Lo Stato sta crollando. La dinastia Qing, decisa a lottare per salvare il potere,
nel decennio 1901-1911 tenta una riforma che fallisce. Ma appare un medico...
LA CINA DA IMPERO A REPUBBLICA
CON LA CURA DEL DOTT. SUN YAT-SEN
di DIEGO BERTOZZI
Il 12 novembre 2006 la Cina ha celebrato il 140° anniversario della nascita di Sun Yat-sen (1866-1925), il padre spirituale della repubblica e fondatore del movimento nazionalista. Nell'occasione il Partito comunista cinese, per bocca del presidente Hu Jintao, ha ribadito di sentirsi erede e continuatore della lotta per l'indipendenza e la modernizzazione del Paese. Negli stessi termini si era già espresso il presidente Mao: "Noi abbiamo reso fertile la rivoluzione democratica lasciata incompiuta dal dott. Sun; l'abbiamo sviluppata e trasformata in quella rivoluzione socialista, che siamo ora in procinto di completare".
Di fronte a Sun Yat-sen, nei primi anni del Novecento, stavano un antico impero in sfacelo e, poi, una giovane repubblica preda delle potenze imperialistiche e in mano a cricche di militaristi che lottavano fra loro per un governo debole ed inefficace. È in questo quadro che il giovane rivoluzionario comprese che la Cina, una civiltà che aveva inglobato genti assai diverse per lingua, cultura e religione, per salvarsi doveva diventare una moderna nazione e intraprendere la via di una profonda trasformazione interna. Questo articolo, attraverso la figura di Sun Yat-sen, affronta le tappe storiche e ideologiche che hanno portato alla formazione del nazionalismo e allo sviluppo del movimento rivoluzionario cinese.

Gli ultimi tentativi di riforma dell'Impero
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Sun Yat-sen in una
delle sue prime foto
La Cina che entra nel XX secolo è reduce dalla bruciante sconfitta subita dalla coalizione delle potenze (Giappone, Inghilterra, Russia, Usa, Germania, Francia e Italia) intervenute per schiacciare la ribellione dei Boxer, il primo esteso movimento di resistenza, per quanto ideologicamente tradizionalista e immaturo, all'imperialismo. Per l'impero orientale, già eroso da territori affittati e privilegi concessi e uscito da poco dalla guerra persa con il Giappone, è un colpo durissimo: il protocollo firmato nel settembre del 1901 impone il pagamento di un enorme indennizzo, la perdita del controllo sulle dogane, il diritto di permanenza di truppe straniere, la messa al bando delle società anti-straniere e il divieto per due anni di importazione di armi. Il processo di trasformazione della Cina in una semicolonia, iniziato nella metà del XIX secolo, si è ormai compiuto. Dal punto di vista economico non si ferma l'afflusso dei capitali stranieri in settori importanti e strategici per lo sviluppo di un paese come quello ferroviario e delle materie prime (miniere). La Cina si trova impossibilitata ad intraprendere la via della modernizzazione e dell'industrializzazione nazionale. Paga certamente la sua inefficienza amministrativa, la corruzione, la debolezza del potere centrale ma, soprattutto, la mancanza di un'autonoma politica doganale, l'esistenza di una fitta rete di privilegi imposti a favore delle merci straniere e le ingenti somme da sborsare per il pagamento delle riparazioni di guerra. Un continuo drenaggio di ricchezze che porta all'aumento della pressione fiscale, subita in primis dalle masse contadine, e al ricorso ai prestiti stranieri.
La dinastia Qing, decisa a lottare per la propria sopravvivenza, si impegna, nel decennio 1901-1911, nell'ultimo tentativo di riforma dell'impero. La volontà, chiaramente conservatrice, è quella di creare un moderno stato centralizzato. I settori sui quali si focalizza maggiormente l'attenzione sono quelli dell'istruzione, delle forze armate e dell'amministrazione. Nascono scuole con programmi di studio "occidentali", mentre una folta schiera di giovani studenti, grazie a borse di studio, si reca all'estero, soprattutto in un Giappone, ritenuto il modello da seguire. Vengono costituite le prime formazioni militari con armamento moderno, addestrate all'occidentale, preparate dalle nuove accademie militari. A dirigere l'ammodernamento sono i più intraprendenti governatori provinciali con il risultato che i nuovi eserciti sono di tipo personale e dipendenti dal proprio governatore. A mancare è, in definitiva, la guida e il controllo del centro sul movimento riformatore; un problema ben chiaro alla corte che vuole sconfiggere il regionalismo. A questo fine sono organizzati una decina di ministeri e si cerca di specializzare e meglio definire i compiti amministrativi, giuridici ed economici all'interno di una complessa e plurisecolare gerarchia burocratica.

Prendendo ad esempio il Giappone, primo paese asiatico a sconfiggere una potenza europea (guerra del 1905 contro la Russia), il governo imperiale si avvia ad una timida introduzione del principio costituzionale. L'invio nel 1905 di commissioni di funzionari all'estero per studiare la costituzioni vigenti è seguito da una serie di editti, emessi dal 1906, che preannunciano la convocazione di una assemblea costituzionale e di assemblee provinciali. Nel 1908 la corte presenta un progetto per la costituzione di un parlamento con funzioni puramente consultive. La politica riformista si ferma con la morte dell'imperatrice Ci-xi, ma le assemblee provinciali, elette a suffragio ristrettissimo, che via via si riuniscono diventano una tribuna di critica e opposizione delle elite locali che, nel 1910, ottengono dal governo imperiale la convocazione di un' Assemblea consultiva nazionale. È sempre più chiaro che l'incidenza del potere centrale è in progressiva crisi.
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Marcia di protesta
del Movimento 4 maggio
A livello sociale l'inizio del secolo vede la crescente importanza dei mercanti e di una nuova borghesia, in contatto con le imprese straniere, che si trova nei più di quaranta porti aperti e che si organizza, per la difesa dei propri interessi, in corporazioni e in camere di commercio. È una borghesia fiera e nazionalista capace di organizzare boicottaggi e proteste nei confronti degli stranieri.
A questo quadro si aggiungono le prime vere concentrazioni di masse operaie soprattutto nelle città portuali - a Shanghai si contano quasi 700 mila operai - e gli scoppi dei primi scioperi, duramente repressi dalle truppe straniere contro le pesantissime condizioni di lavoro.
All'estero, inoltre, cresce l'importanza dei cinesi emigrati che, dopo aver fatto fortuna, iniziano ad investire i profitti nella madrepatria. Un'importanza, come vedremo, anche dal punto di vista politico. In quest'ottica una feconda ricaduta creano certamente le riforme avviate dalla corte imperiale e dalle autorità provinciali nel campo dell'istruzione e delle forze armate. Sulla scena compaiono, infatti, un'agguerrita schiera di studenti occidentalizzati e venuti a contatto con le realtà straniere, Giappone su tutti, e gli alti gradi di un nuovo esercito formati da accademie militari che utilizzano metodi e tecniche occidentali. Entrambe le realtà costituiscono un accogliente terreno di coltura per il nazionalismo cinese.

Sun Yat-sen e l'organizzazione del movimento rivoluzionario e nazionalista
Quanto sopra delineato rappresenta il quadro politico e sociale nel quale prendono vita e si sviluppano i primi nuclei rivoluzionari, tra i quali emerge la figura di Sun Yat-sen. Nato nel 1866 nei dintorni della città di Canton, Sun Yat-sen trascorre la sua infanzia nelle Hawaii dove studia presso una missione condotta da missionari americani. Si converte al cristianesimo, entra in contatto con la cultura occidentale e nel 1892 si laurea in medicina ad Hong Kong. Il giovane rivoluzionario individua nelle potenzialità della tecnica e della scienza moderne - e occidentali - l'unica cura possibile per il risveglio della Cina. La via riformista, scelta da lui inizialmente, si rivela senza sbocchi: i suoi progetti inviati agli esponenti della élite tradizionale, impegnati nella politica di rafforzamento dell'impero, non hanno seguito. L'unica alternativa possibile è quella dell'azione rivoluzionaria. Nel 1894 fonda la Società per il rinnovamento della Cina prendendo come modello di organizzazione quello delle società segrete guidate da un capo carismatico e formate da adepti fedeli e ben selezionati. L'anno successivo, convinto di una situazione ormai matura per la rivoluzione, progetta un colpo di mano a Canton che, contrariamente alle speranze, viene scoperto in anticipo costringendolo a rifugiarsi in Giappone con una taglia sulla testa. Dal 1896 al 1898 viaggia in Europa e negli Stati Uniti dove ha la possibilità di studiare da vicino, dai punti di vista giuridico, politico ed economico, la società occidentale e di prendere spunti per delineare il volto della futura Cina che uscirà dalla rivoluzione. In questi anni entra anche in contatto con alcuni esponenti del socialismo europeo. Nell'ottobre del 1900, in piena rivolta dei Boxer, si getta senza successo in un nuovo tentativo rivoluzionario nel Guandong con ventimila seguaci, in maggioranza contadini.
In questi anni altri gruppi rivoluzionari si formano e agiscono in quasi tutte le province dell'impero. Nel 1905 a Tokio la quasi totalità di essi compie il primo indispensabile passo verso l'unificazione. Prende, infatti, vita l'Alleanza rivoluzionaria alla cui testa è posto, per prestigio riconosciuto e cultura, Sun Yat-sen. Il programma prevede la cacciata della dinastia al potere, la creazione di una repubblica con un parlamento ed autorità elettive e una generica promessa di maggiore equiparazione della ricchezza.

Dal punto di vista ideologico la neonata alleanza si fonda sui tre "Principi del popolo" che sono nazionalismo, democrazia e benessere. La democrazia, tuttavia, sarebbe stata introdotta solo al termine di una fase di dittatura militare ritenuta indispensabile per liberare le masse dalle incrostazioni del passato e favorire una nuova presa di coscienza politica. La totale mancanza di fiducia nei confronti dell'azione delle masse popolari caratterizzerà sempre, infatti, la visione politica elitaria, potenzialmente autoritaria, di Sun Yat-sen. Lui si considera un "preveggente" che possiede la ricetta certa e infallibile per la trasformazione, condotta dall'alto da un nucleo di "nuovi mandarini" accuratamente selezionati, della Cina.
La dinastia manciù - identificata dai nazionalisti cinesi come gli "Asburgo d'Asia" - è quindi indicata come causa principale dell'arretratezza e della debolezza del paese, mentre nessun riferimento è fatto alla quotidiana azione di erosione messa in atto dalle potenze imperialiste. Di più: si spera ancora nel disinteressato aiuto delle potenze occidentali.
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Sun Yat-sen
con lo staff militare
Tuttavia il nascente nazionalismo cinese mostra una componente anti-straniera e di opposizione crescente alla penetrazione commerciale delle potenze straniere. Lo dimostrano il boicottaggio delle merci americane organizzato nel 1905 dalla borghesia dei porti aperti, in risposta alla legislazione anti-cinese introdotta negli Usa, con l'adesione aperta di studenti e della popolazione, e il movimento, condotto dalle autorità provinciali, per la restituzione delle concessioni minerarie e ferroviarie.
Nessuna novità viene dal metodo di lotta prescelto dall'organizzazione rivoluzionaria di Sun Yat-sen che resta quello dei colpi di mano da società segrete che dovrebbero innescare la rivolta generalizzata. Dal 1907 al 1911 si susseguono, soprattutto nelle province del sud, ben otto tentativi di insurrezione falliti. Dal punto di vista sociale l'Alleanza rivoluzionaria rappresenta gli interessi della nascente borghesia nazionale, della piccola borghesia mercantile e dei grandi proprietari terrieri insofferenti della dinastia al potere. Proprio la presenza di quest'ultimi è alla base della moderazione del programma sociale dell'organizzazione. La riforma agraria, indispensabile per dare fiato alle masse contadine e coinvolgerle attivamente nella lotta, non viene presa in considerazione.

La nascita della repubblica: l'insurrezione del "Doppio Dieci"
Il colpo fatale inferto alla dinastia Qing e all'impero non arriva da un colpo di mano eseguito dai rivoluzionari. Anzi, proprio le modalità in cui scoppia e si sviluppa la rivoluzione coglie di sorpresa Sun Yat-sen e seguaci. Alla base c'è, invece, la protesta delle élite provinciali in difesa dei propri interessi politici ed economici contro le intromissioni del governo centrale. Il "decreto di nazionalizzazione delle ferrovie" del maggio 1911, accompagnato dalla concessione di un forte prestito straniero, scatena la protesta dei notabili del Sichuan che avevano già iniziato la costruzione di una ferrovia con fondi ottenuti con contributi volontari, tasse ed una addizionale sull'imposta fondiaria. Un miscuglio di patriottismo cinese e difesa di interessi privati diventa la base della forte mobilitazione pubblica saldamente condotta delle èlite politiche rappresentate nelle assemblee provinciali, di tendenza monarchico-costituzionale e timorose di una vera e propria rivoluzione. Restano perciò isolate e prive di reali sbocchi politici le rivolte armate di contadini esasperati appoggiati dalle società segrete.
Nel pieno di una situazione che preoccupa sempre più la corte imperiale che prepara un duro intervento repressivo, il 10 ottobre (da qui insurrezione del "Doppio Dieci)) un gruppo di rivoluzionari nazionalisti, solo indirettamente legati all'Alleanza Rivoluzionaria, insorge e riesce a prendere in mano il controllo della città di Wuchang (capitale del vicino Hubei). Privi di una vera guida politica, i rivoltosi affidano la direzione del primo governo repubblicano ai notabili moderati e conservatori. La ribellione si estende dal sud in quasi tutto il Paese e si moltiplicano le province che dichiarano l'indipendenza dal potere centrale. La corte manciù risponde affidando la repressione militare a Yuan Shi-kai, già funzionario sostenitore della politica imperiale di modernizzazione e ben visto dai governi stranieri, che ottiene importanti vittorie prima di decidere una tregua "attendista". Intanto i rappresentanti di 14 province ribelli, riuniti in assemblea a Nanchino, danno vita alla prima Repubblica cinese e il 1 gennaio del 1912 ne viene ufficialmente investito come primo presidente Sun Yat-sen. I ribelli ottengono anche la neutralità delle potenze straniere dopo aver dichiarato in un specifico "Manifesto alle potenze straniere" di voler rispettare tutti i trattati in essere e i prestiti sottoscritti dalla dinastia imperiale.

La repubblica nasce, quindi, senza mettere minimamente in discussione la penetrazione imperialista in Cina. Il governo repubblicano, politicamente e finanziariamente sostenuto dalla borghesia di Shanghai, è nazionale solo di nome: deve fare i conti con le armate imperiali di Yuan Shi-kai assestate nel nord, con il particolarismo provinciale e con le divisioni che permeano il neonato partito nazionalista (Guomingdang). Per trovare uno sbocco ed evitare l'incendio della guerra civile si prende la strada della trattativa. L'accordo prevede l'abdicazione della dinastia Qing, storico obiettivo dei rivoluzionari, e la concessione della presidenza repubblicana al filo-monarchico Yuan Shi-kai (marzo 1912) al posto di un Sun Yat-sen che, fin dall'inizio, si era mostrato favorevole al compromesso in nome dell'unità della Cina e che ora decide di dedicarsi al rafforzamento del partito nazionalista.
La costituzione provvisoria prevede un sistema parlamentare con un governo responsabile a cui è affidato il potere esecutivo. Per la prima volta nella storia cinese sono proclamati eguali diritti per tutti i cittadini, la libertà di parola, di stampa e di organizzazione.
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Il leader e la moglie
L'indirizzo politico e sociale è fortemente conservatore, frutto di un compresso tra la borghesia liberale e la vecchia burocrazia terriera. All'interno del Guomingtang a dominare è l'ala destra contraria alla messa in pratica della iniziale piattaforma sociale: nulla è intrapreso per soddisfare le rivendicazioni economiche e politiche delle masse popolari. L'esperimento parlamentare dura, però, il tempo di un mattino. Il controllo sulle forze armate e la divisione degli avversari politici permettono al Yuan Shi-kai di concentrare nelle sue mani tutto il potere. Nel 1913 seda con violenza il tentativo di secessione condotto da vecchi capi rivoluzionari nazionalisti nelle province del sud, costringendo Sun Yat-sen e alcuni suoi fedeli a trovare riparo in Giappone. Il parlamento viene chiuso a tempo indeterminato, il Guomingtang viene messo fuori legge e la presidenza della repubblica diventa a vita con l'ulteriore possibilità di renderla ereditaria. Logica conseguenza è il tentativo di restaurare la monarchia e dare vita ad una nuova dinastia. Il tentativo di Yuan Shi-kai si ferma di fronte alla forte opposizione nel paese e alla sua morte avvenuta nel giugno del 1916.

Sulla scena internazionale la giovane repubblica cinese si presenta in forte difficoltà, divisa all'interno e fortemente bisognosa di risorse economiche. Yuan Shi-kai, una volta giunto alla presidenza, si è rivolto alle solite potenze straniere per ottenere il riconoscimento del suo governo e aiuti per consolidare il proprio potere. A pagare, però, è ancora una volta la sovranità del paese. Nell'aprile del 1913 il presidente ha sottoscritto un ingente prestito ("Prestito della riorganizzazione") concesso da un cartello di banche estere dietro la garanzia del passaggio sotto controllo straniero della tassa sul sale, delle dogane e della destinazione dei fondi per la quale, inoltre, è prevista la nomina di consiglieri stranieri.
In cambio del riconoscimento diplomatico da parte di Russia e Inghilterra, è avallata l'autonomia di Tibet e Mongolia Esterna, regioni sulle quali le due potenze vogliono estendere la loro influenza. Infine Yuan Shi-kai ha accettato nel gennaio del 1915, in piena guerra mondiale, le "Ventuno richieste" avanzate dal governo giapponese che prevedevano il controllo sullo Shandong, sulla Mongolia interna, della Manciuria e l'impiego di consiglieri nipponici nei posti chiavi dell'amministrazione statale. Nei fatti un vero e proprio protettorato.

Dai "signori della guerra" alla nuova fase rivoluzionaria
La morte di Yuan Shi-kai ha aperto una fase di forte e cronica instabilità delle istituzioni repubblicane che sono sempre più in balia delle cricche militari in rivalità tra loro, mentre ogni provincia tende a fare da sé. Il potere reale è nelle mani dei "signori delle guerra", i governatori militari delle province nelle quali si comportano come veri e propri feudatari rapaci, e che mantengono il controllo sulle cariche statali. Le potenze imperialiste approfittano di questa situazione caotica e si legano di volta in volta alla cricca militare che meglio può garantire i propri interessi. Con lo scoppio della prima guerra mondiale è il Giappone che, con il beneplacito dei governi occidentali, approfondisce il controllo finanziario, diplomatico e militare sulla Cina in cambio di continui e ingenti prestiti concessi ai signori della guerra ad esso vicini.
Durante gli anni della prima guerra mondiale, con la forte diminuzione delle importazioni dai Paesi impegnati nel conflitto, si assiste allo sviluppo dell'industria nazionale cinese, soprattutto di quella leggera. Si manifestano, quindi, le prime contraddizioni tra gli interessi della nascente borghesia cinese, influenzata dal nazionalismo, e quelli imperialisti. La borghesia cinese, concentrata nei porti aperti (Shanghai e Canton su tutti) è, infatti, costretta a competere in posizioni di netta inferiorità di fronte alle basse tariffe doganali per le merci straniere, ai territori affittati, alle concessioni e alla lunga lista di privilegi concessi agli stranieri.
In una situazione di forte crisi e debolezza nei confronti dell'esterno, ritorna a farsi sentire la voce degli intellettuali, tradizionalmente classe dirigente e puntello ideologico dell'impero, ma ora allontanato dal potere e delusi dalla prima rivoluzione. In un clima di libertà ideologica - quasi anarchica - senza precedenti, ingaggiano la battaglia per trovare
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Mausoleo di Sun a Nanchino
nuove basi culturali sulle quali innestare la rinascita della Cina e l'uscita dalla dominazione straniera. Ciò che serve è una "cultura nuova" che tagli definitivamente i ponti con quella tradizionale, colpevole anch'essa della crisi in atto. I tentativi di innestare le innovazioni sulle vecchie basi ideologiche si sono rivelati fallimentari alla prova dei fatti. Prende, quindi, il via una battaglia culturale che mostra anche i primi inequivocabili accenti anti-imperialisti e che forma la generazione che condurrà al successo della rivoluzione cinese.
Nel 1915 compare a Shanghai la rivista "Gioventù Nuova", principale portavoce della volontà di rinnovamento. Il suo pubblico è la gioventù che vuole osare senza paura, vuole ribellarsi al vecchio e alla tradizione e porsi in completa indipendenza. Così scrive Ch'en tu-hsu, il direttore della rivista: "Ma ciò che voglio fare è invocare, invocare con le lacrime agli occhi, la gioventù fresca e vitale nella speranza che acquisti coscienza di sé e inizi la lotta [...]. Lotta significa tendere le proprie forze intellettuali, rifiutare tutto ciò che è vecchio e fradicio, trattarlo come un nemico, alla stregua delle bestie feroci e delle inondazioni". Si lotta contro la tradizionale famiglia confuciana e a favore della dignità letteraria della lingua parlata al posto di quella ufficiale dei letterari.

Il centro propulsivo della battaglia è l'Università di Pechino (Ta Xue), sulla cui scia si diffondono in tutto il paese associazioni studentesche e giovanili spontanee che la rendono un movimento nazionale. Tra queste dobbiamo ricordare, per la futura importanza dei leader, la "Associazione del popolo nuovo", presieduta da Mao Tse-tung, e la "Associazione del risveglio", guidata da Chu En-lai.
Il movimento esordisce anche sul terreno della lotta contro l'imperialismo. Sugli studenti rivoluzionari è sempre più forte l'influenza della rivoluzione russa e del suo messaggio di liberazione rivolto ai popoli sottomessi. Così, a titolo di esempio, si esprime Gioventù Nuova: "L'aurora viene dalla Russia, ci viene tesa una mano amica, porgiamo anche noi la mano senza titubanze".
L'opinione pubblica cinese si era illusa a proposito dei "14 punti" del presidente statunitense Wilson, il manifesto programmatico dell'ingresso in guerra degli Usa che, tra l'altro, propugnava la libertà delle nazioni. Le speranze cinesi di vedersi restituita la sovranità si scontrano contro l'indifferenza delle potenze interessate a mantenere ed aumentare l'influenza conquistata e gli interessi delle cricche militari al potere a Pechino. Un accordo segreto concluso nel 1917 tra Usa e Giappone riconosceva a quest'ultimo gli "speciali interessi" in Cina, mentre un accordo tra Cina e Giappone del 1918 concedeva ai nipponici lo Shantung (prima tedesco) e prevedeva la partecipazione dell'esercito cinese alla spedizione antisovietica.
La decisione delle potenze vincitrici del conflitto mondiale di attribuire al Giappone i diritti della Germania sconfitta sullo Shantung, scatena il 4 maggio del 1919, la dura protesta degli studenti di Pechino ("Movimento del 4 Maggio"). Scioperi, manifestazioni, proteste contro le potenze straniere e i traditori interni, al grido di "in politica estera lotta per la sovranità statale, in quella interna punizione dei crimini statali", si estendono ad altre università e, nelle principali città, coinvolgono anche la borghesia e gli operai (scioperi a Shanghai, Hankow e Nanchino). Arresti e repressioni non servono a nulla e il governo cinese, licenziati i ministri più invisi, rifiuta di firmare a Versailles il trattato di pace.
Nel corso della lotta aumentano i contatti tra le organizzazioni studentesche e il nascente movimento operaio, attivo soprattutto a Canton e Shanghai. Il lavoro di organizzazione dei primi intellettuali influenzati dal marxismo porta alla costituzione, nel luglio del 1921 a Shanghai, del Partito comunista cinese e all'emergere delle prime vittoriose agitazioni sindacali tra l'estate del 1921 e la primavera del 1923, con tanto di primi massacri condotti dai signori della guerra su invito delle potenze straniere.

Il ritorno di Sun Yat-sen: il regime di Canton e l'alleanza con l'Urss
Il movimento del 4 maggio, il diffondersi delle parole d'ordine rivoluzionarie, la comparsa dell'Unione sovietica e la prosecuzione delle pressioni imperialiste influiscono fortemente sulla maturazione del pensiero politico di Sun Yat-sen. Reduce dall'esilio di Shanghai, dopo i falliti tentativi di ridare vita nel 1917-18 ad un nuovo focolaio rivoluzionario nel sud, ha ormai alle spalle le speranze di una Cina moderna e democratica sostenuta e aiutate dalle potenze occidentali. Nella primavera del 1921 Sun è eletto presidente della Repubblica da una schiera di deputati a lui fedeli del primo parlamento repubblicano.
Per lui è ormai chiaro che il primo passo da compiere è quello di liberarsi dalla dominazione straniera e dalle classi dirigenti cinesi che la garantiscono. Nella sua lotta, pur non ritenendosi né socialista né internazionalista, ha di fronte a sé un potenziale alleato come l'Unione Sovietica che ha portato la prima spaccatura all'interno del cartello delle potenze imperialiste e che, ai suoi occhi, rappresenta una grande speranza per l'umanità: "I Russi hanno riformato l'interno del paese e mutato la loro vecchia politica di forza in una politica di pace. Questa nuova politica non solo ha perduto la folle ambizione di invadere altri paesi, ma si oppone ai forti, aiuta i deboli e appoggia la giustizia". Lo ha
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Interno del mausoleo e, sulla
destra, la statua dello statista
confermato anche nel 1919 il Consiglio dei Commissari del Popolo della Russia Sovietica che aveva inviato alla Cina il seguente messaggio: "il governo sovietico eliminerà tutti i privilegi particolari [...] . Non un funzionario russo, non un prete o un missionario oserà immischiarsi negli affari cinesi [...]. In Cina non deve sussistere altro potere che il potere e i tribunali del popolo cinese". Si tratta della prima volta che una potenza straniera rinuncia volontariamente ai privilegi precedentemente strappati!
Due anni dopo, mentre a Washington i "grandi" del mondo non prendono in considerazione le richieste della Cina, a Mosca è riunito il Congresso dei Popoli dell'Estremo oriente (novembre 1921) che approva, in relazione alla situazione cinese, un programma di lotta democratico-borghese: "abbattimento del dominio imperialista, liquidazione del feudalesimo e delle cricche dei militaristi".
La posizione politica di Sun Yat-sen è ormai nettamente anti-imperialista. Ai suoi occhi, sulla scena internazionale, si sviluppa una lotta che oppone una minoranza di stati imperialisti ad una maggioranza di popoli sottomessi, e si assiste ad un'umanità scissa in due campi, con divisioni che permeano ognuno dei due campi. In Asia è certo che un giorno i "popoli oppressi si uniranno e, a rischio, della vita, andranno a combattere le nazioni che li opprimono; poi la guerra si estenderà al mondo intero. In avvenire è certo che i bianchi, partigiani della giustizia, si alleeranno con i gialli che sostengono la giustizia. E i bianchi che sono per l'oppressione si alleeranno con i gialli che sostengono l'oppressione".

Dopo una serie di incontri e colloqui, il 26 giugno del 1923 Sun Yat-sen e il diplomatico sovietico Ioffe sottoscrivono un manifesto comune ("Manifesto di Karakhan") nel quale si stabilisce la collaborazione tra il Kuomintang e il governo sovietico. Quest'ultimo, da parte sua, assicura la volontà di rinunciare a trattati, diritti e privilegi strappati alla Cina dal regime zarista. A Canton, il centro del movimento rivoluzionario dove affluiscono le energie rinnovatrici di tutto il paese, arriva un gruppo di consiglieri sovietici guidati da Borodin, mentre una delegazione militare nazionalista va in Russia per studiare l'organizzazione delle forze armate sovietiche.
Su impulso dell'Internazionale comunista, e del messaggio leniniano della collaborazione tra borghesia nazionale e movimento operaio nella lotta anti-coloniale, prende il via l'alleanza tra il Kuomingtang e il Partito comunista cinese che, nel II congresso, tenutosi nel luglio del 1922 a Shanghai, ha formulato un programma per la lotta immediata che permette di siglare l'intesa: cessazione delle contese nel paese, abbattimento dei feudatari militaristi, eliminazione dell'oppressione imperialista, conquista della completa indipendenza e unificazione in una repubblica democratica.
Sun avvia anche il lavoro di riorganizzazione del partito nazionalista al fine di trasformarlo in un partito armato e fortemente disciplinato, sul modello di quello bolscevico, così da farne un' avanguardia di uomini scelti in grado di condurre la lotta. Sempre su impulso dei consiglieri sovietici, è costituita l'accademia militare di Whampoa dalla quale sarebbe dovuto uscire un esercito tecnicamente preparato ed ideologicamente compatto.

I "Tre principi del popolo"
Accanto alla nuova strategia rivoluzionaria del partito, imperniata sull'alleanza con l'Urss e la collaborazione con i comunisti, Sun Yat-sen rivede e rielabora i principi ideologici - i Tre principi del popolo - alla base della sua azione: Nazionalismo, Democrazie e Benessere del popolo. Abbiamo visto come il principio del nazionalismo, prima inteso in senso esclusivamente anti-mancese e favorevole alla collaborazione con le potenze occidentali, sia successivamente declinato in senso anti-imperialista. Per lui la condizione della Cina non è quella di una normale colonia, ma è quella della ipocolonia: "è la colonia di tutti i paesi con i quali ha concluso dei trattati. Tutti i paesi che hanno sottoscritto dei trattati con la Cina sono i padroni della Cina. La Cina non è, dunque, la colonia di un paese, è la colonia di tutti i paesi. Non siamo gli schiavi di una paese soltanto, siamo gli schiavi di tutti i paesi". Il nazionalismo è l'unica via per portare il popolo cinese dalla condizione di "sabbia informe" a quella di una
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Mao Tse Tung, l'eroe
emergente della rivoluzione
realtà compatta e coesa. Alla luce di questa premessa, la rivoluzione cinese, a differenza di quelle occidentali, non deve avere come obiettivo la libertà individuale. Anzi, quest'ultima deve essere sacrificata per la conquista della libertà della nazione: "Noi, invece, godiamo di troppa libertà: nessuna coesione, nessuna resistenza; siamo diventati come della sabbia agitata dal vento [...] Se in avvenire vorremo respingere l'oppressione straniera, dovremo battere in breccia la libertà individuale; dovremo formare un raggruppamento molto solido, come se aggiungessimo del cemento alla sabbia per creare una pietra". Per comprendere questa posizione dobbiamo tenere conto dell'attacco imperialista cui è sottoposta la Cina, della divisione interna, del clima da guerra civile, degli intrighi dei "signori della guerra": una situazione di instabilità e di anarchia confacente agli interessi imperialisti e che si doveva assolutamente superare.
Anche per quanto riguarda la futura democrazia Sun Yat-sen precisa che sarà diversa da quella occidentale perché diversa è la storia della Cina. Di fronte al chiaro fallimento del governo rappresentativo instaurato dopo la rivoluzione del 1911, la Cina deve trovare una nuova via, non deve scimmiottare quanto fatto dagli occidentali e limitarsi a importare le loro soluzioni perché sarebbe una grave errore: "se vogliamo che la Cina progredisca e il nostro popolo viva nella sicurezza, dobbiamo applicare noi stessi la democrazia e cercare un nuovo metodo per realizzare i nostri ideali".
Ma qual'è questa via? La soluzione di Sun Yat-sen mostra certamente forti implicazioni autoritarie. La stessa rivoluzione per consolidarsi ha bisogno di una fase iniziale di dittatura politica prima di introdurre una fase costituzionale. Ai suoi occhi il paese ha bisogno di un potere forte, di un governo che sappia agire in autonomia, con una sorta di mandato in bianco, per resistere all'imperialismo e restaurare dignità e ordine interno. Il popolo cinese, al quale devono essere riconosciuti i diritti politici senza distinzione di classe e censo, deve affidare il governo a uomini capaci - "i preveggenti" - e a specialisti dell'amministrazione e dell'arte di governare. È questa, ai suoi occhi, la soluzione che meglio si innesta nella tradizione sociale e politica del popolo cinese.
In questo modo Sun sintetizza e semplifica la sua visione nelle conferenze di propaganda: "Nelle fabbriche soltanto il direttore dà ordini, gli azionisti esercitano il controllo su di lui. In una repubblica, gli azionisti sono i cittadini, mentre il presidente della Repubblica è il direttore. Il popolo deve considerare gli uomini di governo come degli specialisti". E ancora: "è il popolo che deve avere il potere in uno Stato, ma dal punto di vista della gestione governativa, il popolo deve affidare tale potere a specialisti dotati di potenza".

Bisogna, quindi, separare l'organizzazione statale dalla gestione della democrazia e dare vita ad un governo forte che il popolo cinese, a differenza di quelli occidentali, non deve temere. Il popolo, infatti, spetterà il compito di controllarlo grazie ai diritti che gli saranno riconosciuti: il diritto di voto, di revoca dei funzionari, di iniziativa legislativa e di referendum. Alla democrazia rappresentativa Sun Yat-sen contrappone, preferendola, quella popolare diretta. Non è un caso che mostrasse grande interesse verso i soviet della Russia rivoluzionaria.
Per quanto ritenga le masse "cieche" dal punto di vista politico, Sun Yat-sen è indubbiamente il primo rivoluzionario cinese che ha mostrato un forte interesse nei confronti dei bisogni concreti del suo popolo. Dal punto di vista sociale ed economico dichiara apertamente la sua opposizione al sistema capitalistico - "obiettivo del Principio del benessere del popolo è l'abbattimento del sistema capitalistico" - che non garantisce un'equa distribuzione della ricchezza perché fondato sul profitto, sull'egoismo personale.
Per salvare la Cina si deve affrontare e risolvere la piaga dell'estrema povertà delle masse contadine. Per questo Sun Yat-sen parla di realizzazione del socialismo e del comunismo.
"Il principio del benessere del popolo è il comunismo, il socialismo. Non possiamo dire che il comunismo è in conflitto con i Tre principi del popolo; il comunismo è un grande amico dei Tre principi del popolo".
Per salvare la Cina
si deve affrontare
e risolvere
la piaga dell'estrema
povertà delle
masse contadine
Ma cosa intende il rivoluzionario cinese per questi termini? Il suo comunismo non è certo quello di Marx. Assolutamente contrario alla lotta di classe - definita una "specie di malattia" - presenta un programma sociale che propugna, invece, la conciliazione degli interessi fra le classi: "noi intendiamo armonizzare gli interessi economici dei vari strati della popolazione". Il suo socialismo è più semplicemente il superamento delle forti diseguaglianze sociali, il livellamento delle risorse finanziarie, la diffusione della proprietà nelle campagne e il pane e riso per tutti. Un programma che noi potremmo definire social-democratico.
Per sconfiggere la povertà, inoltre, la Cina deve avviare la propria modernizzazione industriale grazie ad un forte intervento statale che assicuri lavoro a tutti e profitti a favore della collettività. È così prefigurato un capitalismo di Stato che prevede il controllo diretto delle imprese industriali e la proprietà diretta delle macchine di produzione. Sun Yat-sen ha ben presente che questa via è possibile solo se la Cina riconquista la propria sovranità politica ed economica: deve abolire i trattati ineguali e recuperare il controllo delle dogane per sostenere una politica protezionistica che avvii lo sviluppo industriale nazionale.

La morte di Sun Yat-sen
Il 12 marzo del 1925 Sun muore mentre si preparano le prime spedizioni nel nord per l'unificazione della Cina sotto le insegne del governo rivoluzionario. Poco dopo la sua morte a Shanghai e Canton studenti e lavoratori danno vita a manifestazioni per protestare contro la dominazione straniera e la dura repressione delle sue armate in difesa degli interessi economici. La battaglia contro l'imperialismo e per l'indipendenza della Cina è iniziata: questo è l'indubbio merito di Sun.
Chiudiamo l'articolo con le parole scritte nel suo testamento: "Per quarant'anni mi sono dedicato alla causa della rivoluzione del nostro popolo, ponendomi come unico fine quello di riportare la Cina ad una condizione di libertà e uguaglianza tra le nazioni".
Storia della Cina: gli articoli precedenti

NEL XIX SECOLO IL COLONIALISMOEUROPEO DIVORA LA CINA
(http://www.storiain.net/arret/num113/artic3.asp)

SUL DECLINANTE CELESTE IMPERO PIOMBA IL COLONIALISMO EUROPEO
(http://www.storiain.net/arret/num117/artic2.asp)
BIBLIOGRAFIA
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  • I tre principi del popolo, Sun Yat-sen, Einaudi, Torino, 1976;
  • Storia della rivoluzione cinese, Enrica Collotti Pischel, Editori Riuniti, Roma, 1992;
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  • Storia della Cina, J.A.G. Roberts, Newton, Roma, 2006.