|
|
BENEDETTO CROCE E IL SUO
AFFASCINANTE LIBERALISMO
|
|
|
|
Il testo qui riprodotto
è stato tratto dal volume
“NEL NOBILE CASTELLO”
di Vittorio Enzo Alfieri
EDIZIONI SPES – MILAZZO 1986
Il libro raccoglie una serie di biografie
di “Maestri e testimoni di libertà”.
L’autore, ora scomparso, è stato
docente all’Università di Pavia
“Sono inutili le ricorrenze? Sono insignificanti? Per noi, che nel lontano 22 novembre 1952 a Napoli seguivamo il funerale di Benedetto Croce, ogni suo anniversario ci riporta ancor vivo il ricordo di quel giorno e di quel corteo. Al grande maestro e patriota che aveva chiuso la sua vita terrena davano l'ultimo saluto molti amici, estimatori, discepoli, venuti da ogni parte d'Italia, e ormai in gran numero sono trapassati anch'essi: Einaudi, Giuseppe Paratore, Casati, Nenni, La Malfa, Gaetano Martino, Francesco Flora, Valgimigli e tanti e tanti altri. A ricordarli in quel corteo, si ha la sensazione visiva di un mondo scomparso, Trent'anni sono passati da allora. E poiché anche alla coscienza civile si addicono gli esami di coscienza, questo trentesimo anniversario ci offre l'occasione di riflettere sull'Italia odierna e su quanto essa differisca da quella Italia ideale per cui operò, come studioso e come cittadino e da ultimo come politico altamente impegnato, il filosofo che oggi appare lontano quasi come Carducci e Francesco De Sanctis.
Non sappiamo dire quanto egli sarebbe contento del partito in cui dal 1924 fu iscritto e di cui fu presidente dal 1943, rimanendone poi da ultimo presidente onorario. Rammentiamo però che egli, pur con tutta la sua venerazione per la destra storica ed i suoi uomini, nel 1951 salutò l'unificazione liberale, che doveva rivelarsi purtroppo effimera, con un messaggio che ribadiva l'assurdità di ipotizzare un partito liberale di destra e uno di sinistra, dato il carattere che il liberalismo ha di mediatore tra le esigenze della conservazione e quelle del progresso, onde esso è necessariamente un partito di centro, e aggiungeva che il partito «ha innanzi fatti particolari; bisogni delle società e proposte svariate di soddisfarli, e noi dobbiamo caso per caso prendere la soluzione di stare a destra o a sinistra, nel discutere e accettare quelle proposte. E se dovessi dire ciò che l'osservazione delle nostre condizioni presenti, e anche della nostra Italia, suggerisce, direi che il numero delle decisioni di sinistra, cioè di quelle che appoggiano riforme, sia di gran lunga superiore alle altre che fanno valere la necessità della conservazione» .
Per quel convegno dell'unificazione liberale che si teneva a Torino nel dicembre 1951 (un anno prima della fine del Croce) la parola del più alto rappresentante del liberalismo italiano aveva ancora un'autorità e un valore di ammonimento e di sprone; che poi quelle speranze naufragassero non fu solo colpa di uomini gretti, retrivi e magari troppo incolti per militare in quello che doveva essere per eccellenza il partito della cultura, ma anche di giovani dalla testa calda e dalle idee arruffate, destinati a dar vita poi al movimento radicale.
Ciò che conferiva autorità a Croce, oltre la sua posizione filosofica e la sua vastissima opera nel campo della cultura, era la sua opposizione al fascismo, per la quale negli anni della dittatura egli era diventato per tutti una guida, un punto di convergenza anche pei seguaci di ideologie diverse: a lui si doveva la rinascita e il nuovo slancio (sia pure come ecclesia pressa) del liberalismo, purificato dalle grettezze della concezione utilitaristica ed elevato a supremo ideale morale con la definizione di «religione della libertà».
Ma ciò che confonde le idee a gente poco adusata alle fatiche del pensiero erano le premesse da cui Croce era partito, quel fare del liberalismo una concezione metapolitica e quindi il considerare quello liberale come un partito diverso dagli altri, in certo senso un pre-partito, per la sua apertura verso tutte le concezioni che accettino però come legge comune la libera discussione e la convivenza nella libertà. Inoltre era stata premura di Croce, fin dagli inizi dei suoi scritti di teoria liberale, nel 1927, il distinguere liberismo come dottrina economica da liberalismo come teoria etico-politica, arrivando ad affermare che ci può essere il liberalismo anche con un'economia non manchesteriana; e ne era seguita la nota polemica con Luigi Einaudi, il quale, da economista, riteneva inconcepibile un sistema politico liberale senza la libera economia di mercato. Più ancora, allorché Croce ebbe parte nella politica attiva in quei pochi ma difficili anni in cui tenne la presidenza del P.L.I., veniva giudicata inaccettabile perché urtante contro tutte le concezioni comuni la teoria crociana, a cui il filosofo non poteva non tener fermo, della astrattezza e congiunta inutilità dei programmi politici; e allora i molti a pretendere che anche il partito liberale formulasse un suo programma, e il filosofo presidente a respingere quella richiesta come priva di effettivo valore politico.
Il tempo, che è galantuomo, ha confermato ampiamente che solo programmi molto concreti e a breve termine, esprimenti cioè una precisa volontà di azione, hanno efficacia; e invece i programmi teorici sono chiacchiere senza sugo, vengono mutati coi tempi, talvolta sono addirittura causa di sfasciamento dei partiti. Per la questione del liberismo economico, basta pensare al recente esempio della Germania, dove i liberali poterono essere legati a lungo ai socialdemocratici e solo adesso hanno dovuto distaccarsene: dunque, è una questione di più o di meno, come già Croce nel 1951 avvertiva parlando di possibili decisioni di sinistra o di destra in rapporto alle situazioni reali. La filosofia crociana non poteva non respingere la riduzione del liberalismo alla pura motivazione economica, come nel vecchio utilitarismo; essa doveva porre assai più in alto l'ideale della libertà, poiché solo il concepirlo come principio supremo della realtà spirituale ed esigenza assoluta della vita morale riapriva l'animo alle più larghe umane speranze e toglieva di mezzo fin il sospetto di meschini interessi egoistici o di classe. E, se Croce era stato critico acerbo e talora ingiusto contro il Partito d'Azione, anche in quel caso egli aveva veduto bene come nella confusa e frettolosa prospettiva di quel partito, che mescolava estremismi socialistici a generiche aspirazioni liberali, ossia qualcosa di giacobino e qualcosa di girondino, c'era uno sbaglio di logica o, come anche diceva, un errore di grammatica politica. E anche qui i fatti diedero la conferma alle critiche di Croce: e fu la rapida dissoluzione del PdA, la cui vera ed utile funzione era stata unicamente quella di riunire, nella clandestinità, antifascisti che non si volevano affiliare al comunismo o aggregare ai nuclei clericali.
L'atteggiamento, non propriamente di simpatia, ma piuttosto di benevola attesa, che al Croce degli anni fino al 1924 viene rimproverato nei confronti del fascismo, si spiega con i disordini, le violenze e le sovversioni di quel triste periodo della vita italiana. Era un'illusione in cui era caduto anche l'esperto Giolitti, fiducioso che quella del fascismo sarebbe stata un'esperienza passeggera e, in fondo, utile. E Croce, più tardi, doveva rimproverare a se stesso la incauta fiducia riposta in quella terapia d'urto, creduta di poca durata. Si era accorto però abbastanza presto dell'errore. Una volta, mi pare nel 1924, a Firenze un suo ex collega di ministero, l'on. Fera, gli obiettò che, durante l'occupazione delle fabbriche, Croce aveva rincuorato coloro che erano in grande allarme, con le parole: «Signori miei, è così che si fa la storia!». E Croce gli replicò: «Già, ma questa è una storia che si fa sulla nostra pelle!».
Nel 1924 appariva sulla «Critica» il primo scritto teorico dedicato da Croce alla politica, della quale non aveva trattato espressamente nella Filosofia della pratica: era la rivendicazione del carattere utilitario della politica, con l'intento particolarmente di confutare la esaltazione dello Stato etico che la filosofia del Gentile andava allora compiendo in nome del fascismo. L'idealismo attualistico, del quale già fin dal 1913 in un famoso dibattito sulla «Voce» prezzoliniana il Croce aveva mostrato gli errori di fondo, negava la distinzione di teoria e pratica, di pensiero ed azione, esaltava come attività morale ogni agire umano, ed ora poi identificava la legge morale con la volontà e la forza dello Stato: una concezione «governamentale» della morale, diceva beffardamente Croce, irridendo i goffi moralisti capaci di falsificare con la loro «libertà morale» persino gli ingenui affetti di Romeo e Giulietta. Dopo il delitto Matteotti, c'è il distacco, testimoniato da una lettera di Croce a Gentile dell'ottobre, tra i due filosofi amici che in concordia discors avevano collaborato fino allora. Vero è che Croce, il quale non aveva approvato la secessione dell'Aventino, votò ancora una volta la fiducia al governo, però dopo che il capo della maggioranza, senatore Melodia, aveva assicurato che Mussolini accettava nell'ordine del giorno l'appello al «ristabilimento della libertà».
E’ noto come nel 1925 venisse lanciato, in occasione del Natale di Roma, il manifesto degli intellettuali fascisti; e come, rispondendo prontamente all'invito di Amendola, Croce scrivesse quel manifesto di risposta, uscito il 10 maggio 1925, che raccolse qualche centinaio di firme e vide tra i primi firmatari anche uomini come un Guglielmo Ferrero e un Alfredo Galletti che crociani non erano davvero e in seguito altri, appartenenti ai più vari partiti o a nessun partito. Intanto il Croce aveva aderito formalmente al partito liberale e, a due mesi dal famoso manifesto, pronunciava al Consiglio nazionale del partito il discorso che spiegava la sua ferma posizione politica.
Nell'ottobre di quello stesso anno 1925, in una lettera di risposta a un giovane e sconosciuto studente di Parma, egli spiegava cosi la sua militanza politica: «Il torto del Gentile è di porre la filosofia al servizio di un partito: torto che sarebbe anche il mio se ponessi la mia filosofia al servizio del liberalismo: il che mi son guardato e mi guardo bene dal fare. Il mio liberalismo è cosa che porto nel sangue, come figlio morale degli uomini che fecero il Risorgimento italiano, figlio di Francesco De Sanctis, e degli altri che ho salutato sempre miei maestri di vita. La storia mi metterà tra i vincitori o mi getterà tra i vinti. Ciò non mi riguarda. lo sento che ho quel posto da difendere; che pel bene dell'Italia quel posto dev'essere difeso da qualcuno, e tra i qualcuni sono chiamato anch'io a quell'ufficio. Ecco tutto. Ella, frugando in se stessa, troverà forse lo stesso o simile o analogo motivo del suo giovanile liberalismo. E anche a Lei basterà. L’amore è l’amore”.
Ma, se la distinzione tra la teoria filosofica della politica e la politica pratica e militante serbava per Croce il suo valore, le successive esperienze e meditazioni lo portavano a vedere il liberalismo come concezione metapolitica, oltrepassante cioè la ristretta cerchia del fare politico, in quanto l'idealità liberale implicava una concezione totale della realtà e della vita. La storia, passione di Croce fin dai piu giovani anni e oggetto di sempre piu profonde sue cure, che nel 1924 avevano dato un frutto quale la Storia del regno di Napoli, veniva ora da lui concepita e definita come storia etico-politica. L'ideale della libertà, quell'ideale che accomunava specialmente negli anni bui del nero ventennio uomini che avevano avuto la tessera liberale e altri già militanti in altri partiti, dopo che tutti i partiti erano stati sciolti, era l'esigenza morale che stava a fondamento dell'opposizione politica.
E intanto Gobetti e Amendola morivano in Francia; e Croce scriveva nel suo diario quelle dolorose riflessioni che sono state rivelate dal fedelissimo Fausto Nicolini, eppoi il 1° novembre 1926 anche la casa del Croce subiva l'oltraggio di una brigantesca invasione notturna di squadristi a ciò comandati. Più che mai ora il filosofo sentiva di dover rivendicare il primato dell'eticità di fronte alla pura politica; e, mentre negli anni precedenti e in quelli di guerra il Croce aveva potuto mantenersi su posizioni fondamentalmente hegeliane e ragionare in termini di Realpolitik fino a scandalizzare la vacuità o il sentimentalismo dei democratici, ora la sua parola acquistava un accento nuovo e si conciliava persino con Mazzini, con quel modo tanto diverso di sentire e propugnare l'ideale.
E cosi nel 1928 usciva la Storia d'Italia dal 1871 al 1915, che ebbe il sorprendente successo di numerose edizioni e gli attacchi fascisti sui giornali e altresì un seguito di arresti di cui noi, allora giovani, sappiamo qualcosa per esperienza diretta; e nel 1929 il Croce pronunciava l'ultimo discorso di opposizione in Senato, quello contro la Conciliazione, (ossia il Concordato con lo Stato della Chiesa nel quale, fra l’altro, si eleggeva il cattolicesimo a religione ufficiale dello Stato italiano; n.d.r.), un discorso tutto animato di spirito risorgimentale; e nel 1930 leggeva a Oxford il discorso Antistoricismo, analisi e condanna dei movimenti irrazionalisti che avevano portato alla nuova mentalità autoritaria e totalitaria; e nel 1932 pubblicava, dedicandola a Thomas Mann, la Storia d'Europa nel sec. XIX, che è indubbiamente il suo capolavoro e che ebbe una indiretta risposta polemica nella voce Fascismo dell'Enciclopedia Treccani, in quella seconda parte che è la sola scritta effettivamente (come lo stile dimostra) da Mussolini.
La Storia d'Europa, che iniziava col famoso capitolo sulla «religione della libertà» e criticava poi le fedi religiose opposte, fu messa all'Indice con tutte le altre opere del filosofo: troppo tardi e con evidente intenzione di compiacere al regime. Dieci anni dopo avrebbe fatto scalpore, quasi fosse un documento politico anziché un ragionamento filosofico, il saggio di Croce Perché non possiamo non dirci cristiani: era da ingenui (ma gli ingenui, o i pretesi furbi, sono tanti) credere che quello scritto fosse quasi la premessa di un accordo politico da farsi tra liberali e cattolici per quando il regime, che la guerra faceva vacillare, fosse crollato; ed era prova di superficialità, da parte di lettori colti, il non vedere in quello scritto semplicemente la riaffermazione dell'immanentismo, di quell'immanentismo che era stato spiegato quale fondamento della religione della libertà («E il Dio cristiano è ancora il nostro, e le nostre affinate filosofie lo chiamano lo Spirito, che sempre ci supera e sempre è noi stessi») e la condanna, tra le rappresentazioni mitiche, del Wotan germanico «nonostante le adulazioni di cui ai nostri giorni si è voluto farlo oggetto»".
|
|
|