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OMBRE E LUCI SULLA MITICA FIGURA
DEL MARESCIALLO ROMMEL
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Rommel. Fine di una leggenda, di Ralf Georg Reuth, Lindau, 2006, pp. 224, euro 24,00
La figura del feldmaresciallo Erwin Rommel, la "volpe del deserto" che tanto filo da torcere diede agli inglesi in Nordafrica, ha sempre suscitato grandi attenzioni. Fin da quando il personaggio era in vita e l'ufficio propaganda del Reich ne tesseva le lodi additandolo al popolo tedesco come il simbolo della nuova generazione di ufficiali rivoluzionari, il prototipo di condottiero da utilizzare anche come "arma psicologica" contro il nemico.
Una lunga parabola quella di Rommel, iniziata da diciottenne studente di liceo rifiutato prima dal corpo dell'artiglieria e infine accettato in fanteria. Continuata dimostrando incredibile determinazione e audacia nella prima guerra mondiale, prima in Francia, quindi nei Carpazi e poi sul fronte dell'Isonzo, dove, come comandante di truppa, fu uno degli artefici dello sfondamento di Caporetto. Proseguita negli anni Venti come oscuro comandante di una compagnia di fucilieri a Stoccarda e poi, con l'avvento di Hitler, in un crescendo ininterrotto di fortune: istruttore di tattica all'accademia militare di Potsdam nel 1933, comandante del battaglione di accompagnamento del Fuehrer nel 1938 e poi comandante dell'accademia militare di Wiener Neustadt. Promosso generale nel 1939, partecipò all'invasione della Francia alla testa della IV armata. Nel febbraio del 1941 giunse in Africa, dove si alimentò la sua leggenda, fatta di audaci colpi di mano - spesso condotti con uomini e mezzi inferiori all'avversario - e di micidiali avanzate che condussero l'Afrikakorps alle porte di Alessandria d'Egitto. Fioccarono medaglie e promozioni (fu il più giovane generale di corpo d'armata), copertine e interviste sui principali giornali tedeschi e non. Anche il nemico gli tributò inaspettati omaggi. Fu il caso di Winston Churchill, il quale contribuì all'esaltazione del genio di Rommel («un avversario estremamente audace e abile, un grande generale») per motivi strettamente utilitari: sovrastimare l'avversario per nascondere le deficienze dell'esercito di Sua Maestà.
La stella di Rommel prese a spegnersi con la sconfitta di el-Alamein e il successivo abbandono del teatro africano. Nel settembre 1943 Hitler avrebbe voluto affidargli il comando nell'operazione di occupazione dell'Italia, ma il feldmaresciallo era pessimista, così il Fuehrer gli preferì Kesserling. Venne destinato all'ispezione delle misure difensive del Vallo Atlantico e il 6 giugno 1944 era comandante supremo del Gruppo di Armate B in Francia. La fine è nota: l'incapacità di contenere lo sbarco, aggravata dall'aver sbagliato la previsione del luogo in cui sarebbe avvenuto, l'ambiguo coinvolgimento nell'attentato a Hitler e il suicidio per avvelenamento nell'ottobre del 1944.
Tutto ciò e molto altro ancora si può trovare in un volume ben documentato e di piacevole lettura, incalzante ed efficace come spesso solo gli storici anglosassoni riescono a fare. Solo che qui lo studioso è tedesco, si chiama Ralf Georg Reuth, ed è stato allievo di un grande storico del calibro di Andreas Hillgruber. L'analisi che ci propone non è però una biografia classica ma un attento studio degli aspetti più controversi della figura di Rommel: il suo rapporto con il nazismo, le vittorie in Nordafrica nell'ambito della strategia hitleriana, l'accondiscendenza nei confronti della propaganda, l'adesione al complotto del 20 luglio 1944 e i miti e le leggende che sono fiorite nei decenni seguenti.
L'autore indugia sulle similitudini con Hitler. Per essere sfuggiti più volte alla morte, entrambi erano convinti di esser parte di una cerchia di eletti "immortali". Odiavano gli aristocratici e la loro presenza nell'esercito, responsabili, a loro dire, di aver favorito la pugnalata alle spalle nel 1918. Tutti e due era invece favorevole alla più ampia mobilità sociale tra i ranghi dell'esercito, adoravano le gesta di Napoleone ed erano animati dallo stesso nazionalismo revanscista.
Ma Rommel nei confronti di Hitler aveva una atteggiamento di obbedienza incondizionata. Ne ammirava le capacità strategiche, attestate dai travolgenti successi dei primi anni di guerra. E ne subiva il fascino. Dopo lo sbarco alleato in Normandia volle far presente al Fuehrer l'impossibilità di tener testa alla macchina da guerra statunitense, ma arrivato al suo cospetto si fece contagiare dal fanatico ottimismo dell'interlocutore e tornò al posto di comando convinto più che mai dell'imminente successo. E quando cercò di proporgli una soluzione politica - un passo avventato per un militare come lui -, cioè una pace separata a occidente, non fu ascoltato.
Del resto era sempre stato un uomo d'armi e di politica non si interessò mai. La sua fedeltà era alla patria e verso chi in quel momento ne teneva le redini. Venne certamente a conoscenza della campagna di sterminio etnico in Oriente, ma probabilmente rubricò la vicenda come una perversa deviazione della politica hitleriana, in cui non riteneva che un soldato dovesse metter becco. Da parte sua, invece, evitò di applicare l'ordine di uccidere i soldati francesi che combattevano con gli alleati in Nordafrica: un margine di libertà concesso a pochi e di cui seppe fare largo uso.
La sua fama lo rese un soggetto appetibile anche per i congiurati del 20 luglio 1944. Una fama che contribuì alla sua fine, perché i generali von Brauchitsch, Hadler, Kesserling e Guderian, così come due elementi del comando supremo delle forze armate come Jodl e Keitel, fecero di tutto per metterlo in cattiva luce di fronte a Hitler dopo l'attentato. La sua fama, e anche le sue intemperanze, unite all'invidia suscitata nelle alte sfere dell'esercito gli furono fatali.
Dopo la guerra lo si descrisse con gli accenti neutri del fedele servitore della patria, nascondendone il coinvolgimento col nazismo. Negli anni Sessanta gli storici hanno invece preferito esaltarne la figura di congiurato nella resistenza a Hitler. In tempi a noi più recenti è stato dipinto come un criminale nazista, fedele esecutore degli ordini di Hitler. Un'immagine che Reuth non condivide e che con questo bel libro aiuta a ricostruire nella sua enigmatica complessità.
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M. MacMillan, Parigi 1919. Sei mesi che cambiarono il mondo, Mondadori, 2006, pp. 720, euro 26,00
Dal gennaio al giugno 1919, terminata la guerra che avrebbe dovuto "porre fine a ogni guerra", l'attenzione del mondo si concentrò su Parigi, dove si tenne la Conferenza di pace che avrebbe dovuto stabilire il nuovo ordine internazionale. Per quattro lunghi anni le nazioni più progredite avevano impegnato - e sacrificato - milioni di uomini ed enormi somme di denaro, oltre ai frutti migliori della ricerca scientifica, tecnologica e industriale, in una guerra che forse era cominciata per caso, ma che si era rivelata interminabile per il sostanziale equilibrio delle forze in campo. Ora i vincitori pretendevano di essere adeguatamente compensati. I protagonisti assoluti dell'evento furono i leader delle quattro potenze vincitrici - il presidente Woodrow Wilson (Stati Uniti) e i primi ministri David Lloyd George (Gran Bretagna), Georges Clemenceau (Francia) e Vittorio Emanuele Orlando (Italia) -, ma ai lavori parteciparono migliaia di persone, ciascuna con le proprie ragioni e i propri obiettivi, più o meno confessati. Re, capi di governo e ministri degli Esteri, con il loro seguito di funzionari e consiglieri, si trovarono fianco a fianco con giornalisti e sostenitori delle cause più svariate: dalle rivendicazioni degli armeni ai diritti dei neri, dal suffragio femminile all'indipendenza dell'Irlanda. Margaret MacMillan ricostruisce la personalità, gli ideali e i pregiudizi degli uomini che firmarono il trattato di Versailles e, liquidando imperi ormai in rovina e creando nuovi paesi, si assunsero l'onere di disegnare un assetto mondiale più fedele alle caratteristiche "sovranazionali" dell'età moderna, come dimostra la lungimirante idea di una Società delle Nazioni e di un'Organizzazione internazionale del lavoro. E se pure i negoziatori di Parigi commisero degli errori (per esempio sottovalutando il risveglio dell'Asia e dell'Africa, e costringendo, in alcuni paesi come la Iugoslavia o l'Iraq, etnie diverse alla convivenza), non possono essere considerati responsabili - secondo l'autrice - delle colpe di chi venne dopo, né tantomeno del secondo conflitto mondiale che sconvolse l'ordine da essi sancito. Certo, le cose sarebbero potute andare diversamente se la vittoria militare sulla Germania fosse stata completa, o se gli Stati Uniti fossero stati più potenti e avessero deciso di usare la forza. Ma i Quattro Grandi avevano a che fare con la realtà, non con i se, e dovettero cimentarsi con questioni di portata storica e di difficile soluzione: contenere le passioni irrazionali scatenate dal nazionalismo o dal fondamentalismo religioso, riconoscere a ciascuna etnia una propria identità statuale, bandire definitivamente la guerra. Che sono le questioni con cui, ancora oggi, il mondo è costretto a misurarsi.
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F. Grignetti, Il caso Montesi. Sesso, potere e morte nell'Italia degli anni '50, Marsilio, 2006, pp. 272, euro 16,00
Si dice "caso Montesi" e gli italiani sanno subito di che cosa si parla: il giallo irrisolto di quella ragazza, Wilma Montesi, scomparsa da casa nel centro di Roma e ritrovata cadavere su una spiaggia del litorale tre giorni dopo. Ma il caso va molto al di là del mistero di una giovane affogata nell'aprile 1953. C'entra la politica, che si impadronisce dell'episodio e lo utilizza come arma impropria in vista delle convulse elezioni di quell'anno. È un capitolo importante nella storia del giornalismo: dopo vent'anni di regime fascista, gli italiani scoprono la forza del quarto potere. Segna l'irrompere sulla scena pubblica di nuovi protagonisti, figure destinate a durare: un giudice ambizioso che mette in crisi un governo; una testimone incontrollabile che fa tremare i potenti; un astuto colonnello dei carabinieri che regola alcuni conti con i cugini poliziotti; un gesuita che intesse trame con mezza Dc. Eppure il caso Montesi è molto di più. È un fenomeno di costume, un vorticoso impazzare di pettegolezzi, un folle gioco di dietrologie, l'uso politico della giustizia, l'irrompere del morboso nei timorati anni Cinquanta. Morte, sesso, droga, gioco d'azzardo: d'improvviso i vizi dell'alta borghesia e le debolezze dell'aristocrazia diventano ghiotti materiali per la stampa. Cade un capo della polizia. Il ministro degli Esteri, Attilio Piccioni, è costretto alle dimissioni il giorno che gli arrestano il figlio, "colpevole" soprattutto di suonare il jazz. Mario Scelba, il presidente del Consiglio, inflessibile nemico del Pci e politico prediletto di don Sturzo, ne esce irrimediabilmente azzoppato. Trionfa Fanfani. Nasce la Prima Repubblica. E per la morte di Wilma non si scoprirà mai un colpevole.
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J. Chang - J. Halliday, Mao, la storia conosciuta, Longanesi, 2006, pp. 972, euro 22.60
Quella scritta da Jung Chang e Jon Halliday dopo dieci anni di ricerche è una biografia di Mao Tse-tung assolutamente inedita, la più completa mai pubblicata, basata, oltre che su documenti d'archivio, su numerosissime interviste a testimoni diretti, tra cui persone assai vicine al leader cinese che non avevano mai rilasciato dichiarazioni. Un saggio esaustivo che tra l'altro smonta il mito della Lunga marcia, e mostra un Mao finora sconosciuto: del tutto privo di idealismo, egli ottenne il potere grazie ai suoi complessi rapporti con Stalin, che datavano dagli anni '20, e a una serie di complotti e ricatti. Ma dopo aver conquistato la Cina nel 1949, il suo scopo segreto era diventato la conquista del mondo, e per inseguire questo sogno Mao arrivò a causare la morte di 38 milioni di persone nella più grande carestia registrata nella storia. In tutto, più di 70 milioni di persone persero la vita sotto il governo di Mao, e questo in tempo di pace. Affiancando alla meticolosa ricerca storica lo stile narrativo già noto ai lettori di Cigni selvatici, il libro permette di assistere ai retroscena più segreti delle vicende della Cina comunista e di entrare nel vivo della storia di uno dei protagonisti del Novecento.
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J. Le Goff, Il re nell'Occidente medievale, Laterza, 2006, pp. 144, euro 14,00
Figure cariche di fascino e simbolismo, unti dalla Chiesa come rappresentanti del divino nella gestione del potere temporale, spesso venerati dal popolo come santi e guaritori: i re dell'Occidente medievale esercitavano un potere assoluto che incarnava in sé l'auctoritas e la potestas romane, ma riceveva nuova linfa e giustificazione dalla consacrazione religiosa. Erano re guerrieri che guidavano i loro uomini in battaglia, re laici che esercitavano un potere giuridicosacrale ed erano, infine, i garanti della fecondità e della prosperità delle loro terre e dei loro sudditi. Questo libro, che raccoglie quattro saggi illuminanti di Jacques Le Goff, è il nuovo straordinario capitolo della ricognizione del grande storico nei territori suggestivi delle radici culturali e sociali europee.
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J. F. Pollard, L`obolo di Pietro. Le finanze del papato moderno: 1850-1950, Corbaccio, 2006, pp. 368, euro 22,00
Dalla storia dei movimenti nazionali europei abbiamo appreso che il papato di Pio IX, dopo una breve stagione liberale, fece tutto ciò che era in suo potere per arrestare la macchina del progresso e della modernità. Questo libro non mette in discussione tali tesi e non pretende di rovesciare il giudizio che il pensiero liberale ha dato della politica della Santa Sede negli anni cruciali che vanno dai moti del 1848 alla nascita, contro la sua volontà, di due grandi Stati nazionali europei, l'Italia e la Germania. Ma adotta un'altra chiave di lettura e giunge a conclusioni inattese. La chiave di lettura è il denaro della Chiesa: come venne raccolto, amministrato, investito, utilizzato. Lo studio del denaro serve a dimostrare quali trasformazioni la Chiesa abbia subito nel corso dell'Ottocento e soprattutto negli anni che precedono e seguono la fine del potere temporale. Aggredita dalla modernità, la Santa Sede realizza paradossalmente la propria modernizzazione. Rafforza i vincoli di disciplina che uniscono i vescovi al soglio di Pietro. Crea istituzioni che le consentono di essere presente, in modo più incisivo, nelle città, nelle campagne, nei possedimenti coloniali delle potenze europea. Favorisce la nascita di nuove congregazioni. Comprende di non potere voltare le spalle alla pubblica opinione e diventa editrice di giornali e riviste. Persino le sue decisioni più imperiose e discutibili (il Sillabo, il dogma dell'Immacolata Concezione e quello della infallibilità papale) servono a delineare con maggiore nettezza la figura del cattolico e rientrano quindi in questa prospettiva. Ma questa vasta operazione di rinnovamento richiede denaro. Privata in molti Paesi dei beni ecclesiastici (un residuo del suo passato feudale), la Chiesa deve avere un bilancio fatto di entrate e di uscite, di risorse su cui fare affidamento e di istituzioni che sappiano gestirle. La strada è lunga, costellata di errori, incidenti di percorso, crisi e compromessi, anche politici, che sono per l'appunto la materia di questo libro.
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J. Cornwell, Gli scienziati di Hitler. La scienza, la guerra e il patto con il diavolo, Garzanti, 2006, euro 28,00
All'inizio degli anni Trenta la scienza tedesca era all'avanguardia in diversi campi, dalla chimica alla fi sica, dalla biologia alla balistica. Fu proprio questa superiorità tecnologica che diede alla potenza militare del Reich una forza pressoché irresistibile. Dal 1933 gli scienziati tedeschi misero le loro conoscenze al servizio di Hitler, alcuni furono colpevoli degli episodi più atroci della Shoà, in particolare delle sperimentazioni su esseri umani nei campi di sterminio. Peraltro l'ideologia razzista e antisemita del nazismo si imponeva anche nelle università e nei centri di ricerca, allontanando gli ebrei dall'insegnamento e dai laboratori, e, per esempio, mettendo al bando la teoria della relatività e sostenendo pseudo-scienze come l'«igiene razziale». Di fronte al «patto con il diavolo» hitleriano, non tutti si comportarono allo stesso modo: alcuni ricercatori erano fanatici nazisti, molto più numerosi i semplici «compagni di strada», mentre furono pochi quelli che si rifi utarono di collaborare. Anche per questo la macchina bellica nazista, che oltretutto sfruttava ferocemente la manodopera schiavizzata dei campi di concentramento e di lavoro, restò effi ciente così a lungo, prolungando il confl itto. E fi no all'ultimo i laboratori tedeschi cercarono di mettere a punto la terribile «arma fi nale» in grado di cambiare le sorti della seconda guerra mondiale. John Cornwell ricostruisce il complesso rapporto tra gli scienziati e il regime hitleriano. Non mancano pagine illuminanti su alcuni episodi controversi, a cominciare dal fallimento del progetto di bomba atomica tedesca e dalla visita di Werner Heisenberg a Niels Bohr. Ma le questioni affrontate da li scienziati di Hitler non riguardano solo il passato: investono più in generale i rapporti tra la scienza e il potere politico, le ricadute della tecnologia sulle tecniche di distruzione, e dunque le responsabilità etiche e politiche dei singoli ricercatori. Perché gli studiosi non lavorano nella torre d'avorio della loro disciplina, e le loro scoperte possono avere effetti clamorosi sull'intera umanità. Anche per questo non mancano, nell'affascinante e appassionato saggio di Cornwell, paralleli tra quelle vicende in apparenza lontane e la situazione attuale: perché in un mondo politicamente diviso e minacciato dal terrorismo, la ricerca del sapere rischia di essere sempre più asservita a interessi estranei, di natura economica, politica o militare.
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M. Kemp, Leonardo. Nella mente del genio, Einaudi, 2006, pp. 200, euro 21,50
Leonardo non era un pittore per professione. Nella sua lunga vita completò pochissime opere e la maggior parte le tenne con sé fino alla morte. Ebbe in realtà una carriera molto curiosa: fu capace di intrattenere una corte suonando l'arpa o cantando e allo stesso tempo fu in grado di progettare bastioni a prova d'assalto, strane macchine per volare e singolari riproduzioni del corpo umano. In una sola volta pittore, ingegnere, filosofo, curioso di scienza, costruttore, Leonardo fu però tutt'altro che un bizzarro talento sbandato per mille direzioni come spesso è stato letto il suo genio; in ogni sua ricerca e ossessione si può infatti rintracciare un tratto comune: l'incessante ricerca della verità e del modo piú efficace (ovvero piú "grafico") di renderla. Per Leonardo la vista era infatti il piú importante dei cinque sensi: vedere era capire e disegnare diventava cosí possedere. Ogni generazione negli ultimi cinque secoli ha raccontato la leggenda di Leonardo da Vinci secondo il proprio stile, il proprio gusto e desiderio e l'artista non ha mai cessato di essere famoso anche se di volta in volta per motivi diversi, piú o meno veri, piú o meno scientifici. Martin Kemp, uno dei piú grandi e indiscussi studiosi di Leonardo, attraversa il denso velo della leggenda, ne sfida il mito, e ci offre un ritratto affascinante e non convenzionale dell'artista e della sua opera.
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