EDITORIALE - STORIA OGGI
TUTTO CALCIO E FAMIGLIA: QUASI
UN RITRATTO DELL'ITALIANO MEDIO
di PAOLO M. DI STEFANO*
"E' incredibile. Mi sono seduto con la ferma intenzione di scrivere qualcosa di acuto e capriccioso, ma, neanche a farlo apposta, non riesco a pensare a niente di acuto e capriccioso: non in questo momento, almeno." Così Jerome Klapka Jerome nel 1888, iniziava il suo I pensieri oziosi di un ozioso - libro per un'oziosa vacanza, (titolo originale, The idle thoughts of an idle fellow - a book for an idle holiday. La traduzione è di Ida Omboni, l'edizione B.U.R. 1953). Dedicato alla sua pipa. Forse tutto da ridere. O forse no. Come al capitolo dedicato al problema dei problemi, almeno per i miei contemporanei: come riuscire nel mondo. "Non è esattamente il tipo di cosa cui dovrebbe pensare un ozioso, vero? Ma chi sta al di fuori, sapete, spesso vede meglio il gioco; e mentre me ne sto seduto sotto la pergola al margine della via, fumando il mio hookah della beatitudine, e mangiando le dolci foglie di loto dell'indolenza, io posso contemplare meditabondo la folla vorticosa che ondeggia e turbina, passandomi accanto sulla grande via maestra della vita. La sfrenata processione è interminabile. Giorno e notte si ode il rapido scalpiccio di migliaia di piedi. alcuni che corrono, altri che camminano , altri che si trascinano a fatica, zoppicanti; ma tutti frettolosi, tutti impazienti nella corsa febbrile, tutti che sfruttano fino all'estremo la vita, le membra, il cuore e l'anima, per raggiungere l'orizzonte del successo che sempre recede. Osservateli, mentre vi passano davanti. uomini e donne. Vecchi e giovani, eruditi e sempliciotti, belli e brutti, ricchi e poveri, felici e infelici.tutti che si affrettano, si agitano, si dibattono. Il forte spinge da parte il debole, l'astuto si insinua davanti allo stolto; chi sta dietro cerca a forza di gomiti di superare chi lo precede, chi sta davanti, mentre corre, tira calci agli inseguitori. (.) A guancia a guancia essi lottano per procedere. Urlando, imprecando e pregando, ridendo e cantando e gemendo mi passano davanti di corsa, a fianco a fianco. La loro velocità non accenna a diminuire, la gara non ha mai termine. (.) Eppure, non ostante la velocità che uccide, non ostante il sentiero sassoso, chi, all'infuori dell'ebete e dell'infingardo, può tenersi lontano dalla gara? (.) Io credo di somigliare all'irlandese che, vedendo la folla radunarsi, mandò la figlioletta per chiedere se stesse scoppiando una zuffa perché in tal caso papà ci terrebbe molto a parteciparvi. (.) "

Bell'idea, quella dell'irlandese: la zuffa per il piacere della zuffa. Nascono anche dal niente, le zuffe: la cosa veramente importante è che si scatenino, e parteciparvi somiglia molto alla ricerca del piacere fine a se stesso. Sennò, che senso avrebbe quel fare di tutto per provocarle che sembra, oggi, essere divenuto lo sport principale dei nostri politici? La zuffa come arma politica è tornata di moda, almeno nei pensieri di alcuni sconfitti alle elezioni. Certo, una zuffa in grande, nobilitata dalla qualifica di "moto di piazza", minacciato se i conteggi dei voti dovessero confermare certi sospetti e se il Presidente della Repubblica dovesse non indire nuove elezioni. Provocare il pronunciamento delle piazze è sempre stato pericoloso: a radunare una folla, si fa presto. E presto si fa anche ad arringarla, balconi o meno di mezzo. Il problema è che non sempre si riesce a controllarla. Una folla acquista in breve tempo una sua propria personalità e fa, in quanto "folla", appunto, quasi tutto ciò che, singoli, i componenti non farebbero. Per mancanza di coraggio o per educazione, ma non lo farebbero. Sopra tutto quando si tratta di affermare (veri o supposti) diritti facendo ricorso alla violenza. E "scendere in piazza" è sempre stato sinonimo di violenza. C'è tipo e tipo di violenza - dice il sofista- ed è vero. Ma quella della piazza "animata" da un qualsiasi tribuno non mi pare possa essere ritenuta tra le migliori, e neppure tra le meno peggiori. E chi la minaccia lancia in fondo un avvertimento (involontario!) preciso: sono un violento; statemi lontano. Anche perché, mi pare ovvio, il tribuno aizza la plebe a proprio favore.
M'è venuto in mente l'incipit dell'Iliade nella traduzione di Vincenzo Monti: Cantami o Diva del Pelide Achille - l'ira funesta che infiniti addusse - lutti agli Achei.
Che c'entra? Niente: sono pensieri oziosi di un ozioso. O forse no.

Il lutto degli italiani si chiama calcio e i Pelide Achille di turno hanno i nomi e le cariche più diverse. Ma una cosa hanno in comune: la consapevolezza che il compito più nobile del mondo è fabbricare danaro e rivolgerlo in gran parte a favore proprio e dei figli. O anche dei parenti più stretti e persino di qualche amico. Sempre ricordando che lo sport è una attività nobilissima, che educa i giovani e che li spinge ad esser nobili e leali e corretti e animati da un sano spirito di squadra e da una disinteressata competizione. Lo sport insegna che la vita è "un nobile gioco (cito, sempre da J.K.Jerome) .un gioco che richiede tutto il suo tatto, la sua energia, il suo coraggio.un gioco da vincere sulla lunga distanza, con l'occhio pronto e il polso sicuro, un gioco che nel suo svolgimento comprende tanti rischi e tanti imprevisti da offrire tutta la gloriosa fragranza dell'incertezza. In esso l'uomo ambizioso esulta, come il forte nuotatore tra il ribollire dei cavalloni, come l'artista nella lotta, come il soldato nella battaglia. E se è sconfitto, il forte ottiene sempre l'aspra gioia del combattimento; se non arriva tra i primi al traguardo ha pur sempre il piacere d'aver fatto una bella corsa. Meglio battersi e fallire, che dormire per tutta la vita. (.) "
Dunque, praticare uno sport- magari anche il solo aderirvi come spettacolo - è di per sé formativo. Forma alla vita. Ne consegue che i calciatori, organizzati nelle squadre di calcio; il gioco, organizzato nei campionati; le società, organizzate come imprese; le federazioni, organizzate a loro volta come multinazionali, sono il vero universo dei "maestri di vita".

E non insegniamo, noi, che nella vita quello che importa è divenire ricchi? E non insegniamo, noi, che l'economia - e quindi il fabbricare ricchezza - ha poco a che vedere con la morale, l'etica e il diritto? Che gli affari sono affari? Che bisogna cogliere l'occasione?
Qualcosa non quadra. Alcuni presidenti, direttori generali, giocatori, allenatori, arbitri e relativi parenti, amici e benefattori sono sotto accusa, pare, proprio per aver seguito gli insegnamenti sopra accennati. Hanno fatto bene il loro lavoro. E noi, invece di premiarli e, per alcuni, almeno, di proporli per una onorificenza, li mettiamo sotto accusa? Ma siamo impazziti? Hanno pensato anche ai figli, guidandoli nella strutturazione di lucrose società per la intermediazione. E, naturalmente, dando loro una mano ovunque e comunque possibile. Tutti pensano ai figli. I figli so'piezzi 'e core. Il bene dei figli suona giustificazione perenne. Tutto diviene lecito, anche aiutarli a strappare una laurea approfittando delle circostanze favorevoli, quali quella di essere, per esempio, insegnanti nella stessa scuola. Ma il concetto di "incompatibilità" non aveva, un tempo, sue proprie e precise connotazioni? Una volta, un magistrato Consigliere di Corte d'Appello non poteva esercitare la propria funzione nel distretto nel quale un figlio avesse voluto esercitare l'avvocatura. Doveva chiedere il trasferimento. Perché un professore universitario può iscrivere il figlio nella stessa università e facilitarne il cursus studiorum mettendo in moto amici e collaboratori? E perché ai presidenti delle società di calcio non deve essere imposto di dimettersi se i figli intendono operare nello stesso settore? E' ovvio che ci siano molte a valide ragioni che giustificano quanto attualmente accade, prima tra tutte quella per la quale i figli vengono prima di tutto e per i figli si fa di tutto e di più. E che il mondo del calcio non solo non fa eccezione ma, proprio perché nobilitato dalla connotazione di "valore sportivo", si è posto all'avanguardia. E lo ha fatto bene ed in grande, anche assolvendo quella missione formativa che gli è propria.

I tifosi traditi: qualcuno ha sentito il bisogno di chiamare in causa le decine di migliaia di benpensanti che, disposti a tutto pur di dimostrare l'attaccamento alla squadra, hanno pagato fior di decine di euro in biglietti e in abbonamenti e si organizzano per fare gruppo allo stadio e sostenere la squadra del cuore a suon di urla, striscioni, petardi e minacce più o meno velate agli avversari. Per non parlare delle rime baciate, espressione purissima dell'amore degli italiani per la poesia. Quale dolore hanno subito, questi candidi tifosi, nello scoprire che il responsabile ha corrotto arbitri, guardalinee e spesso giocatori pur di assicurarsi la vittoria! Ma se il desiderio - la volontà- del tifoso è che la squadra vinca, non fa bene il dirigente a battere tutte le strade possibili perché la vittoria giunga puntualmente? Ma non si insegna che il marketing consiste nel rispondere ai desideri del consumatore? E non sono, i tifosi, i "consumatori, gli utenti" del calcio? E non vogliono, i tifosi, che il presidente acquisti i migliori giocatori sul mercato? E dove pensano, i tifosi, che i presidenti trovino i soldi per accontentarli? O immaginano che il mecenatismo più puro ancora alberghi nell'animo di chi del danaro e del potere ha fatto la propria missione, e che proprio perché ha danaro e potere viene osannato?
E, di più: non sono i padri tifosi che si augurano che i figli siano innanzi tutto tifosi e poi, un giorno il più vicino possibile, emuli del campione della propria squadra?
Migliaia di famiglie, in Italia e nel mondo, sanno che l'avvenire dei figli è meglio garantito se fin da piccoli li si manda nei vivai dei calciatori. Padri e madri la pensano in questo modo. E la famiglia è il massimo, in tutti i sensi. Tanto che ciclicamente se ne torna a parlare, anche sottilmente disquisendo non solo sulle sue funzioni, anzi! Ma perché, forse che un famiglia di omosessuali non può sperare per il figlio in un luminoso avvenire di calciatore?

Che la famiglia "bisessualmente composta" (Giovannino Guareschi, Don Camillo) abbia il favore della Chiesa Cattolica e che questa la tuteli in esclusiva mi pare assolutamente legittimo e normale. Non riesco a comprendere perché una bimillenaria istituzione qual è appunto la Chiesa dovrebbe rassegnarsi ad una sorta di capitis deminutio, consistente nel non avere il diritto di sostenere le proprie idee. O, anche, di educare i propri adepti. In tutti i campi. Anche perché io penso che la funzione prima dell'unione di un uomo e di una donna - e la relativa biblica reciproca conoscenza - sia innanzitutto quella di garantire la propagazione della specie, nello spazio e nel tempo. Cosa, almeno finora, quanto meno problematica nella conoscenza di un uomo con un altro uomo e di una donna con un'altra donna. E, immagino, anche di un transessuale con un altro transessuale. E se il rapporto tra uomo e donna è il più naturale e diretto per consentire alla specie di sopravvivere, perché esso non dovrebbe essere considerato come il più importante tra i rapporti umani?
Una prima conseguenza: l'unione di un uomo e di una donna atta (l'unione) a generare figli occupa per diritto naturale il gradino più elevato della scala dei rapporti umani. Perché la sua "causa" - la propagazione della specie - è il fine ultimo più importante immaginabile. Tutto il resto è un gradino sotto.
Una seconda conseguenza: se l'ordinamento giuridico ritiene di dover prendere in considerazione questo tipo di unione, lo fa per "consentirlo", "regolarlo" e "tutelarlo", e dunque per soddisfarne i bisogni e difenderne gli interessi stabilendo diritti e doveri in vista della "causa". In pratica, per permettergli di meglio svolgere la propria funzione di cellula procreativa della società. L'ordinamento giuridico fornisce "garanzie" di sopravvivenza, sicurezza, accettazione, affermazione. In cambio, si richiede l'adesione dei soggetti attraverso una manifestazione formale. Ed ecco, allora, spuntare il matrimonio, che null'altro è se non la manifestazione dei soggetti interessati di accettare i diritti ed i doveri che sono alla base della tutela che lo Stato predispone.
L'accettazione dell'istituto non è obbligatoria, nel nostro ordinamento. Se l'uomo e la donna ritengono di volersi unire senza il vincolo del matrimonio, possono farlo. Facendolo, essi liberamente rinunziano ai diritti ed ai doveri che il matrimonio comporta.

Il che significa anche lo stabilire una gerarchia, nell'ordinamento: in testa, la famiglia legittima, formata da un uomo e da una donna che hanno accettato l'istituto matrimoniale; subito dopo, la famiglia "libera", costituita da un uomo e da una donna che hanno scelto di vivere assieme senza formalizzazioni di sorta. Quello che qui interessa è che sia la famiglia basata sul matrimonio che quella fondata su di una unione informale siano almeno in via teorica in grado di provvedere alla procreazione e dunque formate da un uomo e da una donna.
Tutto il resto è in un certo senso di secondo momento. L'amore, la passione, l'affetto, il desiderio di stare insieme, il sesso, la stima, e quanto altro, certamente importanti ed interessanti, sono fini diversi dalla causa ultima. Significa che quanto su di essi si fonda non costituendo "fine di procreazione" non dà vita alla cellula prima della società.
E le unioni omosessuali non consentono di generare figli.
Guarda caso: non si tratta di un problema "religioso" al quale opporre una teoria "laica". Non credo, almeno, che lo sia. E se lo Stato vuole che anche le coppie omosessuali abbiano la possibilità di unirsi senza formalità alcuna oppure assumersi formalmente diritti e doveri reciproci (e nei confronti della società) attraverso una contrattazione formalizzata, realizzi pure il suo progetto. E lo faccia rispettando la gerarchia delle "cause ultime" e, nell'ambito di ciascuna di queste, la gerarchia dei fini. Tra questi ultimi, i fini, quello costituito dalla educazione e dalla salvaguardia dell'equilibrio fisico e psichico dei figli appare a sua volta prioritario. Mi pare una ulteriore ottima ragione perché la tutela della famiglia "bisessualmente composta" esprima e concretizzi il massimo del riconoscimento da parte dello Stato.

E la politica si interessa alle unioni, sopra tutto in fase di campagna elettorale. Parla genericamente di famiglia, perché distinguere insistentemente ed approfonditamente può significare indebolire i richiami volta a volta ritenuti vincenti. Così come parla di unioni e di unità per meglio tutelare le diversità. Quelle proprie, innanzi tutto. Meglio rimanere nel vago: una volta vinte le elezioni, si vedrà. Che è, poi, la costante del modo di fare politica. E sembra essere, la politica, il modo principe per riuscire nel mondo. "Perciò, avanti, avanti, avanti. Avanti, signori e signore! Avanti, ragazzi e ragazze! Mostrate la vostra abilità, mettete alla prova la vostra forza; sfidate la fortuna e misurate il vostro coraggio. Avanti! Lo spettacolo non termina mai e il gioco continua senza intervalli. E' l'unico sport genuino e senza imbrogli, signori.Altamente rispettabile e strettamente morale.Frequentato dai blasonati, dal clero e dall'alta borghesia. E' stato fondato nell'anno uno, signori, e da allora è sempre fiorito!.Avanti! Avanti, signore e signori, giocate una mano! Ci sono premi per tutti e chiunque può partecipare. C'è oro per l'uomo e fama per il ragazzo; nobiltà per le fanciulle e piacere per gli sciocchi. Perciò avanti, signore e signori, avanti!.Premi per tutti e non biglietti a vuoto; perché pochi vincono, ma quanto al resto, perdinci. il piacere della caccia è il premio e la vittoria." Firmato Jerome Klapka Jerome.




*Docente di marketing presso
l'Università per Stranieri di Perugia