EDITORIALE - STORIA OGGI
SULLA NUOVA LEGISLATURA.
INIZIAMO BENE. ANZI, MALISSIMO
di PAOLO M. DI STEFANO*
Tillo (all'anagrafe noto come Silvio, ma in famiglia detto Tillo il Grande) ha cinque anni, ma va per i sei e ne è orgoglioso. Manino, invece, i sei li ha compiuti. Tillo e Manino giocano, come tutti i bambini: intenti, impegnati e chiassosi. Il più grandicello appare anche vagamente più saggio dell'altro. Forse perché grassottello e pacato. E anche, forse, perché sta vincendo. Tillo capisce che la partita si è messa male, e subito cerca di rimediare. Vorrebbe picchiarlo, quel Manino lì, ma è più grosso.! Non avrà grandi muscoli, il Tillo, ma in quanto a voce.ed eccolo mettersi a strillare, con tutto il fiato che ha in corpo: non vale, non vale. Ho vinto io! Non è vero, esala l'altro: sono io ad aver vinto. Sono arrivato primo. Non sei arrivato primo, non è vero: sono arrivato prima io. No, prima io. Bugiardo, prima io. Bugiardo sei tu: prima io. E io lo dico a papà. Il mio papà è più grosso del tuo. E' vero che sono arrivato primo? A me sembra che il primo sia lui. Non è vero, sei bugiardo anche tu. Sono io, il primo. No, sono io. Bugiardo, hai perso. Hai perso tu. Smettetela, tutti e due.
Fate la pace, da bravi: siete pari. No, non è vero, ho vinto io e la pace non la faccio proprio per niente. Ecco, lo vedi? Non vuoi fare la pace. Ma tanto ho vinto io e tu sei cattivo. No, cattivo sei tu. Io ho vinto, e con te non gioco più. Sono io che non voglio giocare con te. No, sono io. Non ci gioco, non ci gioco e non ci gioco. E con te non parlo neppure. Neanche per telefono. No, tu mi devi telefonare, perché ho vinto io. Non è vero: non ti telefonerò mai perché ho vinto io. Chi ha perso telefona. Chi se ne importa? Io non telefono. Ma io ho vinto.Non è vero, ho vinto io. Ho vinto io, scemo. Scemo sei tu: ho vinto io.
E' solo un gioco di bambini le cui regole, fissate da Tillo con il diritto della prepotenza propria dei più piccolini, sono ora dal Tillo stesso contestate. Non vale, non vale e non vale: il Tillo è veramente arrabbiato. Piangerebbe, se potesse. Ma non può, e quindi recrimina e minaccia. Non solo non gioco più, con te: rivoglio la palla, che è mia. No, è mia perché me l'ha data quella signora. Non è vero, la palla è mia perché l'avevo prima di te. No, è mia perché l'hai persa. Non ho perso. Sì che hai perso. No che non ho perso, vero signore? Sì, piccino, hai perso, anche se di pochissimo. Non è vero, non ho perso e tu sei un signore cattivissimo e ce l'hai con me.
E' il senso dell'infinito che si concreta. Tillo e Manino potrebbero andare avanti per l'eternità.
Sono bambini, sentenzia il solito benpensante. E si affretta lontano dagli strilli, scrollando la testa. E magari pensa che, ai miei tempi, qualcuno li avrebbe presi a schiaffi.

Le questioni di immagine sono sconosciute ai bambini. Per lo più, i loro comportamenti dipendono dai bisogni che avvertono, dagli istinti che li guidano e da una buona dose di egoismo. Solo il tempo che li matura e l'educazione che li condiziona consentiranno una presa di coscienza più analitica delle circostanze e delle azioni, sempre che l'educazione sia corretta e bene impartita e il tempo non sia trascorso invano. Non solo: un bambino che acquista troppo presto coscienza di sé, impara l'educazione e si comporta in conseguenza viene guardato come un soggetto strano, talvolta fa ridere e spesso suscita un sentimento di antipatia. Ciò non toglie che, da grandi, si riesca a distinguere tra il bambino "di buona famiglia" - per il quale l'educazione è parte della catena dei cromosomi - e quegli altri che l'educazione non l'hanno ricevuta da piccoli ma che, magari perché divenuti ricchi e potenti (e né la ricchezza né la potenza dipendono dalla educazione) si adeguano a certi comportamenti, imitandoli o sforzandosi di farlo. Si vede subito. E non c'è abito o frequentazione che tengano. Il problema è, anche, che alla prima occasione l'istinto riprende il sopravvento e il "signore" non riesce a fare lo sforzo di mantenere lo stile imposto dalle circostanze. Neppure quando il non farlo incide negativamente sull'immagine.

Che il Presidente uscente non congratulandosi con il vincitore abbia inferto un grave colpo alla propria immagine mi sembra un fatto incontestabile, della cui portata, però, ben pochi sembrano essersi resi conto. Anche perché, forse, sono sempre di meno coloro che sanno non solo cosa l'immagine sia, ma come la si costruisca, come la si conservi e quanto valgano le piccole cose.
Invece l'uomo di sinistra che ha pensato di ritirarsi dalla competizione per la presidenza della Camera dei deputati per non creare divisioni ha lanciato, magari inconsciamente, un chiaro messaggio: la mia è l'immagine di uno capace di sacrificarsi per una causa più importante. Che coi tempi che corrono.
Il problema è, forse, che noi siamo un popolo alla cui educazione e alla cui cultura la nobiltà dell'immagine è un concetto estraneo, di nessuna importanza, di nessun valore. E chi ne parla è veramente ormai vox clamans in deserto, meritevole al massimo della qualifica di sognatore idealista.
E allora il "perdere la faccia" può essere considerato un banalissimo e trascurabilissimo incidente di percorso: nessuno se ne accorge e, seppure se ne sia accorto, non gli attribuisce alcuna importanza.

Un colpo gravissimo all'immagine della sinistra è stato inferto a Milano nel corso delle celebrazioni del 25 aprile. Le considerazioni riguardo al modo con il quale è stata contestata la presenza del Ministro Moratti e del Padre; l'opportunità di essa; l'offesa agli ebrei, sono talmente ovvie da rendere assolutamente inutile il ripeterle. Ma una cosa non è stata detta, mi pare. Questa: se c'era un modo per consegnare alla signora Moratti la poltrona di Sindaco dell'unica città europea allocata in Italia è stato proprio quello. Non foss'altro che perché i milanesi sembrano essere i soli a conservare un (vago) senso dell'immagine e dunque non potranno non ricordare, al momento del voto per le amministrative, quanto è accaduto. E non potranno non collegare l'episodio - certamente frutto della ignoranza di non molti (si spera) faziosi trinariciuti - al martellante appello del Presidente uscente a non dimenticare i bambini bolliti dai comunisti cinesi e le nefaste vicende dei comunisti in genere. Che, forse, non c'entrano niente, ma, a scanso di equivoci.

E se si pensa che a Milano il Presidente uscente ha una sua propria valenza di imprenditore di successo, esprime in qualche modo lo spirito della città e sostiene Letizia Moratti, a sua volta milanese e persona assolutamente educata e colta, è proprio così campata per aria l'ipotesi che una manica di imbecilli abbia vanificato una campagna che, forse, avrebbe potuto avere successo? Che immagine è quella di una sinistra che si comporta in quel modo? Dice: ma erano pochi, non bisogna generalizzare e la condanna di Prodi e della sinistra tutta è stata immediata e chiara. E' vero, ma la tendenza a generalizzare è praticamente ineludibile e quella a sottovalutare l'effetto sulla immagine delle azioni di pochi e magari anche di scarsa importanza (e non è questo il caso) è una costante. E' vero che fin dal Digesto giustinianeo si sostiene che de minimis non curat praetor, ed è forse giusto così, ma il fatto è che sono proprio le cose che possono apparire piccole a minare e spesso a distruggere una immagine, in genere faticosamente costruita.

E allora, ecco un risvolto positivo di quanto è accaduto: il richiamo ad una attenzione particolare, l'invito a non mollare nella lotta contro comportamenti idioti ed ineducati. Che non significa soltanto provvedere a punire tempestivamente chi li commette e chi li induce. Significa anche e soprattutto avere chiara l'immagine che si vuole proiettare, costruirla e attivare tutto quanto è necessario per mantenerla.

Un obbiettivo prioritario, anche se a lunga scadenza, del governo (di ogni governo) dovrebbe essere quello di porre la massima attenzione alla formazione dei cittadini, alla loro cultura, alla loro educazione democratica prima ancora che personale. Costruire le basi per un avanzamento culturale degli italiani potrebbe costituire quel plus che, se ben "venduto" e "comunicato" potrebbe costituire una delle pietre angolari di un'azione di governo che nasce debole e piuttosto male. E non basterà ricollocare al centro delle attività dello Stato la scuola pubblica. Bisognerà pianificare e perseguire obbiettivi di eccellenza dell'insegnamento, anche occupandosi seriamente della assunzione e delle carriere dei docenti, il cui comportamento dovrà essere di una trasparenza assoluta. Occorrerà porre un freno alla moltiplicazione di corsi di laurea (brevi o lunghi che siano) ed alla consegna di cattedre a persone che le ricevono soltanto per vie di amicizia e di conoscenza, ma che a mala pena sanno di cosa si stanno occupando. Sarà il caso di mettere a disposizione della scuola pubblica le risorse occorrenti per rendere decorosi gli stipendi dei docenti; per il personale amministrativo, ma anche per i locali, le attrezzature, i servizi, sempre perseguendo l'eccellenza ma, anche, avendo la massima cura nel gestire i fondi in modo economicamente corretto, eliminando tutti gli sprechi ed i privilegi possibili.

Dove si trovano i soldi è una delle domande ricorrenti in questi giorni. Nessuno se la pone per le risorse da destinare alla cultura (il che la dice lunga circa l'atteggiamento dei partiti e della gente nei confronti della scuola e della istruzione), ma il tema è considerato di grande importanza quanto si attaglia alle tasse. Per ridurre le tasse, occorrono fondi. Da dove li prenderemo? Forse, un Governo che guardasse con estrema attenzione a come viene oggi effettuata la "spesa pubblica" potrebbe avere qualche ispirazione in più.

Un servizio televisivo - e non è che un esempio - di fine aprile ha fatto conoscere agli italiani non soltanto l'ammontare dei contributi che lo Stato sotto varie forme (che vanno dai finanziamenti in contanti al contributo per la carta a quello per le spedizioni) versa ai quotidiani, ma anche come editori e proprietari di giornali abbiano costituito apposite società nella forma più adatta per ottenere i contributi che la legge prevede. Il tutto indipendentemente dalle reali necessità o possibilità di autonomia finanziaria. E, il tutto, anche consentendo che giornali finanziati dallo Stato paghino ai direttori e ad alcuni altri giornalisti stipendi assolutamente elevati e spesso anche ingiustificati.

E qui si aprirebbe un'altra serie di considerazioni relative a certi stipendi ed a certe pensioni di cui beneficiano "i grandi ed i potenti". Io credo che il proporre alla gente una pianificazione di gestione orientata alla indicazione di un limite massimo al di là del quale nessuno stipendio o prebenda qualsivoglia possa spingersi avrebbe due effetti immediati. Il primo, certamente liberare risorse e contribuire quindi, a "trovare" una parte di quei soldi di cui si parla tanto. Il secondo - ed è una questione di immagine da non sottovalutare - di rendere accettabile un provvedimento che altrimenti verrebbe vissuto come negativo. In Italia non sembrano esistere limiti massimi di guadagno. In nessun campo. E qualora un limite vi fosse, verrebbe in automatico superato da benefit i quali, in più, molto spesso sono esenti da tasse. Di più: esistono automatismi che consentono di legare i livelli e l'andamento degli stipendi di una categoria all'andamento ed ai livelli di un'altra, diversa categoria professionale. L'automatismo in sé potrebbe non essere un male. Stabiliamo che lo stipendio di riferimento, quello attorno al quale ruotano gli altri ad esso collegati, abbia un limite preciso, comprensivo di ogni e qualsiasi voce. E facciamo sì che la legge stabilisca che questo principio valga per il settore pubblico così come per quello privato. Vogliamo scommettere che la cosa potrebbe funzionare? Non pensate che lo scandalo più volte denunziato degli stipendi dei deputati regionali della Sicilia potrebbe cessare? E non é che un esempio. Moltiplicatelo per tutte le funzioni e le cariche pubbliche; estendetelo ai dirigenti delle imprese private; fate sì che i cachet dei cantanti lirici, dei grandi direttori d'orchestra, dei cantanti di musica popolare non possano superare precisi confini; obbligate le società sportive, quelle di calcio segnatamente, a contenere gli stipendi dei calciatori (e dei tecnici e degli allenatori) entro limiti ragionevoli.E così fate per i medici, gli avvocati, i professionisti "liberi" in genere.

E si faccia in maniera, anche, di strutturare un sistema fiscale equo, onesto, corretto. Premessa di una amministrazione della cosa pubblica assolutamente esemplare e dunque non contestabile. E si curi una informazione puntuale e corretta.

Un sistema di comunicazione pubblica fa parte integrante, più che di una corretta amministrazione, di una efficace gestione dei rapporti tra Stato e cittadini. Che lo Stato e, con esso, il Governo debbano disporre di mezzi di comunicazione adeguati mi pare incontestabile. Che l'esistenza dei mezzi e il loro corretto funzionamento siano un diritto dei cittadini, anche. E che i cittadini abbiano interesse a che l'informazione e l'intrattenimento siano del più elevato livello possibile, pure. La materia, come è noto, è oggetto del contendere, e la contesa si svolge con toni più che aspri, investendo tutti i settori della politica, dell'etica, dell'economia. In merito, le certezze non sono molte. Ma mi sembra assolutamente certo che una caduta di stile qual è stata quella dell'aspirante presidente della Camera dei deputati debba essere considerata assolutamente imperdonabile. Suona di vendetta, bieca e volgare, oltre che inutile. Il problema non è quello di punire Mediaset per aver approfittato delle occasioni che le sono state offerte: il nostro è un sistema che insegna a "cogliere le opportunità" e punisce chi non lo fa. Casomai, bisognava impedire, prima, che le leggi fossero violate e che le violazioni rimanessero impunite. Ora è tardi. Quelle violazioni - se violazioni sono state - sono diventate situazioni di fatto irreversibili, aggrappate anche alla retorica della salvaguardia dei posti di lavoro. Una vecchia storia che non nasce con Mediaset e con Rete 4.

La questione mi sembra stia, invece, nel far sì che la libertà del singolo si possa realizzare senza la connivenza spinta fino al sacrificio dell'interesse e della struttura pubblica. Rimanga, dunque, la concorrenza dei privati al sistema pubblico. Ma questo, proprio perché tale, innanzitutto sia improntato a quei criteri di professionalità e di indipendenza e imparzialità che dovrebbero improntarlo e distinguerlo. E, poi, goda dei vantaggi che l'essere pubblico comporta e in un certo modo impone. Che sono diritti di priorità, per esempio, (tutti da disegnare e riconoscere) nella trasmissione di avvenimenti culturali (teatro, concerti, opera lirica, balletti.) e di quelli di intrattenimento popolare Tra questi ultimi, le partite di calcio e gli altri avvenimenti sportivi. Giustificati anche - i diritti di prelazione - dalla non trascurabile circostanza che lo Stato finanzia teatri, enti lirici, manifestazioni culturali e sportive e quant'altro.
E poi, la comunicazione in genere, la formazione e l'informazione in particolare, oggettiva per quanto può esserlo.

E' ovvio che, per far questo, occorre anche disegnare un sistema in grado di raggiungere obiettivi chiari. Che non sembrano esserci, oggi. Ma basta farlo. Tentiamolo, almeno.
Per inciso: una parte della contesa sulla pubblicità verrebbe risolta proprio lasciando liberi gli utenti di rivolgersi a quei mezzi e in quei tempi che meglio richiamano il maggior numero di spettatori. Siamo proprio sicuri che gli spettatori della TV siano tutti cretini o quasi? Non è neppure ipotizzabile che un network che faccia formazione seria, informazione oggettiva e intrattenimento intelligente riesca ad attrarre un pubblico interessante anche per i mercati e le imprese?
Ma questa è un'altra storia.

Scommettiamo che va? Come "cosa?": un governo che pianifichi e comunichi correttamente questa e le altre materie delle quali in questa sede non ci siamo occupati. Un governo, qual è quello che si accinge a prendere in mano le sorti d'Italia, che per potere governare deve per forza di cose proporsi e vendersi agli italiani come assolutamente affidabile per quello che fa e per il come lo fa. E che, dunque, deve costruire una immagine positiva e comunicare con estrema attenzione con un pubblico che, scettico nella sua totalità, per il cinquanta per cento è o appare assolutamente contrario. E che è pronto a giudicare qualsiasi cosa come "sbagliata", "inadeguata", "di parte".
Che è tutto vero, se si continua a guardare al compromesso non come ad uno dei possibili mezzi utilizzabili dalla Politica, ma come all'essenza stessa di essa. Ed è quello che, purtroppo, sembra riproporsi.

Spero di sbagliare, ma quanto al momento in cui scrivo sta accadendo per l'elezione dei presidenti della Camera e del Senato non mi sembra vada in direzione diversa da quella del compromesso e del giochino politico. Con buona pace non soltanto dell'immagine - che è gravissimo!- ma anche del buon funzionamento delle istituzioni. Camera e Senato andrebbero guidate da grandi esperti delle strutture pubbliche. Si tratta di far funzionare al meglio le macchine che producono le leggi e si tratta di garantire che la produzione sia in grado di soddisfare i bisogni della collettività, con il minimo possibile di interferenze di interessi di parte.

Il direttore di produzione in una qualsiasi fabbrica ha il compito di garantire che tutta la struttura produttiva sia in grado di operare con la massima efficienza e con l'efficacia richiesta. Un'efficacia che si riferisce al prodotto in sé, in quanto risultato della tecnica produttiva e riguarda la capacità "tecnica" di soddisfare i bisogni di riferimento. E le due camere sono proprio in senso tecnico e funzionale "la fabbrica" delle leggi. Ed hanno bisogno, le Camere, di direttori di fabbrica professionalmente eccellenti.
Che poi il prodotto stesso, "quello lì", "proprio quello e non altro", sia efficace ai fini dello scambio, non è più competenza del direttore di produzione, bensì dell'impresa nel suo complesso. Che senso ha, allora, l'assegnare la carica di Presidente ad un partito piuttosto che ad un altro, magari prescindendo dalle capacità della persona?

Premere per avere il Presidente di una delle due Camere o di tutte e due sembra voler dire solo continuare a pensare che la vera funzione dei Presidenti sia quella di far operare la "fabbrica della legge" non in vista del miglior prodotto possibile ma per la migliore tutela possibile di interessi di parte. Significa pensare che il potere possa e debba essere gestito nell'interesse prevalente di un partito e quindi di una parte politica e dunque di un gruppo sociale più o meno importante. E far pressioni per esserlo, Presidente, potrebbe anche voler dire che "chi fa da sé fa per tre". E potrebbe significare, anche, che in Italia alcuni partiti esistono sopra tutto per cercare di garantire posizioni personali o comunque di gruppi ristretti.
Che in una realtà, quale sembra essere quella della parte vincente, non mi pare possa essere considerato segno di coesione.
Cominciare con un uomo al di sopra delle parti è da sempre e sotto tutti i cieli un ottimo segnale. Hai visto mai che anche i fatti trovino le vie per realizzarsi per ragioni "al di sopra delle parti"?


*Docente di marketing presso
l'Università per Stranieri di Perugia