Intellettuali e letterati, i Mandarini erano la massima espressione della classe dirigente. Pur privi di competenze tecniche, furono loro a gestire e amministrare per tredici secoli il celeste impero, tracciandone le direttive economiche, giuridiche e fiscali
I MANDARINI: UNA STORIA DELLA
BUROCRAZIA DELL’IMPERO CINESE
di DIEGO BERTOZZI
I Mandarini è il titolo del libro certo più famoso di Simone de Beauvoir. Con questo termine la scrittrice definisce la classe degli intellettuali francesi che, nell’immediato secondo dopoguerra, si impegnavano, fuori dalle stanze del potere e contro di esse, nella lotta politica e culturale facendo i conti, spesso, con una realtà in contrapposizione alla purezza degli ideali che li muovevano. Ma è questa una definizione appropriata? Si, ma solo se la limitiamo genericamente al connubio di cultura e impegno politico. No, invece, se analizziamo nello specifico la figura del “Mandarino” originale, quello cinese. Quest’ultimo, diversamente dagli intellettuali tratteggiati dalla Beauvoir, è tale solo in quanto parte attiva, e ideologicamente allineata, del potere costituito. Ne è l’indispensabile braccio amministrativo uscito da un lungo e duro processo di selezione, il servitore fedele.
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Tiepolo, La passeggiata
del Mandarino
Un membro della classe dirigente, un conservatore se vogliamo, non certo un rivoluzionario che usa la propria cultura per mettere in discussione l’ordine sociale e politico. Anzi, è duramente punita ogni mancanza di conformismo. Nella Cina imperiale l’intellettuale e il letterato decidono e amministrano; sono, in sintesi, espressione del governo nel momento stesso in cui scrivono storia e poesia. Una visione che è assolutamente opposta a quella che noi abbiamo dell’intellettuale .
Ai mandarini è affidato l’immane compito di far funzionare in armonia l’intero corpo sociale, dal punto di vista fiscale, giuridico, giudiziario, economico e dei lavori pubblici. Tutto questo pur non avendo, in quanto non richieste da un sistema di selezione “letterario”, conoscenze o specializzazioni tecniche. Una soluzione che ai nostri occhi appare inconcepibile ma che, alla prova dei fatti, ha garantito la stabilità dell’impero cinese, la sua espansione e la sua continuità, nonostante invasioni, dominazioni straniere e ribellioni, fino al devastante impatto con l’Occidente colonialista; inoltre gli ha permesso di diventare un polo di attrazione e un modello da imitare per tutto o quasi il sud-est asiatico. Ma ad essere affascinato dal sistema cinese, dal peso da questo attribuito ai meriti intellettuali, è anche l’Occidente i cui sistemi di reclutamento della burocrazia tramite concorsi, apparsi nella Francia rivoluzionaria e napoleonica e in Gran Bretagna per il Civil Service dal 1855, prendevano a modello quello del Celeste Impero.

Impero, burocrazia e ideologia
Nel 221 a.C. Shi Huangdi, re della dinastia Qin, fonda il primo Impero cinese portando a compimento il processo di unificazione degli stati presenti lungo il bacino del Fiume Giallo, vera e propria culla della civiltà cinese, ovvero del “Tianxia”, l’area considerata come sede del mondo civile (lett. “sotto il cielo”).
La volontà del primo imperatore è quella di compattare politicamente e militarmente i territori appena conquistati attraverso una forte concentrazione del potere nelle sue mani. Cancellati i vecchi Stati ed esautorate dal potere le relative aristocrazie, ora “esiliate” a corte in una sorte di Versailles ante-litteram, il territorio viene organizzato in governatorati e distretti retti da funzionari di nomina imperiale. Lo sviluppo delle vie di comunicazione interne è accompagnato dall’introduzione della moneta unica e di un’unica grafica per gli ideogrammi. Le risorse necessarie per sostenere il progetto di unificazione e centralizzazione spingono la dinastia ad intervenire direttamente nel campo economico con l’istituzione dei monopoli sul sale, sul ferro e sull’alcol.
Ma come viene strutturato il primo impero dal punto di vista amministrativo? Sotto l’imperatore, dotato di un potere assoluto, si trova il Grande Consigliere, una sorta di primo ministro a capo delle diverse Sezioni Amministrative con propri responsabili, affiancato da un Grande Maresciallo, cui spetta il comando delle forze armate, e da un Grande Censore con poteri di controllo esercitati per mezzo di funzionari con compiti ispettivi e inviati nelle varie unità amministrative per verificare l’esecuzione di leggi e ordini. I governatorati provinciali (circa una quarantina) sono retti da un Governatore civile a capo di una struttura amministrativa simile a quella centrale. Al di sotto si trovano i distretti assegnati a magistrati. I funzionari del vasto e articolato sistema amministrativo qui delineato sono tutti di nomina del Grande Consigliere previa conferma dell’imperatore.
Con la successiva dinastia degli Han (206 a.C. – 220 d.C.), fondata dall’imperatore Liu Bang, un ribelle dalle umili origini, prende vita l’organizzazione statale e burocratica che sarà alla base dei successivi sviluppi dell’impero cinese. Con l’ascesa al trono di Wudi la prosecuzione dell’opera di centralizzazione e rafforzamento del potere è accompagnata da una politica di espansione (Asia centrale, Manciuria, Corea) che porta la civiltà cinese oltre i confini d’origine. Vengono ridotti i poteri dell’aristocrazia militare che aveva dato un contributo essenziale per la salita al trono della nuova dinastia e lo Stato interviene direttamente nelle attività economiche più redditizie (monopolio del sale, dell’alcol, del ferro e della coniazione monetaria). Alla base dell’economia c’è l’agricoltura e il contadino cinese legato alla propria terra rappresenta, nell’ideologia imperiale, il perno fondamentale dell’armonia e dell’ordine sociale. Sono avviati imponenti opere idrauliche e lavori di irrigazione e arginamento delle acque che richiedono un’enorme quantità di manodopera e il coinvolgimento di una intera società in uno straordinario sforzo collettivo. Ogni maschio adulto è, infatti, tenuto a lavorare gratuitamente al servizio dello Stato per la durata di un mese all’anno. Lavoro che consiste nella costruzione di strade, ponti, canali, opere di fortificazione, ecc...

Un esempio per tutti i sudditi
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Candidati alla carica di funzionario
Per organizzare e coordinare un simile sforzo si rivela necessaria la presenza di una burocrazia centralizzata, efficiente e ben articolata nella società. Per diventare funzionari la via privilegiata è ancora quella basata sul censo e sulle clientele familiari, nonostante si sostenga ufficialmente che solo il merito funga da discriminante: alle cariche più alte accedono solamente figli e parenti di funzionari che godono del diritto di nomina. Ma accanto a questa via esiste anche quella della “segnalazione” in base alla quale l’imperatore invita funzionari e autorità locali a segnalare alla corte uomini degni e in grado di assumere cariche amministrative. Proprio al fine di verificare una tale capacità, nel 124 a.C. l’imperatore Wudi istituisce l’Università Imperiale (taixue) nella quale un cenacolo di eruditi tiene lezioni sui classici confuciani e sull’arte del governo. Le autorità locali vengono quindi esortate a proporre nomi di studenti di belle speranze da inserire nel ristretto numero di privilegiati che sarebbero entrati nell’università (dai cinquanta iniziali ai tremila registrati alla fine del I° secolo a.C.). Ragione alla base di questa istituzione è la formazione di una classe di burocrati fedele e ideologicamente compatta. Il confucianesimo, assurto con gli Han a ideologia ufficiale dell’impero, ne rappresenta il cemento.
L’opera di Confucio (551 – 479 a.C.) si era sviluppata in un periodo di divisione della Cina, di lotte fratricide fra i diversi Stati (periodo degli “Stati combattenti”), durante la quale presero vita movimenti e scuole di pensiero impegnate nella ricerca di una via che ponesse termine alla discordia e di un sistema di valori che potesse essere universalmente accettato. Maestri di morale e teorici di politica giravano tra le diverse corti rivestendo il ruolo di consiglieri e precettori; la loro attività e le loro riflessioni si rivolgevano esclusivamente alle classi dirigenti. In estrema sintesi, quella che si delinea nelle opere di Confucio è una struttura gerarchica della società nella quale ogni uomo, in base alla posizione che in essa occupa, deve rispettare norme, riti e consuetudini. Come il figlio deve rispettare e obbedire il padre, così il suddito deve fare con il proprio sovrano e, in generale, con i suoi superiori. Per governare il sovrano non può basarsi sul solo diritto ereditario, ma deve mostrare qualità e virtù idonee tali da farne un esempio per tutti i suoi sudditi.
Questa riflessione viene portata avanti dal discepolo Mencio, secondo il quale solo coloro che lavorano con la mente sono destinati al governo, mentre chi lavora con le mani non ha che da essere governato e obbedire. Il sovrano, per continuare ad essere tale, deve regnare con benevolenza e virtù, altrimenti il Cielo, titolare originario del potere, può togliergli il mandato di governare (geming) per trasferirlo ad altri e il popolo avrebbe il pieno diritto di ribellarsi.
L’ideologia Han, una dinastia che vuole presentarsi come radicata nel glorioso e antico passato della Cina, affida all’imperatore (Figlio del Cielo) la missione di trasmettere agli uomini la volontà celeste in esso personificata. Un’azione di governo segnata dalla mancanza di virtù avrebbe turbato l’armonia, scatenando fenomeni straordinari e veri e propri disastri naturali (siccità, alluvioni) e sociali (rivolte, ribellioni), fenomeni che potevano sottolineare come la dinastia fosse in procinto di perdere il mandato celeste.
Ai letterati-funzionari, forti della loro conoscenza dei classici confuciani, spetta il compito di interpretare questi segnali ed avvisare e consigliare il sovrano. Il “mandato del cielo” oltre a quest’ultimo coinvolge, quindi, l’intero corpo dei funzionari. Da qui lo stretto legame tra letterati e potere politico che caratterizza la storia cinese. I funzionari sono tenuti a rendere conto all’imperatore delle proprie attività attraverso la redazione di “memorie dirette al Trono”, ma possono anche richiamare la sua attenzione su misure che i ritengono
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Le cellette in cui
si tenevano gli esami
necessarie e criticarne altre già prese (diritto dell’”opinione pura”). In momenti di particolare importanza l’imperatore può prendere l’iniziativa di consultare i più importanti mandarini ed aprire un franco dibattito su di una particolare questione al fine di prendere la decisione migliore. Così, a titolo d’esempio, accade proprio durante la dinastia Han in relazione al controllo statale della produzione del sale e del ferro e, secoli dopo, con un la dinastia Qing alla ricerca delle misure migliori per porre fine al contrabbando dell’oppio portato avanti degli inglesi. Quello che si configura è certo un sistema rigidamente controllato e conformista, ma nel quale trova spazio una discussione relativamente libera. Questa nuova élite di funzionari inizia a concentrare nelle sue mani un crescente potere economico, fondiario nello specifico, sfruttando poteri e posizioni ricoperte. Diventa un bastione ideologico e sociale dell’ordine costituito.
Forte della sua coesione, della sua struttura amministrativa, della sua cultura e dei suoi successi, la Cina degli Han, uscita dai confini storici del bacino del Fiume Giallo, si presenta come un modello universale che può comprendere e assimilare popoli e civiltà diverse. Più ci si allontana da questo modello, l’unico degno di essere definito civile, più aumenta il grado di appartenenza alla categoria del “barbaro”.

Il lungo percorso per diventare Mandarino
Alla caduta della dinastia Han segue il periodo conosciuto come il “medioevo” cinese, caratterizzato dalla divisione dell’impero in più regni fino alla nuova riunificazione operata dalla dinastia Tang (618-927). La nuova dinastia sviluppa ulteriormente l’opera di reclutamento della burocrazia attraverso gli esami, aprendone l’accesso anche a uomini nuovi non appartenenti alle grandi famiglie aristocratiche così da farne un corpo all’esclusivo servizio dell’imperatore. Lo stretto legame tra cultura e potere, sapere e burocrazia, è ben testimoniato dalla creazione nel 620 dell’Ufficio storiografico (Shiguan) con il compito di redigere la storia delle dinastie precedenti e di registrare fatti ed eventi di quella al potere. Lo scrivere storia diventa, quindi, una funzione burocratico-amministrativa a tutti gli effetti.
Ma è con la dinastia dei Song (960-1279) che l’accesso alle cariche burocratiche diventa sempre più aperto e la condizione del funzionario acquisisce un peso ed un prestigio sociale sempre più importante. All’antica aristocrazia del sangue ne subentra una del merito, legata alla funzione svolta all’interno della macchina statale. La pratica della segnalazione e del privilegio ereditario subiscono un ridimensionamento rispetto al sistema del superamento degli esami o dei brillanti risultati conseguiti nelle apposite scuole imperiali. Il sistema degli esami strutturato in epoca Song accompagnerà la storia del Celeste Impero fino alla sua caduta.
Il suo scopo è quello di constatare, attraverso una serie di prove scritte, la conoscenza dei candidati dei classici confuciani, della storia, delle leggi e la capacità nel comporre ed interpretare i testi.
Il sistema è articolato su tre livelli. Il primo (Jieshi) ha luogo nelle prefetture provinciali e vi possono partecipare coloro che sono stati segnalati dai responsabili delle scuole o dai funzionari locali. I “superstiti” della prima dura selezione affrontano i successivi esami nella capitale imperiale. Il secondo livello avviene sotto la supervisione del Ministero dei Riti. Il superamento dell’esame comporta l’acquisizione del prestigioso titolo di “studioso introdotto” (jinshi). Infine c’è l’ultimo e prestigioso gradino costituito dall’esame di palazzo, affrontato alla presenza dell’imperatore, che serve per stilare una classifica finale dei jinshi. I primi cento di questi sono ammessi nella prestigiosa Accademia Hanlin (Accademia “della Foresta dei Pennelli”), dalla quale escono, dopo tre ulteriori anni di studio, i futuri detentori delle cariche amministrative più importanti dell’impero.
Nelle sedi provinciali gli esami si svolgono in apposite sedi nelle quali, per garantire imparzialità e correttezza di giudizi, migliaia di studenti vengono rinchiusi in piccole celle; inoltre gli elaborati restano del tutto anonimi e la loro correzione è affidata a due diversi commissari d’esame.
Chi non riesce a superare gli esami, ai quali ci si può presentare più volte, deve accontentarsi di lavori meno illustri e onorifici come quello di impiegato subalterno negli uffici provinciali oppure nelle scuole o nelle istituzioni benefiche che fanno parte del sistema di controllo sociale ed ideologico dell’impero. Non di rado può anche succedere che si entri in un percorso tutt’altro che ortodosso: quello degli elementi turbolenti e contestatori rappresentato dalle numerose società segrete. Oppure, superato l’esame senza aver ottenuto poi una nomina, si preferisce ritirarsi in privato per gestire i propri possedimenti in campagna. Nel 1840, ad esempio, i letterati titolari di grado per l’accesso alla burocrazia sono circa un milione, un numero venticinque volte maggiore dei funzionari operativi.
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Mandarino in un’antica stampa
Ma questi esami sono veramente aperti a tutti? In teoria ne sono esclusi solo gli appartenenti alle classi ritenute vili: attori, agenti di polizia, ribelli, prostitute, barbieri, portatori di palanchini, ecc...
In realtà, tuttavia, un percorso di studi così lungo e complesso è affrontabile solo se si dispone di ingenti risorse finanziarie quindi, in poche parole, se si è membri dell’élite economica provinciale. La selezione in base alla capacità, certamente innegabile, è sostenuta alla base da una forte selezione di classe. Solo al patto di fare fronte a sovrumani sforzi, i figli di una famiglia di contadini o poveri artigiani, costretti a lavorare per vivere, possono pensare di entrare a far parte della burocrazia imperiale.
Dal punto di vista politico-ideologico, i mandarini rappresentano un vero e proprio bastione a difesa dell’ordine costituito nel quale possono essere introdotti anche gli elementi più promettenti provenienti da altri ceti. Inoltre, il loro lavoro nelle province dell’impero non sarebbe possibile senza l’appoggio dei notabili locali che assicurano importanti servizi. Dal punto di vista giuridico sono molti i privilegi a loro accordati: garanzie di fronte ai tribunali, pene più lievi, diritto a portare insegne onorifiche ed esenzione dal lavoro manuale in quanto non degno di uomini di cultura.

Crisi dell’impero e fine del mandarinato
Nel 1904, dopo più di tredici secoli, si tengono per l’ultima volta gli esami imperiali per l’ammissione alla carriera di mandarino. Per la Cina si tratta di una data di notevole importanza: sancisce la fine di una istituzione che aveva garantito la continuità e la longevità dell’impero. E, infatti, pochi anni dopo, esattamente nel 1912, quest’ultimo avrebbe lasciato il posto ad una prima ed instabile repubblica nella mani dei “signori della guerra” e dei loro eserciti personali.
La crisi della Cina della dinastia mancese dei Qing (1644-1912) era iniziata nella metà del XIX secolo in seguito all’impatto con la politica colonialista messa in atto, via via, da tutte le grandi potenze (Gran Bretagna, Francia, Russia, Usa, Germania, Italia, Giappone). Da geloso custode di una civiltà ritenuta superiore, il Celeste Impero diventa vittima, la preferita a dir poco, della superiorità tecnologica e militare dell’Occidente. Dinastia e mandarini si vedono costretti, prima, ad introdurre in alcuni limitati settori la tecnica occidentale e, successivamente, a mettere in discussione la propria organizzazione statale e i valori e principi confuciani alla base. Ad una èlite di mandarini una dinastia ormai al tramonto affida, senza crederci fino in fondo, il compito di rafforzare e modernizzare l’impero. Alcuni di questi, nelle province in cui esercitano il potere, indossano perfino l’abito di burocrati – industriali impegnati a creare e gestire vere e proprie imprese moderne.
Il sostanziale insuccesso del tentativo di modernizzazione conservatrice apre le porte alle prime spaccature tra la dinastia e la cerchia, ancora ristretta, degli intellettuali e burocrati riformatori. Alcuni di questi, quelli più interessati al mondo occidentale, mettono in discussione l’intera impalcatura dello stato imperiale. Nel maggio del 1895 viene redatta, sotto la guida del letterato Kang-You-wei, la “Lettera dei mille candidati e delle diecimila parole”, una petizione all’imperatore firmata da 1300 candidati agli esami imperiali, nella quale si richiede la costituzione di un moderno sistema bancario, il sostegno statale alla creazione di fabbriche e ferrovie, l’apertura della carriera burocratica al sapere tecnico-scientifico e la convocazione di un parlamento eletto a suffragio censitario. Il movimento riformista, sostenuto da circoli e nuove testate, è quindi chiamato a gestire direttamente il potere, ma, dopo solo cento giorni, Kang e suoi collaboratori sono spazzati via da un colpo di stato ordito dalla corte e dall’ala più conservatrice della burocrazia. L’unica misura che viene mantenuta in vita è quella relativa all’istituzione dell’Università di Pechino.
La spedizione internazionale contro i Boxer (1899 -1901) e l’ennesima umiliazione patita dalla Cina dei Qing rendono sempre più evidente ad una nuova generazione di intellettuali che l’unica via di salvezza è quella della cacciata della dinastia e della rivoluzione. Fuori dal classico sistema di selezione dei funzionari, impegnati a studiare all’estero su programmi di matrice occidentale, ammiratori del modello giapponese e, in parte, influenzati dalla prima rivoluzione russa (1905), questi nuovi intellettuali, tra cui il più importante è certo Sun Yat-sen, sono ormai in insanabile contrasto con il potere. Quella da loro avviata è la ricerca di una nuova via, di un nuovo complesso ideologico, contrapposto a quello tradizionale, su cui fondare la nuova Cina. Questi intellettuali non sono più i mandarini della Cina imperiale, neppure la loro variante riformatrice, ma sono assai più vicini a quelli rappresentati da Simone de Beauvoir.
BIBLIOGRAFIA
  • La Cina. Dalle guerre dell’oppio al conflitto franco-cinese 1840-1885, di J. Chesneux e M. Bastid - Einaudi, Torino 1974
  • La Cina. Dalla guerra franco-cinese alla fondazione del Partito comunista cinese 1885-1921, di J. Chesneux e M. Bastid - Einaudi, Torino 1974
  • Storia della Cina, di M. Sabattini e P. Santangelo - Laterza, Roma-Bari 2006
  • La Cina. Popoli e società in cinque millenni di storia, di P. Corradini - Giunti, Firenze 1996
  • Storia della Cina, di J.A.G. Roberts - Newton Compton, Roma 2006
  • Storia della Cina. Dall’Impero Celeste al boom economico, di Schmidt Glintzer Helwig - Mondadori, Milano 2005
  • Nel XIX secolo il colonialismo europeo divora la Cina (http://www.storiain.net/arret/num113/artic3.asp)
  • Sul declinante celeste impero piomba il colonialismo europeo (http://www.storiain.net/arret/num117/artic2.asp)
  • La Cina da Impero a Repubblica (http://www.storiain.net/arret/num122/artic6.asp)