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Nonostante l'utilizzo di agenti biologici e batteriologici come arma di offesa fosse stato vietato nel 1925 dal Protocollo di Ginevra, tra il 1932 e il 1945 il Giappone mise in piedi un grande apparato di "fabbriche della morte"
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I fantasmi del passato:
la "sporca guerra" del Giappone
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Sino al 1984 si possedevano notizie frammentate di una guerra segreta che l'esercito giapponese aveva tentato di studiare ed attuare durante il secondo conflitto mondiale. Ma proprio nel 1984, casualmente, il mondo entrò in possesso di documenti che provavano ufficialmente l'esistenza di laboratori segreti dove, beffando le disposizioni della convenzione di Ginevra del 1925 che proibiva lo studio e la messa a punto di armi chimiche e biologiche, veniva approntata da alcuni scienziati del Sol Levante una guerra non convenzionale. L'idea di una guerra chimica e biologica non era affatto nuova, ma il Giappone andò ben più in là dell'Iprite (2-cloroetil-solfuro) e del Fosgene usati dai tedeschi, o dagli italiani in Africa orientale nel 1936.
Quell'anno, una giovane giapponese, girando per i sobborghi di Tokyo aveva acquistato un anonimo opuscolo da un negozietto di libri usati, che poi si rivelò il drammatico diario di un ufficiale medico giapponese membro di un laboratorio chiamato Unità 731. In quelle memorie l'ufficiale raccontava le atrocità che ogni giorno accadevano all'interno dei laboratori militari giapponesi a partire dal 1932. Tra quei fogli c'erano rapporti medici dettagliati su malattie mortali provocate volontariamente, come anche di strani esperimenti fatti su cavie umane, i maruta (pezzi di legno, così venivano chiamati dagli scienziati queste involontarie vittime). Ad esempio, in uno di questi rapporti, veniva descritto un esperimento attraverso un diagramma che mostrava ventuno cavie umane, ciascuna legata ad un palo, disposte in cerchi concentrici. Le annotazioni spiegavano che al centro veniva fatta esplodere una bomba di germi per studiare la diffusione della malattia.
Fu solo per caso, quindi, che il mondo conobbe ufficialmente uno dei più terribili segreti giapponesi della Seconda Guerra Mondiale.
Un caso fu anche la scoperta di un'enorme fossa comune a Shinjuku area di nuovo sviluppo urbano di Tokyo. Nel 1989, infatti, durante i lavori di scavo, alcuni operai restituirono al mondo alcuni resti umani occultati durante la Seconda Guerra Mondiale. A pochi metri dal cantiere sorgeva un laboratorio distaccato della famigerata Unità 731. I resti provenivano dalla Manciuria occupata dai giapponesi e facevano parte del programma di guerra non convenzionale sviluppato dai Giapponesi.
L'idea di approntare ricerche chimiche e biologiche in campo militare erano cominciate nel 1927, quando un capitano-medico dell'esercito imperiale, Shirou Ishii, studiò un articolo riguardante il Protocollo di Ginevra del 1925. L'ufficiale si convinse ben presto che la guerra moderna si poteva vincere grazie alla scienza ed alla tecnologia, così iniziò a convincere lo stato maggiore dell'esercito dell'enorme potenziale strategico e distruttivo di una guerra non convenzionale. Ishii si convinse che solo un arma finale, altamente letale, avrebbe permesso al Giappone di acquistare una perfetta egemonia sull'intero pianeta.
Poco dopo il ritorno di Ishii dall'Europa, un evento gli permise di farsi conoscere: una forma di meningite scoppiò a Shikoku, per la quale lo scienziato progettò uno speciale filtro per l'acqua che fermò l'epidemia. Ishii divenne così un batteriologo famoso.
Nel frattempo Ishii trovò potenti alleati nell'esercito: il Colonnello Nagata Tetsuzan, capo degli Affari militari; l'ufficiale capo della Prima Sezione Tattica dello Stato Maggiore Generale dell'esercito, il Colonnello Ryuiji Kajitsuka; il Colonnello Koizumi Chikahiko, chirurgo generale dell'esercito (dopo la guerra sarà Ministro della Salute Pubblica e si suiciderà per paura di essere processato per crimini di guerra); il ministro dell'Esercito e poi ministro dell'Educazione Sadao Araki, leader della fazione della "Via Imperiale" nell'esercito giapponese. Il progetto, grazie a questi appoggi, ottenne l'approvazione dai massimi vertici dello Stato ed ingenti finanziamenti (dai 15 ai 20 milioni di yen) furono stanziati per realizzare i mostruosi esperimenti. Iniziò così l'avventura criminale di Shirou Ishii, il "profeta della guerra biologica" giapponese.
In Giappone esisteva già una sezione dell'Esercito che stava compiendo studi difensivi su armi non convenzionali. Alla conclusione della Prima Guerra Mondiale, infatti, l'ufficio medico dell'Esercito giapponese mise al comando dell'équipe di ricerca difensiva il Maggiore Terunobu Hasebe, che fu ben presto seguito dal dottor Ito con quaranta scienziati. Ma l'inizio della lotta biologica giapponese iniziò con l'ascesa di Shiro Ishii.
Cavalcando l'onda crescente del militarismo giapponese, Shiro Ishii, a partire dal 1932 e per tredici lunghissimi anni, nel più totale disconoscimento di ogni morale scientifica ed umana, fece costruire in numerose località della Cina occupata e negli altri stati del Sud-Est Asiatico sotto il giogo nipponico "fabbriche della morte". Una vasta geografia concentrazionaria in cui furono studiati batteri e virus, quali peste, antrace, morva, tifo, colera, dissenteria, virus delle febbri emorragiche, tubercolosi, ed inoculati poi nei prigionieri di guerra divenuti cavie. I soggetti infettati da questi virus, venivano poi sottoposti a vivisezione senza anestesia, per non alterare le osservazioni degli organi interni: la morte che sopraggiungeva era un evento da studiare attentamente e da registrare fin nei dettagli più minuti. In questo modo gli scienziati giapponesi studiarono, con estrema precisione, gli effetti e la loro applicazione nelle operazioni di guerra biologica. Unico conforto, se ciò poteva essere un consolazione, era una dieta sostanziosa, perché le cavie dovevano essere in forma perfetta per poter affrontare gli esperimenti.
Si presume che siano stati circa seicentomila gli individui morti a causa del programma di armamento biologico giapponese.
Già a partire dal primo anno di attività di questi laboratori, furono compiuti esperimenti anche sul campo. Al confine tra Unione Sovietica e Cina furono gettati in un fiume, nei pressi degli accampamenti nemici, batteri della febbre tifoide. Nel 1940, scienziati dell'Unità 731 dispersero nei pozzi d'acqua della provincia cinese dello Zhejiang settanta chili di batteri del tifo, provocando una catastrofe. La città di Ningbo fu bombardata con i batteri della peste bubbonica, creando una micidiale epidemia che provocò la morte del 99 per cento dei contagiati. Sempre nella provincia dello Zhejiang, gli scienziati giapponesi dell'Unità 731 liberarono uccelli vivi cosparsi d'antrace. Nel 1942, un terzo della popolazione del paesino di Chongshan morì di peste. Nel maggio del 1942, bombe al colera (bombe Yagi) provocarono un'epidemia nella provincia dello Yunnan causando oltre duecentomila morti. L'anno dopo, le stesse bombe colpirono la provincia dello Shandong.
Il maggior protagonista di questa follia è stato il medico e microbiologo Shirou Ishii, ideatore della famigerata Unità 731, a Pingfan in Manciuria, e che morirà da libero cittadino nel suo letto.
Shirou Ishii nacque il 25 giugno del 1892 a Chiyoda Mura, un piccolo paesino nei pressi di Tokyo, da una famiglia aristocratica di antiche tradizioni feudali. Brillante studente, grazie anche alla sua eccezionale intelligenza, fu ammesso nella esclusiva Università Imperiale di Kyoto dove, nel 1916, si iscrisse a medicina. Nel 1920, si laureò ed entrò nell'esercito come assistente sociale del Terzo Reggimento della Divisione della Guardia Imperiale. Dopo appena cinque mesi, fu promosso al grado di tenente e distaccato come medico chirurgo al Primo Ospedale Militare di Tokyo. Subito dopo intraprese il dottorato in patologia umana, sierologia e batteriologia all'università di Kyoto. Proprio qui conobbe e sposò Araki Kyoko, figlia di Araki Torasaburo, medico e rettore dell'università di Kyoto, che gli assicurò l'appoggio e l'influenza di personaggi importanti e potenti.
Nel 1924 diede un importante contributo scientifico alla missione medica nel distretto di Kagawa, dove era scoppiata un'epidemia di encefalite emorragica. Ishii ne isolò il virus con la messa a punto di un efficace sistema di filtraggio. Nel 1927 conseguì anche il dottorato in microbiologia. Nel frattempo fu assegnato all'ospedale militare di Kyoto con il grado di capitano.
Proprio a Kyoto lesse un articolo sul Protocollo di Ginevra, in cui si diffidavano gli Stati a studiare ed utilizzare armi non convenzionali. Folgorato dall'idea dell'utilità per il Giappone di studiare e assemblare armi chimiche e batteriologiche, nell'aprile del 1928 il capitano Shirou Ishii partì per un lungo tour scientifico intorno al mondo. Anche se non esistono documenti attendibili per stabilire ciò che egli vide o chi incontrò, sappiamo che visitò Francia, Italia, Germania, Ungheria, Belgio, Svezia, Danimarca, Finlandia, Svizzera, Turchia, Polonia, Unione Sovietica, Lituania, Estonia, Stati Uniti, Canada, Egitto, Singapore, Ceylon.
Al suo ritorno in Giappone trovò in Araki Sadao, ministro della Guerra, nel generale Nagata Tetsuan e nel ricercatore medico Koizumi Chikahiko, il giusto sostegno per allestire laboratori che studiassero nuove armi per ammodernare i mezzi offensivi dell'esercito. Dopo soli quattro mesi dal ritorno dal suo tour scientifico, Ishii fu nominato preside del Dipartimento di Immunologia all'Istituto di Medicina dell'esercito di Tokyo e promosso al grado di maggiore. Nel 1931 iniziò, nel più totale segreto di Stato, la ricerca sulle armi biologiche e chimiche. Ishii lavorò contemporaneamente alla ricerca difensiva e a quella offensiva. Infatti, accanto allo sviluppo di nuovi vaccini, per immunizzare le truppe nipponiche dalle epidemie che potevano scoppiare in caso di guerra, egli studiò nuovi e potenti armi non convenzionali. Nei suoi laboratori, insieme ad una piccola equipe di ricercatori fidati, furono sviluppate colture di batteri altamente letali come peste bubbonica, colera, tifo e antrace.
L'occupazione giapponese nel 1932 della Manciuria, una regione al Nord della Cina, e la creazione dello Stato fantoccio del Manchukuo, furono per Ishii la grande occasione per poter realizzare finalmente esperimenti sul campo.
Inizialmente fu prescelta, come centro per la ricerca e lo sviluppo di armi non convenzionali, una vecchia distilleria di sakè ad Haerbin. Fin da subito la scelta di questo paese si rivelò infelice perché minava la segretezza che la ricerca imponeva: Haerbin era una città abitata da quasi quattrocentomila anime, quindi, la presenza di questi laboratori non poteva certamente passare inosservata. Perciò, nell'estate del 1932, Ishii trasferì il centro di ricerca in un piccolo paesino a cento chilometri a sud-est di Haerbin, ben collegato dalla ferrovia e al riparo da occhi indiscreti: Beiyinhe.
Qui, attorno ad un area di due chilometri quadrati, furono costruiti circa cento edifici che dovevano ospitare centri di ricerca, laboratori e alloggi del personale scientifico e militare. L'edificio più grande si trovava al centro del complesso ed era suddiviso in due sezioni: la prima comprendeva le prigioni, i laboratori per gli esperimenti e il forno crematorio, la seconda gli uffici, le mense e i magazzini.
Il nuovo centro di ricerca fu battezzato Unità Togo, in onore dell'ammiraglio Togo Heihachiro che nel 1905 aveva sconfitto la flotta russa a Tsushima, durante la guerra russo-giapponese (1904-1905).
| Nell'estate del 1932, Ishii trasferì il centro di ricerca in un piccolo paesino a cento chilometri a sud-est di Haerbin |
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I primi "ospiti" della struttura furono i prigionieri politici, i membri della guerriglia o, in mancanza di questi, criminali comuni prelevati dalle prigioni e condotti a Beiyinhe. Essi, secondo le esigenze degli esperimenti, erano essenzialmente maschi adulti e sotto i quarant'anni. Relegati in anguste celle e ammanettati per la maggior parte del tempo, tutti i detenuti erano tuttavia ben nutriti e obbligati ad eseguire continui esercizi fisici per mantenere le loro condizioni di salute ad un livello ottimale. Nessuno prigioniero sopravviveva più di un mese.
Le prime malattie ad essere testate su questi prigionieri furono il tifo, la dissenteria, la peste bubbonica, il vaiolo, la morva e l'antrace. La maggior parte dei i prigionieri infettati subiva la vivisezione senza anestesia per non alterare le condizione del sangue e degli organi e per non pregiudicare la raccolta dei dati degli esperimenti. Altri esperimenti riguardarono l'uso della corrente elettrica e dei gas letali.
Nelle memorie del generale Endo Saburo, che visitò il complesso nel novembre del 1933, ritroviamo in dettaglio alcuni degli esperimenti fatti su cavie umane. Tra questi l'utilizzo del Fosfogene ("cinque minuti di iniezione con gas all'interno di una stanza di mattoni. Il soggetto è rimasto vivo per un giorno dopo l'inalazione del gas. Condizioni critiche con polmonite"); del Cianuro di potassio ("al soggetto ne sono stati iniettati quindici milligrammi. Perdita di conoscenza dopo approssimativamente venti minuti"); della corrente elettrica ("Diverse scariche a ventimila volt non sono sufficienti ad uccidere il soggetto. Si è obbligati ad un'iniezione per ucciderlo. Anche diverse scariche a quarantacinquemila volt non sufficienti ad uccidere. Occorrono diversi minuti di scariche continue a questo voltaggio per far morire carbonizzato il soggetto").
Nell'ottobre 1934 alcuni prigionieri riuscirono a scappare dall'Unità Togo, raccontando ai compagni, nella incredulità generale, degli atroci esperimenti che venivano fatti in quella "fabbrica della morte".
Strappato così il velo di segretezza del centro, i vertici militari decisero di trasferire i laboratori altrove. L'impianto concentrazionario di Beiyinhe fu distrutto e i pochi prigionieri sopravvissuti uccisi.
Le scoperte "scientifiche" ottenute a Beiyinhe permisero a Shirou Ishii di ottenere, il primo agosto del 1935, la promozione al grado di tenente-colonnello medico. L'ufficiale aveva solo quarantatre anni. Un anno dopo arrivò una nuova nomina, questa volta lo scienziato giapponese ottenne l'incarico di dirigente-capo del Boeki Kyusui Bu ("Ufficio per la prevenzione delle epidemie e la purificazione dell'acqua). Questo permise ad Ishii di continuare le sue ricerche su nuove armi non convenzionali: molte sedi staccate del Boeki Kyusui Bu sorsero in Manciuria e nelle altre zone dell'Asia orientale sotto il controllo nipponico. Il quartiere generale di queste "fabbriche della morte", fu installato a Pingfan, piccolo villaggio a circa venticinque chilometri a sud-ovest da Haerbin, ben collegato dalla ferrovia Sud-Manciuriana.
La nuova struttura di Pingfan comprendeva oltre centocinquanta edifici, suddivisi tra uffici, laboratori scientifici (di microbiologia, di patologia e per la messa a coltura dei batteri letali), abitazioni, magazzini, prigioni, stalle, serre, forni crematori. All'interno c'erano anche luoghi per la ricreazione degli scienziati e del personale militare, con annessa piscina, e un piccolo tempio shintoista. Tutta la zona, chiamata "Zona Militare Speciale", era circondata da un muro alto cinque metri con tanto di filo spinato elettrificato ad altissimo voltaggio. Per tutelare la segretezza del nuovo impianto, furono interdetti sia l'accesso a personale civile, sia i passaggio di aerei civili sulla zona. La sicurezza degli impianti fu affidata all'interno ad uno speciale corpo di militari che dipendeva direttamente dal Ministero della Guerra (il Kempeitai), all'esterno alla gendarmeria dell'imperatore dello Stato fantoccio del Manchukuo.
L'unità scientifica fu chiamata inizialmente Ishii, in onore del suo fondatore, ma nel 1941, per ragioni di sicurezza, il nome divenne "Unità 731". Essa fu divisa in otto sezioni.
La "Sezione I" comprendeva tutti gli impianti di ricerca e produzione degli agenti patogeni da utilizzare contro il nemico. La "Sezione II" si occupava degli esperimenti. In questa unità gli scienziati svilupparono e testarono sugli animali e sulle persone l'effettiva efficacia dei vari tipi di bombe biologiche e batteriologiche. La "Sezione III" si chiamava Unità per l'Approvvigionamento dell'Acqua e la Prevenzione Epidemica e dal 1944 fu incaricata anche di produrre i contenitori per le bombe biologiche. La "Sezione IV", chiamata Divisione per la Produzione e la Fabbricazione per l'Unità 731, si occupava degli impianti di produzione degli agenti patogeni, era inoltre responsabile dell'immagazzinamento e mantenimento di tutti i microrganismi pericolosi. La Sezione per l'Educazione, la quinta, aveva il compito di formare il personale appena dislocato nel complesso scientifico 731. La Sezione degli Affari Generali, la sesta, era incaricata della tesoreria del centro, mentre la settima (la Sezione Materiali) costruiva e metteva a punto le bombe biologiche e batteriologiche, preparava e forniva il materiale per la messa a coltura degli agenti patogeni. L'ultima unità, la Sezione Diagnosi e Trattamento, si occupava dei vari problemi medici che potevano colpire il personale dell'Unità.
(1 - Continua)
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BIBLIOGRAFIA
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, di P. Williams e D. Fallace - Hodder and Stoughton, London 1989.-
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, di Sheldon H. Harris - Routledge, London 1994.-
Unit 731 Testimony, di H. Gold - Tuttle Publishing, Tokyo 1996
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The Rape of Biological Warfare, di Yin J. - Northpole Light, San Francisco 2001.
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Orrori e misteri dell'Unità 731 la "fabbrica" dei batteri killer, di M. Lupis - "La Repubblica", 14 aprile 2003.
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Storia del Giappone Contemporaneo 1945-2000, di D. De Palma - Bulzoni Editore, Roma 2003.
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I medici del Sol Levante. Gli esperimenti segreti giapponesi. 1932-1945, di D. Barenblatt - Rizzoli, Milano 2004.
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