Tenne a battesimo la Rivoluzione francese, ne celebrò le nozze con l'Impero,
nel 1814 le diede l'estrema unzione e si fece padrino della Restaurazione
TAYLLERAND, UN VOLTAGABBANA
DI ECCEZIONALE TALENTO POLITICO
di ALESSANDRO FRIGERIO
La reputazione di un uomo è come la sua ombra: gigantesca quando lo precede, di proporzioni minuscole quando lo segue. Così recita uno dei tanti aforismi attribuiti alla caustica e acutissima penna di Talleyrand, forse uno dei pochi uomini politici della storia la cui fama si è invece conservata intatta nei secoli, sfidando affrettati giudizi moralistici, accuse di doppiogiochismo e insinuazioni di calcolati cedimenti a favore dei vincitori di turno. Uomo di stato, politico di gran fiuto, raffinato diplomatico, attraversò la storia francese, e soprattutto europea, tra la fine del XVIII secolo e i primi tre decenni del XIX, passando incolume dalla Rivoluzione alla lunga stagione napoleonica, dalla Restaurazione imposta dal Congresso di Vienna - di cui fu uno dei più abili artefici - a Luigi XVIII e Luigi Filippo. I maligni, o gli ammiratori, perché no, sostengono che tenne a battesimo la Rivoluzione, ne celebrò le nozze con l'Impero, nel 1814 le somministrò l'estrema unzione per poi farsi padrino al battesimo del legittimismo monarchico e della restaurazione.
Charles-Maurice de-Tayllerand-Périgord nacque a Parigi nel 1754, tre anni prima dello scoppio della guerra dei Sette anni che vide la Francia coalizzarsi con l'Austria in funzione antiprussiana, ma che alla fine sancì l'ascesa dell'astro di Federico II e della Russia, dando il via alla crisi degli assetti dell'Ancien régime. Di quelle vicissitudini il piccolo Charles probabilmente non ne sentì nemmeno l'eco. Estremamente gracile e dal fisico claudicante, inadatto alla carriera militare per la quale era destinato, per lui la nobile famiglia decise una tranquilla e ovattata carriera ecclesiastica, al riparo dalle grandi trasformazioni del mondo contemporaneo.

Inviato presso lo zio Alexandre, arcivescovo di Reims, seguì studi teologici al
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Charles Maurice de Tayllerand
seminario di Saint-Sulpice senza però dimostrare particolare attaccamento alla materia né una grande attitudine religiosa. Sopperì alla mancanza di vocazione con una tenacia e una determinazione degne di miglior causa. Terminò quindi gli studi nel 1775 e nel 1779 prese i voti. Dopo la formazione giunsero le prime gratifiche, prima come abate di Saint-Denise a Reims e poi, nel 1780, con la nomina ad agente generale del clero a Parigi, dove ebbe modo di mettersi in luce, se non per la sua (scarsa) vocazione pastorale, per una spiccata propensione agli affari e alla gestione dei rapporti di potere con la corte. In nuce c'era già il Talleyrand consegnato dai posteri alla storia: scaltro, spregiudicato e amabile al tempo stesso. Ma l'irreggimentazione nelle file del potente clero francese rischiava di trasformarsi in un limite allo sviluppo della sua personalità. Nel fatidico 1789 fu consacrato vescovo di Autun e nello stesso anno divenne deputato per il clero negli Stati generali.
Fu proprio il grande innesco di energie scatenato dalla Rivoluzione a dare il via alla carriera politica vera e propria del neo-vescovo. Che si aprì su posizioni decisamente anticlericali, forse frutto della mal digerita scelta imposta dalla famiglia in giovane età. Aderì infatti alla Rivoluzione e divenne membro dell'Assemblea costituente, dove si mise subito in luce proponendo la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici per pagare il debito pubblico. La cosa fece scalpore e lo mise in cattiva luce di fronte alle alte gerarchie ecclesiastiche. Non a caso l'abate di Montgaillard dirà più tardi che la grande abilità di Talleyrand fu quella di seguire gli alti e bassi della Rivoluzione, conquistandosi la celebrità a furia di voltafaccia politici.

E di scaltrezza diede prova in più di una occasione. Due anni più tardi, nel 1790, si pronunciò in favore della nuova costituzione civile del clero (i sacerdoti venivano organizzati secondo le norme dell'amministrazione civile, stipendiati dallo stato ed eletti dai cittadini), rinfocolando così le apprensioni del Papa, già preoccupato per la deriva giacobina del suo vescovo. Apprensioni più che lecite visto che Talleyrand, sostituendosi all'autorità di Pio VI, e sorvolando sulla minaccia di scomunica appena giunta da Roma, nel 1791 consacrò d'autorità i primi vescovi costituzionali francesi. Lo strappo con Santa Romana Chiesa era praticamente consumato: l'abbandono della carica episcopale giunse poco dopo e l’ormai ex vescovo si allontanò progressivamente dagli ambienti religiosi che fino ad allora ne avevano segnato la formazione e l'ascesa. Del resto, pare che le sue virtù religiose siano sempre state piuttosto deboli. Così lo descrive una spregiudicata signora del bel mondo parigino nelle sue Memorie di una contemporanea:
«... dell'Ancien Régime [Talleyrand] ha conservato soltanto la cipria e le buone maniere. Quando però si viene a sapere che è un ecclesiastico, si rimane perfettamente increduli circa le sue virtù religiose. È pur vero che non sono certo quelle che avrei apprezzato in lui; le sue doti esteriori, del resto non appaiono di primo acchito più evidenti, ma egli sa far valere ciò che possiede con quella cura attenta, benché non ostentata, in cui eccelle chi, conoscendo i propri difetti, sa dare ai propri pregi quel piacevole risalto che nasconde a meraviglia le imperfezioni. [...] Un leggero velo steso su occhi la cui penetrazione era quasi proverbiale gli prestava un fascino tutto particolare. Quando stava in piedi, era ammissibile qualche riserva sulle sue doti fisiche; ma se lo si vedeva seduto e intento a parlare, l'elogio non poteva che essere incondizionato; Monsieur de T. era un uomo che bisognava giudicare su un canapé».

E il debole che le donne provavano per lui era ampiamente ricambiato. Nel 1798
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Napoleone da giovane ufficiale
divenne l'amante di Madame Grand, al secolo Catherine-Noël Worlée, figlia di un funzionario francese e moglie di George Grand, un inglese membro della Compagnia delle Indie. La relazione durò alcuni anni, non senza suscitare scalpori. Ai quali i due misero fine nel 1802, convolando a giuste nozze.
Ma torniamo alla sua fama diplomatica, all’epoca della Rivoluzione non ancora del tutto manifesta. La grande occasione per mettersi in vista nel mondo delle cancellerie arrivò nel 1792, quando il ministro degli esteri Valdec de Lessart, conosciute le sue capacità "relazionali" e le sue competenze tecniche, volle affidargli una missione apparentemente impossibile: recarsi a Londra per persuadere il Regno Unito a non allearsi con l'Austria, che con la Russia minacciava l'integrità dello stato francese. La missione fu un successo, ma intanto re Luigi XVI era stato arrestato e la monarchia dichiarata decaduta. Fu così che Talleyrand, accusato di connivenze con la corte, dovette scegliere la via dell'esilio, prima in Inghilterra e poi, nel 1794, negli Stati Uniti.
Rientrò in patria nel 1796 e, grazie ai buoni auspici di una donna, Madame de Staël, nel 1797 ottenne la carica di ministro degli esteri. Intanto l'astro di Napoleone, vittorioso nella campagna d’Italia, iniziava a brillare di luce propria. Tra i due si instaurò uno stretto legame politico e intellettuale che sarebbe durato, con alterne vicende, fino al 1807. Fu Talleyrand ad appoggiare con entusiasmo la spedizione in Egitto. E fu lui, dopo il fallimento della missione, ad essere additato dalla stampa a capro espiatorio; alle accuse rispose con uno dei suoi pochi gesti nobili, dimettendosi, nel luglio del 1799.

Ma Talleyrand conosceva l'arte di cadere in piedi. Pochi mesi dopo indusse Napoleone a mettere a segno il colpo di stato del 18 brumaio che avrebbe portato allo scioglimento del Direttorio e al consolato. Sembra che lo stesso consigliere dubitasse della fattibilità del colpo di stato, tant'è che una carrozza era pronta per la fuga. Ma il successo gli arrise ancora una volta e lui festeggiò l'evento cenando con una gentile signora. Naturalmente fu immediatamente ricompensato con il reinserimento nella carica di ministro degli esteri. Non erano passati neanche quattro mesi dalle dimissioni.
Del lungo e spesso contrastato rapporto con Napoleone è stato scritto molto. In Talleyrand Napoleone apprezzava la capacità di stare sempre a galla, il suo aver partecipato alla Rivoluzione senza però aver preso parte alle sue nefandezze, la sua brama di potere che però non ambiva al vertice dello Stato, il suo lavorare segretamente dietro le quinte. Ma la convivenza tra due personalità forti, determinate ed egocentriche, creò non poche scintille. Dopo una delle prima missione come ministro degli esteri, Napoleone gli chiese cosa pensassero di lui nelle corti europee: «Sire - rispose - qualcuno pensa che siate un Dio, qualcun altro un demonio; ma nessuno vi crede un uomo».
Il primo console e futuro imperatore era un rigido accentratore, voleva essere coinvolto sempre e in prima persona in ogni questione, soprattutto in materia di relazioni con gli altri stati. Ma ammirava profondamente l'acuta e duttile intelligenza di Talleyrand, di cui si rese conto di non poter fare a meno.

Anche se non sempre si prese la briga di seguire i suoi suggerimenti. Soprattutto quando la gloria imperiale fece di Napoleone un insaziabile condottiero, accecato dalla sua stessa grandezza.
Diverse illuminate intuizioni di Talleyrand, volte a preservare le conquiste francesi e a mantenere un corretto equilibrio tra le potenze europee, furono bellamente trascurate. Come quella espressa nel 1805 a tutela del ruolo dell'Austria. Talleyrand vedeva nella monarchia asburgica l'alleato naturale di Parigi e più volte segnalò a Napoleone l'esigenza di giungere con lei a un compromesso. Bisognava indurre Vienna a volgere lo sguardo a oriente e verso il Mar Nero. In questo modo l'Austria avrebbe contenuto l'espansione della Russia indirizzandola verso l'Asia, dove lo zar sarebbe entrato in attrito con l'Inghilterra, di cui allora era alleato. «Ora Vostra Maestà – scrisse subito dopo Austerlitz – ha la scelta tra smembrare la monarchia austriaca o risollevarla. Una volta smembrata, neppure Vostra Maestà avrà il potere di ricomporla in un unico corpo. E l'esistenza di tale corpo è indispensabile al futuro benessere delle nazioni civili». Ma, come è noto, i consigli vengono dati con la consapevolezza che non verranno seguiti o, al meglio, solo parzialmente applicati. E così fece Napoleone. Che trascurò anche un altro suggerimento, quello di fare della Polonia uno stato cuscinetto indipendente tra le grandi potenze occidentali e la Russia.

La rottura tra l'imperatore e il suo ministro avvenne nel 1807, con l'avventura in terra
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Una biografia di Tayllerand
di Spagna. Talleyrand la sconsigliò, ancora una volta invano. Da qui la decisione di abbandonare il dicastero, in cambio però della lucrosa carica di vice-elettore. Aveva intuito che l'astro Napoleonico si stava infilando in un vicolo cieco e per questo cominciò una manovra di sganciamento che lo indusse a tramare per il ritorno sul trono dei Borboni. Napoleone, intuito il doppio gioco, ricoprirà di ingiurie il suo ex- ministro: «letame in calze di seta», «uomo più spregevole dell'impero», questi gli epiteti che gli rivolse nel corso di un aspro faccia a faccia nel gennaio del 1809. Non fu però la rottura definitiva. Che avverrà invece nel 1813, dopo un ulteriore e vano tentativo napoleonico di riottenere i favori del suo consigliere.
I motivi dell'ultimo rifiuto si possono leggere, espressi con l'abituale lucidità, in una lettera confidenziale scritta da Talleyrand a un'amica poco tempo dopo: «L'Imperatore non vuol capire che il suo destino lo chiamava a essere sempre e ovunque l'uomo delle nazioni, il fondatore di novità utili e possibili. Restituire ordine alla Francia, plaudire alla civiltà dell'Inghilterra arginandone la politica, rafforzare le frontiere della Confederazione del Reno, fare dell'Italia un regno indipendente dall'Austria e da lui medesimo, bloccare lo zar sfruttando la barriera naturale offerta dalla Polonia: ecco quali dovevano essere le mire sempiterne dell'Imperatore, cui ciascuno dei miei trattati tendeva. Ma egli è spesso accecato dall'ambizione, dalla rabbia, dall'orgoglio e da alcuni imbecilli cui dà ascolto».

Talleyrand era ormai convinto dell'imminente crollo di Napoleone: tanto valeva predisporsi al futuro. Il ritorno sulla scena coincise quindi con i primi vagiti della Restaurazione. Fu lui a firmare il Trattato di Parigi del maggio 1814, mentre Napoleone languiva all'isola d'Elba («Se avessi fatto impiccare due uomini, Talleyrand e Fouché, sarei ancora sul trono», confidò l'imperatore in esilio) e lui a mettere in pratica una sopraffina arte diplomatica al Congresso di Vienna. Fu lui a imporre alla potenze vittoriose un atteggiamento non vessatorio nei confronti della Francia, anzi a fare entrare il proprio paese dalla porta principale nel consesso dei "grandi" , trasformando quello che era una nazione sconfitta in uno dei principali arbitri della pace.
Nel luglio 1815 ottenne da re Luigi XVIII la presidenza del Consiglio, una carica che non faceva per lui, troppo abituato a servirsi della politica che non a farsene servitore. Luigi XVIII, che non lo stimava, si disse "ammirato" – con malcelato sarcasmo – per l'influenza avuta da Talleyrand negli ultimi vent'anni di storia francese. «Che cosa avete fatto per abbattere prima il Direttorio, e più tardi la colossale potenza di Napoleone?» chiese il sovrano. Al ché, perlomeno nella versione che ci ha lasciato un contemporaneo, Henri de Latouche, il vecchio statista rispose: «Mio Dio, Sire, non ho fatto proprio niente; c'è in me qualcosa di inspiegabile che porta disgrazia ai governi che non mi apprezzano».
Forse anche per questo decise di dimettersi pochi mesi dopo, dedicandosi alle proprie Mémoires e alla saltuaria frequentazione dei lavori della Camera. Si avvicinò a posizioni liberali, si dichiarò a favore della libertà di stampa e, con l'avvento al trono di Luigi Filippo tornò alla diplomazia, come ambasciatore a Londra.

L'ultima sua firma in un trattato internazionale fu quella apposta in calce alla Quadruplice alleanza (aprile 1834), che segnava un nuovo equilibrio europeo. Ritiratosi definitivamente a vita privata, morì, ottantaquattrenne nel 1838.
Da allora i giudizi sulla sua figura non hanno cessato di accumularsi. Appare un grande uomo di stato solo agli occhi di chi confonde la versatilità intellettuale con il genio, e l'esibizionismo con il talento, sostengono i detrattori. Altri invece ne ammirano la costante fedeltà alla nazione e non ai suoi mutevoli condottieri. Altri ancora ne apprezzano, al di là delle capacità politiche, l'arte affabulatrice, il carisma e la raffinatezza intellettuale. Nessuno più di lui, del resto, sapeva conferire l'aspro tono dell'impertinenza alle più cerimoniose formule di cortesia, volgendo le lodi in critica. Spirito brillante e multiforme, univa a gusti raffinati ed esperti maniere seducenti e leggerezza di carattere. Henri de Latouche, in un prezioso Album perduto, così tratteggia la figura del grande e spregiudicato uomo di stato: «Incapace di costanza nelle amicizie, più che tradirle le ha trascurate; indolente per temperamento e per vocazione, ha scritto poco; ma nessuno possiede meglio di lui l'arte di scegliere, adattare, distribuire i materiali di cui dispone. [...] Disincantato di tutti i piaceri della vita, l'unico autentico bisogno che gli rimane è di essere continuamente divertito».
Di lui sono rimasti centinaia di aforismi e battute con cui era solito risolvere una discussione o mettere a tacere un interlocutore. Alla Convenzione, a Mirabeau che lo aveva minacciato con un «vi stringerò in un circolo vizioso», rispose:«Ma come, avreste per caso voglia di abbracciarmi?».

Utilizzava la parola, la cortesia e il fascino, unito a una buona dose di cinismo, per
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Il Congresso di Vienna
irretire i suoi interlocutori, sviare gli argomenti, tacere il proprio pensiero: la parola – ed è un altro dei suoi celebri bon mot – è stata data all'uomo per mascherare i suoi sentimenti. Ne sapeva qualcosa Napoleone, che per lui nutrì sempre una profonda ammirazione. In un momento di rabbia disse del suo ministro: «Talleyrand non è mai stato, a mio avviso, né eloquente né persuasivo: girava a lungo, con insistenza, intorno alla stessa idea. [...] era per natura così abilmente evasivo e sfuggente che dopo una conversazione di parecchie ore se ne andava, avendo eluso tutti i chiarimenti o le delucidazioni che al momento del suo arrivo mi ero proposto di ottenere da lui». Più prosaicamente, Murat sosteneva che se mentre parlava avesse ricevuto un calcio nel sedere, la sua faccia non avrebbe palesato la benché minima smorfia. Lamartine, scrittore e politico, anche lui anni dopo ministro degli esteri, fece questo ritratto di Talleyrand: «Vi è una luce che viene dallo spirito e una dalla coscienza; egli possedeva una sola delle due, e non la migliore... Ma grande e infallibile era il suo fiuto per tutte le cose umane».
Alcuni biografi hanno messo in evidenza, salomonicamente, un sostanziale pareggio nel computo dei meriti e dei demeriti. All'attivo la lungimiranza e il coraggio di abbandonare la nave prima ancora che affondi, cioè quando la gloria di Napoleone era al massimo. Al passivo il cinismo e una certa propensione alle speculazioni economiche, all'avidità e alla brama di denaro.

Concludiamo affidandoci alle parole di uno storico italiano troppo spesso dimenticato, Guglielmo Ferrero. «Per la larghezza, la profondità e l'umanità delle sue concezioni, per il coraggio con cui nei momenti più critici le ha applicate, per quella specie di altero disinteresse che nobilita la parte più importante della sua opera, Talleyrand pare aver diritto al primo posto tra tutti gli uomini di Stato apparsi nel mondo occidentale dopo la rivoluzione». Il giudizio si riferisce al suo fondamentale ruolo svolto durante il Congresso di Vienna. Ma ci pare possa adattarsi anche all'uomo politico nella sua interezza.
BIBLIOGRAFIA
  • Talleyrand, di P.D. Ori e G. Perich - Rusconi, Milano 1996
  • La diplomazia del cinismo. La vita e l'opera di Talleyrand, l'inventore della politica degli equilibri dalla Rivoluzione francese alla Restaurazione, di A. Catelot - Rizzoli, Milano 1982
  • Il congresso di Vienna 1814-1815. Talleyrand e la ricostruzione dell'Europa, di G. Ferrero - Corbaccio, Milano 1999
  • L'album perduto, di H. de Latouche - Adelphi, Milano 1998
  • «Il filosofo e il poeta: Talleyrand e Napoleone», in L'album perduto, di H. de Latouche - Adelphi, Milano 1998