Vittima dell'aggressività occidentale ma anche di una dinastia e di una classe
dirigente preoccupate soltanto della conservazione del proprio potere
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NEL XIX SECOLO IL COLONIALISMO
EUROPEO DIVORA LA CINA
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Introduzione
"Zhongguo": ovvero "Paese del Centro", il Paese in diretto contatto, grazie alla mediazione del suo imperatore, con il cielo; il Paese, circondato da barbari, simbolo di civiltà assimilatrice ed universale. Questo è l'autoritratto, la rappresentazione tradizionale di una Cina, unica depositaria della civiltà, che a partire dal XIX secolo dovrà, però, rinunciare al proprio orgoglioso isolamento sotto i colpi dell'imperialismo occidentale. Una rappresentazione non certo condivisa dalle potenze colonialiste, Gran Bretagna in testa, che considerano la Cina come un territorio privo di reale personalità e quindi disponibile per la spartizione e la sottomissione economica. Visione che, come vedremo, sarà rafforzata dalla scarsa resistenza militare e dall'arrendevolezza della dinastia al potere. È quindi irrimediabilmente alle spalle la tradizione illuminista, in particolare quella di Voltaire, che additava l'Impero del centro come esempio di saggezza, potenza, stabilità ed espansione culturale.
Cina, quindi, vittima dell'aggressività occidentale, di potenze militarmente ed economicamente molto più forti, ma anche di una dinastia e di una classe dirigente preoccupate solamente della conservazione del proprio potere e del tradizionale assetto sociale, anche a costo di concessioni sempre più larghe agli stranieri.
Questo articolo vuole trattare l'inizio della scomparsa della Cina tradizionale, della rottura dell'equilibrio politico-sociale, preteso come immutabile, in seguito all'impatto con l'Occidente. Un aspetto della storia cinese ben diverso da quello attuale caratterizzato da un Paese sovrano e indipendente, tornato grande potenza e primo attore sulla scacchiera geopolitica.
La Cina del XIX secolo: alla vigilia dell'aggressione
L'invasione imperialista occidentale avviene in una Cina dominata dal 1644 dalla dinastia mancese dei Qing - percepita come straniera e barbara dai cinesi del sud - e caratterizzata dal dominio feudale e dalla forte oppressione subita dalle masse contadine. L'uscita dal feudalesimo, avvenuta alla fine del XVIII secolo con la fondazione di uno Stato unitario con una forte burocrazia centralizzata, si era limitata all'eliminazione del particolarismo dei poteri locali. Nulla era cambiato dal punto di vista sociale ed economico: una società agricola immobilistica dalle forti sperequazioni e dall'endemica conflittualità tra contadini al limite della sussistenza e proprietari terrieri detentori del potere. La spina dorsale dell'immenso impero è costituita dai funzionari - da noi conosciuti come "Mandarini" - che garantiscono la continuità, l'armonia sociale e l'integrità dell'impero cinese. Fino al XIX secolo mantengono il monopolio della cultura e dell'ideologia. Espressione delle classi possidenti, le uniche che possono permettersi un lungo corso di studi, la burocrazia ha il compito di rendere eterno l'equilibrio sociale raggiunto, di scolpire nella roccia, potremmo dire, i rapporti di classe vigenti.
Dal punto di vista economico la Cina si presenta come il maggior paese agricolo del mondo per livelli di produzione, varietà di prodotti e popolazione impiegata. Ad alimentarsi è soprattutto il mercato interno con la conseguente assenza di un apprezzabile surplus per eventuali esportazioni. I contadini, che coltivano piccoli appezzamenti, vivono in condizioni di forte miseria e deve arrotondare con attività di artigianato locale. L'autosussistenza caratterizza economicamente il singolo villaggio.
Ma l'agricoltura non esaurisce comunque il panorama produttivo cinese. Lo Stato interviene direttamente nella vita economica: possiede manifatture, dirige e gestisce interi settori, come la costruzione e conservazione delle dighe - importante politicamente perché l'assenza di disastri naturali testimonia il permanere del favore celeste (il "Mandato del Cielo") alla dinastia al potere - detiene il monopolio del sale, e la proprietà del sottosuolo, sfruttato direttamente o tramite concessioni. Nonostante la concezione tradizionale dello Stato imperiale freni la nascita del settore privato del commercio e dell'industria, in nome del mantenimento dell'equilibrio sociale, possiamo in un certo senso parlare di "germogli di capitalismo": grosse imprese con alta concentrazione di lavoratori, libero mercato del lavoro e presenza del lavoro salariato.
Dal punto di vista economico la zona più sviluppata è il Sudest; è qui che, non a caso quindi, arriveranno gli occidentali trovando le chiavi d'accesso per iniziare lo scardinamento dell'impero. Il primo trentennio del XIX secolo, periodo delle prime forti pressioni degli occidentali, vede l'acuirsi della crisi sociale e politica della Cina governata dalla dinastia Manciù. La miseria nel mondo contadino si generalizza e la forte diminuzione delle risorse non compensa le esigenze di una popolazione in costante crescita. In questo contesto prende forma la grande ondata rivoluzionaria che interessa il periodo, oggetto di questo articolo, che va dal 1850 al 1870. Esplode, quindi, con particolare virulenza l'endemica conflittualità che caratterizza il mondo agricolo cinese. L'opposizione e la ribellione assumono le forme particolari delle "società segrete" (Loto Bianco, Società dell'Osservanza, Picche Rosse, la Triade), organizzazioni assai diffuse che reclutano continuamente adepti tra le classi povere e marginalizzate di città e campagna.
Si caratterizzano principalmente per la segretezza, la religiosità - sono spesso gruppi religiosi dissidenti con un proprio apparato rituale - la struttura fortemente gerarchica e il motivo nazionalista anti-manciù. Diversamente dalla tradizione cinese tendono a superare la discriminazione sessuale. La forte caratterizzazione sociale, di classe potremmo dire, di queste organizzazioni è attestata, oltre che dalla provenienza degli adepti, anche dagli slogan che incitano a colpire i ricchi e ad aiutare i poveri. Si muovono in un'atmosfera di forte richiesta di giustizia come testimonia la lettura popolare in volgare i cui romanzi sono ricchi di figure di eroi, briganti, banditi e vendicatori che riparano torti e ingiustizie.
Non stupisce quindi, che in questa situazione, i Taiping, nati come una tipica società segreta, riescano ad attirare nelle proprie fila milioni di contadini facendo proprie le loro aspirazioni egualitarie.
I rapporti con gli Occidentali: le guerre dell'oppio
Tratteremo nello specifico, più avanti, il fenomeno Taiping; ora, invece, ci concentriamo sui rapporti tra Cina e Paesi occidentali. Geloso custode della propria identità e del proprio ordine, il Celeste impero si caratterizza per una rigorosa politica di chiusura dal punto di vista commerciale e religioso. Le autorità imperiali assimilano il cattolicesimo alle sette religiose cinesi eterodosse e quindi lo perseguitano duramente.
L'unico porto aperto agli scambi commerciali è quello di Canton dove il monopolio del commercio con gli occidentali è affidato al "Cohong", una ghilda di mercanti cinesi, che in regime di monopolio stabilisce prezzi e volumi degli scambi. Le agenzie occidentali - inglesi e americane su tutte - sono presenti in quartieri speciali della città portuale del sud.
Questa politica, occorre precisarlo, corrisponde ad interessi puramente difensivi e non di semplice ostilità, come testimonia il trattato commerciale stipulato con la Russia su basi assolutamente paritarie nel 1727. A preoccupare i cinesi c'è ben visibile, inoltre, l'esempio della conquista britannica dell'India. Accanto a questo timore, certo non campato per aria, agisce indubbiamente la convinzione che la Cina, con la sua civiltà millenaria, non abbia nulla da guadagnare dall'intensificazione dei rapporti con gli occidentali.
A bussare con particolare insistenza alla porta dell'Impero cinese per ottenere una maggiore apertura e liberalizzazione commerciale sono in particolare gli inglesi che ritengono inaccettabile il rifiuto di consentire il libero accesso alle proprie merci. Tentativi che, invece del successo, colgono solo un netto rifiuto, come testimonia la risposta dell'imperatore Jiaqing a Giorgio III re d'Inghilterra (1816): "La Corte Celeste non stima preziosi gli oggetti venuti di lontano, e tutte le cose curiose e ingegnose del tuo regno non si può considerare abbiano un grande valore. Tu, mantieni la concordia nel tuo popolo, veglia alla sicurezza del tuo territorio senza lasciarti andare in alcuna cosa. Ecco, in verità, ciò che io apprezzerei.
In avvenire, non vi sarà alcun bisogno di inviare degli ambasciatori per venire così lontano, prendendosi la briga inutile di viaggiare per mare e per terra. Sappi solamente mostrarti sincero ed educarti alla buona volontà, e si potrà dire allora, senza che tu debba inviare ogni anno i tuoi rappresentanti a Corte, che tu cammini verso la trasformazione che conduce alla civiltà. Nella speranza che tu possa a lungo mantenerti obbediente, io ti invio questo Editto Imperiale".
Il chiaro e netto rifiuto non ferma gli inglesi che intravedono nel contrabbando dell'oppio la soluzione alle proprie esigenze commerciali: il suo ingresso nel mercato cinese, dove è vietato se non per usi medici, avrebbe permesso di non pagare in prezioso argento le merci cinesi e, quindi, di portare in attivo il proprio saldo commerciale. Si ripropone la politica del "drenaggio di ricchezze", di continuo dissanguamento, che bene aveva funzionato nella conquista dell'India, vera e propria palestra del colonialismo inglese.
Il contrabbando si sviluppa fortemente nella parte sudorientale della Cina a partire dal 1820: l'oppio penetra in tutti i settori sociali della popolazione, soprattutto in quelli politicamente delicati dei funzionari pubblici e dell'esercito. Ben presto, e come da previsioni inglesi, la vendita dei prodotti cinesi non compensa più la spesa per l'acquisto dell'oppio. Nel 1837 quest'ultimo rappresenta il 57% delle importazioni causando una vera e propria fuga di monete d'argento e nel 1839 la spesa per il suo acquisto supera già la somma delle entrate statali cinesi.
Per la Cina il problema da economico diventa ben presto anche di autorità dello Stato imperiale. A Canton crescono, infatti, la connivenza di cinesi con i trafficanti, l'insubordinazione ai divieti del Governo e la corruzione, mentre gli occidentali rifiutano di sottoporsi alle procedure giudiziarie cinesi e chiedono sempre maggiori concessioni.
Per il governo cinese l'imperativo diventa quello di restaurare l'armonia politica e sociale turbata dalle pressioni occidentali, dai "ribelli inglesi", dai "barbari rossi". Per trovare una soluzione, come da tradizione, si apre un "dibattito" (1836-1838) che coinvolge grandi funzionari e mandarini locali. Si impone all'inizio il partito degli intransigenti e il governo pubblica nel 1839 un decreto che punisce anche con la morte il traffico e il consumo di oppio e invia a Canton l'integerrimo commissario imperiale Lin Tse-hsu. Seguono arresti, confische e pubblici falò, e si giunge fino alla chiusura del porto di Canton alle navi inglesi. Questa dura lettera, inviata da Lin Tse-hsu alla regina Vittoria, ben riassume la politica di intransigenza: "Mi si dice che nel vostro paese è proibito con minaccia di pene severissime l'uso dell'oppio. Questo significa che voi non ignorate fino a che punto tale vizio sia nocivo. Ma, piuttosto che vietare il consumo dell'oppio, sarebbe cosa migliore impedirne la produzione, che è poi l'unico modo di stroncare il male contagioso alla radice. Fintantoché voi non prenderete questo provvedimento, ma continuerete a produrre oppio e a indurre il popolo cinese ad acquistarlo, voi vi mostrerete preoccupata per la vita dei vostri sudditi, poco sollecita per la vita degli altri uomini, e indifferente al male che fate agli altri, nella vostra avidità in denaro. Una simile condotta ripugna al sentimento umano [.]".
Ma la politica di resistenza e di chiusura fallisce di fronte agli interventi militari degli inglesi (1839-1842), che sconfiggono facilmente le truppe imperiali, e per l'ostilità mostrata dalla borghesia di Canton che si arricchisce grazie ai traffici con gli occidentali. Nella città notevole è lo sviluppo di organizzazioni di tipo mafioso che distribuiscono capillarmente la droga sbarcata clandestinamente. Contro gli stranieri, invece, si mobilita l'ambiente rurale con la formazione di milizie contadine e notabili che riescono ad opporre una tenace resistenza.
Alla fine delle operazioni belliche, con la città di Shanghai occupata, viene firmato tra Cina e Gran Bretagna il Trattato di Nanchino (29 agosto 1842) - seguito poi da altri conclusi dalla Cina con Usa e Francia - che modifica fortemente le condizioni di accesso degli occidentali: cessione di Hong Kong, soppressione del monopolio del Cohong, indennizzo per la guerra e clausola della nazione più favorita, apertura di cinque porti nei quali i mercanti occidentali godono dell'extraterritorialità (i cittadini britannici responsabili di reati nei confronti della giustizia cinese devono comunque essere giudicati dalle loro autorità consolari), concessione di tariffe doganali favorevoli, possibilità di comprare terreni e aprire scuole (confessionali) e di stazionare le proprie navi da guerra. Le potenze occidentali si vedono così riconosciuto il diritto di risarcimento delle spese sostenute per muovere guerra alla Cina.
Nasce, inoltre, il regime delle concessioni che sarà alla base dello smembramento della sovranità cinese: zone delle città in cui si trovano gli stranieri e nelle quali si sviluppa un vero e proprio potere politico e giudiziario autonomo. Lo dimostra il passaggio in mani occidentali del controllo delle dogane di Shanghai e la trasformazione di questa città in un vero e proprio territorio indipendente governato da una municipalità guidata da un consiglio formato da stranieri. Per la Cina è un duro colpo alla propria sovranità.
È questo il periodo che vede la nascita del fenomeno dei coolies, poveri cinesi mandati a lavorare come schiavi nelle piantagioni cubane o australiane, a noi noti per il loro successivo utilizzo semischiavistico nella costruzione delle grandi arterie ferroviarie negli Stati Uniti.
Nonostante la facile vittoria militare e il trattato firmato, l'accesso al mercato cinese rimane ancora fortemente ristretto per le potenze occidentali che manifestano subito la loro insoddisfazione. L'obiettivo nuovo di Gran Bretagna e Francia diventa quello dell'apertura dei porti del nord e di quelli interni sui grandi fiumi. A partire dal 1854 vengono intavolate nuove trattative con le autorità di Pechino, ma, come in precedenza, per giungere ad una soluzione servono ancora i classici colpi di cannone. La nuova guerra (1856-60) scoppia in seguito ad incidenti di secondaria importanza che coinvolgono cittadini occidentali: l'arresto di un equipaggio britannico accusato di pirateria e l'uccisione di un missionario francese trovato in una zona interna della Cina interdetta dai precedenti trattati. Canton viene bombardata e occupata, mentre le truppe di terra franco-britanniche prendono e saccheggiano Pechino, Palazzo d'Estate compreso. La Cina riprende quindi la linea della conciliazione e sottoscrive i trattati di Tientsin (1858) e Pechino (1860) che rappresentano una grave sconfitta e umiliazione per la dinastia governante. In base ai nuovi accordi, strappati con le armi, sono aperti altri undici porti, le imbarcazioni occidentali possono accedere alle acque interne, il commercio dell'oppio viene legalizzato, mercanti e missionari possono circolare e acquistare all'interno del Paese, le merci occidentali vengono dispensate da tasse di circolazione e, come al termine della prima guerra, la Cina deve pagare una indennità alle potenza che l'hanno aggredita. La dinastia Manciù si rivela ancora una volta incapace di difendere l'interesse nazionale e di imbastire una politica di resistenza. La sua visibile debolezza, oltre agli appetiti degli occidentali, contribuisce senza dubbio all'esplosione dei movimenti popolari di ribellione. La nostra attenzione si sposta quindi sul più importante e interessante di questi, considerato, inoltre, come la prima tappa della rivoluzione cinese contemporanea.
Forze ribelli e moti popolari: i Taiping
Nascono nella zona meridionale della Cina, tradizionalmente la più povera, ribelle e irrequieta, dove si sentono già le conseguenze sociali ed economiche della penetrazione occidentale e dove diffuso è l'odio verso la dinastia "barbara" mancese: sono queste, infatti, le zone teatro dell'ultima resistenza dei fedeli alla dinastia Ming. È qui, inoltre, che i movimenti popolari si rendono pienamente conto della debolezza e dell'inefficacia della dinastia regnante che, ai loro occhi, ha ormai perso il "Mandato del Cielo".
I Taiping rappresentano senza dubbio il movimento rivoluzionario popolare più originale dal punto di vista ideologico e politico e quello meglio organizzato del periodo in esame. Sono loro, inoltre, a segnare il primo importante incontro culturale e intellettuale fra mondo cinese e mondo occidentale.
La base di partenza si trova, infatti, nel Guangxi (sud-ovest) nell'entroterra di Canton, zona in cui forte è l'influenza occidentale, in particolare quella religiosa delle missioni protestanti. Il leader Hong Xiuquan propugna una nuova fede rivelata, monoteista, nella quale è evidente l'influenza biblica. Il movimento ("Adoratori di Dio") recluta i propri adepti tra i contadini poveri e gli elementi marginali del mondo rurale. Forti accenti di messianismo egualitario tipico delle antiche tradizioni contadine. A differenza delle altre e classiche società segrete cinesi anti-Manciù, i Taiping non vogliono la restaurazione dei Ming, ma la nascita di una nuova dinastia, quella del Taiping Tianguo con Hong come nuovo re. Dal 1850 gli insorti ottengono i primi successi, sconfiggono le armate imperiali e occupano le prime città, escono dalla regione d'origine e scelgono Nanchino come propria capitale.
Possiamo dire che si tratta di un movimento complesso capace di esprime nel contempo il desiderio di eguaglianza sociale dei contadini, il nazionalismo avverso alla dinastia Manciù - ("Noi riteniamo che il mondo appartenga alla Cina, e non ai Tartari, che i vestiti e gli alimenti appartengano alla Cina, non ai Tartari; i bambini, le ragazze e i ragazzi, la gente, siano quelli della Cina, non quelli dei Tartari. [.] la Cina è il Continente Sacro, la Tartaria quello degli spiriti malvagi [.]") - e la necessità di una modernizzazione in grado di raccogliere la sfida lanciata dall'Occidente.
La ribellione gode dell'appoggio spontaneo ed entusiasta delle classi contadine vessate dai mandarini locali e dai proprietari terrieri: si bruciano i registri del grano, i catasti e vengono redistribuite le ricchezze.
Il carattere di movimento nazionale anti Manciù permette ai Taiping di ottenere, inoltre, l'appoggio delle classi istruite e agiate. La presenza nel movimento di letterati patrioti è certamente indispensabile per l'organizzazione di un vero e proprio Stato indipendente nelle zone controllate.
Il sistema politico-sociale dei Taiping si caratterizza per un collettivismo agrario consono alle tradizioni utopiche del movimento contadino. La terra appartiene a tutti ed è coltivata a vantaggio di tutti: ogni famiglia riceve un lotto di terra proporzionato al numero dei suoi componenti. Cosi recita, infatti, la legge terrena della dinastia celeste (1853): "La Terra sarà affittata da tutti, il riso sarà mangiato da tutti, gli abiti saranno portati da tutti, il danaro sarà speso da tutti. Non vi sarà disuguaglianza e nessuno resterà senza cibo o senza mezzi per ripararsi dal freddo. [.] Nessuno nell'Impero avrà proprietà private: tutto appartiene a Dio in modo che Dio possa disporne. Nella grande famiglia del Cielo, tutti i posti sono uguali e ciascuno vive nell'abbondanza. Tale è l'editto del Padre Celeste, Signore Supremo e Dio Augusto, che ha dato ordine speciale al Vero Signore dei Taiping di salvare il mondo".
Grano e carne vengono raccolti e stipati una volta provveduto al fabbisogno della popolazione. È vietata l'accumulazione privata di beni e ricchezze. Gli artigiani sono riuniti in "battaglioni celesti" la cui produzione va allo Stato, così come quella industriale è raccolta in magazzini statali.
Dal punto di vista sociale si esige una vita caratterizzata dalla dirittura morale e dall'austerità. Ci si chiama fratello e sorella. Il lavoro è proclamato obbligo sociale. Un missionario cattolico descrive in termini lusinghieri il modello sociale introdotto dai Taiping: "Vi è tuttora un'atmosfera familiare. Per esempio, tutte le abitazioni sono proprietà comune: i viveri, gli abiti sono depositati in magazzini pubblici, l'oro, l'argento e i materiali pregiati sono stati portati al tesoro pubblico. [.] Ed è veramente cosa degna d'ammirazione che una popolazione [.] possa essere in tal modo periodicamente nutrita e vestita, come abbiamo potuto constatare con i nostri occhi; e tutto questo in piena guerra civile e davanti ad un accampamento nemico che stringe d'assedio la città".
Particolare attenzione è rivolta all'emancipazione femminile: le donne possono partecipare agli esami pubblici, entrare nell'esercito, educarsi come gli uomini e decidere liberamente il matrimonio. Pratiche tradizionali come la fasciatura dei piedi delle bambine e la vendita di schiave-serve sono severamente represse.
I funzionari vengono eletti oppure devono superare il tradizionale concorso. In vetta all'impalcatura del nuovo Stato c'è la Corte Celeste, formata dal ristretto nucleo dei capi del movimento. Il forte e onnipresente messaggio religioso e messianico fa del regime inaugurato dai Taiping una sorta di teocrazia: ogni organo, infatti, ricopre una funzione sacra al fine di restaurare il Regno di Dio sulla Terra. Hong, il fondatore e autorità suprema del movimento, è ritenuto figlio di Dio e fratello minore di Gesù Cristo.
Tutt'altro che conflittuali sono all'inizio i rapporti con gli occidentali, descritti come "fratelli". I Taiping, che hanno ben chiara di fronte a sé la loro superiorità tecnologica e militare, comprendono la necessità di procedere sulla via della modernizzazione e, grazie ad alcuni intellettuali, stilano un vero e proprio programma di riforme sul modello delle società straniere. Accettano gli occidentali nelle zone occupate e vogliono rapporti di amicizia e uguaglianza con le potenze straniere. Con queste, infatti, sono mantenuti normali rapporti commerciali.
La crisi dei Taiping
Nel 1853 fallisce il tentativo, forse troppo tardivo, di marciare su Pechino: agli eserciti imperiali è stato dato il tempo necessario per riorganizzarsi militarmente dopo gli iniziali rovesci.
Ma a fermare l'impeto Taiping è anche un fenomeno tutto interno: partire dal 1856 si acuisce la lotta tra frazioni al vertice del movimento. Gli "wang" (re minori a capo di diverse zone del territorio e dei relativi eserciti e che con Hong formano il direttorio politico Taiping) hanno distribuito incarichi importanti ai propri familiari, ai membri del proprio clan. A crescere esponenzialmente è l'autorità di Yang, il "re dell'Est". Scattano sanguinosi regolamenti dei conti che si risolvono la vittoria finale di Hong, abile ad utilizzare le rivalità interne. Da questo momento si impone l'autorità dei capi militari e il movimento assume sempre più le caratteristiche di una ribellione prevalentemente militare. Nella marcia verso il nord-est viene meno il contatto con il movimento contadino e alla base si erode sempre più il sostegno delle masse popolari contadine. La conquista e il mantenimento del potere si fondano esclusivamente sulla logica militare: l'iniziale egualitarismo sociale resta solo un ricordo cancellato dalle necessità fiscali imposte dal mantenimento delle truppe, dissipato dalla corruzione e sbiadito dal permanere delle pratiche feudali nelle zone occupate: proprietari ed esattori fiscali vengono tranquillamente lasciati al loro posto.
Ad aggravare questa crisi endogena è il progressivo cambiamento di rotta degli occidentali che, dopo gli accordi seguiti alla vittoria nella seconda guerra dell'oppio, abbandonano la neutralità iniziale - legata a motivazioni economiche - per difendere i nuovi vantaggi concessi dalla dinastia regnante. Seguono, quindi, una serie di interventi militari a sostegno delle truppe imperiali. Si tratta, è opportuno segnalarlo, del primo di una lunga serie di interventi occidentali a sostegno delle forze conservatrici e reazionarie cinesi!
La lotta della classe dirigente di proprietari contro i Taiping è spietata e senza quartiere. La repressione, che non viene affidata all'inetto esercito imperiale, viene organizzata dal commissario imperiale Tseng Kuo-fan che di borgo in borgo raccoglie un esercito di milizie composte da proprietari terrieri, notabili e coltivatori benestanti, comandate da funzionari di alto livello. A muoversi sono le forze sociali legate all'intangibilità del tradizionale assetto sociale e del regime di proprietà della terra.
Nel 1864 la caduta di Nanchino, capitale storica dei Taiping dà il la ai massacri dei capi del movimento, dei soldati e dei civili. Si contano in una ventina di milioni i contadini uccisi dalla repressione. L'agricoltura e l'artigianato delle ricche regioni del sud subiscono perdite gravissime.
Stroncata per molto tempo la possibilità di nuove rivolte, nei decenni successivi la memoria dei Taiping sopravvivrà nella forma di mito e speranza di riscatto nel mondo contadino della Cina meridionale: le armi della ribellione, conservate e nascoste per tempi migliori, saranno perfino riutilizzate dall'armata rossa maoista durante la Lunga marcia. Un fatto, per quanto secondario e anedottico, che lega simbolicamente due movimenti rivoluzionari e fa di quello comunista l'ideale continuatore di quello Taiping.
Le altre ribellioni e i loro limiti
Abbiamo parlato di "grande ondata rivoluzionaria" in riferimento al ventennio 1850-1870. Infatti, contemporaneamente alla rivolta dei Taiping, nel nord-est della Cina scoppia la ribellione dei Nian (1853-1868), un'altra società segreta a forte base contadina, capace di mettere in campo una efficace strategia di guerriglia mobile che mette in seria difficoltà gli eserciti imperiali. A differenza dei Taiping, però, non presentano alcun particolare sistema politico-ideologico che sostiene la guerriglia e la collaborazione con i primi si limita al solo aspetto militare.
Nel 1853 a ribellarsi sono i mussulmani dello Yunnan (sud-ovest) che reagiscono alla radicata politica di discriminazione messa in pratica dai mandarini locali e ai massacri. Nel 1856 la ribellione, con un forte carattere popolare, sfocia nella costituzione di un Sultanato dissidente intorno alla città di Dali. Viene proibito il saccheggio, il rifornimento delle armate è sottoposto al controllo popolare e gli abusi di potere vengono puniti. Si dichiarano favorevoli ad un'alleanza con gli Han - i cinesi in senso etnico - in nome della cacciata della dinastia manciù. Anche in questo caso la repressione imperiale è di una violenza inaudita: a sparire è circa la metà della popolazione. Tra il 1863 e il 1873 si ribella anche la popolazione mussulmana Hui nel nord-ovest della Cina.
A queste rivolte, pur diverse tra loro, bisogna aggiungere quelle minori condotte in ambienti urbani dalle società segrete, e i numerosi ed endemici conflitti spontanei tra contadini poveri e grandi proprietari e autorità statali a causa delle imposte, delle requisizioni e delle corvèes.
I diversi gruppi di insorti comprendono la necessità di collaborare dal punto di vista militare, ma permangono le forti distanze politico-ideologiche che proibiscono una vera e propria saldatura. Ottengono l'appoggio delle masse contadine, in particolare i Taiping, ma non danno vita ad un vero e proprio processo rivoluzionario che le associ nella gestione del potere o che spezzi il modello tradizionale della società rurale cinese impersonato dal potere dei notabili e dei grandi proprietari. Alla fine si rivelano, in sostanza, iniziative condotte da minoranze. Oltre a questi aspetti, non possiamo comprendere questo fallimento se non teniamo presente la chiara volontà delle potenze occidentali di puntellare il potere di una dinastia indebolita e pronta a cedere di fronte a nuove pretese. Una costante della politica occidentale sarà da qui in avanti il sostegno alle forze conservatrici e reazionarie della società cinese. Quest'ultime, una volta represse le ribellioni, tenteranno sotto le guida della burocrazia dei mandarini di rafforzare, sempre nell'alveo di principi tradizionali ritenuti eterni ed infallibili, le fondamenta di un impero sempre più scricchiolante (il cosiddetto "autorafforzamento"). Ma questo è un argomento che tratteremo prossimamente, in un altro articolo.
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BIBLIOGRAFIA
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Le origini ideologiche della Rivoluzione cinese, di Enrica Collotti Pischel - Einaudi, Torino 1979;
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Storia dell'Estremo Oriente, di C.P. Fitzgerald - Edizioni Ferro, Milano 1969.
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