LA SCUOLA ITALIANA Finisce la dittatura, inizia la democrazia.
Ma cos’è cambiato dagli anni Trenta a oggi? (2)
DALLA CAMICIA NERA
ALLA CULTURA GRIGIA
di PAOLO DEOTTO
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Giovanni Gentile, a destra, con Benito Mussolini |
Il nome di Giovanni Gentile si è legato nella Storia a quello di Mussolini e al fascismo, e questo legame decretò la stessa fine cruenta del filosofo, ucciso a colpi di pistola dal gappista Bruno Fanciullacci. Eppure il riformatore della scuola italiana non arrivò al Ministero per meriti fascisti. Quando Mussolini ottenne l’incarico di governo dal re volle subito dimostrare che il fascismo non era avido di "posti" ed era disponibile ad accettare la collaborazione di tutti gli uomini di valore. Di Gentile, Mussolini non conosceva nemmeno il nome. Glielo propose per la pubblica istruzione il sindacalista Lanzillo, e il futuro dittatore dovette restare piuttosto stupito quando, all’offerta dell’incarico ministeriale, Gentile rispose ponendo due condizioni: che fossero ristabilite le pubbliche libertà e introdotto l’esame di Stato nelle scuole secondarie. Mussolini promise, e Gentile accettò.
Il nuovo governo Mussolini doveva dimostrare al paese che non solo era tornato l’ordine, per il quale sarebbe stato sufficiente un governo militare, ma che si poneva anche mano ai grandi problemi del paese. E il filosofo fiorentino, assertore della "moralità della storia", ebbe l’incarico di dare una nuova e coerente forma alla scuola italiana. La riforma di Giovanni Gentile, varata nel 1923, non creò una scuola fascista: creò una scuola gentiliana, nella quale l’istruzione classica era considerata il punto centrale e la sintesi della preparazione culturale del giovane.
La scuola elementare, obbligatoria e gratuita, era suddivisa in due corsi: inferiore (fino alla 3° classe) e superiore (4° e 5° classe). Per l’ammissione al corso superiore bisognava superare un apposito esame di Stato. Dopo la scuola elementare, che si concludeva con l’esame per conseguire il "certificato di compimento", lo studente che desiderava proseguire la carriera scolastica fino ai più alti gradi doveva sostenere un altro esame: quello di ammissione al Ginnasio. Anche il Ginnasio era suddiviso in due corsi, e il passaggio dal corso inferiore a quello superiore comportava un esame, che si sosteneva alla fine della terza Ginnasio. Alla fine del quinto anno di Ginnasio lo studente doveva ancora sostenere degli esami, quelli conclusivi della scuola ginnasiale, e che avevano il nome di "esami di ammissione al liceo". Il superamento di questi esami permetteva l’iscrizione al Liceo Classico, triennale. Infine, il conseguimento del diploma di maturità classica permetteva l’accesso a tutte le facoltà universitarie. Il giovane che arrivava all’Università aveva quindi superato un numero di sbarramenti non indifferente: sei esami nei primi tredici anni di studi. Le materie di insegnamento del ginnasio erano italiano, latino, greco, storia, geografia, matematica, lingua straniera (dalla 2° alla 5° ginnasio), religione ed educazione fisica.
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1968: studenti davanti alla redazione del loro giornale |
Nell’anno scolastico 68/69 viene introdotta la riforma "sperimentale" degli esami di maturità, la cui "sperimentazione" dura, secondo la miglior tradizione nazionale, da un trentennio.
Nel 1974 l’accesso alle facoltà universitarie viene concesso a tutti gli studenti in possesso di un diploma secondario conseguito alla fine di un corso quinquennale, mentre per le scuole quadriennali è necessaria la frequenza di un "anno integrativo". Negli anni 80 viene aperta definitivamente la porta alla "sperimentazione" a livello di programmi in tutti gli ordini di scuole, né qui ci pare il luogo per tentare un elenco, che risulterebbe inevitabilmente incompleto, di tutte le variazioni introdotte ai programmi di studio tradizionali.
Di più ci preme sottolineare come l’ultimo periodo di vita della scuola italiana abbia visto un aumento della confusione e la mancanza di progetti di vera organica riforma. Mentre scriviamo queste note è in corso un ampio dibattito sul progetto di riforma del ministro Berlinguer, e la discussione verte sia sui contenuti sia sul sistema di delega totale conferita al ministero per la realizzazione della riforma.