LE ORIGINI DEL LIBERALISMO – Il lungo percorso storico di una dottrina
che condusse l’Occidente verso la democrazia. Con molte correzioni di rotta
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PRIMA VENNE L’INDIVIDUALISMO
POI INIZIÒ UNA LENTA SVOLTA...
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| (Prima Parte) |
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Individualismo, individualista. Nella lunga stagione della diffusione mediatica, degli slogan sintetici che si fanno immagine più che parola, nell’era del “politicamente corretto” e dei tabù semantici, queste due parole sono state relegate nel limbo della diffidenza. Quando non esplicitamente all’inferno dell’ostracismo. Secondo la vulgata trionfante, l’individualismo si vede mortificato a sinonimo di egoismo: un parziale risparmio di sillabe, che conducono a un concetto più familiare per l’orecchio e per la sensibilità comuni. L’individualismo diventa così la porta d’accesso a quegli atteggiamenti che vengono considerati come le peggiori pulsioni dell’essere umano, per sua natura animale sociale: il ripiegarsi su sé stessi, la considerazione esclusiva delle proprie esigenze ideali, spirituali e materiali, e dunque il materialismo, l’edonismo, il narcisismo e, come ultimo esito, l’anarchia.
I nemici (molto spesso, i fraintenditori) del termine individualismo sono stati e sono trasversali alle categorie moderne di destra e sinistra, appartengono alle file sia dei “reazionari” sia dei “progressisti”, in una parola si potrebbero includere nella grande famiglia di coloro che non si riconoscono nel significato originario del liberalismo. L’individualismo non è, infatti, nient’altro che la scintilla primaria di quella grande rivoluzione filosofica occidentale che va sotto il nome di liberalismo. Dall’individualismo, dal primato dell’individuo, nasce in definitiva l’Occidente come noi lo conosciamo: il luogo del mondo dove le fondamentali libertà, civili e civiche, vengono tutelate; il luogo in cui la libertà (da intendere nella sua totalità, come libertà individuale, politica ed economica) ha permesso le maggiori conquiste del benessere sociale e tecnologico, la maggiore diffusione delle idee, dei credi religiosi e delle informazioni. Voltare le spalle all’individualismo significa misconoscere il nostro passato, le nostre radici e le migliori conquiste della nostra civiltà.
L’individualismo “ghettizzato”
La caratteristica principale della storia occidentale, rispetto a quella delle civiltà di altri continenti, consiste esattamente in questa sviluppo della concezione sull’individuo: esso passa da elemento diretto dalla tradizione, inserito completamente in un meccanismo sociale che lo vincola e che lo fa sentire come “parte del tutto” (l’ideale di comunità naturale, società organica e tribale, dove la solidarietà passa da valore privato a principio di organizzazione sociale), a entità auto-diretta. Da questo punto di vista, come si vedrà in seguito, il rapporto tra individuo e potere si farà fondamentale, così come quello tra le diverse libertà individuali. Nell’epoca illuminista, la riflessione sul tema della libertà e del connesso individualismo (seppur non pensato e definito con questo termine) raggiunge un indubbio livello di maturazione: le prime risposte vengono dal filosofo Immanuel Kant, che nell’Introduzione alla dottrina del diritto afferma: “Agisci esternamente in modo che il libero uso del tuo arbitrio possa accordarsi con la libertà di ogni altro secondo una legge universale”. Nel secolo successivo, l’individualismo perderà appeal con l’impianto filosofico di Hegel il quale, nella Filosofia del diritto afferma che l’individuo “ha oggettività, verità ed eticità, solo in quanto componente dello Stato”. Una concezione che verrà portata alle estreme conseguenze nei sistemi totalitari comunista e nazista, apertamente debitori alla formula dello “stato etico” di hegeliana memoria. E che viene confutata e demolita dalla scuola liberale successiva, secondo cui la vera libertà è quella individuale, quella cioè che limita in ogni modo l’invasività dello Stato e del potere pubblico nella sfera del singolo.
Tra il 1925 e la fine degli anni Settanta, l’individualismo viene coltivato idealmente solo in minoritari circoli filosofici, ghettizzato dall’anti-individualismo che fa da linfa alla cultura marxista (che vi vede nient’altro che il volto dell’egoismo borghese), a una certa cultura di destra reazionaria (che combatte ciò che ritiene un’atomizzazione dell’uomo, strappato dalle proprie radici, isolato dalla propria comunità per essere reso più fragile nel mondo economicista e materialista voluto sia dai marxisti sia dai capitalisti) e infine a una certa cultura solidarista cattolica, che vede nell’individualismo liberale il fantasma del lacismo mercantile capitalista cultore del denaro “sterco del demonio”: è la lunga stagione in cui il Tutto (Nazione, Classe, Stato, Partito) cerca di schiacciare il singolo e in cui, per riprendere uno degli slogan dell’impegno sessantottardo europeo, “il privato è politico”. Il Sessantotto vede infatti trionfare i miti delle masse, dei “collettivi”, del gruppo: ha come simbolo i grandi concerti rock alla Woodstock (nei quali i giovani vivono in comunità di beni, teorizzando il sesso libero), le divise monocolori degli studenti maoisti della Rivoluzione culturale mitizzata in Occidente, le assemblee studentesche, l’annullamento della meritocrazia, sentita come specchio dei privilegi borghesi, con il trionfo del “sei politico”.
La rivincita liberale dell’individualismo – dopo la “sbornia collettivista” e l’esaurirsi del mito delle “magnifiche sorti e progressive” del socialismo – avverrà in quasi tutto il mondo occidentale (fuorché in Italia!), a livello teorico-scientifico quasi “carbonaro”, dalla metà degli anni Settanta, e trionferà a livello di dirigenza politica nel lustro successivo, con le leadership Reagan e Thatcher nel mondo anglosassone.
Ovviamente, è questa la stagione che orde di intellettuali indispettiti dipingono come quella dell’edonismo reaganiano (ecco l’accusa di edonismo, di cui si diceva all’inizio) e del liberismo selvaggio (una visione particolarmente aggressiva del libero mercato, che però nell’ottica dei suoi avversari viene affibbiata a qualsiasi tipo di liberismo). Senza voler sposare le visioni più estreme dell’individualismo e del liberismo (e del vero e proprio delirio materialista contemporaneo), fanno sorridere, a posteriori, gli attacchi furiosi alle vincenti (e ammesse come tali successivamente, e a denti stretti, anche dagli avversari) politiche reaganiane e thatcheriane, guardate dall’alto in basso come il parto di improvvisatori nemmeno troppo intelligenti (si sprecarono, ai tempi, le barzellette sul “cowboy e attore di serie B” Ronald Reagan), quando esse invece erano il risultato di un’elaborazione teorica avvenuta negli anni precedenti nelle università americane di Harvard e Chicago. Università nelle quali, guarda caso, avevano insegnato dal Dopoguerra (creando una folla di discepoli senza dubbio “più realisti del re”) grandi teorici liberali della scuola austriaca come Ludwig Von Mises e Friedrich Von Hayek, fuggiti dal nazismo e dall’anchilosato scenario culturale e scientifico europeo.
Oggi, in un’epoca dove grazie al cielo i furori ideologici tradizionali non hanno più cittadinanza (anche se di nuovi e insidiosi, di segno contrario e talvolta curiosamente alleato, ma meno filosoficamente solidi sembrano spuntare: ecologismo, animalismo, culto acritico della scienza e della tecnologia, globalismo e no globalismo d’assalto) la battaglia dell’individualismo è quella di non trasformarsi nel tanto paventato egoismo per assenza di controparti. Che non si butti, cioè, il bambino (gli ideali) con l’acqua sporca (l’ideologia). La sfida dell’individualismo oggi deve essere quella fedele al suo significato originario: difendere il primato della persona, della vita umana, delle libertà individuali, della centralità dell’Uomo nel mondo naturale e della sua sfera interiore (ideale o religiosa che sia), evitando che l’individuo si trasformi, almeno per quanto riguarda l’Occidente (altrove la situazione è ancora più tragica), in mero acquirente di merce. O, quel che è ancora peggio, in merce.
L’individuo nella storia d’Occidente
Prima di scandire l’evoluzione del concetto di individuo nella storia occidentale (evoluzione che va di pari passo con quella del concetto di libertà), occorre identificare a livello teorico il significato del termine invididualismo. “L’individualismo – scrive lo studioso e specialista di questa tematica Alain Laurent – poggia innanzitutto sulla convizione che l’umanità non è composta di insiemi sociali (nazioni, classi…) ma di individui, di esseri viventi, indivisibili e irriducibili gli uni agli altri, singoli nel sentire, agire e pensare”. Da questo assunto ne consegue che l’uomo non è una sorta di cellula dell’organismo sociale, o la parte di un tutto che lo precede o trascende (convinzione dell’olismo, dal greco holos, tutto). Il singolo, cioè, trova il significato di sé e l’essenza della propria definizione in sé medesimo. L’individuo è un essere autonomo, e questa autonomia gli deriva dalla ragione, che lo convince di poter vivere e agire in prima persona. Ponendo la percezione di sé e la capacità di autodeterminazione al centro del proprio mondo, l’individuo identifica nella libertà individuale il valore supremo.
“L’individuo – prosegue Laurent – è fondamentalmente unico proprietario di sé stesso e sovrano: per natura non apparteiene a nessuno e a nessuna cosa […] nella misura in cui tale appartenenza comporterebbe il suo essere posseduto o subordinato senza consenso”. Di conseguenza, l’individuo ha un diritto insopprimibile di emancipazione da qualsiasi ostacolo esterno che impedisca il godimento della sovranità personale. È ovvio che questa libertà non debba danneggiare o limitare la libertà di un altro singolo: l’interazione tra le libertà è dunque un momento fondamentale, che comporta per l’individuo il riconoscimento della società. Il pericolo, per l’individuo, non è certamente la società in sé, bensì la “società chiusa”, quella in cui il singolo è subordinato a modelli e valori che non ha prodotto e che lo rendono mezzo di un fine superiore.
Le “società chiuse”, come magistralmente illustra il grande filosofo liberale Karl Popper nell’ imprescindibile opera La società aperta e i suoi nemici – sono esattamente quelle totalitarie del passato e quelle dove la libertà individuale viene limitata da un sistema collettivista o “tribale”. A queste riflessioni, la cultura occidentale giunge dopo una lunghissima gestazione, che parte dall’epoca greco-romana, prosegue con il Medioevo, giunge al Rinascimento, subisce un’accelerazione nei secoli XVIII e XIX, per riemergere in modo carsico nel XX secolo e trionfare alle porte del XXI. Uno sviluppo che vede nella grande tradizione del cristianesimo e nell’Illuminismo – benché su molti fronti avversari – due elementi imprescindibili, e che deve affrontare oggi, se si considerano le nuove minacce alle libertà individuali, nuove sfide epocali: a dispetto delle avventate previsioni di Francis Fukuyama dopo il crollo del comunismo e la “vittoria dell’Occidente”, infatti, la Storia non è assolutamente “finita”.
Il mondo antico
Fino al IV secolo a.C, la società umana non concepisce altro modello che quello “olista”: comunità tribale, polis-stato e città-impero organizzano una realtà quasi immutabile. Il comportamento degli uomini è condizionato dall’appartenenza a un gruppo, una classe, un clan, una gens, una tradizione. Chi appartiene a un gruppo non può scegliere autonomamente i propri valori, né scardinare regole sedimentate nei secoli. Le stesse religioni arcaiche inducono a far sentire il singolo come appartenente a una totalità: è la “bella totalità ellenica” descritta da Hegel, che trova affinità speculari con la struttura patriarcale ebraica dell’Antico Testamento e il regime di casta in India.
Eppure, proprio in Grecia, scocca la prima scintilla dell’individualismo; percepibile anche solo per il fatto che, dall’indistinta nebbia del passato remoto, alcuni autori guadagnano il proprio nome alla memoria collettiva. E così, sebbene per greci e romani il carattere pubblico dell’esistenza resti quello principale, una ristretta cerchia di pensatori comincia a farsi avanti, teorizzando e soprattutto praticando uno stile di vita personale. Il primo nome che, dal passato, affiora ad evocare qualcosa di simile ad una “sfida individualista” è quello di Socrate. Con Socrate – con la sua descrizione dell’anima individuale, della sua possibilità di perfezione morale attraverso il motto “conosci te stesso” e la pratica della “cura di sé” - il mondo antico comincia a confrontarsi con concetti inediti. Socrate non è il solo filosofo a studiare la relazione tra l’individuo e la società: vi sarà anche Aristotele, il quale – nella sua Etica Nicomachea - parlerà di “vero bene individuale”, ricerca del “bene e della felicità dell’individuo”, di necessità di “bastare a sé stessi”.
Anche per Epicuro, secondo quanto scrive nella Lettera a Meneceo, “è un gran bene, a nostro avviso, sapere bastare a sé stessi”, poiché “quando si basta a sé stessi si giunge a possedere quel bene inestimabile che è la libertà”. Al filosofo di Samo seguiranno gli stoici, che lo studioso inglese Lord Acton – nei suoi appunti incompleti che avrebbero dovuto costituire l’opera Storia della libertà – definisce come i precursori del cristianesimo nella loro difesa della morale e della libertà individuali. Per Seneca, “tornare a sé stessi” e “diventare sé stessi” (De Vita Beata) è una priorità: nella Lettera a Lucilio, il filosofo che fu consigliere dell’imperatore Nerone parla dell’importanza di “essere felici del proprio profondo”. Secoli più tardi, l’imperatore-filosofo Marco Aurelio teorizzerà la necessità di essere “padroni di sé stessi”, “autosufficienti”, “contentarsi di sé stessi”, anche se “il bene di un essere ragionevole è vivere in società”. In tutte queste riflessioni, però, l’impianto olista – di un io parte del tutto – persiste. Lo stesso termine latino individuum in riferimento all’individuo non affiorerà che nel Medioevo.
Tornando ai filosofi stoici, la tesi di Lord Acton è quella che la formulazione del concetto di libertà deve molto ai precetti di questa scuola filosofica poiché se la libertà è autonomia dell’individuo dal potere arbitrario, la dottrina stoica della “legge di natura” – una legge comune a tutto il genere umano e superiore ai poteri politici contingenti – è il primo passo verso la difesa del singolo dal regime arbitrario e dispotico. Per gli stoici, scrive il teorico inglese, “nessun comando è valido se è in contrasto con la coscienza dell’umanità”: la legge di natura è quindi superiore alle leggi scritte. Lord Acton definisce le tesi stoiche come “lavoro preparatorio” al Vangelo, finendo per citare Sant’Agostino a riguardo di Seneca:
“Che cosa potrebbe dire un cristiano più di quanto ha detto questo pagano?”. Indubbiamente, al mondo antico mancano ancora riflessioni approfondite sul tema della schiavitù, del governo rappresentativo e della libertà di coscienza come noi moderni li concepiamo: furono però gli stoici, nella visione di Lord Acton, a “colmare il divario tra mondo antico e mondo cristiano”, aprendo la strada al mondo successivo, e a un ulteriore sviluppo dei concetti di individuo e libertà individuale.
Il cristianesimo: l’individuo e la libertà
L’emergere dell’individualismo nell’antichità è quindi episodico, confuso, comunque marginale rispetto alla sensibilità dominante olista. L’avvento del cristianesimo scardina tutto ciò: l’essere umano, nell’insegnamento di Gesù Cristo trasferito nel Vangelo, diventa una persona libera e irripetibile, unica di fronte alla sua morale e al proprio Dio. Il cristianesimo libera l’individuo dai vincoli tribali e del potere pubblico in genere, lo inserisce in un’umanità di individui liberi, uguali e “fratelli”. Considerare antiindividualisti gli aspetti esteriori delle prime comunità cristiane – con la loro rinuncia e comunanza dei beni e l’accettazione di una vita comunitaria – è un errore: innanzitutto poiché bisogna considerare la libera scelta di ciascun individuo a entrare nella fede cristiana. I cristiani, nel rapporto diretto col proprio Dio, sono sempre individui, anche se le scelte della propria vita possono essere di annullamento personale a favore di una comunità (come ad esempio nella vita monastica). Il Dio dei cristiani è unico e personale, e soprattutto – come scrive Alain Laurent – “è soggetto e totalmente separato dal mondo, [ciò che] fa del cristianesimo una religione senza precedenti e in completa rottura con l’olismo imperante. […] Dotato di una trascendenza personale a immagine del suo Creatore [l’essere umano] è un’anima che ha valore assoluto ed è responsabile della propria salvezza eterna davanti a Dio. Di conseguenza è sciolto da qualsiasi obbligo di appartenenza al gruppo o allo stato”.
Da qui nasce la percezione dell’uomo come soggetto, persona autonoma, indipendente.
Tre passaggi dal Vangelo possono essere considerati fondamentali per la costruzione di un sentimento individualista, nel rapporto col proprio Dio, con la propria società e col potere pubblico (da quest’ultimo passaggio nasce incredibilmente la prima scintilla di ciò che costituirà un principio cardine del liberalismo): in una metafora descritta in Giovanni 10,3, Gesù paragona Dio al pastore e i fedeli alle pecore: “Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori”. Il significato è chiaro: Dio chiama ciascun uomo per nome, il nome di ogni individuo è sacro, Dio conosce ciascun uomo per nome. Non solo: come si legge in Matteo 10,29-31 nella metafora dei passeri, Dio di ogni uomo conosce perfino il numero dei capelli (“Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati”). Infine, la celebre frase che Gesù pronuncia in Matteo 22,21: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.
Questa enunciazione, infatti, contiene due principi cardine della cultura occidentale: quello della divisione tra religione e stato, e specularmente quello dell’assoluta autonomia dell’individuo e della sua sfera interiore dal potere pubblico e da un’autorità esterna. “Espandendosi in tutti i popoli che si trovano a vari livelli di civiltà e sotto […] ogni forma di governo – scrive Lord Acton nella sua Storia della libertà – il cristianesimo non aveva alcuna caratteristica di apostolato politico, e nella sua avvincente conquista degli individui non sfidò la pubblica autorità. I primi cristiani evitavano i contatti con lo Stato, si astenevano dalle pubbliche responsabilità, ed erano persino riluttanti a servire nell’esercito. …] e molto tempo sarebbe passato prima che essi acquisissero coscienza del fardello di potere implicito nella loro fede”.
Lord Acton prosegue dicendo: “Quando Cristo disse […] queste parole [“Date a Cesare…”, ndr] pronunciate nella Sua ultima visita al Tempio, tre giorni prima della Sua morte, [esse] diedero al potere civile, sotto la protezione della coscienza, una sacralità della quale esso non aveva mia precedentemente goduto, ma anche limitazioni che esso non aveva mai riconosciuto: essere rappresentavano il ripudio dell’assolutismo e l’inaugurazione della libertà”.
Individuo e libertà, infine, sono elementi fondanti della conversione: Gesù parla direttamente a ogni singolo uomo e donna (indifferente a questioni di casta, tradizione, razza) e, come raccontano i Vangeli, è protagonista di conversioni operate su singoli (il cieco, il soldato romano, il pubblicano, la samaritana, Simone di Cirene, l’uomo che per un tratto del Calvario aiuta Gesù a sopportare il peso della croce). Il suo sguardo cioè si posa improvvisamente su singoli individui, cambiando la loro vita personale: questi individui si fanno paradigma di ogni essere umano. Infatti, il cristianesimo insiste sulla conversione personale e interiore di ciascun individuo. Tutto ciò, ovviamente, va riferito al cristianesimo come fede o – nella definizione che potrebbero darne i non credenti, o semplicemente i non cristiani – come sistema filosofico: che la Chiesa come istituzione gerarchica e potere temporale abbia operato, nel periodo più controverso della propria storia, conversioni forzate (si pensi ai “conversos” nella Spagna dell’Inquisizione) è materia che esula da questa analisi, incentrata sulla storia delle idee e non su quella degli eventi.
(1 - Continua)
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BIBLIOGRAFIA
- "Storia dell’individualismo”, di Alain Laurent - Il Mulino (Universale Paperbacks) 1994, pp.134
-
"Liberalismo" di Ludwig Von Mises - La Biblioteca di Libero, 2005, pp.220
-
"Liberalismo", di Friederich A. Von Hayek - Ideazione Editrice, 1996, pp.105
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"Storia della libertà", di Lord Acton - Ideazione Editrice, 1999, pp.259
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