IL LIBRO DEL MESE - Una recente ricerca storica di Carlo S. Capogreco
ha investigato su un fatto approssimativamente noto ma finora poco studiato
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IL SISTEMA DEL REGIME FASCISTA
PER LA REPRESSIONE DEL DISSENSO
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In un recente saggio storico lo studioso cosentino Carlo Spartaco Capogreco approfondisce un fatto noto ma finora poco studiato, l'esistenza cioè anche in Italia di una forma organizzata di repressione del dissenso, una macchina burocratica ben strutturata fatta di campi di internamento, di concentramento, di tribunali e fantomatici processi imbastiti ad hoc per giudicare crimini inesistenti.
Tuttavia, anche per opportunità politica, per anni la vicenda del confino politico, arma alla quale il regime fascista ricorse sempre più nel triennio 1940-1943, risulta essere stata manipolata e riscritta a seconda di tempi e circostanze, anche nel tentativo di rivalutare certi aspetti del regime dittatoriale italiano.
Ne I campi del duce. L'internamento civile nell'Italia fascista (1940-1943) (Torino, Einaudi, 2006, prima edizione 2004) Spartaco Capogreco ricostruisce una mappatura dei luoghi che tra il 1940 e il 1943 svolsero la funzione di campi di concentramento fascisti per ebrei, stranieri, zingari, stranieri delle zone occupate, omosessuali (in questo ultimo caso la condanna al confino era giustificata dalla necessita' di arginare l'immoralita' e la devianza sessuale al fine di salvaguardare la salute pubblica).
Scopriamo cosi' che Gonars, Melada, Arbe, Ponza, Tremiti non sono solo nomi di cittadine e isole del Bel Paese ma nel triennio suddetto svolsero la funzione di campi di internamento.
Studiare il Passato anche attraverso i luoghi è dunque un'operazione possibile. E spesso anche terribile se è vero che molto di quel Passato, accuratamente insabbiato all'epoca anche da buona parte della stampa connivente con la dittatura fascista, appartiene a una pagina poco gloriosa della storia italiana.
L'istituto concentrazionario non fu un aspetto ascrivibile esclusivamente all'esperienza nazista ma costituì uno degli elementi chiave attraverso cui la dittatura fascista organizzò la repressione dei dissidenti.
Il volume si propone innanzitutto come un saggio storico a uso e consumo anche del lettore meno avvertito, una sorta di guida che fornisce una mappatura storico-geografica dei campi fascisti. Un'indagine unica che mancava e che apre nuovi orizzonti nella ricerca, se è vero che l'internamento civile fascista è fenomeno ancora troppo poco investigato dalla storiografia. L'autore tenta di spiegare cosa fu e come funzionò l'internamento in Italia e nelle regioni jugoslave annesse, praticato su civili italiani e stranieri, soprattutto jugoslavi.
Una prima riflessione si impone: considerare il triennio '40-'43 non è un caso se è vero che l'internamento del periodo regio è quello meno conosciuto e che di internamento civile fascista nel senso proprio è corretto parlare solo per questo periodo.
In quest'ottica l'8 settembre 1943 costituisce un punto di non ritorno. L'Italia del dopo non fu più quella di prima né era pensabile un ritorno al passato: la deportazione e l'internamento tipici del periodo repubblichino e collaborazionista furono dunque altra cosa.
Il saggio tuttavia è più che una rievocazione di un periodo poco noto, e si presenta anche come una denuncia e una riflessione sull'esistenza anche in Italia di un'epurazione fascista compiuta contro ogni forma di opposizione al regime o, meglio, contro ogni semplice sospetto di cospirazione. Alla pratica del confino, infatti, si ricorreva con accuse, nella maggior parte dei casi, generiche.
Considerato il massimo esperto dell'argomento, Capogreco ha iniziato le ricerche partendo dal semi conosciuto campo di internamento di Ferramonti di Tarsia, nel cosentino, allargando l'investigazione fino a comprendere i campi poco noti dell'Italia centro-meridionale - Ustica, Lipari, Gioia del Colle, Colfiorito, Tremiti - giungendo infine a quelli davvero sconosciuti: i campi speciali "per slavi" dell'internamento civile parallelo, il più efferato.
Nei confronti degli jugoslavi dei territori appena occupati - buona parte della Slovenia e attuale Croazia - l'esercito regio ricorse programmaticamente a questo istituto nel tentativo di realizzare la "sbalcanizzazione", cioè la pulizia etnica attraverso la sostituzione delle popolazioni autoctone con coloni italiani. Tristemente famosi diventarono i campi di Arbe, Melada e Mamula.
La natura divulgativa del saggio appare chiara già dalle prime pagine, nelle quali Capogreco indica i molteplici fattori che hanno contribuito alla scarsa conoscenza che dell'internamento civile si è avuta nel periodo postbellico: il mito della bontà nazionale, per il quale gli italiani sono apparsi agli occhi del mondo gente sostanzialmente buona, umanitaria verso gli altri popoli; la necessità dell'oblio che avrebbe aiutato il Paese a risollevarsi dopo il ventennio fascista; il silenzio sostanziale che accompagnò le pratiche repressive, perseguito allo scopo di non destare sospetti che non accreditassero all'estero l'immagine di un antifascismo ancora pericolosamente serpeggiante, capace di fare proseliti. Circostanza che spiega anche come la via della repressione fu costante ma non eclatante, come lo stesso Mussolini ripetutamente teneva a sottolineare. Lo stesso Mussolini istigava i massacri, invitando a condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio contro ribelli e complici. Se ne ebbe una prova gia' in occasione dell'aggressione all'Etiopia quando fu utilizzato il gas mortale.
L'occupazione di terre jugoslave era stata accompagnata da violenze inaudite compiute dalle forze italiane: distruzione di interi villaggi, incendi, violenze su donne, rappresaglie di famiglie, sgombero di zone abitate, deportazioni a migliaia.
Questo stesso atteggiamento spiega la ferocia dello sterminio di internati nel campo di Arbe, nei confronti della quale lo stesso Pontefice Pio XII dovette intervenire in un discorso del 16 dicembre 1942. La leggenda della bonarietà del regime fu creata dallo stesso Mussolini. Esemplare a questo riguardo il discorso dell'Ascensione, il 25 maggio 1927 (vedi nella rubrica "Schegge di Storia", in questo numero della rivista), dedicato alle leggi eccezionali del 1926, delle quali il Duce rivendico' la paternita', salvo poi tentare di sminuirne la portata col paragone con situazioni piu' liberticide e sanguinarie (ad esempio quelle naziste).
Ebbe un'importanza politica non secondaria il confronto stesso con la contemporanea efferatezza dei crimini commessi dai nazisti che distoglieva l'attenzione da quanto accadeva all'incirca nello stesso periodo nella vicina Italia. Un'efferatezza nei confronti della quale i crimini commessi dagli italiani apparivano trascurabili, o quanto meno di secondaria importanza. All'amnesia contribuì pesantemente la stampa che in più occasioni spacciava immagini di jugoslavi internati nei campi mussoliniani come provenienti da quelli nazisti.
Si è creata così negli anni una memoria collettiva che ha presentato solo il volto "buono", "umanitario" di aspetti decisamente negativi del regime, come il colonialismo dittatoriale, che ha ridotto le responsabilità delle Leggi razziali a necessario effetto dell'alleanza nazi-fascista.
Esiste poi un aspetto storico non trascurabile strettamente legato alla semantica e riconducibile alla confusione tra i termini "confino" e "campo di concentramento-internamento". Confusione tanto più pericolosa se si considera che i lemmi furono utilizzati spesso come sinonimi e che il secondo andasse a favore della prima accezione.
Da qui derivò l'errore di considerare l'internamento come una sorta di "villeggiatura", un'abile mossa propagandistica attraverso la quale il Duce pubblicizzò il carattere "umanitario" del confino, considerato quale possibilità di redenzione offerta ai dissidenti, a differenza della repressione immediata attuata nella Germania nazista. La leggenda confino-villeggiatura fu messa in circolazione dalla propaganda fascista, in particolare dalla perfida intelligenza del capo della polizia del regime, Arturo Bocchini. Fu questi che nel 1928 indico' Ponza come luogo prescelto di colonia per confinati, nonostante i dissensi iniziali del Duce. Fu proprio da quest'opposizione che Bocchini trasse ispirazione per cercare un motivo valido perche' la sua idea risultasse vincente, inducendo Mussolini a un ripensamento. Ricordo' la difficolta' di trovare luoghi idonei a ospitare un numero sempre crescente di confinati, nonche' l'inopportunita' di creare ex novo una colonia in territorio libico, operazione in quel momento eccessivamente costosa. Infine, sarebbe stata la straordinaria bellezza dell'isola a contribuire a sfatare le voci che circolavano in ambienti antifascisti delle colonie come luoghi di maltrattamento.
Per dirimere ogni pericolosa confusione Capogreco preferisce indicare come "campo di concentramento" le strutture dell'internamento civile parallelo, nelle quali venivano internati coloro che erano privi di qualsiasi tutela, principalmente gli jugoslavi delle terre occupate nelle quali era previsto l'incendio di interi villaggi, la fucilazione degli ostaggi civili e, appunto, la deportazione in appositi campi, "per slavi".
"Campo di internamento" vero e proprio fu invece lo stabilimento regolamentare, sotto la giurisdizione del ministero dell'Interno (a differenza del primo sottoposto all'esercito Regio) al quale era riconosciuta una legalità formale, e della cui esistenza era al corrente anche la Croce Rossa che vi compiva sistematiche ispezioni.
Il testo unico di Pubblica Sicurezza stabilì che potevano essere assegnati al confino tutti coloro che avessero commesso o manifestato il deliberato proposito di commettere atti diretti a sovvertire gli ordinamenti nazionali, sociali o economici dello Stato. Nel 1931 si introdusse una normativa che rese ancora piu' semplice e arbitraria la condanna al confino che riguardava la possibilita' di inviarvi coloro nei confronti dei quali esisteva il solo sospetto di cospirazione.
Erano state create apposite commissioni che dovevano giudicare in materia di confino, erano composte da un prefetto, dal questore, dal procuratore del re e da vari componenti dell'Arma. Le decisioni erano prese sulla base di informazioni e denunce presentate. Al denunciato non veniva concessa la possibilita' di difendersi.
La deportazione al confino poteva variare da uno a cinque anni. In realta' accadde spesso che la condanna fosse reiterata e che la cosiddetta cinquina fosse posticipata per un successivo quinquennio. La condanna al confino arrivava tuttavia dopo una serie di operazioni atte a convincere il dissenziente ad aderire al Partito fascista, ottenendo la tessera del Partito, azioni coercitive che si esplicavano anche con la misura dell'ammonizione o del fermo.
Fatte queste necessarie precisazioni, alle quali è dedicata la prima parte del saggio, per il triennio considerato occorre distinguere dunque tra confino politico - uno strumento cui la dittatura ricorse pesantemente a partire dal 1926 e la cui gestione era molto simile a quella delle colonie - e campo di internamento. Il confino, agli inizi praticato per la fascia dei socialmente emarginati, cioè i ribelli e i delinquenti comuni, fu la forma cui ricorse sistematicamente il regime per eliminare gli oppositori politici.
A far propendere la decisione tra confino e deferimento al Tribunale Speciale erano opportunita' le piu' disparate: affollamento dei luoghi di confino, difficolta' di bilancio (almeno in una prima fase a ciascun deportato era assegnata una diaria giornaliera di dieci lire, successivamente dimezzata), non da ultimo le pressioni esercitate sulle gerarchie fasciste da piu' o meno influenti personaggi della societa' italiana.
A proposito del problema della convivenza tra criminali comuni - piu' tardi chiamati "manciuriani"- e politici, fu lo stesso Bocchini a presentarlo a Mussolini, il quale impose semmai una loro mescolanza, sia per accreditare all'estero l'immagine di un Fascismo che facesse piazza pulita di ogni "deviato", sia soprattutto per rendere ancora piu' insopportabile la vita ai confinati, attraverso appunto il contatto con persone che spesso erano davvero pericolose. Il confino non fu tuttavia uguale per tutti: Bocchini distinse tra confinati di serie a e di serie b; nella categoria dei primi confluivano i ricchi e potenti, coloro cioe' che facilmente avrebbero potuto ottenere uno sconto della pena. Comunisti, anarchici, affiliati a Giustizia e Liberta' costituivano invece il nutrito secondo gruppo, repressi senza pieta' e senza possibilita' di un ritorno indietro. Furono questi ultimi a essere spediti nelle isole, le piu' lontane e le piu' disagiate, dove la vita scorreva piu' lentamente e inesorabilmente qualunque tentativo di rivolta poteva apparire inutile.
I condannati al confino non furono mai avvisati in anticipo, erano arrestati nel cuore della notte e tradotti in carcere, senza la possibilita' di poter parlare con un avvocato o con i familiari, costretti a vivere in un luogo malsano, in una cella dalle ridotte dimensioni. Qualsiasi libro era vietato. La cosa non finiva qui; durante questo periodo il condannato veniva picchiato e sottoposto a ogni sorta di tortura (acqua salata per aumentare la sete, vergate sul corpo e nelle parti piu' delicate, bruciatura delle palme dei piedi).
In questo contesto non erano rari i decessi. La carcerazione poteva durare qualche giorno oppure mesi. Stabilito il luogo di destinazione il condannato affrontava un viaggio inumano, in piu' tappe. Parecchie testimonianze lasciate dai deportati lo descrivono come una tortura (incatenati e ammanettati gli uni agli altri senza conoscere il loro destino).
L'arrivo nella colonia in un primo momento almeno rappresentava pur tuttavia un sollievo, perche' rompeva l'inumanita' della carcerazione e della deportazione. A cio' contribuiva la bellezza delle isole-colonie, la circostanza che in una prima fase le autorita' fasciste largheggiavano nella concessione di permessi per prendere in affitto un'abitazione, o nella diaria.
I luoghi di confino, denominati anche "carceri all'aperto" per le restrizioni che vi erano applicate o "colonie", furono istituiti nelle isole: Pantelleria, Lipari, Tremiti, Ustica, Favignana.
Trasformato (dunque) in arma di repressione verso i politici, il confino accoglieva gli oppositori più temibili. I meno pericolosi, invece, furono deportati su colonie in terraferma, createsi successivamente a quelle delle isole e solo quando il numero dei confinati in queste ultime era diventato ingestibile per cui si pose la necessità di organizzare oculatamente la deportazione degli oppositori.
In terraferma i casi più conosciuti riguardano l'Italia centro-meridionale, in particolare Pisticci, che si può considerare anche il primo campo di concentramento italiano.
Le attività all'interno dei campi facevano riferimento alla concezione autarchica del regime, che aveva trovato numerosi sbocchi applicativi, secondo la quale gli internati erano impiegati nella vasta opera di bonifica dei campi.
Al tema della sofferenza e della sorte degli internati, Capogreco dedica uno specifico capitolo del saggio. Dalle numerose testimonianze dei sopravvissuti, scrupolosamente raccolte dallo studioso, si scopre che, a differenza di quanto accadeva nei lager nazisti dove l'eliminazione fisica costituiva la ragion d'essere del lager stesso, la formula cui il regime fascista si ispirava era piuttosto l'idea dell'umiliazione e dello sprezzamento dell'uomo in quanto tale, prima ancora che il dolore fisico. La morte nell'anima, dunque, e la creazione dell'apatia, sono gli aspetti più salienti del patimento degli internati. Questo fu vero soprattutto per gli ebrei: un testimone oculare come Primo Levi ricorda nelle pagine iniziali di Se questo è un uomo l'esperienza vissuta nel campo di Fossoli.
L'organizzazione della vita nelle colonie era dunque ispirata al principio isolazionista. A questo scopo era proibita ogni forma di manifestazione del pensiero e ogni attivita' che fosse considerata pericolosa e destabilizzante. Assolutamente vietato l'anniversario del Primo maggio nonche' i canti antifascisti, le bandiere, i drappi, i fazzoletti e i fiori rossi. Era caccia anche a diari e lettere, che erano sistematicamente sequestrati. E si correva il rischio di essere incriminati per il reato di offesa al Duce se in conversazioni di carattere privato si esprimevano giudizi sull'attivita' fascista (lamentele per le tasse troppo alte o per le ristrettezze imposte dalla politica autarchica in tempo di guerra) o si ripeteva cio' che era a tutti noto, cioe' che Mussolini era malato di ulcera allo stomaco.
Ogni minimo pretesto, insomma, era buono per giustificare l'accanimento contro i confinati, per giustificare l'efferatezza con cui i comandanti della milizia - personaggi spesso nevrotici e inclini al sadismo - sfogavano i loro piu' bassi istinti verso i condannati (cio' valse soprattutto per il caso di Ponza dove la violenza squadrista raggiunse livelli inauditi tanto da giustificare in piu' occasioni la preoccupazione e l'intervento delle autorita' fasciste e dello stesso Mussolini).
Preoccupato di quanto andava accadendo nell'isola pontina, che nuoceva al suo tentativo di farsi riconoscere nell'assise internazionale come un dittatore dal volto buono in un momento in cui cercava di ritagliarsi un ruolo di mediatore tra la Germania e i Paesi dell'Europa occidentale per tentare di uscire dall'isolamento nel quale si era cacciato dopo l'aggressione all'Etiopia, il Duce minimizzo' il rapporto dell'ispettore Fedele - inviato a Ponza a sondare la situazione nel 1929 - presentandolo come un episodio a se' stante e non collegabile a una precisa linea di condotta della milizia fascista.
Il culmine delle violenze commesse dalle milizie fu toccato nel 1931 quando sulla situazione di Ponza intervennero i ponzesi emigrati in America che per tramite di un banchiere influente denunciarono al Duce i casi di violenza subiti dai loro parenti rimasti nell'isola. Successiva a questa vicenda l'uccisione di una ragazzino, avvenuta per futili motivi e cioè perché la vittima si era rifiutata di raccogliere un grappolo di uva, così come gli era stato ordinato da un fascista. Questi non esitò a sparargli uccidendolo. Alle proteste degli abitanti per l'episodio la milizia rispose con uno slogan che campeggiò nei giorni successivi per i muri di Ponza, "Chi tocca la milizia avrà del piombo!".
Efferati anche i crimini commessi dall'esercito Regio nel settore sloveno del campo per civili di Arbe, per il quale gli osservatori dell'epoca concordano sulla cifra di 1.435 deceduti. Un numero impressionante per il quale alcuni giustificano la formula di "sterminio", se si considera che tale cifra è pari al 19% degli sloveni lì internati.
LE COLONIE COME CARCERI ALL'APERTO
A riprova delle pessime condizioni cui i confinati erano costretti nelle colonie basti consultare le testimonianze di sopravvissuti che raccontano di come le autorita' fossero totalmente sorde alle richieste di ricoveri. Fu cosi' che le condizioni di salute, gia' gravi, di molti deportati subissero un ulteriore aggravamento e portassero in non pochi casi al decesso. Le scarse cure erano dovute anche alla mancanza di strutture ospedaliere nelle colonie, alla mancanza di opportune attrezzature infermieristiche e di farmaci dei piu' comuni. La depressione poi fu la causa di numerosi suicidi. L'arma del confino, tuttavia, si dimostro' ben presto perdente rispetto a quelle che erano le iniziali pretese di Mussolini. Si e' detto che l'allontanamento dalla comunita' civile era dettato dall'esigenza di una redenzione del deportato e che piu' che puntare all'eliminazione fisica era necessaria la disumanizzazione. Tuttavia pochi tra i deportati abiurarono alla loro fede antifascista e lo stesso Mussolini dovette ben presto ammettere la sconfitta del suo iniziale proposito. Anzi l'antifascismo si organizzo' in ogni modo nelle isole per lottare.
Il fervore della lotta e' dimostrato dai numerosi e preoccupanti rapporti che giungevano al Duce sui tentativi di resistenza e organizzazione. La polizia e le gerarchie fasciste si erano cioe' illuse di potere controllare l'antifascismo, puntando sull'idea di confinati ignoranti e sostanzialmente deboli, incapaci di reazione e di resistere a lungo in quelle condizioni (nella sua ottica il Duce considerava gli antifascisti deboli e pusillanimi. Non valeva la pena pertanto massacrarli piuttosto allontanarli dal consorzio sociale, in una sorta di operazione di igiene sociale).
Per questo motivo all'inizio si era tollerata l'esistenza di mense organizzate, di biblioteche, di spacci di viveri, nella convinzione che queste forme di organizzazione non potessero nuocere.
Quando però le alte sfere si resero conto della esistenza di un movimento di ribellione serpeggiante, corsero ai ripari. E come? Peggiorando le condizioni di vita dei deportati, riducendo le mense o scaglionando la loro frequenza, vietando la costituzione di biblioteche e di spacci di viveri. Fino a creare una babele di regole che alternavano repressioni e ammiccamenti. La protesta piu' eclatante giunse da Ponza, anche se il primo attacco arrivo' dai confinati di Lipari dopo il dimezzamento della diaria giornaliera. Siamo nel 1930. Da Roma non ci si aspettava questa agitazione e a lungo regnò indecisione sulla via da intraprendere: repressione in toto o compromesso? Per quest'ultima ipotesi propendeva l'atteggiamento del direttore della colonia che si dimostrò solidale coi deportati.
La repressione si acutizzo' nel 1933 quando la macchina burocratica fascista diede il meglio di sè: serviva un permesso per ogni attività, anche la più banale (l'utilizzo della forbicina per le unghie era possibile solo a chi possedeva un porto d'armi, il recarsi in chiesa era subordinato a una pezza giustificativa dove era necessario indicare gli orari e i motivi della visita, impossibile mangiare frutta nella camerata insieme a un compagno perche' ritenuto sintomo di organizzazione, proibiti i giochi, l'uso delle lingue straniere, la detenzione di un diario personale). Ogni azione insomma doveva essere svolta in maniera individuale. Inutile dire che a tale atteggiamento rispondeva anche il sistematico controllo di ogni forma di corrispondenza. Persino l'amore era sottoposto a stretto controllo: ogni incontro fuori dal matrimonio era punito penalmente con il trasferimento di uno dei due colpevoli.
Non venivano lasciate in pace nemmeno le coppie sposate, in contraddizione tra l'altro con la politica demografica del fascismo che incentivava le nascite e imponeva le tasse sul celibato. Era pur vero tuttavia che una storia d'amore tra confinati non poteva essere tollerata e questo tanto piu' dopo la recrudescenza della repressione in quanto metteva in crisi la resa incondizionata che era lo scopo precipuo del confino. Essa, infatti, rompeva l'isolamento ricercato dalla dirigenza fascista tra i confinati e rinsaldava semmai i legami politici.
Le prove di forza dimostrate dai confinanti ebbero un epilogo nell'attacco sferrato dal ministero dell'Interno nel 1934, quando Bocchini prospettò a Mussolini una terza via tra il confino politico, così come era stato concepito inizialmente dal regime, e il campo di concentramento, così come era in altre forme dittatoriali. L'idea era quella di isolare gli antifascisti in modo da renderli innocui ma non quella di chiuderli in galera. Un progetto tuttavia destinato al fallimento.
Il confino sempre piu' chiaramente si era trasformato da misura di prevenzione ad apparato repressivo, comunque fallito per la resistenza degli antifascisti, che si dimostro' ben piu' agguerrita di quella sperata dal regime.
Il banco di prova fu ancora una volta Ponza. Tutto nacque dal controllo particolare che la polizia esercitò in occasione dell'anniversario della marcia su Roma. Un'irruzione in piena notte portò in carcere numerosi deportati costretti a confessare la loro partecipazione ad attentati.
Ne uscì un documento che vietò gli alloggi diurni, considerati scuola di comunismo, e quotidiana propaganda rivoluzionaria, ridusse il numero di quelli notturni, limito' le visite, stabilì il passaggio della gestione di biblioteche, mense e spacci alimentari alla direzione della colonia sottraendola ai confinati, rafforzò il controllo della polizia nei dormitori e per le strade, ridusse le ore libere e il territorio a disposizione dei confinati, predispose il controllo giornaliero dei registri contabili e della spesa per i viveri, infine la separazione dei "manciuriani" dai politici (cosa che abbiamo visto era stata inizialmente un pilastro della politica concentrazionaria).
Ne segui' un'agitazione partita dall'isola di Ponza che ben presto si estese a quella di Ventotene. Gli insorti furono tutti condannati - le condanne erano già scritte e furono puntualmente comminate - nonostante si fossero preparati a una strenua difesa che fu una denuncia dei soprusi e delle violenze subite nelle colonie. Pur nella durezza dell'apparato repressivo si puo' dire che il regime non ottenne la capitolazione sperata.
Per concludere, impressiona sapere che a esperienze tanto terribili sul piano umano non sia dedicata almeno una targa commemorativa - è il caso di Alatri - o scoprire che la villa principesca di Urbisaglia - sede di un campo di internamento - è oggi una sala per banchetti di nozze.
Più in generale, il volume è apprezzabile per il tentativo di considerare la Storia per la sua funzione d'uso (ammesso che se una se ne voglia trovare): la necessità e l'opportunità di non dimenticare per imparare a essere uomini più coscienti anche se fatalmente destinati all'azione e dunque all'errore.
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BIBLIOGRAFIA
- I campi del duce. L'internamento civile nell'Italia fascista (1940-1943), di Carlo Spartaco Capogreco - Torino, Einaudi, 2006,
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La villeggiatura di Mussolini di Silverio Corvisieri - Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2004
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Scritti e discorsi dal 1927 al 1928, di B. Mussolini - Milano, 1934
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L'Italia fascista come potenza occupante nel giudizio dell'opinione pubblica italiana: la questione dei crimini di guerra, di F. Focardi (in "Qualestoria", 2002, n°1)
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