E-BOOK
di RENZO PATERNOSTER
LA POLITICA INTERNAZIONALE
DELLA SANTA SEDE
DALL'ETA' ANTICA A PIO X
L'ESERCIZIO DEL POTERE
IN NOME DI DIO
CAPITOLO SECONDO
Il Papato politico. Con l'avvento al soglio pontificio di Urbano II (1088-1099), sembrò in un primo momento che la lotta fra Impero e Papato fosse sul punto di affievolirsi. Il pontefice, infatti, offrì una buona occasione per riunire tutti i popoli cristiani occidentali e i loro sovrani intorno ad un medesimo progetto: la lotta contro i musulmani, per la conquista di quei luoghi in Palestina che avevano visto nascere e morire il Cristo. La crociata di Urbano II rispondeva alla volontà, accanto a quella di far acquistare alla cristianità la Palestina, di allontanare l'aggressività di quei feudatari cristiani, la cui turbolenza era ostacolo al ristabilimento della pace in Occidente. Urbano II aveva lanciato il suo appello nel 1095 durante due concili tenutesi a Piacenza e a Clermont-Ferrand. Il pontefice concedeva la remissione delle pene temporali per chi partiva per la crociata, la totale remissione dei peccati per chi moriva in battaglia: di qui l'idea che l'esercizio delle armi in difesa dei cristiani e della cristianità fosse non solo giusto ma santo e meritorio; perché «Dio lo vuole!».
Vi muovano e incitano gli animi vostri ad azioni virili le gesta dei vostri antenati, la probità e la grandezza del vostro re Carlo Magno e di Ludovico suo figlio e degli altri vostri sovrani che distrussero i regni dei pagani e che fino ad essi allargarono i confini della Chiesa.
Cessino dunque i vostri odi intestini, tacciano le contese, si plachino le guerre e si acquieti ogni dissenso ed ogni inimicizia. Prendete la via del Santo Sepolcro, strappate quella terra a quella gente scellerata e sottomettetela a voi [...]
. [Dupont A., La chrétienté et l'idée de croisade, 2 voll., Paris, 1954-1959, trad. it., La cristianità e l'idea di crociata, Bologna, 1983].
Il pontefice in ogni caso non aveva abbandonato l'idea teocratica, anzi questa era stata rafforzata dal concetto di guerra santa contro gli infedeli che egli aveva lanciato nei due concili del 1095. Infatti, la duplice necessità da un lato di agire secondo il sistema dei valori cristiani, prima fra tutti quelli che proclamavano il potere del papa, e dall'altro di porre rimedio alla fragilità materiale e intellettuale di una società religiosa soggetta all'arbitrio delle autorità civili, impose a papa Ottone Eudes di ritornare alle antiche pretese verso l'Impero. E così nel concilio di Clermond-Ferrand, tenutosi dal 18 al 28 novembre 1095, proibì l'investitura laica (anche se in precedenza e nello stesso anno - al concilio di Piacenza - con spirito conciliante regolò le questioni canoniche sorte dalla disputa con l'imperatore); negò i rapporti sia con gli scomunicati sia con gli ordinati simoniaci; statuì che, in accordo con i principi, si dovevano sospendere tutti gli atti bellici in determinate ricorrenze religiose (Natale, Pasqua, Avvento, ecc.) per onorare il Signore (cosiddette tregue di Dio).
Il normanno Roberto il Guiscardo, nel frattempo, con l'aiuto di suo fratello Ruggero, stava terminando la conquista dei territori bizantini e arabi: la Puglia e la Calabria da una parte, la Sicilia dall'altra. Nel 1071 i normanni occuparono Bari, nel 1077 Salerno, dal 1061 al 1091 procedettero a fare lo stesso anche in Sicilia. I normanni, padroni di tutto il sud della penisola italiana, avevano ormai assunto un ruolo decisivo, e di questo il pontefice n'era consapevole. Per il papa, anche in vista della lotta aperta contro l'imperatore, dovette confermare l'investitura del 1059 fatta a Melfi da Niccolò II a Roberto il Guiscardo e rafforzare i vincoli vassallatici con i normanni nell'accordo di Ceprano. Nel 1098 Urbano II concesse il privilegio della legazia apostolica a Ruggero I re di Sicilia.
Con tale privilegio ai re di Sicilia fu concessa la loro esclusiva competenza su tutta la materia ecclesiastica dell'isola, compresa la stessa disciplina interna delle chiese locali. Il papa s'impegnò, altresì, a non mandare mai nel regno alcun legato pontificio per risolvere le controversie prima riservate alla giurisdizione pontificia ed ora di competenza del sovrano (tale privilegio fu soppresso nel 1864 da papa Pio IX; lo stesso fece il governo italiano nell'art. 15 della legge delle Guarentigie).
Ha scritto Jack Lindsay: «i Normanni in Italia giocarono un ruolo decisivo nei rapporti tra papato e impero germanico, determinando così molte delle direttrici principali lungo le quali si sarebbe sviluppato il mondo medievale. Senza questo loro ruolo sarebbe difficile capire come avrebbero potuto altrimenti compiersi le crociate» [Lindsay J., I Normanni, trad. it., Milano, 1995, p. 262.].
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Tommaso d'Aquino
Nella lotta con l'Impero, un buon compromesso fu raggiunto nel 1111 da papa Pasquale II e l'imperatore Enrico V; tale volontà, però, ebbe vita breve. I due poteri raggiunsero un accordo, che dopo i negoziati preliminari del 4 febbraio nella chiesa di santa Maria in Turri, fu concluso il 9 dello stesso mese a Sutri: il pontefice avrebbe restituito tutti i benefici e i feudi ricevuti da Carlo Magno in poi, l'imperatore avrebbe rinunciato alle investiture. Enrico V, tuttavia, dichiarò che avrebbe ratificato la pattuizione solo con il consenso, sulla questione, dei vescovi tedeschi. Questi, dal canto loro, assieme ai vescovi dell'Italia settentrionale rifiutarono la restituzione; il 12 febbraio 1111, giorno dell'incoronazione imperiale di Enrico, all'inizio della cerimonia questi vescovi si rivoltarono manifestando la propria ostilità verso il papa. La cerimonia fu sospesa. Si giunse in tal modo all'imprigionamento del pontefice Pasquale da parte del re, che fu liberato solo alcuni mesi più tardi, in seguito all'accondiscendenza alle pretese di Enrico di continuare ad effettuare le investiture. Il 12 aprile 1111 fu così conclusa una nuova pattuizione: il trattato, detto di Ponte Mammolo, ridava al pontefice la sua libertà, mentre al sovrano fu garantita un'amnistia per l'imprigionamento del papa, la sicurezza dell'incoronazione imperiale (che avvenne il giorno dopo) e il diritto all'investitura.
In seguito alla firma del documento, il pontefice fu minacciato da alcuni cardinali di deposizione se non scomunicava l'imperatore e dichiarava contemporaneamente l'illegittimità del trattato. Non potendo fare altro, papa Pasquale ritrattò l'accordo e dichiarò genericamente che avrebbe confermato la scomunica fatta all'imperatore dal legato cardinalizio in Terra Santa, Conone da Preneste, e dal delegato Teodorico di Niem; nello stesso tempo cercò di allontanare dalla Curia i prelati più intransigenti attraverso nuove nomine cardinalizie. Enrico, in seguito a quest'atteggiamento, detronizzò papa Pasquale e nominò al suo posto Maurice Bourdin che si fece chiamare Gregorio VIII. Pasquale II si rifugiò, dapprima a Montecassino, poi a Benevento. Grazie all'aiuto dei normanni, papa Pasquale rientrò a Roma dove morì.
La prudenza politica da ambo le parti, consigliò di venire a patti con il rivale. Nell'autunno 1119 incominciarono a Strasburgo le trattative fra l'imperatore e i legati del pontefice, che erano per l'occasione il vescovo di Châlons, Guglielmo di Champeaux, e l'abate Ponzio di Cluny. Terminate le trattative, ai cardinali Lamberto di Ostia (il futuro papa Onorio II) e Gregorio di Sant'Angelo (il futuro papa Innocenzo II), toccò concordare i termini per la conclusione della pace. Nonostante fu già deciso il luogo dell'accordo, che doveva essere a Reims (luogo in cui si stava svolgendo un concilio), durante l'incontro a Mouzon tra il pontefice e l'imperatore, sorsero difficoltà d'interpretazione di alcuni passi dell'intesa, specie da parte papale. Seguì la rottura e il rinnovamento della scomunica all'imperatore.
Dopo il breve pontificato di papa Gelasio (1118-1119), salì al trono di Pietro Callisto II. Verso la fine del 1121, al consiglio imperiale di Würzburg i prìncipi tedeschi, consapevoli dell'insostenibilità della situazione, obbligarono con un consilium l'imperatore a concludere la pace con il nuovo pontefice Callisto. Pertanto, nella primavera dell'anno dopo, l'imperatore inviò a Roma dei propri delegati. In seguito alla dieta di Magonza, che si trasferì a Worms nel 1122, si ebbe da ultimo un felice compromesso tra la teocrazia del papa e il cesaro-papismo degli imperatori: si convenne finalmente alla sottoscrizione di un concordato per la pace fra i due poteri. I documenti furono sottoscritti il 23 settembre dalle parti, e in seguito, l'11 novembre, confermati a Bamberga anche dai prìncipi che non presero parte alla dieta.
L'accordo, detto anche Pactum Calixtium, costituito da un privilegio di papa Callisto II e da un precetto dell'imperatore Enrico V, stabilì la pace tra il clero e l'impero, abolendo il regime di proprietà laica della Chiesa e sancendo l'accettazione del primato giurisdizionale e di magistero del Papato. Il concordato constava di due parti: il Privilegium Imperatoris, con cui Enrico riconobbe le proprie obbligazioni nei confronti della Chiesa; il Privilegium Pontificis, dove papa Callisto confermò le concessioni fatte all'Impero. Il documento stabilì, inoltre, la distinzione fra l'elezione - che doveva avvenire per opera del clero e del popolo della diocesi - e l'investitura dei vescovi, che a sua volta era distinta in laica, per il governo temporale e l'amministrazione dei beni, in ecclesiastica, per le funzioni spirituali.
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Alessandro VI
L'imperatore accettava che sia le elezioni episcopali sia quelle abbaziali, si svolgessero secondo i canoni della Chiesa e quindi al di fuori delle sue ingerenze; inoltre, limitatamente al regno di Germania, il papa accordava all'imperatore (o ad un suo messo) il diritto di presenziare alle elezioni e di dirimere eventuali controversie. In questo modo l'investitura del potere spirituale del vescovo, con il pastorale e l'anello, spettava esclusivamente al pontefice; mentre l'investitura temporale, con lo scettro del feudatario, spettava all'imperatore. In Germania l'investitura temporale sarebbe avvenuta tra l'elezione e la consacrazione; nei regni d'Italia e di Borgogna entro sei mesi dalla consacrazione. Questo significava che all'imperatore era riconosciuto, per la Germania, un diritto ad intervenire sulle strutture gerarchiche ecclesiastiche più incisivamente che altrove, giacché nella pratica la consacrazione del vescovo si subordinava al gradimento dell'imperatore. Il principio di una precisa separazione tra le sfere di competenze laiche ed ecclesiastiche, era meglio marcato dalla regola che prevedeva che, all'atto dell'investitura dei beni temporali, il nuovo vescovo avrebbe dovuto giurare la propria fedeltà all'Impero.
Il concordato pose fine al conflitto con l'Impero e, dopo cinquant'anni di lotta, la Chiesa ne uscì in qualche modo vittoriosa: il Papato rinsaldò l'organizzazione gerarchica della Chiesa, si liberò da ingerenze laiche e soprattutto dalla soggezione imperiale, fece diventare il suo Stato certamente una potenza sovranazionale. L'Impero, invece, perse prestigio e soprattutto la sua sacralità che era stata fin dalle origini del Sacro Romano Impero uno dei suoi attributi, in questo modo non fu più considerato uno strumento precostituito da Dio per sorreggere la Chiesa.
Il Papato si presentava ormai come una salda struttura garantita nella sua indipendenza da qualsiasi potere laico. Esso si andava sempre più caratterizzando come un organismo carismatico e sempre più centralizzato, dove la figura del papa-re era al vertice della piramide costruita in tanti secoli con alla base la comunità dei fedeli. Tuttavia con il concordato di Worms non fu realizzata pienamente la concezione teocratica di Gregorio; peggio ancora, la pattuizione non definì il modo in cui dovevano essere regolati i rapporti fra le due potestà, e questo sarà fonte di ulteriori contrasti: anche se gli strumenti erano cambiati, la musica, da lì a poco, sarebbe ridiventata la stessa.
Il primo concilio Lateranense, celebrato nel 1123, ratificò il nuovo assetto dei rapporti fra il potere secolare e il potere spirituale così com'era stato concordato a Worms. Importanti per la nostra materia di studio sono i canoni 3, 4, 8 e 12, promulgati in questo concilio:
3. Nessuno consacri un vescovo che non sia stato canonicamente eletto. [...].
4. [...] la cura delle anime e l'amministrazione dei beni ecclesiastici devono essere soggetti al giudizio e all'autorità del vescovo [...].
8. Inoltre, in conformità a quanto disposto dal beatissimo papa Stefano stabiliamo che i laici, [...], non abbiano alcuna facoltà di disporre delle cose ecclesiastiche; ma che, secondo i canoni degli apostoli, la cura di tutti gli affari ecclesiastici sia nelle mani del vescovo e che egli l'amministri come se Dio lo vedesse. [...].
12. [...] proibiamo ai laici con la Nostra autorità apostolica di infeudare le Chiese o ridurle in servitù
. [I testi dei canoni in Aubert R. - Fedalto G. - Guaglioni D., Storia dei concili, Aubert R. - Fedalto G. - Guaglioni Cinisello B., 1995, pp. 368-370.].
In questo periodo le pretese papali, quale vertice unico di tutta la Chiesa universale, si coprirono ufficialmente e definitivamente di vesti legali grazie ad una produzione canonistica assai precisa; tra queste non si può non ricordare quella del 1140 del monaco camaldolese Giovanni Graziano: il Concordia discordatium canonum, da cui poi avrebbe preso vita il Corpus iuris canonici. In realtà il documento di Graziano fu un testo stilato con l'uso di antichi decreti e con l'estrapolazione di molte norme dallo pseudo-Isidoro. Unica cosa davvero innovativa fu soprattutto l'applicazione concreta che Graziano dava al diritto papale attraverso un sistema di norme regolanti la vita interna della Chiesa. Da allora tutti i pontefici che si alterneranno sul trono di Pietro avranno uno strumento giuridico per giustificare il loro potere supremo sulla Chiesa universale. Questo non gioverà certamente ai rapporti con le autorità civili.


L'Età di Innocenzo III. Fino all'avvento di Federico Barbarossa, i rapporti tra Impero e Papato non si discostarono dall'amicizia statuita a Worms; anche nei primi anni di regno del Barbarossa i rapporti continuarono su questa strada.
A Costanza, nel marzo 1153, papa Eugenio III (1145-1153) concluse un trattato d'alleanza con Federico Barbarossa, nel quale l'imperatore s'impegnava ad abbattere il Comune romano e ad espellere il suo signorotto Arnaldo da Brescia, ricevendo in cambio dal pontefice la corona imperiale. Nonostante l'alleanza, le ostilità tra il Barbarossa e il papa iniziarono quello stesso anno.
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Dante Alighieri
Federico, con il consenso dell'episcopato tedesco, ripudiò sua moglie Adele di Vohburg; ma la Santa Sede non volle ratificare questo ripudio, in quanto in contrasto con la morale cristiana. L'imperatore, incurante della morale cristiana e dell'atteggiamento di Roma, si unì in matrimonio con Beatrice di Borgogna. Il nuovo pontefice Adriano IV (1154-1159) - succeduto ad Anastasio IV (1153-1154), a sua volta subentrato ad Eugenio III - non solo denunciò il trattato stipulato a Costanza dal suo predecessore, ma fece pace con il re di Sicilia Guglielmo I. Si cercò di arrivare ad una conciliazione tra i due poteri, ma l'intransigenza nel voler conservare i propri punti di vista fece fallire tutte le trattative iniziate per la pacificazione.
Divenuto vescovo di Roma Alessandro III, il Papato riuscì a trasformare la società occidentale in uno Stato teocratico sotto la sua guida. Il papa, poiché rappresentante di Dio sulla terra, poteva eleggere e deporre sovrani e guidare i popoli. Secondo il pensiero di Alessandro, infatti, al pontefice spettano le due spade del potere temporale e spirituale; egli, allora, poteva decidere di affidare quella temporale all'imperatore, che l'avrebbe usata secondo la volontà di Dio (ossia del papa). Questo irritò non poco l'imperatore Federico che gli oppose nel tempo ben quattro pontefici (considerati ovviamente dalla Chiesa come antipapi): Vittorio IV (1159-1164), Pasquale III (1164-1168), Callisto III (1168-1178), Innocenzo III (1179-1180).
E' sotto il pontificato di Clemente III (1187-1191) che il Papato rifece pace con l'Impero. L'imperatore avrebbe voluto incoronare, mentre era ancora in vita, suo figlio Enrico come suo legittimo successore, ma già i predecessori di Clemente rifiutarono in quanto due imperatori non potevano contemporaneamente regnare sullo stesso Impero. Clemente, che voleva rientrare in possesso di tutte le terre del Patrimonio di Pietro, accettò di incoronare come imperatore Enrico VI, ma in cambio pretese quelle terre.
In questo periodo il prestigio papale ebbe il suo apogeo sotto il pontificato di Innocenzo III (1198-1216). Forse nessun pontefice, in questo periodo, ha lavorato così tanto per l'affermazione del ruolo del papato nel mondo. Non appena salito al trono pontificio, Innocenzo si diede compiti politici e spirituali ben precisi: ristabilire la signoria del pontefice negli Stati della Chiesa, ricondurre alla pace i prìncipi cristiani, salvare la Chiesa in Oriente, estirpare le nuove eresie che pullulavano in seno alla stessa cattolicità, ravvivare il vero sentimento religioso.
Sulla concezione della superiorità del Papato romano su tutti, fuori e dentro la Chiesa, Innocenzo non ebbe esitazioni. L'anima è superiore al corpo. Il papa è quindi superiore all'imperatore e detiene le due spade del potere spirituale e del potere temporale. Il papa è il sole; l'imperatore la luna, che riceve energia dal sole. L'imperatore è l'advocatus ecclesiae (l'avvocato della Chiesa); egli riceve la spada del potere temporale dal papa che è il rappresentante immediato del Cristo sulla terra e riceve il suo potere direttamente da Dio.
La concezione teocratica innocenziana fu illustrata il 30 ottobre del 1198 nella lettera pontifica Sicut universitas conditor :
Come Dio, creatore dell'Universo, ha creato due grandi luci nel firmamento del cielo, la più grande per presiedere al giorno e la più piccola per presiedere alla notte, così egli ha stabilito nel firmamento della Chiesa universale, espressa dal nome di cielo, due grandi dignità: la maggiore a presiedere - per così dire - ai giorni cioè alle anime, e la minore a presiedere alle notti cioè ai corpi. Esse sono l'autorità pontificia e il potere regio. Così come la luna riceve la sua luce dal sole e per tale ragione è inferiore a lui per quantità e qualità, dimensione ed effetti, similmente il potere regio deriva dall'autorità papale lo splendore della propria dignità e quanto più è con essa a contatto, di tanto maggiore luce si adorna, e quanto più ne è distante tanto meno acquista in splendore.
L'auto-attribuzione dei titoli e delle funzioni vicarie di Cristo, portò Innocenzo (e poi i suoi successori) a identificare la pienezza dei poteri regali divini con i poteri che devono essere esercitati dal papa. Papa Giovanni Lotario dei conti di Segni era convinto che la sua investitura fosse frutto dello Spirito Santo, e tutto il suo magistero fu animato da una concezione altissima della sua divina supremazia. Egli diceva di se stesso:
Io sono posto sopra la casa di Dio, affinché [...] la mia posizione sia superiore ad ogni altra.
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Innocenzo III
A me è stato detto dal profeta: io ti darò le chiavi del regno dei cieli. Il servo, a cui è stato affidato il governo di tutta la casa, è il vicario di Cristo [...]; egli è posto fra Dio e gli uomini, minore di Dio, ma più grande dell'uomo
. [Cit. da Fuhrmann H., Storia dei papi. Da Pietro a Giovanni Paolo II, Roma-Bari, 1990, p. 84.].
In definitiva, per papa Innocenzo, che sostituì al titolo di Vicarius Beati Petri quello di Vicarius Christi, l'apostolo Pietro è un suo pari ed entrambi sono vicari del Cristo. Tutta la sua politica nei confronti del potere laico è fondata nella fede religiosa.
Sotto il pontificato d'Innocenzo la dinastia degli Svevi, con Federico I Barbarossa ed Enrico VI, aveva esteso i domini imperiali dalla Germania all'Italia meridionale, rinchiudendo da Nord a Sud il Papato come entro una morsa. Il conflitto tra il Papato - da Innocenzo III a Gregorio IX - e gli Svevi si inserisce proprio nel tentativo pontificio di evitare l'unificazione delle due corone di Sicilia e dell'Impero nelle mani dell'imperatore svevo; tale unificazione avrebbe indubbiamente ricreato per la Sede apostolica il pericolo di una subordinazione alla volontà dello stesso imperatore.
Il problema della successione al trono fece entrare l'Impero in una grave crisi: mentre i grandi feudatari tedeschi erano in discordia, l'erede degli Svevi (il futuro Federico II) era poco più che un bimbo. Enrico morì nel 1197, a soli trentadue anni, e sua moglie Costanza affidò proprio a papa Innocenzo suo figlio Federico. Il pontefice, a sua volta, lo affidò alla educazione di un gruppo di ecclesiastici di Palermo. Da quel momento, Innocenzo ebbe la possibilità di realizzare i tre grandi obiettivi della sua politica. Il primo, raggiunto in parte, fu quello di rendere il Papato più indipendente, politicamente e spiritualmente, dall'Impero. Per questo Innocenzo, nella lotta per il trono imperiale, appoggiò inizialmente Ottone di Brunswick, incoronandolo nel 1209; in seguito, essendo cessata la loro intesa, riconobbe Federico II nella sua pretesa - legittima - di sedere sul trono dell'Impero germanico. A questo scopo, il futuro imperatore giurò al pontefice che non avrebbe riunito sul suo capo le corone d'Italia e di Germania; tuttavia egli non mantenne le promesse. Non solo, Federico portò avanti una politica ecclesiastica tutta sua entrando spesso in contrasto con il pontefice. Innocenzo così, dapprima appoggiò i francesi Angioini, che spezzarono la dinastia tedesca; in seguito, gli spagnoli Aragonesi, che vinsero gli Angioini, i quali nel frattempo avevano iniziato una politica ostile al pontefice.
Il secondo obiettivo, destinato tuttavia al fallimento (almeno per quanto riguarda l'Impero), è quello dell'affermazione dell'idea ierocratica del papa. Innocenzo mirava non tanto a stabilire una sua egemonia politica, quanto invece una specie di alta sovranità sui vari regni europei, ma soprattutto sullo stesso Impero. L'arma per raggiungere questi fini divenne quella della scomunica che, pur funzionando all'inizio, si dimostrò innocua a causa delle ribellioni dei giovani Stati nazionali e delle stesse lotte in seno all'Impero. Tuttavia, se la politica con l'Impero non diede buoni frutti, quella con le piccole monarchie si. Innocenzo intervenne direttamente nelle dispute sulle questioni delle successioni in Norvegia, Svezia, Boemia, Ungheria; indicendo la quarta crociata per la liberazione di Costantinopoli, e poi la quinta sempre contro i musulmani, incrementò la figura del papa come protettore universale, ma soprattutto ebbe modo di infeudare alla Chiesa la Castiglia, l'Aragona, il Portogallo, la Bulgaria; interferì nella politica della Francia e dell'Inghilterra per imporre l'autorità papale sulle questioni riguardanti la Chiesa.
In Inghilterra il conflitto fu iniziato a causa della vacanza dell'arcivescovado di Canterbury. In un primo momento i vescovi inglesi elessero come loro arcivescovo il sottopriore Reginaldo, ma su pressioni reali la carica passò al vescovo di Norwich. Innocenzo annullò entrambe le elezioni e promosse alla carica d'arcivescovo di Canterbury il cardinale Stefano Langton. Re Giovanni Senzaterra si oppose all'elezione denunciando l'interferenza papale nelle questioni riguardanti l'Inghilterra. Innocenzo, allora, si orientò verso una politica di forza dando il consenso alla Francia per l'invasione della stessa Inghilterra. Il 13 maggio 1213 re Giovanni si vide costretto a riappacificarsi con Roma, riconoscendo il candidato eletto da Innocenzo, il cardinale Langton, alla guida dell'arcivescovado di Canterbury.
Il 13 maggio 1213
re Giovanni si vide
costretto
a riappacificarsi
con Roma
Il terzo obiettivo di papa Innocenzo fu di rafforzare la sovranità papale piuttosto instabile su tutti i territori pontifici, creando una salda organizzazione amministrativa. Furono formate, per l'occasione, quattro grandi province: la Campania (comprendente la Campania marittima e il basso Lazio); il Patrimonio di san Pietro in Tuscia (comprendente l'alto Lazio e parte della Toscana meridionale); il ducato di Spoleto; la marca di Ancona. A capo di queste province furono posti dei funzionari nominati direttamente dal pontefice, i rectores; accanto a questi vi era il tesoriere (responsabile delle entrate fiscali), i giudici e altri funzionari, in parte ecclesiastici e in parte laici.
Un'effettiva unità statale, come desiderata da Innocenzo, non fu riprodotta a causa del persistere dei particolarismi cittadini e feudali, delle autonomie locali in campo legislativo, giudiziario e di governo. E' chiaro che i pontefici non erano più in grado di dominare quelle stesse forze che essi avevano destato nella lotta contro l'Impero. La vecchia nobiltà fu spodestata e le nuove dinastie, formate in parte da membri delle famiglie cardinalizie e papali (Annibaldi, Caetani, Orsini, Colonna, Savelli), in parte emergenti localmente dalla crisi delle istituzioni comunali, s'impadronirono di castelli e città fondando vere e proprie signorie familiari, di fatto indipendenti dal governo centrale.
Nella lotta contro gli Svevi si inserì anche un altro pontefice: Sinibaldo Fieschi dei conti di Segni che salì sul trono di Pietro nel 1243, prendendo il nome di Innocenzo IV che, nella sua intransigenza, arrivò a deporre Federico II come imperatore e re di Sicilia. Infatti, alla terza sessione del concilio di Lione (17 luglio 1245), l'imperatore fu deposto perché accusato di spergiuro per non aver mantenuto la promessa di non unire la Sicilia al Regno e il giuramento di fedeltà al papa; di violazione della pace fra la Chiesa universale e l'Impero; di sacrilegio per l'interferenza grave sulla Chiesa e l'arresto di cardinali ed ecclesiastici; di sospetta eresia per aver intrattenuto rapporti con gli infedeli. Nello stesso tempo il pontefice cercò la protezione del re di Francia fuggendo nel 1251 a Lione.


La monarchia pontificia. Bisogna riconoscere che la Chiesa già nel XII secolo ebbe un grande sviluppo spirituale dovuto alla crescita degli affari riguardanti il culto, la disciplina ecclesiastica e i rapporti con il mondo laico; anche se, in una situazione di profonda trasformazione sociale, dovuta alla gran lotta dei Comuni contro l'ingerenza ecclesiastica, si diffusero i movimenti ereticali che diedero tanti problemi alla cattolicità. Da qui censure, scomuniche e interdetti contro i vasti movimenti eretici, contro i Comuni, contro chiunque minasse l'autorità del papa e della sua Chiesa.
Gli strumenti materiali per il governo spirituale della Chiesa, si andranno meglio precisando nel secolo successivo; infatti, «l'ecclesiologia del XIII secolo fa passare in primo piano l'idea della Chiesa come un corpo, che implica unità e ordine. Nel corpo ecclesiastico, come in ogni corpo, l'essenziale, per i maestri del XIII secolo, è la testa. Sul piano dottrinale, in questo modo si giustifica la monarchia pontificia». [Le Goff J., Il cristianesimo medioevale in Occidente dal Concilio di Nicea alla Riforma, in Puech H. C., Storia del Cristianesimo, Milano, 1992, p.299.].
Così si afferma nel miglior modo possibile il potere legislativo del pontefice in materia di diritto canonico; questo fu meglio espresso da cinque libri di decretali di papa Gregorio IX (1227-1241), in seguito integrati dal Sextus di papa Bonifacio VIII (1294-1303), dalle Clementinae di papa Clemente V (1305-1314) e dall'Extravagantes di papa Giovanni XXII (1316-1334).
Nel corso di questo secolo, si riuscì anche ad istituzionalizzare il potere giudiziario del pontefice, istituendo, sotto Urbano IV (1261-1264), il tribunale della sacra Rota; si riuscì nel 1291 a disciplinare una tassa sul clero, grazie a Niccolò IV; infine, fu stabilita l'influenza finanziaria e politica della Chiesa, attraverso la creazione del sistema della riserva dei benefici.
Un'idea teocratica originale per il tempo fu sostenuta da Tommaso d'Aquino (1225-1274). Egli sostiene che il potere secolare viene direttamente da Dio, attraverso il popolo. Il popolo deve obbedire all'autorità secolare nelle sole cose che riguardano il bene civile. Il pontefice, invece, quale unico vicario immediato di Dio, a nessuno deve il suo potere spirituale; quindi, per quello che riguarda la salute delle anime, anche l'autorità secolare è sottoposta alla spirituale. Così Tommaso attribuisce al pontefice romano il potere di deporre i sovrani con sentenza punitiva nel caso di scomunica per eresia; naturalmente in caso di deposizione il pontefice interviene non con un atto politico, bensì religioso.
L'ultimo pontefice assertore dell'idea teocratica fu Bonifacio VIII. Il suo programma si basava sul presupposto che la società cristiana doveva darsi necessariamente un'organizzazione politica unitaria, con poteri distribuiti a diversi livelli, ma disposti gerarchicamente e convergenti verso un unico vertice supremo. Indicendo il giubileo dell'anno 1300, papa Bonifacio ebbe modo di poter finalmente imporre il vecchio programma medievale di supremazia politica del papato.
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Il pontefice Innocenzo IV
con alcuni cardinali
A dire il vero, la convinzione che l'anno 1300 sarebbe stato un anno di giubileo (il termine deriva dall'ebraico yobel, ossia il corno ritorto d'ariete che si suonava per annunciare l'anno del Signore), in altre parole l'anno in cui si poteva guadagnare una straordinaria remissione dei peccati andando a Roma, si manifestò quasi spontaneamente verso la fine del 1299. Bonifacio rimase disorientato dalla presenza di migliaia e migliaia di pellegrini affluiti a Roma gli ultimi giorni di dicembre del 1299; tanto che diede il compito ai cardinali di indagare sui vecchi testi canonici, se la convinzione di questi fedeli fosse vera. Dopo accurate indagini, si concluse che una tradizione che portava evidente beneficio all'immagine di Pietro e alla sua Chiesa, andava ovviamente rispettata. Così, il 22 febbraio 1300, papa Bonifacio VIII emanò la bolla Antiquorum relativo, in cui confermava e approvava che tutti i fedeli che visitavano le basiliche romane degli apostoli durante la ricorrenza del centenario, mostrando vero pentimento, avrebbero ricevuto l'indulgenza plenaria. Il giubileo del 1300 fu così manna piovuta dal cielo: il pontefice fece sfoggio di tutto il suo potere, le donazioni riempirono le casse della Chiesa e la pace regnò sovrana a Roma e in tutta l'Italia (Nell'Antico Testamento, nel libro del Levitico (cap. XXV) è scritto: «Conterai pure sette settimane di anni, sette volte sette, cioè quarantanove anni; e nel settimo mese, il dieci del mese, il giorno dell'espiazione, farai suonare la tromba per tutto il paese; e santificherai l'anno cinquantesimo, e annunzierai la remissione a tutti gli abitanti del tuo paese: è il giubileo..»).
Nel frattempo, però, la realtà politica stava cambiando e quell'unità dell'umanità che si era conservata fino allora incominciò a spezzarsi. Accanto al Sacro Romano Impero della nazione tedesca si formarono potenze nazionali consapevoli di avere un gran ruolo nella politica fra gli Stati, e la loro pretesa ad un potere indipendente, si rivolse logicamente anche contro la suprema di tutte le autorità sotto di cui si trovava pure l'imperatore stesso, vale a dire il Papato.
Il conflitto tra il potere spirituale e quello temporale va inserito proprio in questo quadro che vedeva il sorgere di nuovi Stati nazionali, nati e formatisi dal processo di disgregazione dell'universalismo imperiale. Il pontefice dovette così affrontare i comportamenti di queste giovani monarchie europee, che accantonarono gli interessi di prestigio, per sostituirli con quelli economici e politici. Peggio ancora, la Chiesa dovette affrontare la potenza di Filippo IV il Bello. Il conflitto che derivò tra Bonifacio e Filippo, re di Francia, può considerarsi come l'ultima fase della grandiosa lotta medioevale tra l'autorità laica e quella ecclesiastica.
Filippo voleva assoggettare la Santa Sede alla sua politica personale, privandola di tutti i privilegi e i diritti di giurisdizione e di immunità. Egli, prendendo a pretesto il fatto che le continue guerre che aveva combattuto, avevano dissanguato le finanze dello Stato, colpì con imposte altissime i beni degli ecclesiastici. A causa di questi "prelievi", papa Bonifacio pubblicò, il 25 febbraio 1296, la bolla Clericis laicos, che scatenò per il suo contenuto le ire del sovrano francese.
Nella bolla il pontefice rinnovava le disposizioni sancite dai concili Lateranense III (can. 19) e Lateranense IV (can. 44 - 46) e dai decreti di papa Alessandro IV, che proibivano agli ecclesiastici di pagare imposte straordinarie sulle rendite della Chiesa senza il consenso della Santa Sede, vietando ai laici, allo stesso tempo, di imporle o di esigerle. Filippo rispose al papa con un suo decreto, in cui, non solo accusava il pontefice di aver violato i diritti sovrani del re, ma vietava ai suoi sudditi di inviare a Roma denaro sotto qualsiasi titolo d'offerta. Il pontefice cominciò ad essere malvisto in Francia, non solo dai fedeli, dal clero e dai vescovi, ma anche dai cardinali, gli stessi che lo avevano scelto come successore di Pietro. Bonifacio si rese conto che il rischio di riaccendere focolai d'autonomia in Francia era altissimo, così decise che doveva arrivare ad un accomodamento per non spostare oltre il vero significato del conflitto che lo opponeva al re. Egli, così, spiegò al sovrano francese i termini entro i quali si contenevano le proibizioni della Clericis laicos: i doni spontanei del clero al re non erano vietati, giacché le disposizioni della bolla non volevano intaccare minimamente i diritti feudali del sovrano; si proibivano unicamente le imposte straordinarie senza il consenso papale, concedendo tuttavia al sovrano la facoltà di riscuotere tributi straordinari solo in casi d'estrema necessità. Filippo ritirò i suoi decreti. I motivi di contrasto, tuttavia, non erano ancora terminati.
Il sovrano francese ritornò a farsi sentire. Egli contestò al pontefice la prerogativa della sua superiorità su tutti i poteri, e per questo ritenne suo diritto confiscare i beni ecclesiastici francesi per risanare le finanze dello Stato. Bonifacio, allora, emanò nello stesso anno due bolle: la prima, Salvator Mundi, del 4 dicembre 1301, in cui aboliva tutti i privilegi concessi al re francese; la seconda, Ausculta fili, con la quale convocò a Roma, per il 10 novembre seguente, tutto l'episcopato francese, assieme al sovrano, per definire i rapporti fra Stato e Chiesa.
Filippo voleva
assoggettare
la Santa Sede
alla sua politica
personale,
privandola
di tutti i privilegi
Importantissima è la seconda lettera papale, nella quale il pontefice non solo formula un elenco delle accuse contro Filippo, ma enuncia una delle asserzioni più energiche della propria autorità, dichiarandosi superiore a qualsiasi potere civile. Nel documento, Bonifacio impose a Filippo di recarsi a Roma per discolparsi. Scriveva il pontefice:
Ascolta, figlio mio Dio ha messo il papa al disopra dei re e dei loro regni . Perciò tu non puoi dire, ore, di non avere nessuno sopra di te; anche tu sei soggetto al pontefice. Chi sostiene il contrario è un pazzo o un infedele.
Filippo non pubblicò la bolla, anzi la sostituì con una falsificata. Egli rispose al pontefice con tono assai duri, concludendo: «Sappia la tua stoltezza che noi non sottostiamo a nessuno nelle cose terrene . Chi crede diversamente è pazzo». [Le due lettere sono citate da Fuhrmann H., Storia dei papi. Da Pietro a Giovanni Paolo II, Roma-Bari, 1990, p. 98.]
All'assemblea convocata dal papa con la bolla Ausculta fili, parteciparono soltanto trentanove vescovi francesi; questi furono in seguito puniti da Filippo con la confisca dei loro beni. Frutto della riunione fu la bolla Unam Sanctam.
La bolla, pubblicata il 18 novembre 1302, fu un vero e proprio manifesto della teocrazia medioevale, ancora più esplicito della bolla precedente: in essa il pontefice, attingendo dalle Scritture, affermò che la comunità umana è fondata unicamente sulla Chiesa, la sola ad essere una perfecta, unum corpus mysticum. L'anima è superiore al corpo, quindi il potere spirituale è superiore a qualsiasi potere temporale. Questa superiorità, riferisce il pontefice nella lettera, è attestata anche dalle parole del profeta Geremia: «Ecco, oggi Io ti ho posto sopra le nazioni e sopra i regni» (1,10).
Ovvia fu la scomunica del re da parte del pontefice, come inevitabile divenne la dichiarazione di Filippo il Bello che considerò Bonifacio papa illegittimo, eretico e simoniaco. Il conflitto tra il re Filippo e il papa Bonifacio si concluse con l'oltraggio di Anagni: il 7 settembre 1303, il messo del re Guglielmo di Nogaret, accompagnato da Sciarpa Colonna, entrò nel palazzo papale e, dopo aver insultato il pontefice, lo schiaffeggiò. Non è dato sapere se lo schiaffo ci fu realmente, ma resta in ogni caso l'umiliazione subita dal papa, il quale poco dopo morì. Questo segnò la fine dell'universalismo medievale del Papato romano.

Le nuove concezioni politiche dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa. In questa situazione inquietante, che vedeva ancora una volta contrapposti i due poteri supremi del mondo, la produzione canonistica circa i rapporti tra la Chiesa e lo Stato, fu particolarmente attiva. Tra le opere fondamentali che rimettono in discussione la polemica tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII, ricordiamo solamente due tra le maggiori: il De Monarchia di Dante Alighieri e il Defensor pacis di Marsilio da Padova.
Dante Alighieri fu il primo autore ad impostare in maniera veramente moderna il problema dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa. Nella sua tesi politica esposta nel terzo libro del trattato De Monarchia, ricusava sia la tesi curialistica e teocratica, sancita da Bonifacio VIII nella bolla Unam sanctam, sia la tesi ghibellina di Filippo il Bello della dipendenza del Papato dall'Impero. Dante partiva dal presupposto che, poiché l'autorità dell'imperatore derivava direttamente da Dio senza l'intermediazione del pontefice, e quindi l'Impero non traeva la sua origine dalla Chiesa, né questa da quello, l'imperatore e il papa erano entrambi in rapporto immediato con il Re dell'universo. Lo stesso argomento a favore del papa, delle chiavi date a Pietro dal Cristo, non era accettato dall'Alighieri, in quanto il potere delle chiavi andava riferito al regna coelorum e soprattutto perché il senso del testo evangelico non comportava in nessuna maniera l'indicazione delle due autorità, la spirituale e la temporale, nelle mani di Pietro. Allo stesso modo Dante confutava la teoria dell'alienazione del potere temporale al papa da parte di Costantino, in quanto l'imperatore non poteva alienare ciò che suo non era. In definitiva la distinzione fra le due autorità diveniva necessaria e rispondeva ai fini rispettivi del bene spirituale e del bene temporale dell'umanità, perché l'imperatore e il papa, l'uno con le leggi, l'altro con la cura delle anime, avevano il compito di guidare in mutua collaborazione d'intenti gli uomini alla felicità, intesa questa come l'esercizio della virtù che conduce a Dio. Entrambi rispondevano direttamente a Dio dell'operato che esercitavano su due piani autonomi e paralleli ad essi assegnati. L'opera di Dante Alighieri fu condannata dalla Chiesa e restò nell'Indice dei libri proibiti sino al 1908.
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Arresto di Bonifacio VIII
In opposizione alle dottrine seguite nel Medioevo sulle relazioni tra Stato e Chiesa, Marsilio da Padova probabilmente aiutato da Giovanni de Ianduno scrisse nel suo Defensor pacis che lo Stato aveva la sovranità assoluta su tutti i cittadini, senza eccezioni, perché tale sovranità risiedeva nella stessa volontà dei cittadini. La Chiesa era considerata solo come custode e interprete della legge divina, e pertanto non poteva avere poteri temporali. Essa si trovava dentro lo Stato e doveva essere subordinata alle sue leggi, di conseguenza tutti i beni della Chiesa appartenevano per diritto all'imperatore. Inoltre, non ammettendo l'origine divina del potere papale (anzi, il pontefice era considerato il primo tra i pari, e la differenza delle prerogative di tutti i vescovi, compreso quello di Roma, emanava da una concessione imperiale), Marsilio considerava il concilio ecumenico la massima autorità della Chiesa. L'attuazione di questi princìpi avrebbe garantito la difesa della pace, intesa come ordine e organizzazione della società. Il pontefice Giovanni XXII condannò con bolla Licet iuxta doxtrinam (1327) il pensiero di Marsilio da Padova.

Emigrazione e crisi della Chiesa. Dopo la morte di papa Bonifacio, la grande barca di Pietro certo non navigava in acque tranquille. Mentre nelle nuove Nazioni europee dominava una politica laica d'avversione al potere ecclesiastico che proveniva da Roma, la Francia che nel frattempo diventava una grande potenza sulla scena politica europea non era disposta a rinunciare alle condizioni di privilegio, frutto dei conflitti passati con la Chiesa di Roma, e quindi le pretese di Bonifacio dovevano rimanere soccombenti.
Il re francese, per meglio controllare, ma soprattutto per meglio affermare la propria tutela sulla Santa Sede, meditava di trasferire il governo della Chiesa, e con esso il pontefice, in Francia. Con il papa praticamente in territorio francese, Filippo avrebbe potuto controllare le mosse del pontefice, e nel caso vendicarsi su Bonifacio e farlo condannare post-mortem per eresia. Gli intendi del re Filippo si realizzarono, e all'inizio del XIV secolo vi furono dunque papi francesi e una Curia francese residente ad Avignone.
Clemente V (1305-1314) fu il primo pontefice della serie d'Avignone. In un primo momento papa Clemente aveva pensato di stabilirsi a Vienne, territorio che apparteneva al regno di Borgogna, in seguito decise di recarsi ad Avignone. In un incontro tenutosi nel maggio del 1308 a Poitier, il sovrano francese Filippo riuscì a convincere papa Clemente a far designare Avignone quale sede papale e della Curia. Papa Bertrand de Got prese questa decisione per le condizioni climatiche migliori (sembra che il pontefice fosse ammalato fin dalla sua incoronazione), ma soprattutto per la maggiore tranquillità che la monarchia di questo Paese garantiva; infine scegliendo la sua nuova sede apostolica nel contado Venassimo territorio che apparteneva alla Chiesa pensava di non rendersi soggetto alla diretta sovranità della Francia. Ricordiamo che il contado Venassimo, dopo la crociata contro gli Albigesi, era stato sottratto al conte di Tolosa Raimondo VII e ceduto alla Chiesa. Avignone, invece, apparteneva alla contea di Provenza ed era quindi sotto il dominio degli Angiò. Giovanna d'Angiò la vendette alla Chiesa di Roma per 80.000 fiorini d'oro.
Il territorio era inglobato nel regno franco, e questo fu un boccone assai prelibato per il re francese. Tra il 1305 e il 1377, il Papato divenne così una "creatura" della monarchia francese, e i papi tutti francesi residenti in una Curia francese divennero un docile strumento della politica degli Angioini. I pontefici della serie d'Avignone furono: Clemente V (1305-1314), Giovanni XXII /1316-1334), Benedetto XII (1334-1342), Clemente VI (1342-1352), Innocenzo VI (1352-1362), Urbano V (1362-1370), Gregorio XI (1370-1378).
La lotta che durante il Medioevo era stata combattuta tra il Papato e l'Impero tedesco, aveva staccato politicamente la Chiesa dalla Germania per avvicinarla alla Francia. Papa Clemente per graziarsi il sovrano francese creò vescovi alcuni ecclesiastici assai devoti a Filippo, conferì al sovrano francese il diritto di ottenere la decima ecclesiastica per cinque anni e il diritto di nomina di ben nove cardinali su dieci proclamati nel 1305. Nello stesso tempo, per attirarsi la protezione reale francese, Clemente emanò la bolla pontificia Rex gloriae (27 aprile 1311) in cui dichiarò decadute tutte le disposizioni date dal suo predecessore Bonifacio VIII nella Unam Sanctam che apportassero pregiudizi e disonore a Filippo; Clemente cassò anche la bolla Clericis laicos dello stesso pontefice.
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L'oltraggio di Anagni
Nonostante le buone intenzioni di Clemente, Filippo voleva a tutti i costi la condanna per eresia del suo vecchio nemico Bonifacio, che tanto lo aveva infastidito ed umiliato. Il sovrano francese fece così pressione per realizzare il processo contro il defunto pontefice; processo che puntualmente si aprì ad Aviglione il 16 marzo del 1310. Seguirono aspri dibattiti. Nel febbraio dell'anno dopo, il sovrano francese dichiarò che il giudizio finale era riservato a papa Clemente, il quale ne avrebbe discusso nel prossimo concilio. Il 27 aprile, su decisione pontificia, Filippo fu assolto e tutti gli atti offensivi verso il sovrano francese furono cassati. Con questa abile, anche se illecita, politica, papa Clemente riuscì a non far condannare per eresia il defunto papa Bonifacio. La diatriba tra il Papato e la Francia sembrava così conclusa.
Clemente V aveva soggiornato ad Avignone soltanto come ospite nel convento dei padri domenicani; fu Giovanni XXII, che lo seguì nel governo della Chiesa cattolica, ad insediarsi in modo definitivo ad Avignone, dove costruì un grandioso palazzo e un castello, che furono ampliati in seguito dal suo successore. I papi che si succedettero ad Avignone furono tutti di nazionalità francese; Gregorio XI, che concluse la serie, fu anche l'ultimo pontefice che la Francia ha dato alla cristianità.
Ad Avignone i papi cercarono di sfruttare ogni espediente per spillare denaro ed alimentare lo sfarzo della corte papale: fu istituita l'annata, ossia ad ogni nomina di un nuovo vescovo, l'entrate del primo anno di quella chiesa dovevano essere devolute alla Curia pontificia; la riserva, ossia il pontefice si appropriava delle rendite di quella chiesa durante l'intervallo tra una vacanza e un'altra del vescovo.
Tentativi di riprendere il controllo dello Stato della Chiesa, in preda alle nuove dinastie feudali, sono ripetutamente compiuti dai pontefici avignonesi. Una prima realizzazione si ebbe con l'opera di riorganizzazione compiuta dal cardinale Egidio d'Albornoz, che nel corso delle due legazioni a lui affidate (la prima nel 1353, la seconda nel 1367), riuscì a riorganizzare lo Stato. Le sue Constitutiones del 1357, furono il primo tentativo di dare norme legislative comuni a tutto lo Stato della Chiesa; esse rimasero in vigore come legge fondamentale, con modifiche ed aggiunte, sino al 1816.

Il ritorno da Avignone e la nascita del Gallicanesimo. Urbano V (1362-1370) fu il primo pontefice a tornare a Roma. Infatti, nel 1367 ritornò nel territorio dello Stato della Chiesa, ma vi restò in ogni caso brevemente. In seguito alle lotte delle compagnie di ventura che infestavano il territorio italiano, nel 1370 ritornò ad Avignone. Il suo successore, Gregorio XI come già accennato fu invece assieme ultimo pontefice della serie d'Avignone e ultimo papa d'origini francesi. Egli lasciò la Francia nel 1376 per stabilirsi definitivamente nello Stato della Chiesa. Alla sua morte fu scelto come papa l'arcivescovo di Bari, Bartolomeo Frignano, che divenne Urbano VI (1378-1389).
L'elezione di Urbano irritò il re di Francia che cominciò a nominare antipapi: nasceva in questo modo il Gallicanesimo, uno scisma di sapore politico più che religioso. La Chiesa di Francia rivendicò subito un'autonomia rispetto al papa di Roma, concedendo, allo stesso tempo, al re francese un intervento nelle cose ecclesiastiche assai maggiore di quello previsto dal diritto canonico. Nei rapporti tra Stato e Chiesa, il gallicanesimo riconosceva al re di Francia diritti d'iniziativa (nomina a benefici ecclesiastici) e di controllo sugli atti della Curia romana riguardanti enti e persone del regno; si prevedeva anche l'appello al re contro decisioni ecclesiastiche ritenute illegittime (cosiddetto appello per abuso).
Nelle ordinanze regie del 1407, poi confermate nel 1438 nella Declaratio cleri Gallicani de ecclesiastica protestate (Prammatica sanzione di Bourger), si abolivano le prerogative pontificie nell'assegnazione dei benefici in Francia, si rifiutava il pagamento delle annate e dei canoni versati da coloro che godevano di un beneficio minore riservato al papa, si ristabiliva la giurisdizione ordinaria dei vescovi francesi.
Una prima soluzione ai problemi, fu definita da papa Sisto IV (1471-1484) e dal re di Francia Luigi XI, in una pattuizione del 1472 (concordato di Amboise).
Una prima soluzione
ai problemi,
fu definita da papa
Sisto IV
(1471-1484)
e dal re di Francia
Luigi XI
Nel concordato, promulgato con bolla papale il 13 agosto 1472, e reso esecutivo in Francia con l'ordinanza di Amboise del 31 ottobre dello stesso anno, furono accordate al pontefice alcune concessioni circa la nomina ai benefici maggiori e minori e la competenza dei tribunali ecclesiastici; il papa, a sua volta, conferì al re i benefici minori resisi vacanti durante i mesi dispari, ai vescovi e agli abati francesi quelli che si rendevano vacanti nei mesi pari; mentre per quanto riguardava i benefici maggiori, il diritto di presentazione di essi era riservato al re. Inoltre, nello stesso concordato, fu riconosciuto il diritto di cittadinanza all'appello per abuso, ossia il diritto sul ricorso interposto dinanzi ai tribunali statali contro provvedimenti e sentenze ecclesiastiche che il cittadino riteneva lesivi di un proprio diritto. La pace non durò a lungo, in quanto Sisto procedette a nominare alcuni cardinali apertamente anti-francesi.
Con i suoi primi atti, il suo successore, papa Leone X (1513-1521), dimostrò di non avere per niente lo spirito battagliero del suo predecessore; in ogni modo la sua politica pacificatrice fece ottenere alla santa Sede buoni risultati. Così, in seguito a trattative segrete, tenutesi a Bologna, si arrivò a definire stabilmente la soluzione del problema in una nuova pattuizione conclusa nel 1516 da Leone X e Francesco I. L'accordo, sottoscritto prima dal re francese a Milano e poi dal pontefice a Roma, proclamò la decadenza della Prammatica sanzione. In sostanza però ne ribadì le disposizioni, in quanto fu attribuita al re la nomina di tutti i vescovi, abati e priori, che avrebbero operato in Francia (al pontefice fu riconosciuto il diritto di collazione per un numero ristretto di nomine). Inoltre, nel concordato fu riservato al pontefice il giudizio di prima istanza sulle cause maggiori espressamente definite dai canoni, riconoscendo nello stesso tempo il tribunale del papa come istituzione suprema. Tuttavia il ricorso a questo tribunale fu subordinato alla condizione che l'anteriore iter di giudizio fosse esaurito. Gli abusi di censura da parte ecclesiastica potevano, infine, essere denunciati dinanzi al parlamento.

Il governo delle anime e le imposture terrene. Indubbiamente dalla metà del Quattrocento, il Papato contribuì in modo costruttivo allo sviluppo del nuovo sistema europeo degli Stati che si andava sviluppando in quegli anni. Ma se lo Stato della Chiesa aveva avuto il merito di anticipare lo sviluppo dello Stato moderno, esso differiva dagli altri Stati per il fatto che il potere temporale era inestricabilmente legato a quello spirituale. Incorporando così elementi religiosi all'interno della politica, e servendosi di quest'ultima per difendere i primi, il Papato diventò anch'esso parte integrante del nuovo sistema degli Stati. Esso sviluppò, al tempo stesso, un nuovo modello monarchico di reggenza e una nuova organizzazione amministrativa e di governo della Chiesa e dello Stato Pontificio, dove le armi spirituali della scomunica e dell'interdetto assicuravano non solo la difesa della Dottrina della Chiesa, ma anche la difesa degli interessi temporali del pontefice.
Elemento fondamentale di continuità nella politica di tutti i pontefici che si succederanno dal XV secolo in poi, fu la ricerca di una garanzia d'autonomia nell'esistenza di un solido dominio temporale e nell'ingresso, di questo Stato, nel grande gioco della politica di equilibrio in modo paritetico rispetto alle grandi potenze dell'epoca. Da questo secolo l'anima spirituale dei pontefici fu così distratta dallo sforzo di consolidare lo Stato della Chiesa e il governo autarchico dei papi.
I concordati stipulati in questo periodo furono pertanto sempre più condizionati dai rapporti politico-diplomatici del tempo; e le concessioni concordatarie furono i termini della reazione contro il movimento conciliare, e quindi l'unico mezzo idoneo per allargare il fronte di fedeltà all'assolutezza del pontefice romano. Nello stesso tempo, queste pattuizioni rappresentavano la volontà del papa di conservare, attraverso la mediazione tra gli Stati, la propria funzione universalistica.
La nuova dimensione politica del Papato non solo rendeva necessario lo sviluppo di una politica concordataria a trecentosessanta gradi, ma anche il necessario perfezionamento della diplomazia stessa. Per questo iniziarono a comparire sulla scena internazionale i nunzi apostolici permanenti, che sostituirono il vecchio istituto dei legati pontifici. Il passaggio da una diplomazia occasionale ad una residente, in cui il titolare ha un generale mandato di rappresentanza del suo Stato presso una potenza straniera, interessa comunque tutti gli Stati d'Europa. I nuovi compiti di natura diplomatica, in stretta connessione con i problemi dell'equilibrio politico italiano ed europeo, caratterizzano l'evoluzione della figura diplomatica del nunzio. A differenza del legato, che ora ha il
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Il Palazzo dei Papi
ad Avignone
compito di amministrare le province ecclesiastiche in nome del papa, il nunzio diviene il rappresentante diplomatico del sovrano dello Stato Pontificio, che trasmette materialmente la volontà di chi lo ha incaricato di rappresentarlo presso un determinato sovrano. Egli oltre al compito di rappresentanza ha anche quello di controllo politico e di raccolta di informazioni, poi ancora è un utile strumento per dissipare malintesi e mantenere l'equilibrio attraverso la mediazione.
L'inserimento della Santa Sede nelle grandi contese che si aprirono all'inizio di questo secolo, per il predominio in Italia e in Europa, portarono inevitabilmente a trasformare lo Stato della Chiesa (o parte di esso) in signorie ereditarie: i pontefici si accontenteranno di fare politica dinastica (nepotismo), muovendosi nella logica dell'accentramento del potere, propria dei principati moderni.
Il trasferimento del papa e il trasporto della Curia pontificia da Avignone a Roma, contribuì certamente a creare le premesse per lo scisma d'Occidente (1378-1417). Gli italiani volevano il papa a Roma, e lo volevano italiano; i francesi invece si accontentavano di un papa fedele allo Stato, anche se residente a Roma. Papa Urbano VI era il candidato italiano che risiedeva a Roma, fu appoggiato dall'Inghilterra, dalla Boemia, dall'Ungheria e più tardi dal Portogallo. Papa Clemente VII (antipapa per la Chiesa romana) era il candidato francese che risiedeva ad Avignone, fu appoggiato dalla Scozia, dal regno di Savoia e più tardi dal regno di Castiglia e Aragona. Interessante, per quanto paradossale, fu che sia Clemente VII sia Urbano VI furono eletti dallo stesso Collegio cardinalizio. In tutta la storia della Chiesa l'elezione di un antipapa era stata sempre una "prerogativa imperiale", ora erano gli stessi cardinali che, per la prima volta, anteponevano ad un papa legittimamente eletto un altro papa che, se pur eletto con una procedura valida canonicamente, non poteva governare perché la Chiesa aveva già il suo legittimo successore di Pietro.
Ad Urbano VI successe Bonifacio IX, seguirono Innocenzo VII e Gregorio XII. A Clemente VII successe Benedetto XIII, si affiancarono a quest'elenco i pontefici eletti a Pisa, Alessandro V e Giovanni XXIII. A Pisa, il concilio della Chiesa riunito per sanare lo scisma, non solo fallì miseramente nel suo intento, ma partorì un terzo papa che, assieme a quello di Roma e a quello di Avignone, governò la sua parte di cristianità. La confusione accentuò la tendenza a dare alla Chiesa, nei diversi Paesi europei, un'impronta nazionale, sia dal punto di vista organizzativo che da quello degli orientamenti spirituali. La difficoltà a identificare il legittimo vicario di Pietro creò in Europa e all'interno della Chiesa stessa una vera e propria anarchia spirituale.
Ad Avignone la figura del pontefice si era pervertita, la stessa universalità della Chiesa era stata offesa; divenne subito chiaro che l'unico mezzo per controllare la moralità del papa, la sua legittimità come degno successore di Pietro, era e rimaneva il concilio generale della Chiesa. L'idea prese consistenza anche all'Università di Parigi, dove operavano due teologi d'eccezione: Pietro D'Ailly e Giovanni Gerson. In pratica l'Università diede tre soluzioni per la risoluzione della vertenza del riconoscimento del legittimo pontefice: la prima soluzione consisteva nella via cessionis, ossia l'abdicazione contemporanea del papa e dell'antipapa; la seconda poteva essere attuata per via compromissi, in altre parole la nomina di un collegio arbitrale misto che avrebbe risolto la questione; la terza per via subtractionis, ossia il ritiro della fedeltà e dell'obbedienza ai pontefici regnanti per isolarli e fargli perdere contemporaneamente il loro potere.
Falliti i tentativi di porre fine allo scisma sia con le dimissione contemporanee - anche forzate - dei contendenti, sia con un arbitrato tra loro, non restava altra via che convocare un concilio generale. La Chiesa si riunì in concilio a Costanza (1414-1418), depose Giovanni XXIII e Benedetto XIII, accolse la rinunzia di Gregorio XII e decise per l'elezione conciliare del papa. L'elezione di papa Martino V (1417-1431) decretò la fine dello scisma.
L'idea conciliare venne a significare nella mente dei suoi fautori ben più che un semplice espediente per sanare lo scandaloso scisma. Nel concilio, infatti, essi vedevano uno strumento divino per la riforma della Chiesa, un giusto mezzo per ridimensionare la struttura monarchica dell'organismo ecclesiastico e, nello stesso tempo, ravvisavano nell'assemblea conciliare l'unica istituzione della Chiesa universale che potesse sottomettere il pontefice ad un sistema permanente di controllo. La Chiesa di Roma riunita in concilio a Costanza, con il decreto Haec sancta synodus, del 6 aprile 1415, statuì che il concilio, espressione della moltitudine dei fedeli, investito di un potere che derivava direttamente dal Cristo e non dal papa, era superiore al pontefice e si proclamò quindi assemblea sovrana della Chiesa universale. Mentre con il decreto Frequens, votato il 9 ottobre del 1417, si ribadì la necessità di tenere periodicamente dei sinodi generali (da convocare ad intervalli relativamente brevi dopo cinque anni, poi ogni sette e infine ogni dieci anni).
Martino V,
appena giunse
a Roma nel 1420,
si rese conto che
tutto il suo
potere temporale
non era altro che...
In definitiva, secondo la dottrina conciliarista, i concili ecumenici erano superiori al pontefice romano, questo doveva rendere conto dei propri atti proprio a questa assemblea che poteva deporlo alla presenza di gravissimi motivi.
Martino V appena giunse a Roma nel 1420, dopo aver soggiornato a Costanza per il concilio e - scendendo in Italia - in altre città, si rese conto che tutto il suo potere temporale non era altro che un aggregato di municipi e di province in balia dei signorotti locali. Per questo, servendosi soprattutto di parenti, intraprese subito una seria attività politica per costituire, in una forte monarchia unitaria, lo Stato della Chiesa. Con una molteplicità di rapporti vassallatici creò così uno Stato più o meno forte e lo inserì come quinta potenza fra i principati italiani (Milano, Venezia, Firenze, Napoli). Allo stesso tempo informò tutta alla cristianità, a dispetto della dottrina conciliare, che l'unico capo della Chiesa universale era e restava il sommo pontefice. Solo egli poteva presiedere il concilio e decretare in nome del Cristo. Papa martino poneva il concilio al di sopra della Chiesa, il papa al di sopra del concilio, la sua famiglia al di sopra di tutto. Certo nell'opera di ricostruzione politica del suo Stato, gli unici elementi di cui si poteva fidare erano i parenti; ma l'uso spregiudicato del nepotismo, l'enorme potere confluito nella famiglia Colonna (che da allora diventò potentissima a Roma), macchiarono non poco il suo pontificato che, nonostante questo, era stato esemplare politicamente e spiritualmente.
E' sotto il pontificato di Niccolò V (1447-1455) che il potere temporale dei papi cominciò ad avere una struttura più precisa e moderna. Niccolò politicizzando il Papato, presentò il suo Stato come uno dei membri a pieno titolo del sistema italiano ed europeo. Egli sviluppò, per l'occasione, una burocrazia amministrativa e fiscale e utilizzò la moderna scienza politica per consolidare il suo Stato internamente. Per contro, inserendosi nel gioco politico italiano, incrementò la sua diplomazia negli affari italiani per favorire l'accordo fra i vari Stati della penisola. Gli sviluppi di tale politica confluiranno nel 1454 nella Pace di Lodi, più tardi consolidata dalla Lega italica in cui i cinque principali signori italiani (di Milano, Napoli, Venezia, Firenze e dello stesso Stato pontificio) s'impegneranno a mantenere politicamente lo status quo e a fare comune opposizione contro chiunque avrebbe tentato di ingrandirsi a danno di altri. Grazie a questa politica, non solo in Italia regnerà per un quarantennio una relativa tranquillità, ma soprattutto lo Stato pontificio comincerà ad essere considerato sulla scena internazionale una vera e propria potenza italiana.
Come ha affermato Gregorovius nella sua Storia della città di Roma nel Medio Evo, il Papato sotto Niccolò trasformandosi in potenza italiana, entrò nella sua splendida epoca come principato secolare-ecclesiastico e contemporaneamente nella sua epoca più buia come sacerdozio cristiano. Infatti, le caratteristiche religiose di Roma si andarono oscurando, e la politica di potenza pontificia incominciò a dominare la situazione, favorendo tutta una serie di papi che furono più guerrieri che ministri del Cristo.
La politica concordataria fu particolarmente attiva in questo periodo. Con Federico III e i prìncipi di Germania, Niccolò arrivò ad un nuovo concordato, più preciso dei due separati accordi conclusi da papa Eugenio IV, suo predecessore. L'accordo, firmato a Vienna il 17 febbraio 1448, grazie all'abilità del cardinale Giovanni de Carvajal, regolò per diverso tempo i problemi ecclesiastici negli Stati germanici e sancì notevoli diritti a favore della Santa Sede (fu restituita al papa la rendita delle annate e gran parte dei diritti di collazione tolti dal concilio di Basilea). La sottomissione dell'antipapa Felice V (che era il duca di Savoia Amedeo VIII, vedovo con sette figli), eletto il 5 novembre 1439 in seguito alla deposizione di Eugenio IV, ricompose nel 1449 il piccolo scisma d'Occidente, e il riconoscimento della sovranità di Niccolò, legittimo pontefice romano, costituì una grande vittoria spirituale, ma soprattutto politica.
A partire da questo periodo, e precisamente dal pontificato di Pio II, i pontefici iniziarono a liberarsi della presenza ingombrante degli organi rappresentativi, com'era stato fino a quel momento il collegio dei cardinali, per meglio sviluppare forme personali di governo. Così, la riorganizzazione dello Stato temporale ad opera di un Papato sempre più politico (e autoritario), determinò non solo lo svuotamento delle funzioni del collegio cardinalizio, ma anche la "presa di possesso" pontificia sullo stesso collegio; nel senso che il papa da una parte cominciò a diminuire il numero delle convocazioni (che passarono da una media di due-tre convocazioni settimanali, ad una media di due-tre convocazioni mensili), dall'altra iniziò a nominare cardinali unicamente parenti ed ecclesiastici che avrebbero dato solide garanzie di non interferenza.
Il nepotismo così fu operato non solo per garantire una continuità al potere della famiglia del pontefice, ma anche per assicurare al papa stesso un potere decisionale assoluto senza interferenze di alcun tipo.
Per far fronte all'inserimento dello Stato pontificio al centro del sistema politico italiano, lo stesso collegio dei cardinali s'italianizzò, e, nello stesso tempo, si allargò numericamente sminuendone il potere effettivo per le rivalità presenti tra i cardinali.
Unico potere effettivo del collegio cardinalizio restava l'elezione del nuovo pontefice; anche se tuttavia si assisterà all'interno del conclave all'intrecciarsi di profonde interferenze politiche esterne, a rivalità interne per le varie manovre politiche dei cardinali, alla compravendita dei voti, all'uso dell'arma delle capitolazioni elettorali. Quest'ultime, ancora presenti prima del conclave (ma ovviamente ridimensionate rispetto a quelle medioevali), erano accordi preliminari alle elezioni, che cercavano in qualche modo di delineare il nuovo pontefice sulla base di una serie di punti importanti. Tra questi c'erano la politica e l'amministrazione dello Stato della Chiesa, la posizione e i redditi dei cardinali, la nomina degli stessi cardinali che doveva essere intrapresa solo con il consenso del collegio. In occasione, ad esempio, dell'elezione di Innocenzo VI, avvenuta nel dicembre del 1352, i cardinali ricorsero a questi patti elettorali decidendo che la maggioranza idonea per l'elezione del successore di Pietro avrebbe dovuto essere quella dei due terzi; che tutti i redditi curiali andavano divisi in parti uguali fra il pontefice e i cardinali; che i parenti del papa in carica non avrebbero potuto ricoprire cariche importanti.

Lo sviluppo delle missioni. In questo periodo, con le grandi scoperte geografiche si
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Papa Urbano II
al Concilio di Clermont
delineò un allargamento dell'opera espansiva e missionaria della Chiesa cattolica. Indubbiamente, per la Chiesa, la scoperta di nuove terre rappresentò l'inizio di nuove esperienze e di grandi occasioni, dopo secoli di cristianità ingabbiata nell'Occidente europeo. Nel cristianesimo il principio della diffusione missionaria è implicito nelle parole del Cristo riportate dall'evangelista Giovanni: «Come il Padre manda me, anche io mando voi».
I primi missionari furono gli stessi apostoli, che iniziarono una lunga e difficile opera per la conversione delle genti in Palestina, Siria, Africa settentrionale, Grecia, Macedonia, Italia, Spagna, Gallia. Nel VI secolo vi fu l'evangelizzazione dell'Inghilterra; mentre tra il VII e XIII secolo furono convertiti al cristianesimo gli abitanti della Scandinavia e dello Jutland, i popoli germanici, i russi e gli slavi di Boemia, Moravia e Pannoia (questi ultimi per opera di Cirillo e Metodio). Ad iniziare dalla scoperta dell'America si delineò una seconda ondata d'evangelizzazione, diretta per lo più verso i territori coloniali del Portogallo e della Spagna; in seguito fu iniziata un'opera simile anche in Estremo Oriente.
Nei nuovi territori americani, la Chiesa fu favorita nella sua opera di evangelizzazione, anche dal fatto che i conquistatori del Vecchio Mondo non concepivano l'insediamento di una propria amministrazione indipendentemente dalla presenza di missionari. L'esistenza del patronato regio garantì alla Chiesa la promozione di una tempestiva organizzazione ecclesiastica in queste terre: le Chiese americane dipendevano, di fatto, direttamente dai re spagnoli e portoghesi; senza la loro previa approvazione non era possibile realizzare assolutamente nulla.
A queste scoperte è collegato il nome di papa Alessandro VI (1492-1503): egli in qualità di arbitro, diede alla vertenza geografica e politica tra Spagna e Portogallo, una soluzione circa la spartizione delle nuove terre da scoprire. Così il pontefice nella bolla Inter coetera del 1493, tracciò una linea immaginaria che divise il globo in due parti, da occidente delle Azzorre a 100 leghe del Capo Verde, assegnando al sovrano spagnolo le terre ad occidente e al sovrano portoghese quelle ad oriente della sua linea di demarcazione.
Papa Alessandro, tuttavia, appose la clausola «che queste terre ed isole [.] non siano appartenute ad alcun principe o re cristiano fino al giorno della natività di Nostro Signore Gesù Cristo da poco trascorso, in cui iniziò questo anno millequattrocentonovantatre». Allo stesso tempo, Alessandro condizionò la conquista delle nuove terre all'evangelizzazione: «Dovete mandare alle terre e isole sopraddette uomini retti e timorosi di Dio, dotti, periti ed esperimentati, per istruire nella fede cattolica i naturali e gli abitanti sopraddetti ed indurli ai buoni costumi».
In questo modo i portoghesi e gli spagnoli si sentirono rappresentanti autorizzati della cristianità; non solo, questa "legittimazione teocratica" alla conquista, consentiva al potere civile - come la logica medievale garantiva - anche l'uso della forza nel caso d'eventuali resistenze all'evangelizzazione. Ora, l'autorità pontificia accordò questo diritto in vista unicamente della evangelizzazione; ma era evidente che il vero obiettivo dei poteri civili fu assai diverso da quello del pontefice. Nonostante i diversi punti di vista, la Chiesa poté approfittare di tutti i mezzi statali e, grazie a questi, fu in grado di raggiungere le nuove terre e impiantare le proprie istituzioni.
Nel corso del Seicento l'attività missionaria ebbe maggior impulso dai vari pontefici che si succedettero in questo secolo. Visti i buoni risultati dell'opera dei missionari, nel 1599, il papa Clemente VIII fondò una congregazione di nove cardinali, essa aveva il compito di occuparsi principalmente della propagazione della fede e di dirigere gli affari delle missioni. Più tardi, nel giorno dell'Epifania del 1622, papa Gregorio XV fondò l'opera gigantesca della congregazione De Propaganda Fide; questa ripartì le diverse province del mondo alla vigilanza dei vescovi e organizzò il programma missionario. Urbano VIII fondò, in seguito, il Collegio Urbano per la propagazione delle Fede; questo, insediatosi in un grande edificio in piazza di Spagna a Roma, ebbe il compito di formare dieci sacerdoti o chierici di ogni nazione per l'attività missionaria.
(2 - Continua)
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