Il "monaco pazzo" che subornò
la famiglia imperiale russa
RASPUTIN, UN VISIONARIO
EROTOMANE
ALLA CORTE DELLO ZAR
Si attribuì la guarigione dell’erede al trono.
Ed ebbe porte aperte nelle alcove
delle dame e nelle sale della politica
di FERRUCCIO GATTUSO
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Grigorij Rasputin. |
"Il nostro amico". Così, nelle sue accorate lettere inviate al fronte all’imperiale consorte, la zarina Alessandra definiva Rasputin, il "contadino" giunto alla corte di Nicola II in un giorno del 1905, e che per undici lunghi anni avrebbe esercitato la sua oscura, ambigua e letale influenza sulla famiglia imperiale e finanche sui destini politici della Russia. Fino a quella fatale notte di dicembre del 1916 in cui trovò la morte per mano di un gruppo di congiurati - espressione della più alta aristocrazia russa - colui che la stampa schierata all’opposizione definiva il "monaco pazzo" rappresentò agli occhi dell’opinione pubblica più evoluta il simbolo vivente dei mali della Russia, del distacco tra lo Zar e il suo popolo. Per il remissivo Nicola, ma soprattutto per l’instabile ed emotiva Alessandra, quell’uomo rozzo e apparentemente genuino, dallo sguardo magnetico e dalle doti mistiche (pare riuscisse a curare l’emofilia di cui era affetto il piccolo zarevic Alessio) venne a rappresentare il simbolo di una Russia che in quegli anni stava agonizzando davanti ai loro occhi: la Russia contadina dei mugik, semplice e devota allo Zar e al suo potere autocratico concesso da Dio. Negli stessi anni in cui uomini come Lenin, Trotzkj, Kerenskj combattevano una cruenta lotta per il potere che avrebbe mutato la Russia facendola precipitare nel ventesimo secolo, a corte il tempo pareva essersi fermato. Un’aristocrazia annoiata e incosciente accettò nel suo mondo la presenza di Rasputin dapprima con un senso di snobistica novità, poi con un misto di riverenza religiosa (di cui il "monaco erotomane" approfittò per circuire un numero spropositato di nobildonne) e rispetto per il "buon contadino della vecchia Russia". Solo quando il potere di Rasputin cominciò a sconfinare dalla mondanità nella sfera politica, e solo quando parve che la famiglia imperiale dipendesse da lui anche nelle più importanti decisioni, i più accorti uomini politici e membri dell’aristocrazia si resero conto che quell’uomo andava fermato.
La morte di Rasputin non portò però i risultati auspicati dai nobili congiurati. La coppia imperiale si isolò maggiormente dalla realtà quotidiana del paese, e si convinse di dovere difendere a tutti i costi il sacrosanto potere assoluto e autocratico che per secoli era spettato allo Zar. Nemmeno un anno dopo quello stesso potere assoluto passava a Lenin e ai suoi uomini. Sulle macerie di una Russia anacronistica e sul sangue della famiglia imperiale trucidata prima che potesse fuggire all’estero nasceva un nuovo Zar: il Partito bolscevico.
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Rasputin (vedi freccia) durante un incontro con un gruppo di signore. |
Il monaco dallo sguardo magnetico parteciperà a lungo a banchetti e ricevimenti dove, seguendo alla lettera la propria filosofia chlisty, si abbandonerà ad ogni tipo di piacere. In presenza della famiglia imperiale, però, manterrà sempre una condotta irreprensibile, atteggiandosi a tutore dello zarevic Alessio e suo protettore. Tutti i rapporti della polizia segreta e dei deputati della Duma sulla condotta di Rasputin che arriveranno sulla scrivania dello Zar verranno sempre considerati maldicenze ordite dall’intellighenzia liberale. Nel marzo del 1915 un grosso esponente della gendarmeria - tale Dzunkovskij - oserà informare lo Zar che Rasputin si vantava in pubblico di poter manipolare a suo piacimento l’Imperatrice. Per tutta risposta fu licenziato e spedito al fronte. Rasputin non è assetato di lussuria e potere - assicurano i coniugi imperiali - tanto che ha rinunciato addirittura all’investitura per il vescovado di Tobol’sk, una delle diocesi più importanti dell’impero, propostagli dallo Zar in persona. Il furbo monaco-contadino sa che può esercitare la propria influenza maggiormente a corte piuttosto che condurre una vita da religioso (seppur riverito) lontano dalla capitale. Ma per Alessandra e Nicola il "gran rifiuto" è solo l’ennesima prova della santità dello starec siberiano.