LA GENESI DEL FASCISMO (2) Tutto cominciò con il disorientamento politico
e morale alla fine di una guerra che aveva portato il Paese al collasso economico
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1922. L’ITALIA NEL BUCO NERO
DEL VENTENNIO MUSSOLINIANO
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| (Parte Seconda) |
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Le elezioni del maggio 1921 avevano dato una struttura definitiva (o quasi) a tutta l’azione di Mussolini. Come ricorda Renzo De Felice nell’incipit nel secondo volume della sua monumentale biografia sul capo del fascismo, la “svolta” fascista maturò sostanzialmente attraverso “tre avvenimenti chiave: l’inserimento del fascismo nel gioco politico-parlamentare a livello nazionale, realizzato da Mussolini attorno all’epilogo dell’avventura dannunziana, il sorgere e il rapido affermarsi del fascismo agrario nelle zone agricole padane e soprattutto in Emilia, il rapido costituirsi, sulla spinta del fascismo agrario, di un fronte unico conservatore-reazionario della borghesia agricola, di quella commerciale e di quella industriale, deciso a sfruttare l’esaurirsi della spinta «rossa» per provvedere esso stesso a quella reazione che il governo non sembrava essere capace – secondo alcuni non voleva – di realizzare in prima persona”.
Tutto ciò era stato reso fattibile dalla ormai evidente “agonia” dello Stato liberale e, l’esito delle elezioni di maggio, non aveva fatto altro che confermare quello che nei mesi precedenti si era visto e previsto. Le elezioni portarono, nel luglio dello stesso anno, alla fine dell’ultimo esperimento di governo da parte dell’anziano Giolitti e, al suo posto, arrivò l’ex socialista Ivanoe Bonomi che da subito s’impegnò nel favorire un accordo pacifico tra socialisti e fascisti. L’impegno del governo Bonomi (governo che si teneva su con l’appoggio dei popolari e di alcuni gruppi democratici che in precedenza, come del resto lo stesso Bonomi, avevano fatto parte dei Blocchi nazionali del 1921) portò, nell’agosto del 1921, alla firma del cosiddetto “patto di pacificazione”, ovvero una tregua tra le fazioni in lotta che aveva l’obiettivo di portare socialisti e fascisti a rinunciare alle loro schiere armate.
I fascisti s’impegnarono a sciogliere le squadre d’azione e i socialisti le formazioni militanti di sinistra che si erano radunate sotto il nome di “arditi del popolo”, nati in diverse città italiane per fronteggiare l’offensiva violenta delle squadre fasciste. Però, nonostante la strategia mussoliniana contemplasse il patto come un atto quasi obbligato per non far scagliare l’offensiva del popolo contro lo squadrismo, il fascismo conobbe un periodo di crisi profonda proprio in coincidenza del governo Bonomi e, l’iter che di lì a poco avrebbe portato il movimento fascista a divenire un vero e proprio partito fu segnato da un periodo di duro attrito tra Mussolini e i cosiddetti “fascisti intransigenti”, che non condividevano la strada diplomatica scelta da Mussolini e si riconoscevano solo nello squadrismo agrario e nei ras, ovvero i capi locali dello stesso che “sabotarono in ogni modo il patto di pacificazione e giunsero a mettere in discussione la leadership di Mussolini”.
Sempre De Felice, a questo proposito, ha detto che “in forse sembrò la posizione dello stesso Mussolini, contro la cui linea politica si levò la parte più numerosa ed attiva del fascismo – sia agrario sia sindacalista – che proprio in questo periodo riuscì ad esprimere due veri capi in opposizione a Mussolini: Dino Grandi, che, sia pure per breve momento, si contrappose addirittura esplicitamente a lui nella leadreship del fascismo, e Roberto Farinacei, che, se nella circostanza specifica non ebbe il ruolo di Grandi, avrebbe meglio saputo conservare la posizione raggiunta, s’ da essere, d’allora in poi, il grande «secondo» del fascismo, l’unico capace di prospettare al fascismo un’alternativa vera alla politica di Mussolini, senza che questi riuscisse, sino alla fine, ad aver ragione della sua insidiosa opposizione interna”.
Comunque, seppur non senza difficoltà, Mussolini riuscì a sanare lo strappo e ricompose la frattura nata all’interno del suo movimento. Il congresso di Roma, che si tenne nel mese di novembre dello stesso anno, fu il momento ufficiale dell’avvenuto ricongiungimento tra i “dissidenti” e il futuro capo del governo fascista. Quest’ultimo, proprio in occasione del congresso romano, comprese che non avrebbe potuto fare a meno degli intransigenti e dei loro capi. La Pax arrivò solo dopo che Mussolini accettò di sconfessare il patto di pacificazione con i socialisti. I ras, dal canto loro, riconobbero la guida politica del “figlio del fabbro” e accettarono la trasformazione del movimento in un autentico partito, non comprendendo, però sul momento, che questa mossa li avrebbe “incatenati” e limitati nella libertà d’azione. La fase di scontro in seno al movimento fascista che si avviava (con non poco difficoltà) a divenire il futuro Partito nazionale fascista (Pnf) fu la risultante di diverse forze che cozzando l’una contro l’altra determinarono una situazione decisamente spiacevole per Mussolini e per tutti coloro che avevano auspicato troppo prematuramente un facile controllo delle forze più esagitate e meno propense a patti e strategie politiche troppo democratiche.
Il fascismo e le sue difficoltà interne erano due facce della stessa medaglia: da una parte l’incontro tra forze ed idee così diverse tra loro da non permettere un’autentica omogeneità né nella struttura né nei programmi; dall’altra c’era la consapevolezza (presente anche negli stessi fascisti) del fatto che il fascismo restava un fenomeno regionale e per dirla con le parole del Bastianini, “il Fascismo fu fenomeno provinciale e come tale prese aspetti diversi a seconda delle esigenze immediate dei paesi dove cause diverse lo generarono e mentalità differenti lo crearono” (da G. Bastianini, Rivoluzione, Roma 1923, p.30).
Era evidente come in questa fase della storia del fascismo “la vera forza, la vera struttura del fascismo erano i ras e i capi locali, le squadre. Più che un movimento e successivamente un partito, era una unione di realtà locali, spesso minate – come dimostreranno gli avvenimenti del’23-24 – da profondissime rivalità latenti, legate a singoli uomini e alle varie situazioni locali. Da questa particolarissima realtà, che molto spesso si atteggiava in rapporti umani e gerarchici di tipo feudale (nel senso classico e non solo spregiativo del termine), era in buona parte dipesa la forza del fascismo, la sua capacità di adeguarsi alle situazioni locali più diverse, di attuare gli elementi più eterogenei e di realizzarsi come organizzazione di tipo militare”. Comunque, nonostante tutto, come abbiamo già detto, Mussolini riuscì a sanare la rottura con i ras locali e a pilotare il “suo” movimento verso la trasformazione in partito.
Non venivano meno improvvisamente tutte le difficoltà interne ma si gettarono le basi per un equilibrio che avrebbe consentito al fascismo di progredire comunque sino alla fatidica “Marcia su Roma” che, in via definitiva, determinò in maniera inequivocabile il crollo del regime liberale che per anni aveva governato l’Italia unita. Lo Stato liberale era ormai latitante e, mentre il fascismo acquistava compattezza, il governo Bonomi scemava miseramente e nel febbraio del 1922, dopo che Sturzo aveva “bloccato” un possibile nuovo ritorno del vecchio Giolitti, Luigi Facta (comunque un uomo di Giolitti) prendeva la guida del governo italiano. “La scarsa autorità politica del nuovo governo finì col dare ulteriore spazio alla dilagante violenza squadrista”. Le scorribande degli uomini in camicia nera si fecero sempre più frequenti e devastanti e, sin dalla primavera del 1922, intere province si furono teatro delle azioni fasciste.. Il fascismo aveva ormai da tempo intrapreso una duplice azione: da un lato l’uso continuo della violenza armata e dall’altro la strategia politica per porre le basi del futuro governo del Paese.
Al dinamismo degli uomini di Mussolini corrispose l’atteggiamento d’immobilismo del partito socialista che non seppe opporre nessuna risposta efficace per contrastare seriamente il fascismo…Non vi riuscì né dal punto di vista parlamentare né da quello della mobilitazione di massa, la staticità regnò sovrana. Solo quando la situazione era ormai compromessa e il fascismo sempre più forte e convinto, il gruppo parlamentare socialista decise di ribellarsi alla linea intransigente imposta precedentemente dalla direzione del partito e dichiarò la sua disponibilità ad un eventuale governo di coalizione democratica.
La situazione divenne sempre più difficile: appena si seppe che le forze sindacali avevano indetto per la giornata del 1 agosto un giorno di “sciopero generale legalitario” la situazione degenerò completamente: i fascisti, atteggiandosi a custodi dell’ordine contro “il pericolo rosso”, ne approfittarono per scagliare una nuova offensiva contro il movimento operaio e, per un’intera settimana, le camicie nere assaltarono sedi e organizzazioni socialiste…Milano, Genova, Ancona, Livorno e Parma, vecchie roccaforti rosse, vennero prese di mira e la sola città emiliana riuscì a resistere all’attacco squadrista. Il fascismo sentiva vicina la conquista del potere e, assicuratosi il controllo della piazza e sconfitto il movimento operaio, si proiettò verso la mobilitazione generale per la presa del potere: nacque il progetto di una “marcia su Roma”. Il 27 ottobre 1922 iniziò ufficialmente il cammino di Mussolini verso lo stato totalitario, l’Italia voltò pagina e venne proiettata di lì a breve verso il “ventennio fascista”. Il giovane romagnolo di Dovia aveva coronato i suoi progetti di potenza e, dalle gelide serate svizzere della difficile giovinezza era arrivato ad essere “l’uomo della Provvidenza”.
(2 - Fine)
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BIBLIOGRAFIA
- Manuale di Storia. L’età contemporanea, di A.Giardina, G.Sabbatucci, V.Vidotto - Editori Laterza, Roma-Bari, 1998.
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Mussolini, di Aurelio Lepre - Editori Laterza, Roma-Bari, 1998.
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Mussolini il rivoluzionario.1883-1920. di Renzo De Felice - Einaudi, Torino 1995.
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Mussolini il fascista. La conquista del potere,1921-1925, di Renzo De Felice - Einaudi, Torino 1995.
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Mussolini, di Pierre Milza - Carocci editore S.p.A., Roma, 2000.
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Fiumanesimo, sindacalismo e fascismo, di Francesco Perfetti - Bonacci editore, Roma, 1988.
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Mussolini Giornalista. 1912-1922, i migliori articoli degli anni alla direzione dell’«Avanti»» e de «Il Popolo d’Italia», di Renzo De Felice - Rizzoli, Milano, 1995.
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