Nel 1943 i tedeschi passarono per le armi centinaia di soldati italiani. Quali
furono le cause reali della strage? I documenti rispondono. Ma c'è chi li contesta
I FUCILATI DI CEFALONIA GIACCIONO
ANCORA SOTTO LE FALSE VERITÀ
di MASSIMO FILIPPINI
La strage di Cefalonia venne perpetrata sull'isola greca durante la Seconda guerra mondiale da reparti dell'esercito tedesco ai danni dei soldati italiani dopo l'8 settembre 1943, data dell'armistizio firmato dal maresciallo Badoglio con gli anglo-americani. Il presidio italiano, all'epoca, era formato dalla divisione Acqui e da altre forze per un totale di circa 12.000 uomini. In seguito all'armistizio la situazione a Cefalonia divenne estremamente difficile e tale da sfociare in un violento attacco dei tedeschi contro le truppe italiane. La divisione Acqui e le altre formazioni opposero una dura resistenza ma dopo alcuni giorni, a causa dei continui bombardamenti della Luftwaffe, furono costrette alla resa. Seguita dalla vendetta del comando germanico, che accusò gli italiani di tradimento. Per diverso tempo le cifre ufficiali di fonte italiana diedero per fucilati migliaia fra soldati e ufficiali. In realtà le vittime furono alcune centinaia, come risulta dagli studi fatti dall'autore e pubblicati sul suo sito. (Nota della redazione)

Non è più un mistero che a Cefalonia, nei giorni
dall'8 al 15 settembre '43, si verificarono incredibili atti di sedizione configuranti non solo illeciti disciplinari ma soprattutto gravissimi reati previsti e puniti dal codice penale militare, compiuti da alcuni
Cefalonia
in quei drammatici
giorni divenne
una specie di zona
franca in cui
fu sospesa
l'osservanza
della disciplina
ufficiali subalterni - tenenti o capitani - i quali aizzarono i soldati dipendenti, quasi tutti dell'artiglieria, contro il Comando di Divisione accusato di essere, in qualche modo, complice dei tedeschi per il solo fatto di trattare la cessione delle armi con essi, come ordinato il 9 settembre dal gen. Carlo Vecchiarelli - Comandante l'XI^ Armata italiana in Grecia - a tutte le divisioni dipendenti compresa ovviamente la 'Acqui'.
Tra costoro si distinsero in particolare il capitano di complemento Amos Pampaloni e l'allora tenente Renzo Apollonio comandanti di due batterie del 33^ reggimento di artiglieria situate nella città di Argostoli sede del Comando della Divisione e di quello di Artiglieria da cui le stesse dipendevano..
Una delle tante 'prodezze' da loro compiute e, come vedremo, successivamente 'taroccata', avvenne il mattino del 13 settembre '43 quando aprirono il fuoco - senza aver ricevuto dai superiori l'ordine di farlo- contro due motozattere tedesche recanti approvvigionamenti e materiale vario al piccolo presidio tedesco di Argostoli proprio mentre erano in corso trattative tra il comandante dello stesso t. col. Hans Barge e il gen. Gandin.

E' appena il caso di aggiungere che le riserve nutrite dagli 'sparatori' in merito a dette trattative, essendo esclusivamente frutto di considerazioni personali, qualora fossero sfociate - come avvenne - in atti unilaterali di ostilità, avrebbero dato luogo alla commissione, da parte loro, di gravissimi reati da Corte Marziale punibili con le severissime pene previste dai codici militari di guerra.
Il fatto che ciò potè accadere è - a parte qualunque altra considerazione - la più eloquente conferma che Cefalonia in quei drammatici giorni divenne - per opera loro - una specie di zona franca in cui fu sospesa l'osservanza della disciplina e l'applicazione di leggi e regolamenti militari essendo prevalso l'arbitrio e la prepotenza di pochi esaltati di cui i due su nominati furono ispiratori e capi riconosciuti: purtroppo, a guerra finita, l'impunità proseguì e costoro, in luogo della giusta punizione per un'azione che i tedeschi misero nel conto della spietata rappresaglia successivamente compiuta, vennero innalzati al rango di 'Eroi' mediante un 'taroccamento' dei fatti avente pochi riscontri nella nostra storia, che oltretutto arrecò vergogna e disdoro sia alle FFAA che pur sapendo, non si mossero affinché giustizia fosse fatta, sia alla Magistratura Militare che, pur investita della questione dalle incalzanti denunzie del dr. Roberto Triolo, padre di un Ufficiale Caduto sotto il piombo tedesco 'anche per colpa dei predetti', prosciolse addirittura in istruttoria (!) coloro che il denunziante aveva indicato con dovizia di prove come responsabili di reati militari gravissimi.

Alla luce di ciò è agevole constatare come la triste vicenda di Cefalonia abbia annoverato, tra i suoi tanti "taroccatori", soggetti appartenenti non solo al mondo storico - culturale della Sinistra, da sempre specialisti in tale attività truffaldina, ma anche a quello delle FFAA e della Magistratura Militare i quali con la loro attività intesa ad insabbiare i fatti concorsero alla creazione di un Mito cui la Sinistra conferì successivamente caratteri e connotati tipici della resistenza partigiana assolutamente incompatibili con quelli, prettamente militari, di quanto avvenne a Cefalonia dove si combattè per l' ORDINE DI RESISTERE inviato dal Comando Supremo al generale Gandin e non certo a seguito della fandonia del referendum, cavallo di battaglia dei 'taroccatori' paracomunisti della vicenda.
A conferma che le FFAA sapevano tutto fin dall'inizio, nella pubblicazione 'CEFALONIA' edita nel 1947 dall'Ufficio Storico dell'Esercito, a pag.3 si legge: "Nell'isola di Cefalonia avvennero soprattutto due fatti che il popolo italiano ha il diritto di conoscere in tutta la loro verità.
Il primo: l'intimo dramma del generale italiano comandante delle truppe dell' isola.
Il dramma cioè di un uomo di altissimo sentire dibattuto da opposte esigenze rese inconciliabili dalla singolarità della situazione: la consapevolezza della triste sorte che attendeva i suoi soldati; la rigida coscienza della fedeltà al dovere militare; la lealtà cavalleresca verso l'alleato divenuto improvvisamente nemico.

Il secondo: per sette giorni, parte delle truppe dell'isola sono in rivolta contro il proprio generale
. E' una rivolta
"Nell'isola
di Cefalonia
avvennero soprattutto
due fatti
che il popolo
italiano ha il diritto
di conoscere..."
impaziente delle remore poste all'azione dalla serenità obiettiva del generale
comandante; una rivolta, anche fondata su voci e dati illusori e su una concezione assai limitata della situazione; ma una rivolta creata e sostenuta, in definitiva, solo da alti motivi ideali"
Leggendo oggi queste righe scritte sessant'anni orsono dal col. Giuseppe Moscardelli, autorevole membro dell' Ufficio Storico di allora, viene da chiedersi in che paese viviamo e, peggio ancora, siamo vissuti se, fin dall'epoca dei fatti, le FFAA - depositarie del fatto d'arme di Cefalonia- pur sapendo perfettamente quanto era avvenuto si limitarono a farne menzione in una pubblicazione circolante solo al loro interno con ciò sacrificando la verità dei fatti e la conseguente possibilità di punire i responsabili facendo assurgere l' unica 'attenuante' ad essi riconosciuta - quella degli 'alti motivi ideali' - a motivo assolutore delle loro azioni da codice penale militare con ciò agevolando la nascita di un 'Mito di Cefalonia' divenuto successivamente preda della Sinistra culturale come sempre maestra nel travisamento e nell'appropriazione di fatti a lei estranei per mostrarli - debitamente 'taroccati' - come parte integrante di una storia patria 'resistenziale' da cui però la maggioranza degli italiani ha ormai preso le distanze malgrado gli sforzi ecumenici compiuti dai suoi molti cantori cui, per la vicenda di Cefalonia, si aggiunse il 1 marzo 2001 l'ex banchiere Ciampi pronunciando un discorso rievocante i fatti in chiave che definire 'salgariana' è addirittura riduttivo.

Tutto ciò trovò poi ampia spiegazione nell'ammirazione pubblicamente espressa dallo stesso Ciampi in un successivo discorso in cui qualificò lo 'sparatore' Pampaloni - presente allo stesso - con l'elogiativo termine di 'eroe': crediamo che basti.
Quanto sopra costituisce il doveroso preambolo di ciò che diremo in merito al cannoneggiamento del 13 settembre additato - senza vergogna alcuna - come l'espressione più genuina dell'eroismo dei capitani Pampaloni e Apollonio i quali così facendo avrebbero respinto un tentativo di sbarco tedesco teso ad 'impadronirsi' del comando di divisione (sic!).
Nulla di più falso sia sotto l'aspetto dell'eroismo personale che non ci fu assolutamente - come vedrem o- sia sotto quello del salvataggio del Comando per il semplice fatto che le due imbarcazioni erano tutt'altro che cariche di cannoni, mitragliatrici e uomini come falsamente asserito allora dagli 'sparatori' e dai loro apologeti le cui facce di bronzo - a differenza delle bandiere da essi predilette- sono evidentemente restìe a colorarsi di rosso malgrado l'enormità delle frottole raccontate anche su tale episodio che rappresentò la punta dell'iceberg nella rivolta contro il generale Gandin da parte di alcuni ufficiali che, ergendosi ad unici depositari dell'onore militare ed arrogandosi il diritto di sostituirsi ai propri superiori nelle funzioni decisionali e di comando, cercarono, con tale gesto, di dar luogo al "fatto compiuto" - come essi stessi lo definirono - atto a far fallire le trattative che il generale Gandin stava conducendo con i tedeschi.

Fondamentale resta un documento sconosciuto alla maggioranza di quanti discettano, con sicumera ed arroganza, dei fatti di Cefalonia: è la Requisitoria del Pubblico Ministero Militare, depositata il 27 marzo 1957, ove, a pagina 60, è riportata una testimonianza riguardante gli attimi immediatamente successivi all'apertura del fuoco da parte delle batterie italiane,
In essa -leggibile anche a pag. 98 del nostro libro "LA TRAGEDIA DI CEFALONIA - UNA VERITA' SCOMODA" IBN ed. Roma 2004 - si legge: "Riferisce il teste capitano Postal: "A un certo momento dello stesso mattino del 13 ricevetti dal comandante del 33° reggimento col.Romagnoli l'ordine da trasmettere ai comandanti di batteria di cessare immediatamente il fuoco. Cercai di mettermi in contatto telefonico con la prima batteria, ma non ci riuscii per un guasto al telefono (così ritengo). Presi allora contatto telefonico col comandante della quinta batteria, ma il tenente Ambrosini, ricevuto l'ordine, mi rispose che non accettava ordini del Comando di Reggimento, ma solo del tenente Apollonio. Spedii allora un motociclista con un ordine scritto per il capitano Pampaloni, comandante della prima batteria. Poi il ten.col. Fioretti, Capo di Stato Maggiore della divisione, mi sollecitò per una pronta esecuzione,
"A un certo momento dello stesso mattino del 13 ricevetti dal col.Romagnoli l'ordine di cessare immediatamente
il fuoco"
dal momento che le batterie sparavano ancora. Scesi allora nella via antistante il comando, dove era il pezzo della batteria di Apollonio. Ingiunsi ad Apollonio di cessare immediatamente il fuoco e di farlo cessare al tenente Ambrosini: l'Apollonio mi rispose che non avrebbe cessato il fuoco prima che i tedeschi lo avessero cessato a loro volta. Infatti le batterie semoventi tedesche avevano risposto al fuoco delle nostre batterie e continuavano a sparare.

Io replicai ad Apollonio: i tedeschi hanno ordine di cessare il fuoco, quindi cessatelo voi, dal momento che siete stati i primi ad aprire il fuoco, e anche i tedeschi smetteranno di sparare. Apollonio cercò di resistere al mio ordine, quantunque gli facessi presente che veniva dal comando di Reggimento e dal comando di Divisione. Dopo che io gli feci presente che, se insisteva, sarebbe andato a finir male, finalmente s'indusse ad accettare l'ordine. Poco dopo arrivò sulla stessa via il capitano Pampaloni che protestò per l'ordine di cessare il fuoco (evidentemente il Pampaloni era stato informato dal motociclista inviato presso di lui). Io dissi al Pampaloni, il quale davanti ai soldati protestava ad alta voce - dicendo che si trattava di ordine assurdo - che tali discorsi non si dovevano fare davanti ai soldati e che solo davanti al Comando di Reggimento egli avrebbe potuto ottenere chiarimenti. Il Pampaloni mi rispose che non accettava ordini da me, al che io reagii un po' vivacemente. Ma alla fine il fuoco cessò".

Se dunque le cose andarono in tal modo - e non v'è motivo di metterlo in dubbio- ci si deve allora domandare in cosa sia consistito l'eroismo degli 'sparatori' che dall'alto delle loro postazioni presero di mira le due motozattere senza rischiare alcunché: discutibile appare pertanto la medaglia d'argento concessa all'allora capitano Pampaloni - per sua costante ammissione di idee marxiste - per essere stato, "il primo ad aprire il fuoco" sui tedeschi.

Aggiungiamo anche che la testimonianza testè riportata è la migliore smentita della tesi sostenuta nella Sentenza che prosciolse in istruttoria Pampaloni ed Apollonio, additandoli incredibilmente come ufficiali ligi agli ordini dei loro superiori e come tali meritevoli di elogi e ricompense.
A Pampaloni infatti oltre alla medaglia d'argento ciò valse - in un'Italia pervasa dal mito della Resistenza - un'infinità di riconoscimenti nella sua regione, la Toscana, che gli conferì -per esaltarne le gesta di 'sparatore' - il "Gonfalone d'Argento" cui pochi mesi prima della morte si aggiunse il "Fiorino d'Oro" attribuitogli dalla sua città natale, Firenze, sempre sulla base del solito refrain di essere stato 'il primo a sparare' contro i tedeschi, naturalmente - ci sia consentito aggiungere - senza mettere in pericolo la propria vita come risulta dall'inequivocabile testimonianza su riportata del capitano Italo Postal tra l'altro facente parte del suo stesso reggimento e, al pari di tantissimi altri ufficiali, obbediente ai superiori e non pervaso - come i nostri 'eroi' di cartapesta - da smanie 'ribellistiche' rivelatesi oltretutto letali per i loro commilitoni.
Da ciò viene inevitabile chiedersi se per essere considerati come "Eroi" nel nostro Bel Paese si richiedano qualità inusitate quali la 'cessione di armi al nemico' compiuta dai due il 9 settembre, di cui ci siamo già occupati in un precedente articolo ovvero iniziative prese senza e/o contro gli ordini dei propri superiori, come l' aprire il fuoco a tradimento contro un ex alleato mentre - si badi bene - il suo rappresentante era a colloquio con il comandante della divisione.

A conferma di ciò e non siamo noi a dirlo ma la stessa Requisitoria del P. M. (pag. 60) nel processo-farsa cui si è accennato, la Terza Sottocommissione accertamenti presso il Ministero della Guerra, in data 21 gennaio 1947, affermò che "l'acceso intervento del cap. Apollonio e di altri ufficiali (tra cui Pampaloni nda) nella lotta contro i tedeschi, culminato nell'azione di fuoco del 13 settembre 1943 contro le due motozattere tedesche nella rada di Argostoli...fu deleterio per la saldezza disciplinare dei reparti"
Se a ciò si aggiunge quanto riferì Padre Formato cappellano proprio del reggimento di artiglieria, si può con certezza affermare che quanto accadde il 13 settembre, al sorgere dell'alba, fu materia non solo da inchiesta disciplinare ma anche e soprattutto da tribunale Militare di guerra. "Invano - egli scrisse - il Comando di Divisione diramava ordini perentori di cessare immediatamente il fuoco...Alcuni comandanti di batteria si rifiutarono apertamente di obbedire...".
Il finimondo scatenato contro le motozattere tedesche che provocò la morte di 5 soldati germanici, da noi pagata cara nella rappresaglia finale, se da un lato costituì motivo di orgoglio per i rivoltosi, creò tuttavia in essi il problema di fornire spiegazioni plausibili del proprio operato - obiettivamente assai discutibile - al Giudice Militare, essendosi trattato, come è evidente, di un'azione pretestuosa intesa a raggiungere fini ben diversi da quelli di difendere il Comando di Divisione dove, oltretutto, si stavano svolgendo le trattative tra Gandin e Barge, da un presunto attacco tedesco.

Interessante in merito è l'opinione di G. E. Rusconi (Cefalonia, Einaudi 2004 pg. 37-38 ) il quale, in piena sintonia con lo scrivente ha sostenuto che " se i tedeschi avessero voluto davvero fare un colpo di mano (...) si sarebbero presentati con una formazione assai più consistente e si sarebbero coordinati efficacemente con i semoventi presenti nel capoluogo".
E' superfluo aggiungere che il Giudice Istruttore prosciolse - in una camera di consiglio in cui egli svolse la doppia funzione di arbitro e giudice unico- i predetti con ciò disattendendo le legittime aspettative di avere giustizia nutrite dai congiunti dei Caduti al corrente delle malefatte compiute dai predetti.
Questa in estrema sintesi la ricostruzione di un fatto che abilmente 'taroccato' è entrato a far parte di diritto della menzognera vulgata su cui si basa il Mito di Cefalonia che, rendendo onori immeritati ai 'responsabili' italiani, ha svilito di fatto il comportamento disciplinato e ligio agli ordini tenuto dalla stragrande maggioranza degli ufficiali e della truppa della divisione Acqui.
Ma forse proprio Pampaloni, in un suo intervento televisivo chiarì, forse per effetto di tardivi rimorsi, la sostanza dei fatti con queste parole: "I veri Eroi di di Cefalonia non sono quelli che sono tornati ma quelli che sono rimasti là".
E, per una volta tanto, siamo d'accordo con lui.