Una approfondita rivisitazione biografica di un normale militare di carriera
che, nel pieno della tempesta nazista, uscì dall’ombra e salvò la Francia
DE GAULLE. UN GRANDE DEL 1900.
CON MOLTI NEMICI E MOLTO ONORE
(Prima Parte)
di SAMUELE TIEGHI
Nello scrivere un’articolo su de Gaulle non nego di provare un certo imbarazzo che deriva dall’aver scelto un personaggio di così grosso calibro. Infatti appare quasi superfluo affermare in prima battuta che Charles de Gaulle fu una figura di prima grandezza tra i protagonisti del XX secolo, come al contempo sembra limitante confinarne la dimensione all’interno egli angusti confini nazionali.
Eppure la sua stella brilla di una luce contraddittoria.
Un sondaggio dei primi anni Novanta ha rivelato che de Gaulle, qualora in vita, sarebbe rieletto Presidente della Repubblica al primo turno con ben l’80 per cento dei voti, mentre un’indagine condotta tra i giovani nello stesso periodo ha d’altro canto reso noto che la maggioranza degli intervistati ignorava addirittura chi fosse de Gaulle.
Semplice ignoranza giovanile che ormai ha smesso di sorprenderci? I giovani francesi non sono molto dissimili dai loro coetanei italiani, quando di fronte a domande di storia nazionale non sanno che pesci pigliare.
In realtà,tutto ciò sembra essere sentore di un generale atteggiamento dei francesi nei confronti di Charles de Gaulle, un uomo che ha avuto un elevato numero di seguaci, ma anche un’enorme quantità di nemici.
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Il generale De Gaulle
Ancora oggi celebrare de Gaulle ufficialmente, e lo si è visto nel corso dei festeggiamenti per il centenario della sua nascita (1990), appare doveroso, quanto scomodo, poiché significa ricordare i momenti difficili della Quarta e della Quinta repubblica.
De Gaulle è il depositario della coscienza francese dei momenti cruciali lungo il Novecento, un simbolo che finisce con rendere labili i contorni dell’uomo, favorendone il mito.
In fondo se si deve dar credito al famoso e quanto mai oggi richiesto “giudizio oggettivo”, de Gaulle per la maggior parte dei suoi primi cinquant’anni fu semplicemente un ufficiale di carriera. Ancora adesso molti si interrogano se fosse o meno un buon ufficiale; quel che è certo è che le convinzioni che lo accompagnarono per tutta la sua vita nacquero anche in base alla scelta dell’esercito come opportunità lavorativa. La caserma per de Gaulle è prima di tutto un’opportunità, una delle poche a causa suo ceto, di tentare una strada che può portare lontano.
Inoltre, nell’esercito francese, negli anni tra il 1870 e il 1914, erano diffuse idee quali l’intimo disprezzo per la politica parlamentare, la visione romantica della Francia, una certa identificazione tra governo e autoritarismo. Tutto ciò acquisì in de Gaulle, una forma definita, concluse, potremmo dire, un’educazione borghese seppur moderatamente conservatrice. Idee che il Generale, nel corso della sua esistenza, non perse occasione di ribadire anche con i termini crudi del linguaggio da caserma.
Un soldato che ben conosceva l’arte militare al punto di divenire l’autore di pubblicazioni originali sulla condotta di un esercito alle prese con la guerra moderna, sulla necessità di un esercito professionale, sulla superiorità della guerra movimento sulla guerra difensiva. Senza dubbio, intuizioni originali che ebbero il merito, se non altro, di agitare le acque in cui si cullavano beati i sostenitori della Linea Maginot.
De Gaulle era principalmente un soldato, intelligente e capace, ma prima di tutto un soldato, o perlomeno così si sentiva sino al suo arrivo in Inghilterra il 16 giugno 1940.
De Gaulle, per dirla con lo storico britannico Williams, “ … se l’aereo che lo trasportò in Inghilterra nel 1940 fosse precipitato in mare, la sua vita non sarebbe stata altro che una nota a piè di pagina nella lunga storia dell’esercito francese. Senza dubbio sarebbe stato ricordato come un brillante ufficiale di stato maggiore, non privo di alcune idee interessanti, ma a quarantanove anni non aveva nient’altro che il grado provvisorio di generale di brigata, con alle spalle una carriera fatta prevalentemente di incarichi di stato maggiore e un servizio attivo relativamente limitato”.

De Gaulle, nel corso della Seconda guerra mondiale, ebbe il merito di salvare l’onore della Francia. Alla guida del movimento France Libre rappresentò buona parte di quei francesi che non avevano rinunciato alla lotta contro la Germania di Hitler.
Non si può certo dire che il contributo armato alla lotta fosse determinante, in quanto il grosso degli sforzi venne compiuto in Europa da USA e URSS, mentre nell’oceano Pacifico il conflitto riguardava solo Stati Uniti e Impero britannico.
Eppure il movimento di de Gaulle si comportò in modo diverso, non entrando, ad esempio, a far parte di strutture al comando degli inglesi come invece fecero i polacchi, i cecoslovacchi, gli olandesi e i belgi. Non si pensi che facendo altrimenti France Libre avesse avuto una parte determinante nel conflitto, anche se si può parlare di una certa autonomia destinata a dare buoni frutti. Infatti, alla fine della guerra, nel movimento di de Gaulle confluirono i molti che, pur avendo provato disprezzo per la sconfitta francese del 1940, erano altrimenti sicuri che solo France Libre avrebbe rappresentato il simbolo della resistenza di una Francia non ancora rassegnata alla sconfitta.
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Il maresciallo Petain
Una parte della popolazione francese si riconobbe con il gollismo, vedendo in esso un modo per riconquistare la dignità nazionale. Inoltre, dopo la guerra, la paura del comunismo contaminò anche la Francia e de Gaulle era, prima di tutto, un uomo di destra, anche se poi si dimostrerà un garante “scomodo” per la stessa alleanza atlantica. Il tempo comunque gli diede ragione, consentendo l’ingresso della Francia, sin dalla fine guerra, tra le prime cinque nazioni del mondo.
E non finì qui. Ancora una volta nel 1958, de Gaulle salvò il Paese dal pericolo di una guerra civile nato sui contrasti per l’Algeria, diede alla nazione una costituzione ancor più solida di quella risalente alla Rivoluzione francese e accrebbe il prestigio nazionale all’estero.
Indubbiamente finì con il dimostrare doti particolari, le doti del classico“uomo per tutte le stagioni”.

Charles – Andrè – Marie – Joseph de Gaulle nasce a Lille il 22 novembre 1890. Il padre Henri de Gaulle e la madre Jeanne Maillot appartengono alla borghesia conservatrice francese che non ha ancora ben digerito i principi della Rivoluzione francese. I favori dei de Gaulle si indirizzano verso la Chiesa e la monarchia. Ma non si tratta di bieco atteggiamento codino, Henri de Gaulle è un conservatore moderato, disposto a scendere a compromesso con la Repubblica a patto che permetta alla Francia di svolgere il ruolo di grande potenza che il destino pare averle assegnato. Atteggiamenti che potremmo definire caratteristici degli esponenti della provincia della Francia settentrionale del XIX secolo. La condotta degli appartenenti a tale ceto sociale era caratterizzata da una certa austerità frammista a un forte attaccamento alla nazione. Lo stesso de Gaulle ammetterà nelle sue Memorie, che nel corso dell’infanzia rimase colpito da episodi quali l’incidente di Fashoda e l’affare Dreyfus, ovvero dalle debolezze e dagli errori della Francia di quegli anni.
Era l’epoca della belle epoque descritta in modo esauriente da Marcel Proust; la nazione rivestiva il ruolo di centro della cultura mondiale grazie ai suoi figli più famosi quali Manet, Monet, Pisarro, Sisley e altri ancora nella pittura, Debussy, Faurè, Dukas e Revel nella musica; Sarah Bernhardt dominava le scene teatrali, mentre Taine e Renan tracciavano i fondamenti della storia nazionale.
Un’ epoca d’oro per la cultura, in cui la politica doveva ispirarsi al sentimento di grandeur affinché la Francia occupasse il giusto posto nel simposio delle Nazioni.
Una grandezza nazionale che faceva i conti con gli echi della sconfitta del 1870, quando la Francia era stata umiliata dall’esercito prussiano e aveva dovuto rinunciare all’Alsazia e alla Lorena. Lo spirito revanscista animava i cuori di molti francesi e guidava lentamente il paese verso la conflagrazione del 1914.
Sono gli anni in cui de Gaulle frequenta la scuola dei gesuiti di Vaugirard, dove lavora il padre come insegnante di retorica latina e greca. In seguito, Charles tenterà la carriera militare, iscrivendosi nel 1910 all’École spéciale militare “Saint Cyr”, il luogo in cui si formano i futuri ufficiali superiori dell’esercito francese. La scuola si trova in un edificio a poca distanza dalla reggia di Versailles. Il periodo della formazione militare trascorre tranquillamente, anzi potremmo definirlo un lasso di tempo tutto sommato privo di preoccupazioni in cui emergono i tratti sostanziali del carattere di de Gaulle, destinati a formarne la complessa personalità. E’ indubbiamente un uomo intelligente , in cui l’apparente timidezza si confonde spesso con una marcata arroganza che gli farà guadagnare molti nemici. Infatti, la notevole statura, circa un metro e 94 centimetri, aggiunta al comportamento austero finiranno con l’attirare le critiche dei compagni, che arrivano a canzonarlo con vari appellativi: Coq (gallo), Cyrano, Double – Mètre, e così via.

Nel 1912, una volta lasciata la scuola, de Gaulle, con il grado di sottotenente, sceglie come destinazione il 33° reggimento di fanteria, ove aveva già prestato un anno di servizio come soldato semplice prima di entrare nell’ École e dove adesso avrebbe avuto come comandante, il futuro eroe di Verdun, Philippe Pétain.
Pétain nel 1912 aveva cinquantasei anni e manifestava poche ambizioni per il suo futuro. Con il senno di poi sembra semplice dire che mai tali ambizioni furono mal riposte, vista la fama, non sempre benevola, cui era destinato. Sicché l’incontro tra Pétain e il giovane ufficiale de Gaulle, assume i contorni quasi profetici di un rapporto nato tra le fila dell’esercito, destinato a trasformarsi in amicizia prima e in profondo contrasto negli anni bui della Repubblica di Vichy.
La vera esperienza militare di de Gaulle avviene proprio sotto la guida di Pétain un uomo,
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Agli inizi della carriera
secondo lo storico britannico Charles Williams, “pieno di energia, con penetranti occhi azzurri nel volto teso, quasi calvo e con il resto dei capelli cortissimi, ancora decisamente attraente per le donne, a giudicare dalle storie che circolavano liberamente ad Arras. Salutò brevemente il nuovo sottotenente nella caserma Schramm di Arras, dandogli il benvenuto nell’esercito, come se nessuna delle due precedenti esperienze militari fosse avvenuta in un vero esercito”.
Il giovane de Gaulle mostra di essere degno allievo di cotanto maestro. Ne condivide in primo luogo le idee politiche e le critiche nei confronti del comando supremo. Egli è, come Pétain, convinto della superiorità dell’offensiva sui piani e le strategie difensive, che se si mostreranno inadeguate per la guerra di posizione della Prima guerra mondiale, risulteranno terribilmente veritiere allo scoppio del secondo conflitto mondiale.
Pétain è un buon maestro, ma scomodo in quanto inviso allo Stato Maggiore al punto che nel 1913, quando lascerà il comando del 33°, per assumere la guida di una brigata in qualità di generale, da più parti si escluderà la possibilità per l’ufficiale di salire ulteriormente di grado.

Tra il 1913 e il 1921 De Gaulle e Pétain non si incontreranno più, ma l’amicizia con Pétain si rivelerà feconda di ottime conseguenze proprio nel corso degli anni Venti.
Pochi giorni dopo la dichiarazione e di guerra, il 5 agosto, de Gaulle viene inviato a Dinant in Belgio per allestire una prima difesa contro l’ala destra tedesca che ha invaso il Paese neutrale fino a qualche giorno prima. A Dinant de Gaulle fa vedere di che pasta è fatto, comportandosi eroicamente.
Sul fronte occidentale, come ufficiale in comando del 33° reggimento, non perde occasione per distinguersi sino a riportare una ferita alla mano destra a Châlons-sur –Marne, seguono poi i tristi giorni della battaglia di Verdun, dove, nei pressi del villaggio di Douaumont viene preso prigioniero.
“Da entrambe le parti ci fu un numero spaventoso di vittime, finché a un certo momento una posizione francese venne travolta e, mentre gli uomini combattevano corpo a corpo con le baionetta, un gruppo di soldati francesi rimase isolato dalle altre unità e fu costretto alla resa. Al comando di quel gruppo c’era il capitano de Gaulle, anch’egli ferito da un colpo di baionetta alla coscia sinistra. Sembra assai probabile che in quel momento de Gaulle fosse svenuto o semisvenuto, forse per effetto di un’esplosione o per il dolore della ferita”.
Fatto sta che le autorità militari, compreso lo stesso Pétain, si convincono che de Gaulle sia morto. In realtà è stato fatto prigioniero e,inizialmente, trasferito al campo di transito di Neisse. Da qui comincerà la lunga peregrinazione del giovane capitano attraverso vari campi di prigionia, quali Ingolstadt, Rosenberg, Wülzburg, etc. I continui spostamenti sono motivati dallo spirito indomito di cui sembra essere dotato questo strano prigioniero che tenterà la fuga per ben cinque volte. Purtroppo non c’è alcuna speranza e ogni volta viene inesorabilmente ripreso. Trascorre così gli ultimi anni della guerra nei campi di prigionia del Kaiser, dove, peraltro, incontra alcuni personaggi diretti ad intrecciare le loro vite con quelle del futuro generale. Si tratta, ad esempio, del futuro maresciallo sovietico Michail Nikolaevic Tuchacevskij o di Georges Catroux, che diverrà generale e che, dopo la sconfitta francese ad opera delle armate naziste, raggiungerà France Libre per aderire al famoso Appel del 18 giugno 1940, lanciato da de Gaulle dai microfoni della BBC.
E’ impensabile, tuttavia, considerare che qualcuno possa uscire completamente indenne da un’esperienza traumatica come la Prima guerra mondiale. Ci sono ferite che non deturpano il corpo, ma sfigurano l’anima. Sono lacerazioni che tardano più delle altre a cicatrizzarsi. Due sono le vie che il soggetto può percorre: abbandonarsi alle proprie paure o rafforzarsi. Di sicuro il carattere del capitano de Gaulle ne uscì rafforzato. Infatti, la sua condotta, da questo momento, sarà ispirata alla pura azione. Non penserà, a differenza di molti suoi compagni, al perché egli fosse riuscito a sopravvivere, semmai sarà decisamente impegnato a recuperare gli anni che la prigionia gli ha rubato.
Nel novembre del 1918, de Gaulle torna a casa e come prima cosa si reca a far visita al suo comandante,il generale Pétain, che nel frattempo, grazie all’eroica difesa di Verdun, ha ricevuto il bastone di Maresciallo.
Dopo pochi mesi, de Gaulle viene assegnato ad una missione militare destinata alla Polonia con il compito di potenziare l’esercito di quel paese minacciato dalle truppe sovietiche.
Il capitano de Gaulle è agli ordini del generale Weygand, lo stesso che nel 1940 si arrenderà ai tedeschi e si distingue come insegnante presso la scuola militare di Rambertov.
Sconfitto l’esercito russo, in seguito alla memorabile battaglia della Vistola che salva la Polonia dal dominio sovietico, de Gaulle torna in patria dove gli viene offerto il posto di professore aggiunto di storia militare a Saint Cyr.
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Ancora giovane, con la moglie
Il 27 aprile 1921, si sposa con Yvonne Vendroux ed intensifica il suo rapporto di amicizia e professionale con il maresciallo Pétain. A tal proposito, le critiche e le malignità dei colleghi di de Gaulle non tardano a manifestarsi. La protezione esplicita di un eroe nazionale come Pétain non è priva di inconvenienti. De Gaulle diviene immediatamente il destinatario di una serie di voci malevole che, lungi dal riconoscerne l’indubbio valore, diminuivano i successi professionali attribuendoli al favore accordatogli da Pétain.
I colleghi dell’École supériore de guerre, alla quale de Gaulle si iscrisse proprio su insistenza di Pétain, cominciarono a chiamarlo “le poulaine préféré” di Pétain. Ovviamente a tutto ciò si aggiungeva il carattere difficile di de Gaulle che non favoriva le amicizie e pur avendo tutte le qualità per uscire dall’ École con il massimo dei voti, spesso venne trattato come un semplice raccomandato.
Di per sé l’ École supériore de guerre era l’istituto militare per eccellenza sul territorio francese. Solo gli allievi che fossero usciti con il massimo dei voti era aperta la strada per gli alti incarichi nell’esercito. Purtroppo il carattere spigoloso di de Gaulle unito alla sua arroganza gli valsero una cattiva fama tra gli insegnanti. Così la commissione esaminatrice preposta ad esaminarne i risultati si trovò presto di fronte a un bel dilemma: “ C’erano tre voti possibili, a parte la bocciatura, fuori discussione per un protetto di Pétain: assez bien, l’equivalente di una sufficienza; bien, che non era né bene né male, ma il classico giudizio per i bravi ragazzi molto impeganti con risultati modesti; très bien, riservato a coloro che agli occhi degli esaminatori avrebbero occupato le massime posizioni nell’esercito francese. Alcuni docenti erano dell’idea di attribuire a de Gaulle un semplice asse bien, che sarebbe stato più che oltraggioso. In seguito all’intervento di Pétain, che aveva saputo delle discussioni, e dietro insistenza del nuovo comandante, generale Dufieux, egli fu infine posto nel rango dei mediocri: ottenne un bien”.
In seguito, come una sorta di revanche nei confronti di quegli “ottusi” ufficiali che non avevano voluto riconoscere la qualità di un capo naturale come de Gaulle, lo stesso Pétain lo spingerà ad intraprendere una serie di conferenze presso l’École. Se per de Gaulle l’inattesa veste di conferenziere risultò una splendida occasione di rientrare nell’istituzione militare più blasonata del paese dalla porta principale, per Pétain era un modo come una altro per riaffermare la sua leadership all’interno dell’ École.

Dal 1940, Pétain è divenuto un personaggio estremamente scomodo. A detta di molti la sua colpa principale è quella di aver ricoperto ruoli di primo piano nella “collaborazionista” repubblica di Vichy. Addirittura non è mancato chi lo ha definito un “vecchio rimbambito”, solo per aver guidato la Francia alla resa, macchiandosi di collaborazionismo con l’occupante tedesco. Ma se lo si valuta più oggettivamente, sul lungo periodo della sua storia, ci si accorge che il Maresciallo non ha vestito solo i panni del collaborazionista, fosse solo per essere stato un vero e proprio eroe della Prima guerra mondiale.
In questa sede sarà utile che questa valutazione incontestabile del maresciallo Pétain si conformi ad un giudizio che non può, ad esempio, non tener conto della sua capacità di valutare le persone di ingegno e di favorirle spesso in modo disinteressato. E’ il caso di Charles de Gaulle.
D’altro canto il futuro generale de Gaulle, negli anni dell’amicizia, non ha mai nascosto la sua ammirazione per Pétain, anzi proprio nella dedica di un suo libro Le fil de l’Épée (Il filo della spada) scrisse: “ Quest’opera può essere dedicata soltanto a lei, Monsieur le Maréchal, perché nulla più della sua gloria può dimostrare quale virtù conferisca all’azione l’illuminazione del puro pensiero”.
Più che la dedica sono interessanti le idee che emergono dalla lettura del libro, il quale non è altro che la raccolta delle conferenze tenute presso l’École supériore de guerre. Infatti, l’autore afferma categoricamente che il capo degno di fiducia non è certamente un uomo con il quale è facile comprendersi in tempo di pace; un uomo che spesso farà sentire a disagio i sottoposti a causa del rigore, mentre scatenerà le ire dei superiori per l’assenza di peli sulla lingua.
Ma in tempo di guerra, le sue qualità emergeranno a detta di tutti, mentre i suoi atti non avranno alcun bisogno di giustificazione: “Il prestigio non può andare disgiunto dal mistero”. Parole che calzano a pennello su un uomo come Pétain.
Arrivà così il 1928, l’anno in cui si consuma il primo forte contrasto tra de Gaulle e Pétain, quando il giovane ufficiale avanza il proprio secco diniego nei confronti della proposta di Pétain di pubblicare con la firma del Maresciallo un libro Le soldat frutto delle ricerche del suo sottoposto.
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Arrivato agli alti gradi
Il contrasto si risolverà solo nell’incresparsi temporaneo dei rapporti, ma che anticiperà di dodici anni l’ urto insanabile del 1940.
Nel 1931 il maggiore de Gaulle entra a far parte del Consiglio superiore della Difesa nazionale. Il momento è critico in quanto e alte sfere militari stanno discutendo sulla realizzazione della Linea Maginot, una vasta linea difensiva che corre lungo i confini orientali della Francia. La paura di un attacco tedesco sullo stile della Prima guerra mondiale atterrisce i membri dello Stato maggiore e il ministro della Guerra che darà il proprio nome al monumentale progetto.
La Linea Maginot si risolve in un sistema di fortificazioni che si estende dalla frontiera nord – est dal Reno al confine con il Belgio e che si basa su tre strutture principali che a detta di Piero Lugaro sono: “nella zona più avanzata, una fitta rete di posti di osservazione e di primo arresto, sbarramenti anticarro, il tutto accessibile dal sottosuolo; più indietro fortificazioni assicuranti uno sbarramento continuo, per evitare infiltrazioni (con cupole d’acciaio di cinquanta centimetri di spessore affioranti appena dal terreno, armate di cannoni di medio e grosso calibro, torrette con periscopi, pozzi dai quali emergono mitragliatrici e cannoni di piccolo calibro, il tutto circondato da profonde fasce di reticolato, fossati, sbarramenti anticarro e con alloggiamenti, ospedali, magazzini, centrali elettriche e telefoniche, elevatori, impianti di aerazione e di riscaldamento nel sottosuolo); più indietro ancora – terzo sistema difensivo – fortificazioni di ancora maggiore mole e complessità, con cannoni di grosso calibro, e ferrovie sotterranee colleganti l’intero sistema”.
La Linea Maginot non è che il reiterarsi di un concetto tanto assodato quanto sclerotico dello Stato maggiore francese, ovvero il trionfo della guerra di posizione che esaurisce la propria azione nell’ arroccarsi su posizioni difensive a discapito della guerra di movimento.
Un nuovo libro di de Gaulle, ormai esperto teorico militare, del 1934 dal titolo emblematico Vers l’armée de métier (Verso un esercito professionista), tende a demolire questa tesi. Nell’opera l’autore mette in luce doti più politiche che tecniche. La strategia francese può anche dare buoni frutti a patto che non ci si fossilizzi su posizioni univoche. Accanto alle fortificazioni si deve potenziare il legame di amicizia con i piccoli stati dell’Europa orientale, con l’evidente scopo di limitare l’espansione tedesca, di impedirne, in ultima analisi, il raggio d’azione e di approvvigionamento.
Si noti, da questo punto di vista, l’acuta osservazione del giovane ufficiale, che capisce come un conflitto di dimensioni internazionali non si esaurisca unicamente nel confronto immediato tra le due nazioni belligeranti, destinato semmai a estendersi inevitabilmente, coinvolgendo nazioni che sulla carta appaiono neutrali.
Senza considerare l’importanza che de Gaulle conferisce alla guerra di movimento. A tal proposito, secondo de Gaulle, è necessario formare un’armata blindata di circa centomila uomini supportata da reparti corazzati con il fine di allestire azioni di disturbo nei confronti del nemico durante le prime battute del conflitto.
Quasi inutile dire che il testo di de Gaulle venne pesantemente avversato e contrastato dagli alti ufficiali dell’esercito, convinti assertori delLa Linea Maginot , la quale, non si dimentichi, verrà aggirata facilmente dalla Wermacht nelle prime settimane di guerra.
Alla fine del conflitto una copia di Vers l’armée de métier verrà rinvenuta dal generale Leclerc, autorevole membro di France Libre, nel Berghof – “Il nido dell’aquila”, ovvero il rifugio segreto di Hitler nelle Alpi bavaresi. Evidente sintomo dell’interesse nutrito dal führer per il pensiero di de Gaulle, soprattutto all’indomani dell’Appel.
Non si dimentichi, inoltre, che il passaggio fondamentale dell’opera è: “Quali possano essere i tempi e i luoghi, esiste una sorta di filosofia del comando, immutabile come la natura umana … elevarsi al di sopra di sé con il fine di dominare gli altri e, attraverso ciò, gli avvenimenti, è uno sforzo che non muta nella sua essenza”. Tutto ciò, prosegue: “Affinché nasca, domani, l’esercito di mestiere, e gli vengano dati la materia e lo spirito nuovi, senza i quali non sarebbe che una deludente velleità, occorre che appaia un maitre, un capo, che dovrà essere un uomo abbastanza forte per imporsi, abile per sedurre,grande per una grande impresa”.
Poche righe in cui riecheggia il destino di Charles de Gaulle.
Il libro non vende molto (circa settecento esemplari), semmai ha il merito di segnalare l’ufficiale ad un deputato di fresca nomina e in piena ascesa nel panorama politico
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Appello via radio ai francesi: 'Resistete ai nazisti!'
transalpino: Paul Reynaud. Reynaud resta colpito dalla carica anticonformista della “dottrina de Gaulle”, al punto di proporre al Parlamento l’idea dell’armata di centomila uomini in ferma permanente. Reynaud è un politico scaltro e sa bene che la proposta avrà solo il merito di suscitare un vespaio di proteste, alimentato dall’incrollabile fiducia dello Stato maggiore nelLa Linea Maginot; ma forse Reynaud cerca proprio questo: agitare le acque per impedire ai più di dormire sonni tranquilli.
Una fortezza è l’emblema della sicurezza, per cui affidarsi alle spesse mura delLa Linea Maginot sarà sembrato ai più il sistema più efficace per sentirsi protetti dall’avanzata del nazismo in Europa. Poche persone pensavano che la miglior difesa fosse un paino offensivo calibrato su una profonda modernizzazione dell’esercito accompagnata, eventualmente, da una specializzazione professionale.
De Gaulle si dimostra in tal modo un attento osservatore della sua epoca; doti che peraltro aveva già manifestato durante il suo soggiorno polacco all’indomani della fine della Prima guerra mondiale.
La battaglia della Vistola, in cui il generale polacco Pilsudski aveva sbaragliato le forze sovietiche, aveva mostrato al giovane capitano de Gaulle che era possibile combattere una guerra di movimento se si fossero potenziati i mezzi per rendere efficace un attacco contro un pesante fuoco di sbarramento. Il carro armato, l’aviazione e soprattutto la capacità di combinare assieme queste due armi potevano vincere qualunque difesa fortificata. Probabilmente i generali di Hitler avrebbero apprezzato queste riflessioni, chi però non lo fece fu lo Stato maggiore francese.
Il 1934 non è solo un anno importante per la carriera di de Gaulle, ma è anche l’anno in cui con la moglie acquisterà la casa di Colombay-les-deux-Églises; si tratta di una pittoresca nel cuore della foresta dei Vosgi, destinata ad assumere il ruolo di rifugio nei momenti di burrasca.
Qui, de Gaulle trascorrerà le vacanze sino al 1940; dal 1946 diverrà la sua residenza stabile.

Nel 1936 le ambizioni di Hitler si fanno concrete e procede alla rimilitarizzazione della Renania che era smilitarizzata dal 1918. Il gesto plateale, contava sulla debolezza politica della Francia ed ebbe come effetto quello di far salire il credito del Cancelliere tedesco sia internazionalmente sia tra i generali della Wermacht. Con la rimilitarizzazione della Renania ebbe fine l’assetto geopolitica dell’Europa uscito dai trattati di pace del 1919.
La Gran Bretagna si accodò alla Francia e non reagì. Effetto, senza dubbio, della politica dell’appeasement (concessione) voluta dal Governo inglese, che poggiava erroneamente sul concetto che una volta raggiunta una posizione di prestigio, la Germania si sarebbe accontentata del nuovo ruolo assunto all’interno dell’equilibrio europeo.
Linea Maginot, lassismo francese e inglese, cattiva valutazione delle reali mire egemoniche del nazismo, tutti aspetti che contribuirono alla disfatta degli Alleati nella prima parte del conflitto mondiale che si apprestava all’orizzonte.
De Gaulle rimpiange lo stato di impreparazione della Francia. Rimpiange l’assenza di quell’esercito professionale che tanto auspicava e, in una lettera all’amico Jean Auburtin, rileva l’errore di aver concesso troppo ai tedeschi.
Nello stesso anno il Fronte Popolare guidato da Leon Blum vince le elezioni. Il nuovo governo vede la partecipazione diretta di una coalizione formata da socialisti, radicali e comunisti. Anche in questo caso, però, le proposte di de Gaulle cadono nel vuoto, nonostante inizialmente avessero goduto una certo credito.
In estate de Gaulle diviene colonnello e viene inviato al comando del 507° reggimento di carri a Metz.
La situazione a livello internazionale precipita: Italia e Germania firmano l’Asse Roma-Berlino, in Spagna scoppia la guerra civile che porterà al potere il dittatore fascista Francisco Franco. L’incapacità dei francesi di opporsi, soprattutto aiutando l’opposizione franchista, determinerà la fine del Fronte Popolare, seguito comunque da un’ imbarazzante passività in campo internazionale.
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Durante una rivista
De Gaulle segue con passione le vicende europee; è un uomo di destra, un militare per il quale la Francia dovrebbe vivacizzare il panorama politico internazionale, al fine di confermare le ambizioni tradizionali della grandeur; un uomo per il quale il Governo deve saper mostrare i muscoli all’occasione, non, come era successo negli ultimi anni, abbassare preventivamente le armi per non destare sospetti antidemocratici.
Le simpatie politiche di de Gaulle non riguardano, tuttavia, i movimenti fascisti europei.
Egli, infatti, come scrive Lugaro, ha cambiato alcune posizioni: “La minaccia tedesca ha fatto abbandonare a de Gaulle alcune delle sue idee, tra cui l’adesione all’Action francaise, divenuta un movimento ideologico bollato più tardi come eretico da papa Pio XI. Il suo massimo ispiratore, Charles Maurras- che verrà condannato al ergastolo per collaborazionismo dal tribunale di Lione nel 1945-, fiancheggiato da altri pensatori, tra cui in primo luogo Maurice Barrès, autore di La colline inspirée (La collina ispirata), propone in quei mesi un’intesa con i dittatori, qualcosa di inaccettabile – se non addirittura mostruoso- per il giovane Charles de Gaulle che, pur rimanendo sostanzialmente un uomo di destra, ha allargato ormai i propri orizzonti, fino a riscuotere simpatie dalla sinistra. Pur condannando il regime parlamentare irresoluto e instabile, il futuro Generale ritiene che i metodi fascisti siano da condannare: - Come accettare – scrive in una lettera di quel periodo – che l’equilibrio sociale si paghi con la morte della libertà?”.

Nel settembre del 1939 sarà chiamato a dimostrare concretamente il suo antifascismo. Con l’invasione della Polonia, Hitler fa scoppiare la Seconda guerra mondiale.
L’alleato della Francia e dell’Inghilterra viene sconfitto e in poche settimane la Polonia è solo un pallido ricordo delle carte geografiche, tutto, ovviamente, con la complicità dell’Unione sovietica colpevole di aver invaso il paese da est.
Ma non era ancora finita. L’invasione della Polonia dimostra che la “Guerra lampo” ha tutte le probabilità di funzionare quando si mettono in campo, in modo coordinato, tre tecniche ben diferenti: la prima è rappresentata dai reparti di panzer appoggiati dalla fanteria motorizzata; la seconda è quella della fanteria vera e propria che, pur marciando spesso molto lontano dai panzer, occupa il territorio conquistato dai primi e infine l’aviazione.
La Luftwaffe fiacca il nemico con un pesante fuoco di sbarramento, aprendo la strada ai panzer e garantendo la copertura della fanteria in caso di attacco.
De Gaulle a questo punto è convinto che qualcosa sia cambiato nelle convinzioni dello stato maggiore. E’più che mai certo che l’esempio della Polonia abbia insegnato qualcosa. Ma si sbaglia.
Gli ufficiali che hanno imparato la lezione sono assai pochi. La Linea Maginot resta, secondo molti, il mezzo più efficace per fermare i tedeschi.
Comincia così, quasi di soppiatto quella che i giornali ribattezzeranno drole de guerre (la strana guerra).
E’ difficile pensare ad un’altra espressione per indicare una guerra che per otto mesi languisce su fronti sclerotizzati nelle reciproche posizioni difensive. Un atteggiamento timido, quasi dimesso, fatto di poche incursioni e scaramucce con lo scopo di ricordare ai contendenti che sono in guerra, ma di nessuna valenza strategica né tattica.
Una quiete prima della tempesta che si dilunga per mesi, in cui i francesi si ritrovano, citando l’antico mito marinaresco greco, su una nave stretta tra due rocce spinta dal mare ora contro l’una ora contro l’altra. Le persone a bordo, attendendo angosciate di udire da un momento all’altro l’urto che annuncia il naufragio, restano con lo sguardo fisso sulle onde, che si elevano sempre più gigantesche e si frangono nella voragine e, mentre ogni singolo movimento attrae mille sguardi, nessuno osa volgere l’occhio né a destra né a sinistra.
Alla fine qualcosa accade.
Il 10 maggio, Hitler ordina alle armate tedesche di cominciare l’offensiva a Occidente contro le truppe francesi e il corpo di spedizione britannico. In Francia a Daladier era succeduto da poco Paul Reynaud, lo stesso che nel 1934 aveva mostrato tanto interesse per le idee di riforma dell’esercito di de Gaulle. Anche se ormai è tardi per qualsiasi cambiamento nelle ordine delle cose voluto dai francesi.
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De Gaulle e Churchill
Sul fronte molti si aspettano la stessa situazione di stallo della Prima guerra mondiale ed effettivamente come nel passato conflitto, i tedeschi invadono il Belgio e non si fermano qui, travolgono anche le deboli difese del Lussemburgo e dell’Olanda, paesi neutrali, ed entrano in contatto con le linee anglo-francesi.
De Gaulle è in prima linea e al comando del suo reggimento di carri armati, cerca di opporre resistenza ai panzer tedeschi, finendo con l’essere l’artefice delle poche vittorie francesi.
Il dilagare dell’esercito nemico provoca la rapida sconfitta degli Alleati. I francesi battuti ripetutamente cominciano a considerare l’eventualità dell’armistizio, mentre gli inglesi si imbarcano in tutta fretta a Dankerque.
De Gaulle viene promosso generale di brigata a titolo temporaneo, mentre il 6 giugno entra ufficialmente a far parte del governo Reynaud come sottosegretario di Stato alla Difesa nazionale.
Ironia della sorte vuole che egli diventi membro dell’ultimo governo legittimo della Repubblica francese.
La sua attività si fa frenetica. Viene inviato in Inghilterra da Churchill in missione ufficiale per confermare la volontà di combattere dei francesi. Gli inglesi non credono che la Francia possa resistere ancora a lungo per cui fanno buon viso a cattivo gioco.
Il 10 giungo l’Italia dichiara guerra alla Francia. La situazione è ormai senza speranza.
Il 14 le truppe tedesche sfilano sotto l’Arco di Trionfo a Parigi. Il Governo si è trasferito a Bordeaux. Prima di partire per l’ennesima missione a Londra, de Gaulle incontra per l’ultima volta Pétain, lo va a salutare mentre siede da solo a un tavolino dell’Hotel Splendid. Si stringono la mano senza dire una parola. Nelle sue Memorie aggiunge solo: “ Non l’avrei rivisto. Mai più”.
Il 16 giungo de Gaulle è in Inghlterra e lì apprende dell’armistizio, due giorni dopo ai microfoni radiofonici della BBC, la voce di uno sconosciuto annuncia:

I capi che da numerosi anni sono alla testa dell'esercito francese, hanno formato un governo. Questo governo, adducendo la sconfitta del nostro esercito ha preso contatto con il nemico per cessare i combattimenti.
Certo, siamo stati e siamo surclassati; dalla forza meccanica, terrestre e aerea del nemico. Incomparabilmente più del loro numero, sono i carri, gli aerei, la tattica dei tedeschi che ci fanno indietreggiare. Sono i carri, gli aerei, la tattica dei tedeschi che hanno sorpreso i nostri Capi al punto da condurli là dove essi oggi si trovano.
Ma l'ultima parola è stata detta? La speranza deve svanire? La sconfitta è definitiva?
No!
Credete a me, a me che vi parlo con conoscenza di causa ed affermo che nulla è perduto per la Francia.
Gli stessi mezzi che ci hanno sconfitto possono portarci un giorno alla vittoria.
Perché la Francia non è sola! Non è sola! Non è sola! Ha dietro di se un grande impero. Può far blocco con l'Impero britannico che controlla il mare e continua la lotta. Può, come l'Inghilterra, utilizzare senza limiti l'immensa industria degli Stati Uniti. Questa guerra non è limitata allo sfortunato territorio del nostro Paese. Questa guerra non è decisa dalla battaglia di Francia. Questa guerra è una guerra mondiale.
Tutte le responsabilità, tutti i ritardi, tutte le sofferenze non impediscono la possibilità di far ricorso a tutti i mezzi che vi sono nell'universo, necessari a schiacciare un giorno i nostri nemici.
Folgorati oggi dalla forza meccanica noi potremo vincere nell'avvenire grazie ad una forza meccanica superiore. Il destino del mondo è là.
Io, generale de Gaulle, attualmente a Londra, io invito gli ufficiali ed i soldati francesi che si trovano in territorio britannico o che vi si troveranno in futuro, con le loro armi o anche disarmati, io invito gli ingegneri e gli specialisti delle industrie d'armamenti che si trovano in territorio britannico, o che vi si troveranno in futuro, a mettersi in rapporto con me.
Qualunque cosa accada, la fiamma della Resistenza francese non si dovrà spegnere e non si spegnerà. Domani, così come oggi, io parlerò a Radio Londra.

(1 - Continua)
 
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BIBLIOGRAFIA
  • De Gaulle, Piero Lugaro, San Paolo edizioni, Milano 2002.
  • De Gaulle, Charles Williams, Arnoldo Mondatori Editore, Milano 1995.
  • De Gaulle, Lacouture Jean, Hutchinson, Londra 1970 (edizione inglese)
  • Pétain e de Gaulle, Tournoux J.R., Plon, Parigi 1964