Giovanni Gasti, un acuto funzionario di P.S., partendo dalle embrionali ricerche
francesi e inglesi elaborò un metodo eccezionale usato poi internazionalmente
LA POLIZIA SCIENTIFICA ITALIANA:
PRIMA NEL MONDO DAL XIX SECOLO
di DONATO D’URSO
«Buon piemontese ligio al dovere». Così un contemporaneo definì Giovanni Gasti (nel libro di ROSSI, Mussolini com’era).
Era nato il 30 gennaio 1869 nel paese di Castellazzo Bormida a due passi da Alessandria, battezzato anche con i nomi di Giuseppe e Aurelio, figlio del cav. Giuseppe Gaspare (capitano dei RR.CC., medaglia d’argento al V.M., giudice conciliatore e sindaco del Comune) e di Clara Pettoleti. Intrapresi studi regolari e laureatosi in giurisprudenza, a 25 anni sposò la concittadina Maria Melania Grillo che, si legge sulla pietra tombale, «adorò il marito e ne fu ricambiata, fu felice e rese felice».
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Milano: l’interno del teatro
Diana dopo l’attentato
Giovanni Gasti apparteneva alla generazione post-risorgimentale e non poteva dunque vantare meriti patriottici, come molti di quelli che senza selezione erano stati assunti nella pubblica amministrazione. Possedeva, però, un titolo di studio universitario (si pensi che il famoso prefetto Mori ricevette la laurea honoris causa l’anno della nomina a senatore, poco prima del collocamento a riposo). Anche nel ministero dell'Interno nell’Ottocento c’era una forte presenza di settentrionali e, per capire le ragioni della scelta di Gasti di entrare in polizia, possiamo riferirci all’ambiente ma anche ad una personale disposizione. «I poliziotti nascono tali come i poeti» è stato scritto.
Tra i funzionari di Pubblica Sicurezza il grado iniziale era allora quello di Delegato, figura nata con la legge Rattazzi del 1859. Si passava poi a Vice-commissario, Commissario, Vice-questore, Questore, Ispettore generale. Entrato in ruolo nel 1893, cinque anni dopo Gasti era Vice-commissario a Roma. Dopo altri otto anni arrivò la promozione a Commissario.
La sua grande chance fu la polizia scientifica. Il francese Bertillon aveva elaborato un sistema di misurazione antropometrica applicato dopo il 1882 e basato su undici misurazioni del corpo umano. I primi studi sulle impronte digitali erano addirittura precedenti ma compiuti da un punto di vista unicamente anatomico.

Herschell, responsabile della polizia del Bengala, applicando un’usanza orientale di firmare con l’impronta del pollice, riuscì a dimostrare l’unicità e invariabilità delle impronte nello stesso individuo. L’idea fu ripresa dall’americano Galton e dall’argentino Vucetich. In Italia, Giovanni Gasti s’appassionò ai nuovi metodi di ricerca investigativa, tanto da divenire assai presto una vera autorità nel settore. Elaborò e da lui prese il nome una classifica delle impronte digitali – identificazione decadattiloscopica - adottata anche da polizie estere, compresa quella di Chicago Il metodo venne presentato al Congresso internazionale di antropologia criminale del 1906, consacrando la fama di Gasti “straordinaria figura di funzionario, ricercatore e studioso, universalmente ammirato, in Italia e all’estero, per le non comuni doti umane e per la vasta e profonda cultura giuridica e scientifica” (BUZZANCA, La Scuola superiore di polizia)..
Cominciarono corsi regolari presso la Scuola di polizia scientifica di Roma nata nel 1902 e diretta per molti anni dal medico antropologo Salvatore Ottolenghi. Presso le principali questure furono costituiti gabinetti di polizia scientifica. Incoraggiarono e assecondarono tutto ciò il ministro dell’Interno Giolitti e Francesco Leonardi, direttore generale della P.S. dal 1898 al 1911.
Giovanni Gasti venne nominato direttore del Servizio identificazione, meritato riconoscimento per chi aveva saputo cogliere, meglio di altri, l’importanza dei nuovi mezzi scientifici. Certamente fu istruttivo per lui un lungo periodo trascorso all’estero per studiare l’organizzazione della polizia nei paesi più evoluti. Insieme con Gasti, si misero allora in luce anche Adriano Zaiotti, Umberto Ellero, Emilio Saracini, Edoardo Di Domenico. La polizia scientifica italiana conquistò un posto di assoluto rilievo internazionale.

Nel 1915 arrivò per Gasti la promozione a Vice-questore ed anche la Grande Guerra, che gli offrì un’altra straordinaria opportunità. Dal settembre 1916, dopo un segreto periodo di preparazione, cominciò ad operare una struttura civile di controspionaggio, alle dirette dipendenze del direttore generale della P.S. Giacomo Vigliani. Nell’ottobre 1917 un decreto ufficializzò l’esistenza dell’Ufficio Centrale di Investigazione, la cui direzione venne affidata al funzionario nativo di Castellazzo Bormida.
La struttura, snella ma solida, era articolata in quattro sezioni, che si occupavano di anagrafe e vigilanza sugli stranieri, informazioni politiche, repressione dello spionaggio commesso da civili, indagini su reati previsti dalla legislazione eccezionale di guerra. Essenziale era poi la «revisione postale, telegrafica e telefonica» che non ha bisogno di spiegazioni. L’ufficio si avvaleva di un’estesa rete di fiduciari in Italia ed all’estero, a cominciare dalla neutrale Svizzera.
Si comprende bene quali possibilità ma anche quali rischi attendessero Gasti quale direttore di un servizio segreto. Il ministro Orlando gli diede di fatto carta bianca. Il funzionario «consacratosi alla ragion di Stato sguinzagliò le sue spie in ogni campo: politica, religione, cultura, affari e, perfino, abitudini sessuali» (PALOSCIA, I segreti del Viminale). L’attenzione maggiore la rivolse ai socialisti, ai repubblicani ed alla Santa Sede. I suoi agenti scoprirono che un prelato, Rodolfo Gerlach, appartenente all’ entourage del Papa, svolgeva attività spionistica. Venne processato e condannato all’ergastolo ma in contumacia.
Altre investigazioni riguardarono un grosso movimento di denaro tra Germania, Svizzera e Vaticano. Il sospetto era che si volesse alimentare in Italia una campagna disfattista. Qualcosa di più concreto fu scoperto sull’ex-deputato Filippo Cavallini ed il faccendiere francese Bolo Pascià: il primo aveva tenuto contatti con agenti tedeschi allo scopo di fondare un quotidiano, il secondo aveva cercato di vendere al governo italiano carbone e bovini americani servendosi delle referenze del senatore Annaratone, prefetto a riposo.

Questi affari non andarono in porto e misero nei guai i due personaggi che finirono
Finì in carcere anche il direttore dell’ Avanti! Giacinto Menotti Serrati sotto accusa per la rivolta popolare scoppiata a Torino nell’agosto 1917
sotto processo (AUGIAS, Giornali e spie).
Sul versante politico vennero arrestati il segretario ed il vice-segretario del partito socialista, Costantino Lazzari e Nicola Bombacci, accusati di disfattismo ed attività sovversiva. Finì in carcere anche il direttore dell’ Avanti! Giacinto Menotti Serrati, sotto accusa per la rivolta popolare scoppiata a Torino nell’agosto 1917 (SPRIANO, Torino operaia nella grande guerra).
Gasti dovette sostenere la concorrenza, oltre che dei servizi segreti militari, anche di una struttura civile extra ordinem: il ministro del Tesoro Nitti aveva per suo conto «organizzato presso di sé un gabinetto nero per indagini e denunzie contro i sabotatori della guerra» (CRESPI, Alla difesa dell’Italia in guerra e a Versailles). In Italia, nel campo dei servizi segreti, c’è sempre stata concorrenza e un po’ di confusione…
A Gasti venne affidata anche la direzione del Bollettino delle ricerche, pubblicato dal 1913 con cadenza settimanale. «Uno dei migliori e più intelligenti funzionari di P.S. di questo periodo» ( giudizio dello storico De Felice) raggiunse - cinquantenne - i vertici della carriera lui che, secondo Corrado Augias era un “poliziotto inusuale”.
Nel drammatico dopoguerra, Gasti venne inviato a Milano per reggere la questura, dopo l’esonero del questore Eula «vecchio ed abilissimo funzionario». Compilò allora un rapporto, storicamente importante, su Benito Mussolini, che il 23 marzo 1919 aveva fondato i Fasci di Combattimento.
Gli anni trascorsi nella capitale lombarda dal 1919 al 1922 furono i più agitati della carriera di Gasti, contrassegnati da straordinarie tensioni di piazza, sanguinosi attentati con bombe, violenze politiche quotidiane, vera guerra civile.

Eula era stato esonerato dopo i tragici avvenimenti dell’aprile 1919. Il giorno 13 l’intervento della polizia durante un comizio socialista provocò un morto e alcuni feriti. In occasione dello sciopero generale di protesta del giorno 15, dopo un comizio all’Arena una parte della folla si diresse in corteo verso il centro ma venne attaccata da alcune centinaia di arditi, futuristi, studenti del Politecnico e fascisti. Nella battaglia di strada morirono tre persone. Nel successivo assalto alla sede del quotidiano Avanti! rimase ucciso un giovane soldato e i locali furono devastati.
Nel “biennio rosso” (1919/1920) si scavò un solco incolmabile tra le forze socialiste e quelle anti-socialiste, tra le quali divenne dominante la componente fascista. La “scioperomania” conobbe aspetti paradossali e parossistici, a cominciare dallo sciopero nelle fabbriche contro l’ora legale. Gli scioperi erano “la ginnastica della rivoluzione” e se i ferrovieri si rifiutavano di trasportare soldati e carabinieri, gli agenti di custodia notificarono al Presidente del Consiglio che, se non fossero state accolte le loro richieste economiche, avrebbero liberato i detenuti. A Torino si scioperò perché il fratello di un operaio aveva fatto domanda di arruolamento in polizia.
Gasti alla fine di agosto 1919 fu nominato “de iure” questore di Milano ma, come ho detto, reggeva quell’ufficio sin da aprile. Aveva a disposizione per il mantenimento dell’ordine pubblico forze abbastanza numerose ma comunque insufficienti. I Carabinieri in tutta Italia erano ridotti a 28.000 anche a causa delle perdite in guerra e l’utilizzazione dei reparti dell’esercito era frenata dal timore che fraternizzassero con i dimostranti, come in effetti qui e là avvenne. Un documento riservato del 25 aprile 1920 diretto ai prefetti dal capo della polizia Vincenzo Quaranta affermava: “Si ha motivo di ritenere che in qualche reparto di truppa sia stata accolta idea di privare fucili delle pallottole quando vengano chiamati in servizio ordine pubblico. Nelle località dove si trovino tali reparti la sicurezza della innocuità delle armi diffusa nelle masse le renderebbe audaci e distruggerebbe possibilità resistenza. Pregasi pertanto disporre d’accordo con la autorità militare vigilanza e verifiche di sorpresa nel momento più opportuno”.

Pochi mesi dopo, in un altro telegramma riservato il sottosegretario Corradini scriveva: “Condizioni generali presenti e ragioni disciplina impongono che concorso truppa in servizio pubblica sicurezza sia richiesto soltanto in via eccezionale e quando necessità assolutamente ne sia evidente per motivi gravi e forze di polizia siano riconosciute insufficienti. In ogni caso dovrà evitarsi sempre richiesta invio piccoli distaccamenti e impiego militari isolati”.
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L’anarchico Bruno Filippi…
Nitti, succeduto ad Orlando come Presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, di fronte al deterioramento della situazione ritenne necessario adottare provvedimenti urgenti di riorganizzazione della polizia e li attuò in pochi mesi, valendosi della professionalità dei prefetti Quaranta e Flores. Nacque un corpo di agenti di investigazione addetti alla polizia criminale e un corpo militare, la “Regia guardia per la pubblica sicurezza”, destinata ad operare nei centri urbani con un organico che arrivò a 40.000 uomini. Mai la polizia italiana era stata tanto numerosa (D’URSO, Polizia italiana, in Storia in network n. 103/maggio 2005).
A Milano, Gasti ebbe a disposizione per le esigenze di ordine pubblico oltre 2.800 guardie e due battaglioni mobili di carabinieri con circa 1.500 uomini. L’importanza assunta dalla Regia guardia per la repressione dei disordini di piazza fece concentrare su di essa l’ostilità delle masse, che la vedevano esclusivamente come strumento della classe dominante. “Diamo dell’odio alle Guardie regie in cambio del piombo che ci danno” divenne una frase tristemente famosa. E Gramsci parlò di “corpo armato mercenario creato dallo Stato borghese”.
In sintesi, ricordo i fatti più gravi che in quegli anni turbarono l’ordine pubblico a Milano.
Nel luglio 1919 quando scoppiarono gravissimi moti per il caro-viveri “la polizia aveva raccolto forze sufficienti per controllare l’uragano e operò 2.200 arresti tra i bassifondi cittadini” (SALVEMINI, Le origini del fascismo in Italia).

L’estate milanese fu turbata da una serie di attentati, tutti o quasi dovuti all’iniziativa del giovane anarchico Bruno Filippi. Dapprima fece scoppiare una bomba in piazza Fontana negli uffici della Corte d’Assise, poche settimane dopo lanciò una fiala di vetriolo sull’industriale Breda e, deluso per il risultato, la sera stessa piazzò un ordigno contro la villa dell’uomo. Un’altra bomba, fortunatamente inesplosa, fu rinvenuta alla stazione centrale di Milano, seguì un attentato al palazzo del marchese e senatore Ponti. Gli obiettivi principali di Filippi erano i ricconi milanesi e, in particolare, secondo le sue stesse parole, i “pescecani” che se la spassavano nei locali alla moda. Il 7 settembre 1919 Filippi progettò un attentato in Galleria. Il pianterreno era occupato dal caffè-ristorante Biffi, al piano nobile c’era il Club dei Nobili ma lo scoppio del potente ordigno trasportato da Filippi avvenne prematuramente sul pianerottolo dell’ammezzato e dilaniò l’anarchico. Tra la montagna di detriti si rinvenne solo un piede di Filippi e il riconoscimento avvenne grazie alla scarpa (www.anarcotico.net).
Durante la campagna elettorale del novembre 1919 (per la prima volta si votava alla Camera col sistema proporzionale e fu eclatante il successo di socialisti e popolari), il fascio milanese armò squadre di pronto intervento con paga di 30 lire al giorno. A Lodi, per rappresaglia contro i massimalisti che avevano interrotto un comizio, i fascisti spararono colpi di rivoltella in un teatro, uccidendo tre persone e ferendone otto. I risultati delle urne furono però assai deludenti per Mussolini, che capeggiava la lista con il maestro Toscanini e il poeta Marinetti. Contro un corteo di socialisti che festeggiavano la loro vittoria fu lanciato un ordigno in via San Damiano ferendo una dozzina di persone, in Galleria si scontrarono gruppi contrapposti e la polizia intervenne sparando.

La questura, dopo che nella sede del comitato elettorale fascista furono sequestrate bombe a mano, pugnali e rivoltelle, arrestò Mussolini, Marinetti e altri dirigenti. Commentò il “Corriere della Sera”: «Quando Mussolini era in auge non si osava toccarlo: oggi lo si arresta perché pare meno forte. Non possiamo approvare una politica simile ispirata non dal rispetto della legge ma dall’opportunismo». Gasti non ebbe il sostegno del governo e il futuro Duce e gli altri tornarono in libertà (DE FELICE, Mussolini il rivoluzionario).
Dopo i gravi fatti avvenuti a Roma il 1° dicembre 1919 all’apertura della Camera, le
A Milano
durante gravissimi
tumulti di piazza
rimasero uccisi
tre operai
e il carabiniere
Cordola
centrali sindacali proclamarono uno sciopero generale di protesta. A Milano durante gravissimi tumulti di piazza rimasero uccisi tre operai e il carabiniere Cordola. I socialisti pretesero che fosse ritirata dal Municipio la bandiera tricolore, ufficiali in divisa vennero aggrediti e percossi e due colonnelli si difesero sparando. Per due giorni la polizia milanese faticò a controllare la situazione e in certi momenti fu impotente ad arginare la violenza.
Il 1920 s’aprì col lancio di bombe contro una caserma, deputati socialisti vennero alle mani con alcuni ufficiali in Galleria. Era uno stillicidio di bastonature, aggressioni, atti teppistici. Portare un distintivo di partito faceva rischiare una revolverata. In febbraio il prefetto Pesce decretò l’istituzione di un corpo di volontari dell’ordine che dovevano collaborare con le forze di polizia nella prevenzione e repressione dei reati. Era un’iniziativa piuttosto audace e forse anche imprevidente che suscitò una valanga di polemiche, tanto che il prefetto finì per ritirare il provvedimento di fronte alle reazioni soprattutto dei socialisti che ventilarono si volesse istituire una sorta di “guardia bianca”. In marzo due morti e sei feriti in piazza Missori, in giugno barricate e saccheggi di negozi con cinque morti.

Nella città quasi in stato d’assedio la questura impiegò le autoblindo per sedare i disordini. Durante uno dei più selvaggi episodi di violenza fu letteralmente linciato un vice-brigadiere dei Carabinieri che aveva rifiutato di cedere le armi. Gettata una bomba contro il ristorante Cova, un altro ordine scagliato da un’auto in corsa uccise un capitano dell’esercito. Un ufficiale in pieno centro fece del tiro a segno contro una bandiera rossa esposta a una finestra. In settembre occupazione delle fabbriche e un operaio fu dilaniato da una bomba all’interno della Breda.
Sotto l’aspetto morale la polizia mostrava sempre più simpatia per i fascisti, contro i comuni nemici sovversivi, sino ad arrivare all’aperta connivenza. Gaetano Salvemini ha parlato di “antibolscevismo” delle forze dell’ordine “costrette a correre da ogni parte per far cessare i disordini, insultate dai giornali e nei comizi rivoluzionari, esposte in continuazione al pericolo di essere ferite e uccise, esasperate per il frequente uso delle armi, al quale erano realmente costrette contro le folle in tumulto”.
Il questore Gasti, giudicato dal più stretto collaboratore di Nitti “tra i migliori funzionari dell’amministrazione di pubblica sicurezza” (FLORES, Eredità di guerra) ebbe il merito di salvare la propria dignità e il decoro delle forze ai suoi ordini, tenendo una condotta che, proprio per essere stata criticata dalle opposte fazioni, era evidentemente di sostanziale imparzialità. Il Popolo d’Italia parlò di zelo sfacciatamente partigiano del signor Gasti al quale così male è affidata la sicurezza dei cittadini milanesi”. Il segretario dell’associazione arditi accusava: “Perseguitare e disarmare gli arditi e lasciare che i sovversivi apprestino le armi per i loro truci scopi, per un questore è una colpa gravissima, signor Gasti nonché grande ufficiale. Socialisti poliziotti ne abbiamo conosciuti già e sono stati messi a posto”.

Ancora nel maggio 1922 il quotidiano fascista arrivò a definire Gasti “costituzionale codino con una chiara tendenza al riformismo socialista”, funzionario dal temperamento “esclusivamente giuridico”, attento solo alla obiettività formale ed alla legalità esteriore”. Il fascista Marinelli, con tono scandalizzato, scrisse: “Gasti ritiene che il fascio non rappresenti alcun valore”. Cosicché il questore di Milano era vilipeso dai fascisti che non dimenticavano l’arresto di Mussolini e di altri dirigenti del 1919 ma era anche attaccato dai socialisti che gli rimproveravano mancanza di fermezza nel contrastare lo squadrismo. E se Gasti era odiato da anarchici e comunisti che si ritenevano particolarmente perseguitati, veniva biasimato dai benpensanti per non sapere difendere Milano dalla violenza degli estremisti. Fatto sta che Gasti rimase al suo posto, mentre cambiavano ministri (Orlando, Nitti, Giolitti, Bonomi, Facta, Taddei) e prefetti (Pesce, Flores, Lusignoli). Evidentemente qualche merito doveva pure averlo.
La sera del 23 marzo 1921 il teatro Diana di Milano fu devastato da un attentato: 21 morti e oltre 200 feriti, molti dei quali con gravissime mutilazioni. Era la disperata protesta degli anarchici per la detenzione del loro leader Malatesta ma anche il tentativo di uccidere Gasti che alloggiava nello stesso corpo di fabbrica del teatro. Come scrisse Giuseppe Mariani nelle sue memorie, era stata presa in considerazione un’azione da kamikaze: uno di loro doveva recarsi direttamente nell’ufficio del questore con un pacco esplosivo. Quel piano non fu attuato e la scelta del Diana fu determinata dalla volontà di colpire anche eventuali ospiti occasionali nell’abitazione del questore. Dopo il terribile attentato, la città conobbe la violenta reazione dei fascisti e Gasti intervenne su Mussolini “per indurlo a esercitare azione moderatrice” (DE FELICE, Mussolini il fascista). Evidentemente, le autorità di polizia a quel punto non erano più in grado di imporre ai violenti il rispetto della legge.

Le indagini sulla strage, coordinate personalmente da Gasti, portarono a risultati concreti: gli autori materiali, rei confessi,
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… e il compagno di fede
Errico Malatesta
furono arrestati e condannati dopo un drammatico processo.
Nel maggio 1921 si svolsero nuove elezioni politiche in un clima di crescente violenza. Durante disordini di piazza una guardia regia ventenne fu disarmata e uccisa. Il Popolo d’Italia pubblicò l’ordine agli squadristi di perseguitare in ogni modo gli avversari. “In questo clima per un momento anche il questore Gasti perdette il controllo dei nervi, rischiando una ripetizione della farsa post-elettorale del ‘19”. Fece nuovamente arrestare importanti dirigenti fascisti ma anche quella volta il governo non lo sostenne.
Nel fatale 1922 i fascisti assunsero sempre più il controllo della situazione. In agosto durante il cosiddetto “sciopero legalitario” indetto dall’Alleanza del lavoro squadre armate affluirono a Milano dalla Lomellina e da Cremona. La forza pubblica aveva avuto l’ordine di usare le armi solo per rispondere al fuoco e quando i fascisti diedero l’assalto a palazzo Marino, sede del Comune, le guardie schierate a difesa furono facilmente travolte senza spargimento di sangue. Quella facile vittoria esaltò gli squadristi che si diressero con pessime intenzioni alla sede del quotidiano socialista. Superata la debole resistenza degli agenti di guardia, affrontarono i difensori del giornale che si erano barricati difesi da un reticolato. I morti nell’assalto furono quattro. Gasti, per evitare il peggio, contattò i capi fascisti per ottenere il rimpatrio delle squadre affluite da fuori Milano. Riferendosi ai fascisti scrisse che “la loro fiducia e baldanza è anche nutrita dal convincimento che le truppe e le forze statali per simpatia verso di essi e delle loro idealità non condurranno mai un’azione a fondo e risolutiva per mezzo delle armi”.

La soluzione era solo nella forza e la partita per lo Stato appariva ormai perduta, nonostante le buone intenzioni del ministro dell’Interno Paolino Taddei.
I giorni della marcia su Roma furono vissuti a Milano in un’atmosfera particolare, non solo perché la città era la culla del movimento fascista e il luogo da dove Mussolini manovrò ma anche perché a Milano i fascisti non riuscirono affatto a impadronirsi dei punti nevralgici, diversamente da quanto avvenne altrove.
Gasti aveva predisposto un formidabile apparato di sicurezza e all’inizio giungevano da Roma notizie di un governo deciso finalmente a fare sul serio, anche ricorrendo allo stato d’assedio. Mentre il quotidiano comunista L’Ordine Nuovo parlava di eccezionali misure di sicurezza e non segnalava nelle prime ore nessun incidente di rilievo, Il Popolo d’Italia ricorse al dileggio nei confronti di Gasti: “La Questura adottò le misure più rivelatrici di fifa. Per un raggio di trecento metri intorno a S. Fedele furono bloccate le vie e le piazze. Fifa del comm. Gasti il quale ha posto a difesa della sua propria pelle una ventina di mitragliatrici, centinaia di uomini scaglionati su una zona di più di un chilometro quadrato tutto attorno la sua residenza”. Quando gruppi armati di fascisti si presentarono ancora una volta baldanzosi dinanzi alla sede del quotidiano socialista, furono accolti dal fuoco delle guardie regie e lasciarono sul terreno morti e feriti. Tutto ciò dimostrava che gli squadristi erano invincibili solo quando li si lasciava vincere. In quelle ore drammatiche poco mancò che Mussolini finisse ammazzato da uno dei suoi, troppo nervoso, a cui sfuggì un colpo di fucile. Un battaglione di guardie regie con autoblindo fu sul punto di dare l’assalto alla sede del quotidiano fascista: forse sarebbe stata la fine della rivoluzione.

Poi da Roma arrivò la notizia che il Re non aveva firmato il decreto sullo stato d’assedio e i rivoltosi da annientare divennero a un tratto i nuovi governanti ai quali obbedire.
Mussolini, insediatosi anche come ministro dell’Interno, nel primo Consiglio di Ministri propose la nomina a prefetto di due questori: Wenzel di Cremona e Gasti. Riconoscimento di quanto da essi fatto o non fatto nei confronti del
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Il ministro degli Interni
Paolino Taddei
fascismo? In Castellazzo Bormida, l’iscrizione sulla tomba definisce Gasti “Prefetto del Regno, primo dell’era fascista”. In verità, “non si è potuto mai chiarire se i sentimenti di Gasti fossero o no favorevoli al fascismo. Esiste un suo rapporto nel quale ne parla bene; però, al tempo della marcia su Roma, fu l’unica autorità, a Milano, che si batté per la resistenza alla ribellione fascista” (FUCCI, Le polizie di Mussolini).
Dopo aver fatto parte della commissione d’inchiesta inviata a Torino per indagare sui gravissimi fatti del dicembre 1922 con il massacro di numerosi antifascisti (CARCANO, Strage a Torino), il neo-prefetto nel febbraio 1923 fu destinato a Palermo. In un rapporto riservato Gasti affermò che “elementi della mafia cercarono di infiltrarsi nelle sezioni fasciste sia anche per poter esercitare qualche influenza sulle direttive del movimento, in specie nei centri rurali ed in ogni caso per essere preventivamente e tempestivamente informati dei propositi del partito e del Governo in rapporto alla mafia”. Poi, nell’arco di due anni, traslocò a Novara, Ferrara, Trieste. Durante il periodo novarese si attirò le ire di Mussolini per avere consentito che tenesse un comizio antigovernativo il dissidente fascista Cesare Forni. Anche nel capoluogo giuliano diede prove di moderazione in una situazione di tensione e insicurezza, tanto che la stampa della minoranza slovena non mancò di rilevare che “per la prima volta in questa regione un rappresentante dello stato assume una posizione giusta, corretta e logica verso la nostra gente”.
Nel dicembre 1926 arrivò prematuramente per Gasti il collocamento a disposizione, l’anno successivo a riposo a soli 58 anni.

Il telegramma a firma del Sottosegretario Suardo recava la data del 1° settembre 1927: “Con decreto in corso V. S. è stata collocata a riposo per ragioni di servizio a decorrere dal giorno 16 settembre. D’ordine di S. E. Capo Governo Ministro dell’Interno La ringrazio dei lunghi e buoni servizi resi all’Amministrazione e che hanno reso la S. V. benemerita del paese”.
Gasti si rifugiò negli affetti familiari e curò l’edificazione della tomba di famiglia. Dettò lui stesso le epigrafi, esemplari della retorica del tempo. Su quella della madre è scritto curiosamente: “Devota al marito, sviscerata al figlio”. La morte lo raggiunse nel 1939, all’età di 70 anni.
BIBLIOGRAFIA
  • Il Ministero degli Interni: le origini del casellario politico centrale, in Le riforme crispine, di G. Tosatti - Giuffrè, Milano 1990
  • Mussolini il rivoluzionario, di R. De Felice - Einaudi, Torino 1965
  • Mussolini il fascista, di R. De Felice – Einaudi, Torino 1966
  • Le origini del fascismo in Italia, di G. Salvemini – Feltrinelli, Milano 1975
  • Storia della rivoluzione fascista, di G. A. Chiurco – Il Borghese, Milano 1973
  • L’attentato al Diana. Processo agli anarchici nell’Assise di Milano - Napoleone, Roma 1973
  • La testimonianza resa dal Grand’Uff. Giovanni Gasti questore di Milano nel processo per l’eccidio al Teatro Diana - Milano 1922
  • Memorie di un ex-terrorista, di G. Mariani - Torino 1953
  • I segreti della polizia, di G. Rizzo – Rizzoli, Milano 1953
  • Anarchici e questori, di A. Coletti – Marsilio, Padova 1971
  • Le polizie di Mussolini, di F. Fucci – Mursia, Milano 1985
  • Governi, alte cariche dello stato, alti magistrati e prefetti del regno d’Italia, M. Missori – Archivi di Stato, Roma 1989
  • Polizia italiana, di D. D’Urso – Storia in network, n. 103, maggio 2005