LA CATTEDRA
d i   S T O R I A   i n   n e t w o r k

Lezione del prof. ROBERTO MORO
docente di storia delle dottrine politiche
nell'Università degli studi di Milano
IL TERRORE DEL FUTURO

Un buco nero
Discontinuità, estraneità, apparente fine della gerarchia degli eventi, capacità di azzeramento del passato, timore per l'emergenza del futuro. Qual è il tempo della Rivoluzione? Che rapporti intrattiene il potere con la linearità del tempo che intende governare? E infine è davvero possibile scrivere una «storia» della Rivoluzione francese? La modernità, che proprio nel 1789 ha trovato la sua rivelazione finale, é stata messa in scacco da questo «buco nero» che sembra difficile da collocare nel flusso del Grande racconto. Storici, filosofi e politici lo hanno sezionato e percorso in tutte la direzioni possibili per piegarlo alle esigenze della narrazione; ne hanno cercato l'inizio e la fine senza successo e tra infinite polemiche. Per noi oggi la Rivoluzione francese, invasa dalla curiosità e vivisezionata dalle scienze umane, è plurale; non vi è ormai più «una» rivoluzione, piuttosto vi sono punti di rottura più o meno prevedibili che segnano il tempo del mutamento, ne fanno il ritmo veloce e quasi istantaneo. E oggi l'idea di «rivoluzione» è divenuta un mostro freddo dell'immaginario politico, un luogo dei ricordi più che un fuoco della coscienza e del suo tempo interiore. Dal punto di vista della cultura occidentale del XX secolo, e anche fino a un tempo non molto lontano da noi, l'idea di rivoluzione si regge sulla storia ed è la storia che la spiega, le sue origini sono visibili o comunque possono essere messe in luce. Da che la storiografia dell'Ottocento (un Ottocento che in questo caso va fino alla seconda metà del Novecento) ha fondato una efficiente progettazione del passato e del futuro su base progressiva, tutte le rivoluzioni che hanno preceduto il 1789 ne sono state una sorta di incubazione, di paradigma o di annunciazione; quelle che invece son venute dopo o la assumono come modello e divengono allora un atto dovuto alla storia stessa, oppure ne prendono le distanze e si pongono come azioni volte alla produzione di una storia nuova. Una storia che «avanza» rispetto a quella promossa dalla rivoluzione precedente e che rispetta un programma di balzi previsti e attesi. Insomma dilatata a una dimensione del tempo che non le appartiene, raffreddata dai continui e contrastanti racconti, la Rivoluzione è divenuta l'idea della rivoluzione e ha finito per essere totalmente assorbita dal copione della Storia universale, ne è una sezione narrativa, una scena drammatica ma necessaria anche se, per taluni, non sempre apprezzabile. Ma non è stato così per la Révolution française e non è così per quel pensiero che allora ha fondato l'idea stessa di Rivoluzione come appunto il pensiero della classe politica del 1789. Gli uomini delle assemblee rivoluzionari e dei clubs non volevano infatti né adeguare l'Antico regime a nuovi standard di sviluppo e neppure volevano principiare una nuova storia: volevano costruire una società strutturalmente perfetta e valida una volta per tutte, buona per sempre: per l'uomo di ieri, di oggi e di domani. Si deve proprio a questo la sua esclusiva capacità di assorbimento degli eventi passati e futuri.

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Un mito di fondazione
I rappresentanti del Terzo Stato, poi del Popolo francese hanno infatti creato il tempo delle origini e lo hanno istantaneamente raggiunto; sono stati insieme gli eroi, gli dei e i profeti del sentire politico della modernità. Ed è questo, non altro, il senso della parola «révolution» e delle emozioni che la parola ha suscitato. Per noi oggi la Rivoluzione del 1789 si è svolta e si è conclusa e, a rischio di qualche polemica tra specialisti, possiamo chiuderla tra date e sezionarla, farne la storia; ma l'idea di «Rivoluzione» nel 1789 e poi ancora nel '93 e forse oltre ancora, si è fondata su una particolare sospensione del tempo storico e addirittura del tempo stesso: essa ha coinciso con una radicale scissione tra passato e futuro, e più precisamente con il disprezzo del passato e il timore del futuro. Ed è proprio nel vuoto che si istituisce tra un passato che non deve esistere più e un futuro che non rileva perché rappresenta una dimensione estranea all'azione, che si insedia quella identità tra presente ed eternità che è il luogo della Rivoluzione, il luogo stesso del tempo che chiamiamo «moderno». Si tratta di un luogo alternativo alla storia, un luogo dell'immaginario e della ragione, produttore di miti e libero da ogni condizionamento, perfettamente maneggiabile dalla coscienza e dalla volontà. Per questo la Rivoluzione (quella francese) è un mito fondativo della convivenza (nazionale e universale) e la sua narrazione ha il tratto della leggenda. Il «mito della rivoluzione francese» non nasce infatti solo nella storiografia del XIX secolo, è la Rivoluzione che produce il suo stesso mito e con esso si identifica, di esso si nutre nel quotidiano. Vi è un primo dramma, un'incertezza semantica. Nei primi mesi del 1789 la parola «révolution» appare un termine svalutato, pesante, ingannevole. Desunto dal linguaggio astronomico, sta a indicare il ripristino di un ordine violato, il cammino a ritroso, la marcia verso il luogo delle origini. Per sottrarsi al rischio di essere risucchiati dal passato, i rivoluzionari preferiscono il termine di «régeneration»; ma non basta. Rigenerare implica una sorta di patteggiamento col passato, un intervento di ingegneria genetica più che un atto creativo. Ancora incertezze. Poi vi è il 14 luglio, la notte del 4 agosto, la Dichiarazione dei diritti e la Grande paura, le giornate di ottobre. Il tempo si mette in moto, prende i suo proprio ritmo narrativo e libera la contemporaneità di tutti gli eventi e di tutte le storie possibili. Poi ancora nel 1789, in una imprecisabile data, la parola «rivoluzione» riprende forza, si chiarisce nei suoi contenuti. L'espressione «révolution» nasce contestualmente al quella di «ancien régime» e ne diviene l'opposto. Solo ora la Rivoluzione può raccontarsi da sé e produrre istantaneamente la sua storia. Densità, velocità, consistenza di una temporalità che diviene concreta e poi subito scompare per effetto di una autocombustione che a sua volta genera nuovi eventi e consente di raccontarli in modo immediato, di istituirne il principio e decretarne la fine. Insomma libero fluire del tempo, cancellazione della sequenza temporale di passato, presente, futuro praticato dalla modernità come lo immaginavano i philosophes e Sieyès. Conquista definitiva del tempo, fine della modernità e, come avrebbe intuito Hegel, fine della storia. La Rivoluzione francese si colloca in una dimensione del tempo che si sottrae allo storico e al suo racconto.

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Né un prima né un dopo
Perché la linea che divide «ancien régime» da «révolution» non segna due epoche della Storia universale: non vi è un prima e un dopo. Solo gli storici sono costretti a raccontare la «storia delle rivoluzione» così. Ma in realtà per gli uomini del 1789 l'«antico regime» è tutta la storia e tutto il racconto del passato nella sua globalità; per contro, per loro la «rivoluzione» non è il futuro, è tutto il tempo, una sua diversa qualità e proprietà. L'Antico regime è il «tempo dei signori», mentre la Rivoluzione ha il suo tempo proprio. Cosicché l'Antico regime, agli occhi dei rivoluzionari, non aveva un preciso punto di inizio e si confondeva nei racconti e nei fantasmi della coscienza, mentre la Rivoluzione non poteva avere una fine era il loro tempo vissuto e istantaneamente raccontato. E in questo senso la «rivoluzione» è un dominio del tempo allo stato puro, un tempo tutto politico e un mito di fondazione e celebrazione del potere della creazione. Si compie da sé. L'emozione che suscita la parola «rivoluzione», ancora oggi la viviamo così, è quella di un'idea-forza contro il potere, ma al tempo stesso è un atto di fondazione del potere e anche l'unico che gli conferisca un'autentica legittimità. Si tratta di un atto creativo che si sottrae alla sequenza vecchio-nuovo o all'opposizione antico-moderno. L'idea di rivoluzione è essenzialmente morale e riflette l'opposizione giusto-ingiusto che è appunto come dire Ancien régime-Révolution. Allo stesso modo l'idea di «rivoluzione» non divide due modi di essere del potere o due forme di governo, divide due dimensioni della temporalità: l'una assoggettata alla storia ovvero al racconto che il potere fa di sé, l'altra libera da ogni condizionamento, da ogni programma. La rivoluzione non è iscritta nella storia, al contrario è contro la storia e vuole spezzarne o invertirne il corso.

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Il presente-eternità ...
Giorno dopo giorno e finché si è saputo e potuto «vivere la Rivoluzione» questo «presente-eternità» ha inghiottito come un buco nero tutta l'esperienza ideologica degli uomini dell'89 trasferendola in una dimensione che non è facilmente resuscitabile e che nell'azione sociale forse non sarà mai più ripercorsa. Gli storici ricercano con un certo affanno le «vere origini» della Rivoluzione, ma questo li induce in un errore di prospettiva: quello di fare della Révolution française una sorta di stazione di posta, un magazzino per gli utensili e i materiali della Storia universale nel quale si sono ammassati i racconti precedenti con tutte le loro lacunose concatenazioni. Non è così: non si tratta infatti di censire le modalità di mutamento di un determinato sistema sociale o economico o culturale che sia, si tratterebbe invece di ricercare le condizioni in base alle quali si è realizzata una invenzione dello spirito umano, una nuova categoria del pensare politico e della sensibilità morale: quella di una signoria assoluta sul tempo, di un suo dominio incondizionato. L'uomo della Rivoluzione non si è mai curato delle origini «storiche» dell'evento e neppure ha mai iscritto il corso delle vicende rivoluzionarie a questa o quella modalità di mutamento della società francese; per lui la Rivoluzione è un prodotto della coscienza così come il «vero» patriota e il citoyen sono una qualità dell'essere uomo che come tale non ha storia e non ha origini. Le radici più profonde della Rivoluzione sono da ricercarsi piuttosto nell'esperienza stessa della modernità e cioè nell'impegno volto a una riappropriazione del potere creativo e in una particolare capacità di negoziare col tempo, di umanizzarlo a partire dalla consapevolezza del presente come specchio dell'immaginazione e del suo infinito potere. Gli uomini dell'89 e del '93 non hanno solo «fatto» la Rivoluzione nella quale, del resto, per lo più sono capitati per caso e in forza dei moti inerziali delle loro personali vicende, hanno fatto molto di più; la hanno prodotta e «inventata»: hanno cioè sostituito alla Storia, e alla loro storia, la «Rivoluzione». In questa dimensione di piena creatività «origine» e «storia» si confondono e, per certi aspetti si dissolvono. Ed è per questo che la Rivoluzione può avere un principio ma non ha una fine come l'atto creativo in sé non ha fine, né può essere decomposto dal tempo storico al quale, appunto, si sottrae. Ed è per questo e non per altro che, nonostante gli sforzi interpretativi, il cumularsi degli studi e delle ricerche, alla fine, come diceva Tocqueville, la Rivoluzione «è sempre lì, davanti allo storico, a sbarrargli la strada». Agli abitatori dell'Ottocento la Rivoluzione è apparsa, e davvero essa è così, come la liberazione di una energia primordiale dello spirito umano che svela tutto e spiega tutto della modernità e questo «spirito» ha illuminato e schiacciato Hegel e Marx, Condorcet e Comte e ha invaso con il suo enigma tutto il secolo. Poi, ancora nel corso del Novecento, quest'esperienza esclusiva è stata raccontata infinite volte. Un vasto e indispensabile processo di revisione è stato avviato nella seconda metà del secolo per normalizzare un evento incoercibile nella sua forza di alterità al discorso storico che è il discorso politico della modernità. Infine le celebrazioni del Bicentenario hanno archiviato l'idea stessa di «rivoluzione»; nelle mani dei «revisionisti» essa si è trasformata nel «passato di una illusione», in un reperto fossile e nulla di più. Però il Bicentenario non ha celebrato la Rivoluzione ha semplicemente tentato di salmodiare l'insieme contrastante di interpretazioni che il pensiero politico dell'Ottocento ha messo in campo per dare fondamento al potere complessivo della modernità; ha fatto omaggio ai profeti del XIX secolo e non agli uomini del 1789. Cosicché tutto questo lavorio ha semplicemente dilatato e aggrovigliato i problemi interpretativi e alla fine l'evento è sempre lì, non soggetto alle tecniche dell'oblio, perché cancella la mitografia della modernità in via definitiva.

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...o la morte
La rivelazione della trinità laica «libertà, uguaglianza, fraternità» e quella di un attore che vi dimora, e ne è parte viva, il «cittadino», riconcilia definitivamente, nella Rivoluzione e finché vi è la Rivoluzione, l'uomo occidentale e la sua cultura con il potere di governo sul tempo che gli è stato sottratto nell'atto stesso della creazione. «Nell'idea anche quel che sembra passato è conservato in eterno» rifletteva Hegel che certo aveva colto le specificità profonde dell'evento rivoluzionario «l'idea è presente, lo spirito immortale; non c'è alcun tempo in cui non sarebbe esistito e non esisterebbe: non è né passato, né avvenire, bensì è assolutamente ora». La rivelazione della «rivoluzione» è dunque il fondamento autentico della Révolution Française e consente di comporre tutti i territori sui quali si è successivamente insediata: quello politico, quello economico, quello sociale, quello culturale, e così via. Ma questa invenzione della modernità è altresì un sovvertimento delle strutture del pensiero storico-politico dell'Occidente giunte dalle terre remote del mondo giudaico-cristiano composte poi con le esperienze del mondo classico e rivissute con piena consapevolezza dalla cultura del Seicento: alle idee di patto, ordine, gerarchia che fanno il più stabile e profondo dispositivo ideologico del pensiero occidentale, si aggiunge ora l'idea di rivoluzione e cioè la consapevolezza di un atto creativo (e prima ancora distruttivo) di nuovi ordini, nuovi patti, nuove gerarchie che non sono il risultato di complessi apparati teorici. Nessuno dei rivoluzionari, se si escludono Sieyès e Condorcet, ha lasciato una traccia profonda nella storia del pensiero politico. Sono gli storici della Rivoluzione, semmai, che hanno resuscitato un complesso di dottrine; Aulard ha resuscitato il pensiero di Mirabeau, Iaures quello di Barnave, Lefbvre quello di Robespierre. Ma l'insieme di queste dottrine appare un composto fragile e discontinuo; gli apparati teorici non scavalcano i confini della Rivoluzione e ne restano prigionieri. Il pensiero politico della Rivoluzione francese è semmai un collettivo istantaneo che giunge sino a noi solo perché si sottrae al corso lineare del tempo, lo esaurisce e lo esorcizza. La Rivoluzione in realtà è la recitazione di un atto unico: il racconto e la conclusione della storia. E se la Rivoluzione francese è fatta per il cittadino, stabile abitatore del tempo, il citoyen della rivoluzione non ha futuro, dispone solo di un presente «estremo» e di un mandato morale, un «mandato imperativo»: «liberté, egalité, fraternité, ou la mort». La morte dunque. Occorre sottolinearlo con forza: il fuoco interpretativo di questa devise sta proprio nel punto terminale di inevitabilità del confronto con la morte, nel suo accoglierla e celebrarla come interlocutrice necessaria, se non esclusiva, dell'azione sociale e dell'impegno politico. La cancellazione di tutto il passato annulla infatti anche tutto il futuro (quello storico naturalmente) e, nei fatti, impedisce il governo degli eventi, li libera sì, ma ne impone la deriva. Così l'inquietudine e il timore del futuro, diviene la malattia visibile della modernità e la modernità si ammala del suo stesso futuro.

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Il terrore del futuro
Gli uomini dell'89 e soprattutto quelli del '93, manifestavano un vero e proprio terrore del tempo a venire. Essi volevano scrivere tutta la storia del mondo e delle generazioni: Dichiarazione dopo Dichiarazione e Costituzione dopo Costituzione, legge dopo legge, evento dopo evento, esecuzione dopo esecuzione, il confronto vero dei rivoluzionari era con la fine, il trionfo definitivo dei principi o la morte. Perché la morte, invocata e celebrata, se è un abbandono di sé, è anche un ultimatum dell'uomo verso tutto il suo passato e tutto il futuro; è una provocazione del presente verso ogni sua possibile corruzione. Come è possibile salvare la Rivoluzione? quali riti sacrificali sono ancora da praticare? cosa diranno i cittadini se l'obiettivo fosse mancato? e che altro ordine può esservi oltre a quello presente? Ecco più o meno le ansie che assillano i Comitati, i Clubs, le Assemblee nel quotidiano della Rivoluzione nella quale il giorno presente era l'ultimo possibile della storia. Il «buco nero» assunto come metafora, l'enorme massa di energia del 1789 è in questa capacità di cancellazione del tempo e nella materializzazione di un sogno (che non ha sequenze temporali precise) o di un incubo, a seconda delle istantanee emozioni, che è appunto il governo definitivo del tempo, il materializzarsi del potere assoluto che la modernità ha sempre cercato. Forse solo Tocqueville, rassegnato e saggio orfano dell'Antico regime, coglie la portata dell'evento e recita sino in fondo il discorso vero della Rivoluzione, quel che di lei rimarrà ai posteri. «Tutti i secoli hanno rassomigliato al nostro?» si chiedeva l'autore della Democrazia in America giusto all'inizio della sua riflessione e pensando al tempo nel quale gli era toccato in sorte di vivere. E concludeva: «Io risalgo di secolo in secolo fino all'antichità più lontana, ma non scorgo nulla che assomigli a ciò che è sotto i miei occhi. Siccome dunque il passato non illumina l'avvenire, lo spirito procede attraverso le tenebre». È il punto di arrivo senza ritorno del discorso filosofico della modernità. Gli umanisti avevano invertito la direzione di marcia del tempo trasferendolo dalle Scritture al Libro di un cosmo ritrovato. Il pensiero politico del Rinascimento era alla ricerca di similitudini e di simmetrie, di consonanze tra l'uomo, la sua società, il suo potere e lo spettacolo immobile della natura. Gli uomini del Seicento avevano ricercato la natura specifica dell'essere umano e avevano scritto le leggi della sua socialità e del potere in un rigoroso ordine antropocentrico; e i philosophes nel Settecento avevano divulgato la buona novella di una marcia a tappe forzate verso un potere benefico dal volto umano. Per essi il dominio del tempo e del potere consisteva nella capacità della ragione umana di giungere a una consapevolezza rispetto ai suoi fini e questi fini erano sociali e politici. Gli illuministi avevano pensato alla «civilisation» come il prodotto spontaneo dell'umanità e l'umanità (al pari del peuple, paradossalmente cosmopolita dei Lumi) era l'energia morale del tempo, una «volontà generale» di tutti gli esseri umani tale da far massa critica e rigenerare il tempo, scongiurarne la consunzione. In questo senso la Rivoluzione materializzava il sogno dei Lumi cancellando le miserie del passato e le incertezze del futuro. Agli uomini del XIX secolo essa lascia in eredità un tempo nuovo solo perché bisogna riscriverne tutto il programma e un futuro già tutto conquistato e perduto all'istante: un futuro malato da curare e ricostruire. Cosicché il confronto dell'Ottocento con la Rivoluzione è stato sempre drammatico e devastante. Esso ha reso necessario prevedere il passato in funzione del 1789, ha costretto a riscrivere tutta la storia del mondo per poter narrare ancora il futuro. La malattia mortale della modernità e del suo potere definitivamente conquistato e ancora una volta perduto nel 1789, è appunto la malattia del futuro.

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