri rappresentanti potrebbe essere considerato "abilitato alla politica". Al massimo, lo si potrebbe vedere come un praticone esperto nell'arte di arrangiarsi, che con la Politica non dovrebbe avere molto a che vedere, anche se qualcuno della politica ha parlato (e parla) proprio come "arte del compromesso" ed anche se, talvolta, il mezzo chiamato "compromesso" e dunque il sapersi arrangiare ha una sua ragione di essere. E allora, perché negare al comico di professione il diritto di "fare politica"? A proposito, quanti dei nostri coltissimi e serissimi politici sono in grado di usare correttamente l'espressione capitis deminutio e qualificare qualcuno come capitis deminutus? Non mi pare che la cultura sia una delle caratteristiche fondamentali dei nostri uomini politici, salvo le eccezioni di rito.

E l'educazione neppure. Ma così come è proprio l'incolto a dare dell'ignorante all'altro, sono proprio gli ineducati ed i prepotenti a qualificare così chi li denunzia e li combatte. Che è un problema non da poco, dal momento che l'educazione è divenuta ormai, nel comune sentire, una forma di debolezza. Politici che hanno condotto la campagna elettorale a suon di insulti sanguinosi contro gli avversari e che li hanno estesi a coloro che avevano intenzione di votare diversamente, si scandalizzano per il modo con il quale il comico si rivolge ai suoi ascoltatori. Che non è solo un problema di visione della pagliuzza al posto della trave. Qui si tratta di un atteggiamento diffuso secondo il quale chi non aggredisce e chi non si esprime in modo "rude e forte"è un debole. E il potere non può esser dato ai deboli. Ora, può darsi che i toni da avanspettacolo d'infima categoria siano poco piacevoli, ma nella nostra attuale società pare costituiscano il solo linguaggio apprensibile e comprensibile. Scambiare l'educazione per debolezza è l'atteggiamento più diffuso, dal momento che dell'educazione si sono perdute le tracce. Io credo di essere tra coloro - perché qualcuno ancora ne esiste - che scelgono l'educazione "vecchio stile", e sono tra chi che per questo ha perduto qualche battaglia. Ma posso garantire che una giustizia anche umana esiste, e che nel tempo la cultura, l'educazione, la gentilezza riescono ad avere qualche riconoscimento ed a prendersi la rivincita. Perché non è vero che il popolo è bue, e perché neppure è vero che non vi sia nulla di buono da attendersi dai giovani.

E, mi si dice, in piazza a Bologna i giovani erano in grande maggioranza.

Sulla richiesta di abolire i partiti politici mi soffermo solo per ricordare che attorno al famoso e famigerato sessantotto, l'affermare che i partiti erano morti fu di gran moda. Con buona pace di tutti, se anche erano morti, i partiti sono rinati dalle proprie ceneri. Inevitabile, a mio avviso: "partito" vuol dire soltanto "di parte", e ogniqualvolta esistano delle parti, i partiti ineluttabilmente vivranno.
Ed anche per questi, è forse da notare che non i partiti bisognerebbe abolire, ma quella parte delle loro competenze che nulla ha a che vedere con il benessere e la vita della società, da perseguire in uno con quelli della parte di riferimento. Esattamente come accade per il benessere di ciascun individuo: deve essere perseguito non a scapito della società, ma assieme al "bene sociale". Altrimenti si va diritti al fallimento.

Infine, tutti a casa dopo due legislature. Sbagliato. Il problema è che dobbiamo mandare a casa gli incapaci e i disonesti. Allora, delle due l'una: o abbiamo il mezzo per valutare concretamente la capacità e l'onestà degli uomini (e delle organizzazioni), oppure non lo abbiamo. In questa seconda ipotesi - che è quella attuale, almeno in gran parte - c'è ben poco da fare. Ma se lavoriamo onestamente per elaborare un criterio di valutazione affidabile, allora sì che diviene possibile dare una valutazione alla professionalità e all'onestà e, in base ai risultati , decidere se confermare o meno il mandato parlamentare.

Vogliamo scommettere che potrebbe funzionare?


*Docente di marketing,
consulente di comunicazione
e gestione d'impresa