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CESARE VARCÒ IL RUBICONE
E COMINCIÒ IL DECLINO DI ROMA
di ALESSANDRO FRIGERIO
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Tom Holland, Rubicone. Trionfo e tragedia della Repubblica romana, il Saggiatore, 2005, pp. 380, euro 20,00
Fu la decisione di Cesare di varcare un piccolo fiume, il 10 gennaio del 49 a.C. nell'attuale Romagna, ad avviare ufficialmente la fine della Roma repubblicana vecchia di quasi cinque secoli. E il Rubicone che dà il titolo a questo volume di Tom Holland, brillante divulgatore storico anglosassone, in fondo è solo un pretesto. Perché come il famoso passaggio del proconsole Caio Giulio Cesare fu la conferma di una crisi sostanzialmente già in atto, così il volume mette al centro un evento che offre all'autore lo spunto per tratteggiare abilmente anche tutti gli antefatti. E cioè i successi inarrestabili della repubblica nei secoli precedenti, i suoi uomini, le sue donne e la società che rese possibile la straordinaria espansione di Roma dal VI secolo a. C. fino allo scontro finale tra Ottaviano e Antonio, che nel 31 a.C. concluse la lotta per la successione a Cesare e diede inizio all'età imperiale.
La piacevole ricostruzione di Holland si inserisce a pieno titolo nel solco di quella divulgazione saggistica, tipicamente anglosassone, capace di unire il rigore nella ricostruzione dei fatti alla piacevolezza della lettura, cosa non sempre facile quando si abbracciano periodi storici così vasti e in gran parte noti al grande pubblico. E tutto ciò senza esagerate concessioni al colore locale o alla tentazione di ricostruire personaggi "su misura" per i gusti moderni del grande pubblico.
Certo, la storia quando viene raccontata è sempre contemporanea, nel senso che la tentazione di ritrovare nel passato un insegnamento per il presente è sempre forte. «Sogliono dire gli uomini prudenti [...] che chi vuole vedere quello che ha a essere, consideri quello che è stato perché tutte le cose del mondo in ogni tempo hanno il proprio riscontro con gli antichi tempi», ammoniva Machiavelli. E anche Holland strizza un occhio all'attualità, in una sorta di nascosto parallelismo tra la crisi della democrazia di Roma, "vittima" del suo ruolo di dominatrice del mondo antico, e la situazione degli odierni Stati Uniti d'America.
Ma ciò non inficia la narrazione della parabola di Roma repubblicana, i cui interpreti sono tratteggiati con sapienza: da Mario, testardo e abile stratega militare, a Silla, che anticipò Cesare conducendo per primo le proprie legioni contro la sua città; da Spartaco, lo schiavo ribelle, alla avvenente e intrigante Cleopatra. Il tutto passando attraverso una vivida descrizione della vita durante la repubblica, con le sue regole, le sue lotte politiche, le contese nelle aule dei tribunali, dove – ci ricorda l'autore – nessun trucco era troppo basso, nessuna insinuazione troppo spregevole o calunnia troppo vile. E senza trascurare, naturalmente, i successi militari: dalle guerre sannitiche a quelle puniche, dalle spedizioni per la conquista del Mediterraneo occidentale alla sottomissione della Gallia, dalle guerre contro i cimbri e i teutoni alla lunga contesa con Mitridate. Tutti successi militari che a Roma erano tenuti in gran conto, ma che non dovevano essere sfruttati a fini politici. Perché la sola vera grandezza spettava alla repubblica, non al cittadino, per quanto grande potesse essere.
Tant'è che anche quando Silla mise a segno il colpo di stato, le leggi e le istituzioni continuarono a resistere. Perché per i cittadini romani la repubblica era più di un ordine politico artificioso, che potesse essere rovesciato o parzialmente abrogato. Era il frutto di una lunga tradizione che si era fatta coscienza comune. Una coscienza che però negli ultimi tempi andò sempre più scemando, aprendo le porte a Cesare. «Le antiche certezze – conclude l'autore – erano state erose, e un popolo confuso e spaventato aveva perso la fede in ciò che un tempo lo aveva unito: l'onore, l'amore per la gloria, l'ardore militare. La libertà li aveva traditi. La repubblica aveva perso non solo la libertà, ma, ciò che è peggio, anche l'anima». E tornano alla mente le parole di Sallustio: «Pochi vogliono la libertà, la maggioranza vuole soltanto un padrone giusto».
M. Franzinelli, L'amnistia Togliatti. 22 giugno 1946: colpo di spugna sui crimini fascisti, Mondadori, 2006, pp. 392, euro 19,00
Il 22 giugno 1946, pochi giorni dopo la nascita della Repubblica, fu varata l'«amnistia Togliatti». Il provvedimento, che doveva pacificare il paese, si tradusse nella liberazione di migliaia di fascisti, compresi i peggiori criminali. Chi lo aveva voluto? C'era qualcosa di sbagliato nei tempi e nella formulazione dell'atto di clemenza? O c'era invece qualcosa di inadeguato nei giudici cui spettava interpretare e applicare la legge? Quel che è certo è che l'amnistia portò all'archiviazione di molti processi, sollevò un'ondata di risentimenti e lasciò senza risposta molte domande. Per far luce sulla complicata vicenda dell'amnistia del '46, Mimmo Franzinelli ha analizzato un'imponente mole di documentazione archivistica in gran parte inedita. Le "carte Togliatti", conservate alla Fondazione Gramsci, testimoniano, fra l'altro, la diretta paternità del segretario comunista nella stesura del decreto, smentendo la tesi che il guardasigilli fosse caduto in un tranello dell'apparato ministeriale. Le relazioni riservate di prefetti e comandanti dei carabinieri sulle scarcerazioni consentono di accertare chi beneficiò del "colpo di spugna", come e per quali reati: dai magistrati ai collaborazionisti, dagli stragisti ai delatori, dai torturatori di partigiani ai "cacciatori di ebrei". Le più significative sentenze della Corte di Cassazione ci mostrano direttamente con quali argomentazioni spesso incredibili si decretò l'impunità e perfino la riabilitazione giuridica della classe dirigente del Ventennio e della Repubblica sociale. Franzinelli affronta il tema di fondo del trapasso dal fascismo alla democrazia e dalla guerra alla pace analizzando i fattori che concorsero a fare dell'amnistia un provvedimento tanto discutibile: il mancato ricambio dell'apparato statale, lo strapotere dei vertici della magistratura, la sottovalutazione dell'impatto che il decreto avrebbe avuto nel paese, l'apertura di Togliatti agli ex fascisti in vista dei nuovi equilibri politici. L'amnistia si inserisce quindi nel quadro più ampio che in quegli anni vide l'insabbiamento di molti procedimenti per crimini di guerra nazifascisti e garantì l'impunità agli italiani colpevoli di crimini di guerra in Africa, Iugoslavia ecc. Dopo sessant'anni è possibile ripercorrere per la prima volta minuto per minuto l'itinerario di un evento, importante e spesso dimenticato, che ha contribuito a definire nel bene e nel male la fisionomia della Repubblica appena nata.
R. Canosa, A caccia di ebrei. Mussolini, Preziosi e l'antisemitismo fascista, Mondadori, 2006, pp. 400, euro 19,00
Tra Ottocento e Novecento l'Italia, a differenza di altri paesi europei, non aveva né una vera e propria tradizione di antisemitismo, né «teorici» che se ne fossero fatti banditori. Sembrava pertanto impossibile costruire un «antisemitismo italiano». Subito dopo la prima guerra mondiale, però, qualcuno fu di diverso avviso. Questo qualcuno fu Giuseppe Preziosi. Nato nel 1881 in provincia di Avellino, Preziosi compì numerosi viaggi all'estero, in particolare negli Stati Uniti, dove si occupò di questioni legate all'emigrazione e dove cominciò a maturare i primi germi del suo pensiero, che negli anni successivi si sarebbe concentrato sul problema dell'«Internazionale ebraica» operante in Italia. Tornato in patria e abbandonata la tonaca, nel 1915 fondò la rivista «La vita italiana», che divenne l'organo ufficioso di tutto ciò che di antisemita circolava nel nostro Paese. Nel decennio successivo si legò sempre più strettamente a Roberto Farinacci, diventando il nome tutelare della svolta antiebraica intrapresa dal duce nella seconda metà degli anni Trenta. Lo scoppio della guerra, lungi dall'attenuare gli attacchi antisemiti, portò alla loro intensificazione. Durante il conflitto, dalle pagine della sua rivista, Preziosi non si stancò di denunciare il «pericolo giudaico», giungendo al punto di stilare una sorta di decalogo che consentisse «un'opera di ricerca e di indagine per precisare quanto sangue ebraico fosse stato immesso palesemente o alla chetichella negli italiani». Quale ricompensa per il contributo dato alla lotta contro le potenze occulte della massoneria e dell'ebraismo, nel 1942 fu nominato ministro di Stato. La caduta del regime e la creazione della Repubblica sociale, che per il fascismo costituirono l'inizio della fine, furono per Preziosi il momento del trionfo. Entrato infatti in contatto con il governo tedesco e addirittura con lo stesso Hitler, riuscì a farsi nominare ispettore generale per la razza da Mussolini. Romano Canosa, studioso attento di fenomeni e personaggi del Ventennio spesso ingiustamente trascurati, offre in queste pagine il ritratto inedito di una figura cruciale dell'antisemitismo italiano e insieme analizza un aspetto spinoso della nostra storia, per quanto la vicenda trattata possa risultare scabrosa, non può esimersi dall'obbligo di affrontarla, se non altro per contribuire a evitare che possa ripetersi.
P. Palma, Il telefonista che spiava il Quirinale: 23 luglio 1943, Rubbettino, 2006, pp. 162, euro 12,00
Come fu preparato il colpo di stato che, con l'arresto di Benito Mussolini,, pose fine a vent'anni di fascismo? L'autore di questo libro ha scoperto un documento inedito che contiene alcune novità significative sul 25 luglio. Fonte attendibile di questa rivisitazione della "giornata degli inganni" è un telefonista del Quirinale che spiava per conto del Sim, il servizio segreto militare, e ci ha lasciato uno "Stralcio" sul colpo di stato di Vittorio Emanuele III. L'autore s'inoltra tra gli spioni e gli avventurieri che dilagavano nella Roma del '43-'44 e ricostruisce la vicenda dello spionaggio telefonico al Quirinale: tutto cominciò con la visita di stato di Adolf Hitler a Roma, nel maggio del 1938.
P. Preston, Colombe di guerra. Storie di donne nella guerra civile spagnola, Mondadori, 2006, pp. 368, euro 20,00
La guerra civile spagnola è ricordata come un conflitto di ideali appassionati e di crudele fanatismo. Molto è stato scritto sulle battaglie epiche e sul ruolo delle grandi potenze, su rivoluzione e reazione, su soldati e generali, ma poco su ciò che la guerra significò per le donne che vi presero parte attiva come militanti politiche, infermiere negli ospedali da campo, paladine dei diritti civili, assistenti sociali, giornaliste. In Colombe di guerra Paul Preston, uno dei maggiori studiosi di storia spagnola, ricostruisce la vita di quattro donne straordinarie, che hanno militato su sponde opposte e le cui vicende dimenticate gettano una luce diversa su quegli anni tragici. Sul fronte repubblicano Margarita Nelken, rivoluzionaria femminista, scrittrice e donna politica, che si destreggia fra le preoccupazioni per i figli e l'impegno contro Franco; e Nan Green, comunista, madre di due bambini, che lascia in Inghilterra per raggiungere il marito arruolato nelle Brigate Internazionali in lotta contro il fascismo.
Sull'altro fronte, Priscilla Scott-Ellis, giovane esponente dell'alta società inglese, che si reca in Spagna nell'ingenua speranza di sposare Ataùlfo d'Orléans-Borbone, il principe di cui si è invaghita, ma che, una volta giunta sul posto, si lascia sempre più coinvolgere nell'attività degli ospedali da campo, diventa infermiera e matura rapidamente in mezzo agli orrori della guerra; e Mercedes Sanz-Bachiller che, sconvolta da un aborto causato dalla notizia della morte del marito in combattimento, si getta nelle attività di assistenza sociale che faranno di lei una delle donne più potenti dello schieramento franchista.
L'ombra della guerra civile spagnola avrebbe pesato su di loro per il resto della vita, costringendole a prendere atto di una realtà che, per la sua durezza e per la sua difficoltà, superava di gran lunga ciò che avevano immaginato, ma anche arricchendole della consapevolezza che in un momento storico così cruciale le donne dovevano uscire dall'ambito familiare e dare il proprio contributo alla causa in cui credevano. Quattro storie intessute di amore, dovere, fede, lutto e passione politica: ognuna, ricca di dettagli intensi e vividi tratti da diari, lettere e documenti dell'epoca, apre uno spiraglio inedito sulla guerra e sull'esperienza delle donne nella Spagna sconvolta da uno scontro fraticida.
A. Brilli, Il viaggio in Italia. Storia di una grande tradizione culturale, Il Mulino, 2006, pp. 516, euro 25,00
Sul viaggio in Italia - parte essenziale ma anche autonoma del Grand Tour - è disponibile una nutrita letteratura che va dai resoconti dei viaggiatori più famosi agli studi su singoli personaggi, itinerari e città. Mancava tuttavia una presentazione d'insieme di questo fenomeno culturale che ha per baricentro il nostro paese. Una lacuna cui intende rispondere il volume di Brilli, che offre alla curiosità e all'interesse del lettore la prospettiva globale di una consuetudine culturale tra le più affascinanti, dalle sue origini collocabili alla fine del Cinquecento al sorgere del turismo organizzato. Che si tratti del filosofo naturale, dello studente, del diplomatico, del mercante, dell'appassionato di antichità o del collezionista, il viaggiatore affida a diari, memorie, guide, corrispondenze, vere o fittizie, la sua esperienza di pellegrino laico del sapere. E' da questa messe che Brilli attinge per raccontare come nel concreto si svolgesse il viaggio in Italia, quali i luoghi visitati, quali i rapporti con i "nativi", quali le aspettative e le reazioni dei "turisti": ne viene una narrazione di grande piacevolezza, intessuta di notizie curiose e anche divertenti, dove l'attenta ricostruzione storica si scioglie nello stile elegante della scrittura.
W. Naphy - A. Spicer, La peste in Europa, Il Mulino, 2006, pp. 192, euro 11,50
La peste arrivò in Europa nell'ottobre 1347, su una nave proveniente dalla Crimea che attraccò a Messina carica di marinai morti o moribondi. Si diffuse con una velocità impressionante e uccise circa un terzo dell'intera popolazione europea. Fino a tutto il Seicento, l'Europa ha dovuto convivere con ondate pressoché regolari di epidemia; la popolazione ha impiegato quattro secoli a tornare ai livelli precedenti il 1350. La peste ha dunque impresso un segno fortissimo e decisivo sulla vita europea nell'età moderna. Il volume sintetizza la storia della "morte nera" e del suo impatto sull'Europa; dopo aver richiamato le maggiori epidemie del mondo antico e medievale, gli autori raccontano lo scoppio della peste del Trecento, i tentativi di comprenderne le cause e di arginarla, gli effetti delle ricorrenti epidemie e i due ultimi maggiori episodi, la famosa Grande Peste di Londra del 1665 e quella di Marsiglia del 1720.
P. G. Wallace, La lunga età della Riforma, Il Mulino, 2006, pp. 344, euro 20,00
Per Riforma intendiamo di solito la Riforma protestante con la quale agli inizi del Cinquecento si ruppe l'unità dell'Europa cristiana. L'originale prospettiva di questo volume consiste nel guardare al rinnovamento seguito al Medioevo, dal Tre al Settecento, come a un processo di lungo periodo: un'unica stagione di riforma che segna l'età moderna trasformando nel profondo la vita religiosa. L'autore ricapitola brevemente come prenda forma nei secoli medievali l'assetto istituzionale della Chiesa, e colloca l'emergere di spinte al rinnovamento e alla riforma nel quadro della crisi demografica e sociale, ma anche culturale e religiosa, innescata dalla grande peste del Trecento. Illustra così le varie esperienze riformistiche che si susseguono, da Lutero a Calvino alla Chiesa anglicana e alla Controriforma cattolica, proiettando gli sviluppi d'ordine religioso sulla contemporanea evoluzione politica, socio-economica e culturale europea.