LE ORIGINI DEL LIBERALISMO –Il lungo percorso storico di una dottrina
che condusse l’Occidente verso la democrazia. Con molte correzioni di rotta
I GRANDI PRINCIPI DI LIBERTÀ
GIÀ NELLA MAGNA CHARTA DEL 1215
(Seconda Parte)
di FERRUCCIO GATTUSO
Con il cristianesimo delle origini, l’uomo si fa completamente soggetto, persona autonoma che dispone di sè e del proprio rapporto con gli altri: l’indipendenza dell’individuo è quindi per la prima volta realmente conquistata. Nei secoli seguenti, il primato dell’individuo vedrà radicarsi attraverso movimenti culturali e conquiste politiche: tra queste ultime, senza dubbio, il principio dell’habeas corpus contenuto nella Magna
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Bénjamin Constant
Charta firmata il 15 giugno 1215 da Giovanni Senza Terra, supplente sul trono d’Inghilterra di Riccardo III. In questo storico documento, per la prima volta, l’individuo conquista dei diritti insiti nella propria persona. Sono, questi, diritti inviolabili, sui quali nemmeno il re può esercitare il proprio dominio. Particolarmente importante, il punto 29 dei 30 che compongono la Magna Charta, che così recita: “Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua dipendenza, della sua libertà o libere usanze, messo fuori della legge, esiliato, molestato in nessuna maniera, e noi non metteremo né faremo mettere la mano su lui, se non in virtù di un giudizio legale dei suoi pari e secondo la legge del paese”.
Il principio dell’autonomia del singolo dal potere - un cardine della cultura democratica e liberale anglosassone - nasce esattamente da qui. I secoli XIII e XIV, infatti, costituiscono in tutta Europa, ma soprattutto in Inghilterra, un’epoca di cerniera durante la quale cambiamenti sociali e culturali conducono a una nuova concezione dell’individuo come protagonista visibile della società.
Grandi movimenti culturali, estetici, filosofici e religiosi come l’Umanesimo, il Rinascimento e la Riforma protestante scandiranno nei secoli a venire l’inesorabile evoluzione dell’individualismo: l’uomo conquista il centro dell’Universo, nonché il diritto ad emanciparsi dalla tradizione collettiva, dal gruppo e dalle gerarchie, dell’ordine naturale così come religiose.

Al senso di autonomia che deriva all’individuo dall’assorbimento secolare del cristianesimo, si devono aggiungere la crescente complessità della vita sociale e una prima rivoluzione tecnologica, che porta all’individuo più responsabilità e più libertà. Per fare due esempi illuminanti, l’invenzione dell’orologio permette al singolo di poter gestire il proprio tempo e di sincronizzarlo liberamente, e a distanza, con i propri simili, mentre l’invenzione della stampa favorisce il rito supremo dell’individualismo: la lettura. Dalla stampa e da una maggiore facilità di accesso ai testi da parte di ogni individuo (esempio più clamoroso, la Bibbia: sarà una delle battaglie simboliche di Martin Lutero e della Riforma protestante la possibilità del singolo di leggere e interpretare i testi sacri) derivano un libero scambio di idee e, quindi, di critica. Con Lutero, e ancor più con Calvino, l’uomo assume davanti a Dio la piena responsabilità della salvezza personale, anche se “a prezzo - scrive Alain Laurent - di una ipertrofia del senso di colpa che, attraverso l’ascetismo puritano, impregnerà fortemente di sè anche l’individualismo anglosassone”. Contemporaneamente, lo sviluppo di un libero mercato e la nascita dei primi istituti bancari porta a un analogo sviluppo della proprietà privata. Con il Rinascimento e la Riforma, l’uomo - che fosse lo straordinario artista capace di creare opere mirabili e una estetica personale, si pensi a Leonardo, Michelangelo, Raffaello, o al semplice individuo del quotidiano - guadagna una inaudita coscienza di sè e delle proprie capacità. Nasce, con mille difficoltà ma sempre maggiore autoconsapevolezza, un nuovo tipo di uomo capace di dire “io”, pensarsi come sovrano di un piccolo mondo personale.

Un secolo più tardi, nella letteratura l’uso della prima persona singolare irromperà nelle parole di William Shakespeare: sul palcoscenico, i suoi personaggi si fanno singoli, eroi individuali che si pensano come “io”. Ne “La civiltà del Rinascimento in Italia”, lo storico svizzero Jakob Burckhardt individua come perno di una rivoluzione l’Uomo singolare, da identificare come l’artista (che comincia a firmare le proprie opere e afferma così il diritto di pensarsi come libero creatore) e come il “banchiere lombardo”, che agisce con audacia e senso dell’intraprendenza nelle città dell’Italia del nord. L’intellettuale ebreo francese Jacques Attali, invece, vede in una data precisa - il 1492 - la “nascita dell’individuo”. Cristoforo Colombo è il simbolo dell’avventuriero e dello scopritore, dell’uomo che viaggia seguendo, fuori dalla strada segnata, un sogno personale fino ai confini del mondo. Lo scopritore, secondo Attali, è la figura che, insieme al matematico, l’artista, il mercante e il filosofo, segna l’esaltazione dell’individuo.
A cavallo tra XVI e XVII secolo, il sentimento individualista si sviluppa in modo sensibile: Montaigne può essere visto come uno dei primi grandi individualisti, consci di esserlo: “La cosa più grande che si può fare al mondo – scrive nei suoi “Saggi” (1580) – è saper essere di se stessi. […] Tutti guardano davanti a sé, io guardo dentro di me; ho a che fare soltanto con me stesso , mi osservo senza posa, mi controllo, mi gusto”. Nei primi decenni del secolo successivo, l’uso del termine “individuo” comincia a indicare chiaramente l’essere nella sua singolarità. Nel 1637, uno “slogan” indimenticabile viene enunciato dal filosofo Cartesio nel suo “Discorso sul metodo”: cogito, ergo sum. È – come ha sostenuto il filosofo francese contemporaneo André Glucksman, “l’atto della nascita filosofica degli individui sovrani”.

Il soggetto pensante si fa indipendente dal mondo e dagli altri, una percezione che porterà ad eccessi come il solipsismo teorizzato dal Marchese de Sade, dove questa logica di separatezza dell’individuo dal “tutto” (società, ma non solo) raggiunge un egoismo parossistico: l’individuo si vota esclusivamente ai propri interessi e ai propri piaceri. Tutto ciò che ostacola il godimento egoistico va quindi rimosso. “Nessun essere ha il diritto dispotico di sottomettermi a ciò che dice o pensa – scrive de Sade in “La storia di Juliette” – Non esiste nessuno sulla terra che possa arrogarsi il diritto di punirmi”.

L’individualismo liberale
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Renato Cartesio
Nel mondo anglosassone, nasce nel XVII secolo un tipo di individualismo differente da quello continentale: il diritto di proprietà, l’espansione del libero mercato, i diritti individuali possono essere visti – secondo la ben nota teoria espressa da Max Weber nella sua celebre opera “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” – come figli della Riforma. Lontano dal “conservatorismo” gerarchico cattolico, dunque, l’individuo acquistava uno spazio di libertà mai sperimentato prima. Teoria, quella di Weber, ultimamente confutata da alcuni teorici cattolici, ma che indubbiamente contiene in sé indiscutibili elementi di verità. Nel 1640, in Inghilterra si registra la prima corrente ideologica che esalta l’individuo attraverso il diritto naturale di proprietà: sono i “livellatori”. Il leader dei “livellatori”, Richard Overton, così scrive in “Arrow Against All Tyrants” (1646): “Ad ogni essere vivente è naturalmente data una proprietà individuale che nessuno ha il diritto di violare od usurpare, poiché io sono io in virtù del mio essere proprietario di tale io. […] Ogni uomo, infatti, è per natura, re, prete e profeta nei limiti del proprio orizzonte naturale, e nessuno ha il diritto di dividerli con lui senza il suo libero consenso e delega: questo è il suo diritto e la sua libertà naturale”.

“La rivoluzione individualista dell’epoca moderna – spiega Alain Laurent in “Storia dell’individualismo” – è pressoché tutta qui, in questo manifesto che lega insieme l’affermazione della sovranità di ognuno e la costituzione di un nuovo modello di vincolo sociale”. Dove, cioè, la libertà di ciascuno non deve inficiare quella dei suoi simili. Quarant’anni dopo, le conquiste della “Glorious Revolution”, il “Bill Of Rights” (la dichiarazione delle libertà del parlamento e dei diritti del cittadino approvata dal Parlamento inglese nel 1689, con i quali le camere stabilivano limiti al potere assoluto del Re), insieme a un’opera fondamentale come il “Secondo trattato del governo” (1690) di John Locke (“libertà incontrollabile di disporre della propria persona […] ognuno ha la proprietà della propria persona […] l’individuo è signore assoluto della propria persona e dei propri possessi”), posero dei paletti imprescindibili per l’affermazione del concetto di libertà individuale.
Si deve a Locke la tessitura di quel filo rosso che coniuga libertà individuale, liberalismo politico e liberismo economico. Una “staffetta” filosofica, quella di Locke, che verrà raccolta mirabilmente da Adam Smith nel secolo successivo: Smith vede nel principio della “mano invisibile” del mercato e nell’amore di sé gli elementi capaci di portare vantaggi personali e collettivi a un tempo. La ricerca edonistica del vantaggio privato viene a produrre, in definitiva, un utile per gli altri. L’individualismo si trasforma così nella condotta di vita migliore, anzi viene definito come il solo genere di vita conforme alla natura umana, e allo stesso tempo favorevole a uno sviluppo armonico della società.

Teorie, queste, che riceveranno definitiva consacrazione in testi sacri del liberalismo come le omonime opere dal titolo “Liberalismo” di Ludwig Von Mises e Frederich Von Hayek, due giganti della scuola liberale austriaca.
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Cristoforo Colombo
“L’uomo – scrive Adam Smith in “La ricchezza delle nazioni” – ha quasi continuamente bisogno dell’aiuto dei suoi simili e invano può aspettarselo dalla loro sola benevolenza. Egli sarà più certo di riuscirci se farà leva sul loro interesse personale e se li persuaderà che il loro stesso vantaggio impone ciò che egli vuole da loro. È ciò che fa chi propone ad un altro un qualunque negozio”. L’interesse, dunque, si fa scintilla benevola – diremmo addirittura etica – dell’organizzazione sociale. Un concetto, questo, che fatica ancora oggi (pur essendo un cardine del pensiero liberale e un ingranaggio imprescindibile del sistema del libero mercato) a perforare la diffidenza culturale in molti paesi, come l’Italia, dove le maggiori correnti filosofiche del cattolicesimo e del marxismo hanno sempre visto nel ricavo di un utile personale una sorta di “peccato originale”. La presenza di un interesse personale in un’azione dagli oggettivi vantaggi collettivi, dunque, porterebbe con sé una sorta di “macchia”. La straordinaria rivoluzione filosofica del liberalismo, invece, è quella che vede nella natura individualista dell’Uomo la molla per produrre un vantaggio sociale. Ecco perché, come teorizza Von Mises, dal riconoscimento della proprietà privata provengono, in un virtuoso effetto domino, tutte le altre libertà. Questo stesso discorso troverà un’impeccabile consacrazione un secolo dopo, nelle parole di un pensatore come Fréderic Bastiat, il quale in “Armonie economiche” (1851) afferma:

“Proprio quando sono mossi dal proprio interesse, gli uomini cercano di avvicinarsi, di combinare gli sforzi, di lavorare gli uni per gli altri, di rendersi servizi reciproci, di associarsi. Non sarebbe esatto dire che essi agiscono così malgrado il personale interesse; no, agiscono così per interesse personale. L’individualismo dunque rende compiuta quell’opera che i sentimentalisti del nostro tempo vorrebbero affidare alla fratellanza, all’abnegazione o a non so quale altro nobile contrario dell’amore di sé”.

L’Illuminismo
Il XVIII secolo si fa teatro, nell’Europa continentale, di una vera e propria “rivoluzione del concetto di individuo”: dopo il successo filosofico dell’individualismo in terra britannica, esso approda nel Vecchio Continente grazie all’Illuminismo. Lo straordinario sviluppo urbano contribuisce all’avvento dell’individuo e del sentimento privato: le città attraggono l’individuo, si rivolgono ad esso e, a differenza della vita comunitaria e familiare della campagna, offrono opportunità adatte al singolo. Nei grandi conglomerati che, proprio in quel periodo, si trasformano e ingigantiscono - città come Londra, Parigi, Vienna, Milano, Amsterdam – gli individui progressivamente si allontanano dai vincoli familiari e sociali della campagna, acquistano mobilità. Contemporaneamente, la filosofia illuminista sviluppa una critica serrata ai capisaldi della religione, contribuendo a portare il credo in una sfera individuale e privata più che comunitaria. Insomma, l’alleanza strategica e atavica tra trono e altare vacilla, a favore di una maggiore libertà individuale.

La pietra angolare che, nell’agosto 1789, viene posta in Europa dai costituenti francesi, e cioè la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, è in definitiva l’approdo simbolico di una rivoluzione già in atto da parecchi decenni. Ma che in Francia esplode con una virulenza maggiore rispetto alla realtà britannica. “Infatti – spiega Alain Laurent – al contrario dell’Inghilterra, dove […] la transizione dall’olismo all’individualismo avviene in modo graduale e non conflittuale, l’emancipazione borghese dell’individuo in Francia urta contro il peso della tradizione religiosa (cattolica) e delle vivaci resistenze politiche. Di qui la violenta e lunga crisi rivoluzionaria della fine del secolo in cui il trionfo dell’individuo e dei suoi diritti fondamentali è profondamente ambiguo, compromesso com’è dalla concezione statalista e nazionalitaria della società civile”. In parole povere, se il Vecchio Continente avesse guardato più alle rivoluzioni anglosassoni (inglese e americana) che a quella francese, il liberalismo e l’individualismo antistatalista avrebbero oggi radici ben più salde.

1800: romanticismo in letteratura, individualismo in filosofia
In reazione e polemica con l’Illuminismo, il Romanticismo mantenne di esso la fiducia nell’individuo, negli ideali di libertà e giustizia, ma rifiutò il suo esasperato razionalismo e il suo dogmatico ottimismo scientifico. Si potrebbe dire che se l’epoca illuminista aveva finito per
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Friedrich Nietzsche
assumere gli algidi tratti di Robespierre, l’Incorruttibile, quella romantica si proponeva di sfoggiare quelli malinconici di uno Shelley, passionali di un Lord Byron, irruenti di un Beethoven. Le delusioni politiche (il Terrore che aveva tradito gli ideali rivoluzionari, il cesarismo di Napoleone, la reazione del Congresso di Vienna) avevano contribuito ad accantonare i furori nella costruzione di una “società perfetta”. Il materialismo scientifico dell’Illuminismo cede il passo, nella sensibilità generale e nell’estetica, a uno spiritualismo individualista: se la Ragione e l’egualitarismo appiattivano socialmente gli esseri umani, lo Spirito rendeva ciascun individuo un essere irripetibile.
È questa la stagione in cui l’individuo enuncia il desiderio di affermarsi attraverso le proprie idee: idee politiche (ad esempio, l’autodeterminazione dei popoli e il mito della nazione, che porta alle lotte risorgimentali), idee di vita privata (il rifiuto di obbedire alle imposizioni della religione e degli interessi familiari, ad esempio nei matrimoni: l’unione basata sull’amore guadagna per la prima volta prestigio sociale), idee nell’arte (l’artista si svincola dai canoni dell’opinione comune, e affronta la creazione senza regole precise).
Per la prima volta il termine “individualismo” appare tra il 1820 e il 1830, usato dagli avversari francesi dell’evoluzione politica in corso: sono i controrivoluzionari come J. De Maistre a ricorrervi, in accezione negativa- Nel decennio successivo entra nel vocabolario comune e appare sempre più frequentemente sulla stampa.

Dalla metà del XIX secolo – soprattutto negli Stati Uniti – il termine “individualismo” perde, perlomeno fuori dai confini europei e in primis negli Stati Uniti, l’accezione negativa, facendosi concetto neutro o positivo. L’anello di congiunzione tra Nuovo Mondo ed Europa, per la percezione positiva del concetto di individualismo, è Alexis de Tocqueville, per il quale comunque esso non deve sfociare mai nel ripiegamento passivo e conformista in un’isola privata. La voce dell’individualismo più forte di questo periodo è senza dubbio Benjamin Costant, tra i primi a vedere nella “ricerca della felicità” individuale e nell’indipendenza il valore supremo in grado di cambiare in meglio la società. La sua opera “Discorso sulla libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni” esalta “la nostra libertà […] L’indipendenza individuale è il primo dei bisogni dei moderni. Di conseguenza non si deve mai chiederne il sacrificio per istituire la libertà politica. […] chiedere ai popoli dei nostri giorni di sacrificare, come quelli di un tempo, la totalità della propria libertà individuale alla propria libertà politica, è il mezzo sicuro per distaccarli dall’una; e quando ciò sarà avvenuto non si tarderà a strappar loro anche l’altra”. Un’analisi stupefacente, questa, per il periodo storico in cui è stata formulata (l’opera nacque da un discorso tenuto all’Università di Parigi nel 1819): basterebbe questa manciata di righe, infatti, come ammonimento, non ascoltato purtroppo, ai millenarismi totalitari nazista e comunista, pronti a sostenere la necessità storica della sofferenza dell’individuo nel presente, per ottenere in futuro una società perfetta, un “uomo nuovo”, una “razza nuova”. Dieci anni dopo, nel 1829, nell’opera “Letteratura e politica”, Constant pronuncerà parole che sono autentiche gemme del liberalismo: “[…] ho difeso per quarant’anni lo stesso principio, libertà in tutto, in religione, in filosofia, in letteratura, nell’industria, in politica: e per libertà intendo il trionfo dell’individualità tanto sull’autorità che vorrebbe governare con il dispotismo quanto sulle masse che reclamano il diritto di asservire la minoranza alla maggioranza”.

Il mito del liberalismo, qui, si alza più in alto di quello della democrazia, evocando la grande sfida ideale del Novecento, tra mito liberale e mito democratico, in definitiva tra libertà e uguaglianza. La destra liberale sentirà come prioritaria la prima, la sinistra democratica invece la seconda. E della “tirannia della maggioranza” scrive anche John Stuart Mill: questa minaccia ne evoca altre, come “il potere delle masse”, “il peso dell’opinione collettiva”, “il dispotismo del costume”, volti simili a quella minaccia suprema che è l’intrusione del governo e dello stato nella sfera individuale. Nel 1849, un altro grande teorico dell’individualismo – Herbert Spencer – realizzerà un’opera dal titolo
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Nietzsche visto dal pittore Munch
emblematico: “L’individuo contro lo Stato”, Spencer alza alto il monito a non sottovalutare il pericolo dell’intrusione statalista, spesso in nome di una supposta “giustizia sociale”. “Più cresce l’intervento dello stato – scrive Spencer – più si diffonde tra i cittadini la nozione che tutto deve essere fatto per loro e niente attraverso di loro”. Un concetto che rivive quasi specularmente nella celeberrima invocazione del presidente americano John Fitzgerald Kennedy, più di un secolo dopo: “Non chiederti cosa il tuo paese possa fare per te, ma cosa tu possa fare per il tuo paese”. Più o meno nello stesso periodo de “L’individuo contro lo Stato” di Spencer, Pierre Joseph Proudohn, dopo le iniziali infatuazioni per l’anarchismo e la delusione nei confronti del socialismo ottocentesco, scrive in “Teoria della proprietà” (un’opera uscita postuma): “Combattere l’individualismo come nemico della libertà e dell’uguaglianza, come si era immaginato nel 1848, non vuol dire fondare la libertà, che è essenzialmente, per non dire esclusivamente, individualista; non vuol dire creare l’associazione che si compone unicamente di individui, vuole dire piuttosto ritornare al comunismo barbarico e al servaggio feudale, vuol dire uccidere insieme la società e le persone”.

Verso la fine del secolo, anche penne “progressiste”, come quella di Oscar Wilde (in “L’anima dell’uomo sotto il socialismo”, del 1891), si sposteranno verso questa visione dell’individualismo, raffreddando il loro amore prioritario è per l’eguaglianza: Wilde nell’opera succitata afferma che “l’unica evoluzione è quella verso l’individualismo” e che “l’individualismo è ciò che vogliamo raggiungere attraverso il socialismo”. Parole rievocate in parte da un altro grande socialista, Èmile Durkheim: “Bisogna mostrare che l’individualismo – scrive in una lettera del 1898 – qualunque cosa faccia è il nostro solo fine collettivo; che lungi dal disperderci è il solo centro di collegamento possibile; che era già tutto il contenuto positivo, tutto il bene acquisito, reale e duraturo, del Cristianesimo […], che l’individualismo, ben inteso, non è l’egoismo ma la pietà e la simpatia dell’uomo per l’uomo”. Non potrebbero esistere parole migliori come arringa in difesa dell’individualismo e delle radici cristiane dell’individualismo come concetto positivo nel mondo occidentale. E, paradossalmente, vengono da un socialista, non da un liberale.

L’individualismo ai suoi confini
Di tutt’altra pasta è, invece l’individualismo che prende forma nelle enunciazioni di alcuni grandi teorici ottocenteschi come Max Stirner, Friedrich Nietzsche e George Palante. L’individualismo viene, secondo la loro visione, spinto agli estremi confini, per il semplice fatto che solo così esso può essere veramente considerarsi riuscito. L’individualismo si trasforma così nel fantasma temuto proprio dagli anti-individualisti: solipsismo, egoismo, volontà di potenza, culto del più forte. Si tratta di un estremismo asociale che vede nel liberalismo e nel socialismo due facce della stessa medaglia, due strumenti con cui la società illude di dare libertà al singolo, ma lo rende ancora più schiavo. Il socialismo democratico porta così conformismo e massificazione, il liberalismo economico e la piatta legge del mercato rende gli uomini gli uni dipendenti dagli altri, omologandoli in una progressiva spersonalizzazione. “L’unico e la sua proprietà” (1844) di Stirner definisce come mortali nemici dell’individuo “l’umanità”, il “popolo”, la “nazione”, la “società” , lo “stato”, entità astratte che minacciano l’unica realtà, cioè l’io. Quanto a Nietzsche, il suo “superomismo” rappresenta il compimento perfetto e senza compromessi dell’esaltazione dell’individuo: il Superuomo è padrone assoluto di sé stesso, la sua “volontà di potenza” è un’affermazione di sé senza limiti. Per Nietzsche “l’istinto altruista è un ostacolo al riconoscimento dell’individuo, egli vuole vedere nell’altro il nostro uguale o renderlo tale. Vedo nella tendenza statale e sociale un impedimento all’individuazione, un’elaborazione dell’homo communis”. Nel 1909, invece, Palante scrive in “La sensibilità individualista” che questa “entra inevitabilmente in conflitto con la società nella quale si sviluppa.
La tendenza di quest’ultima – […] è quella di ridurre […] l’unicità con il conformismo, la spontaneità con la disciplina […] L’individualismo è un pessimismo sociale, una diffidenza ragionata nei confronti di qualsiasi organizzazione sociale”.

Il XX secolo: i totalitarismi anti-individualisti
La reazione all’individualismo ottiene la sua vittoria più grande nel XX secolo, con l’affermazione del comunismo, del fascismo e del nazismo. L’anti-individualismo ha radici più antiche: basti pensare ai massimalisti del regime del Terrore in Francia, a tal punto fanatici in senso anti-individualista da pensare alla ghigliottina come patibolo “unico” cui si ricorre per giustiziare il singolo: non ci furono mai, infatti, esecuzioni in massa tramite questo strumento. La ghigliottina, da “braccio del popolo”, doveva colpire ogni singolo individuo che tradiva la Rivoluzione e la “Volontà generale”. Così come meritano di essere citate le posizioni di teorici del socialismo utopistico francese come Louis Blanc, Ètienne Cabet, Alphonse de Lamartine (“l’odioso individualismo”), Auguste Blanqui “”L’individualismo è l’inferno degli individui”), o il Marx de “La questione ebraica” (1843), e il Mikhail Bakunin di “La guerra e la Comune” (1870).
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Martin Lutero
Ciò nonostante, è con la potenza ideologica (tecnologica, non va dimenticato) dei totalitarismi rosso e nero che la violenza sull’individuo diventa completa: l’individuo deve subordinarsi al “tutto” in modo completo. E il “tutto” è il popolo, la razza, lo stato-nazione, lo stato-partito. Il singolo deve essere completamente assorbito dalla massa. In “Il fascismo” (1929), Benito Mussolini è addirittura limpido nell’esposizione dei suoi propositi: “Per il fascismo – scrive – il mondo non è quello materiale che appare in superficie, dove l’uomo è un individuo isolato da tutti gli altri, chiuso in sé e governato da una legge naturale, che istintivamente, lo spinge a vivere una vita di piacere. […] Il principio per cui la società esiste per il benessere e la libertà degli individui che la compongono, non sembra conforme ai piani della natura […] Se il XIX secolo è stato il secolo dell’individuo (liberalismo significa individualismo) si può pensare che il secolo attuale sia il secolo del collettivo”.

In Francia, i nemici dell’individualismo si raccolgono sotto le bandiere di Petain: ultra-nazionalisti e cattolici iper-tradizionalisti, desiderosi di restaurare dall’alto l’ordine comunitario e religioso del passato. Un analoga atmosfera culturale si realizza nella Spagna franchista: ordine morale repressivo, supremazia della famiglia patriarcale, religione di stato. Organizzazione corporativa della società, sistema politico autoritario. Petain invocherà nel 1941 “l’eliminazione dell’individualismo distruttore. Distruttore della famiglia di cui allenta e spezza i vincoli, distruttore del lavoro nei confronti del quale proclama il diritto all’ozio, distruttore della patria della quale scuote la coesione quando ne dissolve l’unità”. Con la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, l’anti-individualismo reazionario – screditato dalla storia - travaserà le proprie energie nell’anti-individualismo progressista, egualmente nemico del liberalismo individualista “borghese”.
Il mito collettivista comunista, però, è da sempre nemico dell’individualismo: a cominciare dalla negazione della proprietà privata, per proseguire con il mito statalista e i ben noti eccessi di ogni regime comunista (dalle divise maoiste, ai deliri egualitaristi nella Cambogia di Pol Pot). Acerrimo nemico dell’individualismo è Antonio Gramsci, che parla di “individualismo piccolo-borghese”, esalta “l’intellettuale organico”, il “lavoratore collettivo”.
Sono, quelli, gli anni (1930-40) in cui l’individualismo sembra conoscere una fase di debolezza anche nella terra prediletta, gli Stati Uniti: la crisi economica, l’epoca di Franklin Delano Roosevelt e del Welfare State, degli ambienti intellettuali tentati dal marxismo. Con la fine della Seconda guerra mondiale e la vittoria sul nazifascimo, però, il sistema americano e la bandiera dell’individualismo riottengono vigore, in previsione dello scontro titanico con il collettivismo e la pianificazione economica sovietici.

L’America, raccolta ai grandi pensatori liberali della scuola austriaca (di cui abbiamo parlato nella prima puntata), isserà nuovamente la bandiera dell’individualismo. Come scrive Karl Popper nel suo imprescindibile “La società aperta e i suoi nemici”, “La confusione dell’individualismo con l’egoismo consente di condannarlo in nome dei sentimenti umanisti e di far appello a questi stessi sentimenti per difendere il collettivismo. Attaccando infatti l’egoismo sono sotto tiro i diritti dell’individuo”. Un altro grande austriaco Friedrich Von Hayek, scrive in “Verso la schiavitù”: L’individualismo di cui parliamo per opporlo al socialismo e a tutte le altre forme di collettivismo non ha necessariamente rapporto con l’egoismo. […] Riconoscere l’individuo come giudice supremo dei propri fini, ritenere che, nei limiti del possibile, sono le sue opinioni a dover governare i suoi atti, questa è la sostanza dell’individualismo”.
A questa concezione, portata alle estreme conseguenze, si rifanno, dalla fine degli anni Sessanta fino ad oggi, i cosiddetti “libertari” americani, che vedono nelle teorie economiche di Milton Friedman e filosofiche di Robert Nozick i fondamenti del proprio individualismo: rifiuto in toto dello statalismo, organizzazione completamente privata della società, anarco-capitalismo. Secondo questo sistema di idee, l’individuo è l’esclusivo proprietario del proprio corpo e del proprio ingegno, e di questi può usufruire in uno scambio volontario con gli altri (ultimamente in America alcuni opinionisti libertari arrivano a considerare come legittima la vendita di proprie parti del corpo!). Per evitare questo declino individualista forse è il caso di ricorrere a quella magica ricetta della cultura anglosassone che è il “common sense”, il buon senso comune.

Per finire, e come monito a chi è pronto a dimenticare le radici del mondo occidentale, annacquandole in un relativismo suicida, e invocando una diffidenza tra Europa e America incubante un virus guerrafondaio, bastino le parole di un “individualista di sinistra” come il francese Max Gallo: che – ne “La Troisième alliance” – scrive: “Ciò che di fatto unisce le due sponde dell’oceano, e fonda la civiltà occidentale, è la nozione di individuo. In essa batte il cuore della nostra comunità culturale e il ritmo della storia europea. Va da sé che il concetto di individualismo è legato a quello della libertà. Esso porta ad affermare la preminenza del diritto dell’individuo e quindi implica quella concezione dell’uomo che ha trovato espressione nei diritti dell’uomo e del cittadino”.
(2 - Fine)
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BIBLIOGRAFIA
  • Storia dell’individualismo, di Alain Laurent - Universale Paperbacks Il Mulino, 1994, pp.134
  • Liberalismo, di Ludwig Von Mises - La Biblioteca di Libero, 2005, pp.220
  • Liberalismo, di Friedrich A. Von Hayek - Ideazione Editrice, 1996, pp.105
  • Storia della libertà, di Lord Acton - Ideazione Editrice, 1999, pp.259