Un buco nero
Discontinuità, estraneità, apparente fine
della gerarchia degli eventi, capacità di azzeramento del passato, timore
per l'emergenza del futuro. Qual è il tempo della Rivoluzione? Che
rapporti intrattiene il potere con la linearità del tempo che intende
governare? E infine è davvero possibile scrivere una «storia» della
Rivoluzione francese? La modernità, che proprio nel 1789 ha trovato la sua
rivelazione finale, é stata messa in scacco da questo «buco nero» che
sembra difficile da collocare nel flusso del Grande racconto. Storici,
filosofi e politici lo hanno sezionato e percorso in tutte la direzioni
possibili per piegarlo alle esigenze della narrazione; ne hanno cercato
l'inizio e la fine senza successo e tra infinite polemiche. Per noi oggi
la Rivoluzione francese, invasa dalla curiosità e vivisezionata dalle
scienze umane, è plurale; non vi è ormai più «una» rivoluzione, piuttosto
vi sono punti di rottura più o meno prevedibili che segnano il tempo del
mutamento, ne fanno il ritmo veloce e quasi istantaneo. E oggi l'idea di
«rivoluzione» è divenuta un mostro freddo dell'immaginario politico, un
luogo dei ricordi più che un fuoco della coscienza e del suo tempo
interiore. Dal punto di vista della cultura occidentale del XX secolo, e
anche fino a un tempo non molto lontano da noi, l'idea di rivoluzione si
regge sulla storia ed è la storia che la spiega, le sue origini sono
visibili o comunque possono essere messe in luce. Da che la storiografia
dell'Ottocento (un Ottocento che in questo caso va fino alla seconda metà
del Novecento) ha fondato una efficiente progettazione del passato e del
futuro su base progressiva, tutte le rivoluzioni che hanno preceduto il
1789 ne sono state una sorta di incubazione, di paradigma o di
annunciazione; quelle che invece son venute dopo o la assumono come
modello e divengono allora un atto dovuto alla storia stessa, oppure ne
prendono le distanze e si pongono come azioni volte alla produzione di una
storia nuova. Una storia che «avanza» rispetto a quella promossa dalla
rivoluzione precedente e che rispetta un programma di balzi previsti e
attesi. Insomma dilatata a una dimensione del tempo che non le appartiene,
raffreddata dai continui e contrastanti racconti, la Rivoluzione è
divenuta l'idea della rivoluzione e ha finito per essere totalmente
assorbita dal copione della Storia universale, ne è una sezione
narrativa, una scena drammatica ma necessaria anche se, per taluni, non
sempre apprezzabile. Ma non è stato così per la Révolution
française e non è così per quel pensiero che allora ha fondato l'idea
stessa di Rivoluzione come appunto il pensiero della classe politica del
1789. Gli uomini delle assemblee rivoluzionari e dei clubs non
volevano infatti né adeguare l'Antico regime a nuovi standard di sviluppo
e neppure volevano principiare una nuova storia: volevano costruire una
società strutturalmente perfetta e valida una volta per tutte, buona per
sempre: per l'uomo di ieri, di oggi e di domani. Si deve proprio a questo
la sua esclusiva capacità di assorbimento degli eventi passati e futuri.
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Un mito di
fondazione
I rappresentanti del Terzo
Stato, poi del Popolo francese hanno infatti creato il tempo delle origini
e lo hanno istantaneamente raggiunto; sono stati insieme gli eroi, gli dei
e i profeti del sentire politico della modernità. Ed è questo, non altro,
il senso della parola «révolution» e delle emozioni che la parola ha
suscitato. Per noi oggi la Rivoluzione del 1789 si è svolta e si è
conclusa e, a rischio di qualche polemica tra specialisti, possiamo
chiuderla tra date e sezionarla, farne la storia; ma l'idea di
«Rivoluzione» nel 1789 e poi ancora nel '93 e forse oltre ancora, si è
fondata su una particolare sospensione del tempo storico e addirittura del
tempo stesso: essa ha coinciso con una radicale scissione tra passato e
futuro, e più precisamente con il disprezzo del passato e il timore del
futuro. Ed è proprio nel vuoto che si istituisce tra un passato che non
deve esistere più e un futuro che non rileva perché rappresenta una
dimensione estranea all'azione, che si insedia quella identità tra
presente ed eternità che è il luogo della Rivoluzione, il luogo stesso del
tempo che chiamiamo «moderno». Si tratta di un luogo alternativo alla
storia, un luogo dell'immaginario e della ragione, produttore di miti e
libero da ogni condizionamento, perfettamente maneggiabile dalla coscienza
e dalla volontà. Per questo la Rivoluzione (quella francese) è un mito
fondativo della convivenza (nazionale e universale) e la sua narrazione ha
il tratto della leggenda. Il «mito della rivoluzione francese» non nasce
infatti solo nella storiografia del XIX secolo, è la Rivoluzione che
produce il suo stesso mito e con esso si identifica, di esso si nutre nel
quotidiano. Vi è un primo dramma, un'incertezza semantica. Nei primi mesi
del 1789 la parola «révolution» appare un termine svalutato, pesante,
ingannevole. Desunto dal linguaggio astronomico, sta a indicare il
ripristino di un ordine violato, il cammino a ritroso, la marcia verso il
luogo delle origini. Per sottrarsi al rischio di essere risucchiati dal
passato, i rivoluzionari preferiscono il termine di «régeneration»; ma non
basta. Rigenerare implica una sorta di patteggiamento col passato, un
intervento di ingegneria genetica più che un atto creativo. Ancora
incertezze. Poi vi è il 14 luglio, la notte del 4 agosto, la Dichiarazione
dei diritti e la Grande paura, le giornate di ottobre. Il tempo si mette
in moto, prende i suo proprio ritmo narrativo e libera la contemporaneità
di tutti gli eventi e di tutte le storie possibili. Poi ancora nel 1789,
in una imprecisabile data, la parola «rivoluzione» riprende forza, si
chiarisce nei suoi contenuti. L'espressione «révolution» nasce
contestualmente al quella di «ancien régime» e ne diviene l'opposto. Solo
ora la Rivoluzione può raccontarsi da sé e produrre istantaneamente la sua
storia. Densità, velocità, consistenza di una temporalità che diviene
concreta e poi subito scompare per effetto di una autocombustione che a
sua volta genera nuovi eventi e consente di raccontarli in modo immediato,
di istituirne il principio e decretarne la fine. Insomma libero fluire del
tempo, cancellazione della sequenza temporale di passato, presente, futuro
praticato dalla modernità come lo immaginavano i philosophes e
Sieyès. Conquista definitiva del tempo, fine della modernità e, come
avrebbe intuito Hegel, fine della storia. La Rivoluzione francese si
colloca in una dimensione del tempo che si sottrae allo storico e al suo
racconto.
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Né un prima né un
dopo
Perché la linea che divide «ancien
régime» da «révolution» non segna due epoche della Storia
universale: non vi è un prima e un dopo. Solo gli storici sono
costretti a raccontare la «storia delle rivoluzione» così. Ma in realtà
per gli uomini del 1789 l'«antico regime» è tutta la storia e tutto il
racconto del passato nella sua globalità; per contro, per loro la
«rivoluzione» non è il futuro, è tutto il tempo, una sua diversa qualità e
proprietà. L'Antico regime è il «tempo dei signori», mentre la Rivoluzione
ha il suo tempo proprio. Cosicché l'Antico regime, agli occhi dei
rivoluzionari, non aveva un preciso punto di inizio e si confondeva nei
racconti e nei fantasmi della coscienza, mentre la Rivoluzione non poteva
avere una fine era il loro tempo vissuto e istantaneamente raccontato. E
in questo senso la «rivoluzione» è un dominio del tempo allo stato puro,
un tempo tutto politico e un mito di fondazione e celebrazione del potere
della creazione. Si compie da sé. L'emozione che suscita la parola
«rivoluzione», ancora oggi la viviamo così, è quella di un'idea-forza
contro il potere, ma al tempo stesso è un atto di fondazione del potere e
anche l'unico che gli conferisca un'autentica legittimità. Si tratta di un
atto creativo che si sottrae alla sequenza vecchio-nuovo o all'opposizione
antico-moderno. L'idea di rivoluzione è essenzialmente morale e riflette
l'opposizione giusto-ingiusto che è appunto come dire Ancien
régime-Révolution. Allo stesso modo l'idea di «rivoluzione» non
divide due modi di essere del potere o due forme di governo, divide due
dimensioni della temporalità: l'una assoggettata alla storia ovvero al
racconto che il potere fa di sé, l'altra libera da ogni condizionamento,
da ogni programma. La rivoluzione non è iscritta nella storia, al
contrario è contro la storia e vuole spezzarne o invertirne il corso.
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Il presente-eternità
...
Giorno dopo giorno e finché si è saputo e potuto «vivere la
Rivoluzione» questo «presente-eternità» ha inghiottito come un buco nero
tutta l'esperienza ideologica degli uomini dell'89 trasferendola in una
dimensione che non è facilmente resuscitabile e che nell'azione sociale
forse non sarà mai più ripercorsa. Gli storici ricercano con un certo
affanno le «vere origini» della Rivoluzione, ma questo li induce in un
errore di prospettiva: quello di fare della Révolution française
una sorta di stazione di posta, un magazzino per gli utensili e i
materiali della Storia universale nel quale si sono ammassati i
racconti precedenti con tutte le loro lacunose concatenazioni. Non è così:
non si tratta infatti di censire le modalità di mutamento di un
determinato sistema sociale o economico o culturale che sia, si
tratterebbe invece di ricercare le condizioni in base alle quali si è
realizzata una invenzione dello spirito umano, una nuova categoria del
pensare politico e della sensibilità morale: quella di una signoria
assoluta sul tempo, di un suo dominio incondizionato. L'uomo della
Rivoluzione non si è mai curato delle origini «storiche» dell'evento e
neppure ha mai iscritto il corso delle vicende rivoluzionarie a questa o
quella modalità di mutamento della società francese; per lui la
Rivoluzione è un prodotto della coscienza così come il «vero» patriota e
il citoyen sono una qualità dell'essere uomo che come tale non ha
storia e non ha origini. Le radici più profonde della Rivoluzione sono da
ricercarsi piuttosto nell'esperienza stessa della modernità e cioè
nell'impegno volto a una riappropriazione del potere creativo e in una
particolare capacità di negoziare col tempo, di umanizzarlo a partire
dalla consapevolezza del presente come specchio dell'immaginazione e del
suo infinito potere. Gli uomini dell'89 e del '93 non hanno solo «fatto»
la Rivoluzione nella quale, del resto, per lo più sono capitati per caso e
in forza dei moti inerziali delle loro personali vicende, hanno fatto
molto di più; la hanno prodotta e «inventata»: hanno cioè sostituito alla
Storia, e alla loro storia, la «Rivoluzione». In questa dimensione di
piena creatività «origine» e «storia» si confondono e, per certi aspetti
si dissolvono. Ed è per questo che la Rivoluzione può avere un principio
ma non ha una fine come l'atto creativo in sé non ha fine, né può essere
decomposto dal tempo storico al quale, appunto, si sottrae. Ed è per
questo e non per altro che, nonostante gli sforzi interpretativi, il
cumularsi degli studi e delle ricerche, alla fine, come diceva
Tocqueville, la Rivoluzione «è sempre lì, davanti allo storico, a
sbarrargli la strada». Agli abitatori dell'Ottocento la Rivoluzione è
apparsa, e davvero essa è così, come la liberazione di una energia
primordiale dello spirito umano che svela tutto e spiega tutto della
modernità e questo «spirito» ha illuminato e schiacciato Hegel e Marx,
Condorcet e Comte e ha invaso con il suo enigma tutto il secolo. Poi,
ancora nel corso del Novecento, quest'esperienza esclusiva è stata
raccontata infinite volte. Un vasto e indispensabile processo di revisione
è stato avviato nella seconda metà del secolo per normalizzare un evento
incoercibile nella sua forza di alterità al discorso storico che è il
discorso politico della modernità. Infine le celebrazioni del Bicentenario
hanno archiviato l'idea stessa di «rivoluzione»; nelle mani dei
«revisionisti» essa si è trasformata nel «passato di una illusione», in un
reperto fossile e nulla di più. Però il Bicentenario non ha celebrato la
Rivoluzione ha semplicemente tentato di salmodiare l'insieme contrastante
di interpretazioni che il pensiero politico dell'Ottocento ha messo in
campo per dare fondamento al potere complessivo della modernità; ha fatto
omaggio ai profeti del XIX secolo e non agli uomini del 1789. Cosicché
tutto questo lavorio ha semplicemente dilatato e aggrovigliato i problemi
interpretativi e alla fine l'evento è sempre lì, non soggetto alle
tecniche dell'oblio, perché cancella la mitografia della modernità in via
definitiva.
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...o la morte
La rivelazione della trinità laica
«libertà, uguaglianza, fraternità» e quella di un attore che vi dimora, e
ne è parte viva, il «cittadino», riconcilia definitivamente, nella
Rivoluzione e finché vi è la Rivoluzione, l'uomo occidentale e la sua
cultura con il potere di governo sul tempo che gli è stato sottratto
nell'atto stesso della creazione. «Nell'idea anche quel che sembra passato
è conservato in eterno» rifletteva Hegel che certo aveva colto le
specificità profonde dell'evento rivoluzionario «l'idea è presente, lo
spirito immortale; non c'è alcun tempo in cui non sarebbe esistito e non
esisterebbe: non è né passato, né avvenire, bensì è assolutamente ora». La
rivelazione della «rivoluzione» è dunque il fondamento autentico della
Révolution Française e consente di comporre tutti i territori sui
quali si è successivamente insediata: quello politico, quello economico,
quello sociale, quello culturale, e così via. Ma questa invenzione della
modernità è altresì un sovvertimento delle strutture del pensiero
storico-politico dell'Occidente giunte dalle terre remote del mondo
giudaico-cristiano composte poi con le esperienze del mondo classico e
rivissute con piena consapevolezza dalla cultura del Seicento: alle idee
di patto, ordine, gerarchia che fanno il più stabile e profondo
dispositivo ideologico del pensiero occidentale, si aggiunge ora l'idea di
rivoluzione e cioè la consapevolezza di un atto creativo (e prima ancora
distruttivo) di nuovi ordini, nuovi patti, nuove gerarchie che non sono il
risultato di complessi apparati teorici. Nessuno dei rivoluzionari, se si
escludono Sieyès e Condorcet, ha lasciato una traccia profonda nella
storia del pensiero politico. Sono gli storici della Rivoluzione, semmai,
che hanno resuscitato un complesso di dottrine; Aulard ha resuscitato il
pensiero di Mirabeau, Iaures quello di Barnave, Lefbvre quello di
Robespierre. Ma l'insieme di queste dottrine appare un composto fragile e
discontinuo; gli apparati teorici non scavalcano i confini della
Rivoluzione e ne restano prigionieri. Il pensiero politico della
Rivoluzione francese è semmai un collettivo istantaneo che giunge sino a
noi solo perché si sottrae al corso lineare del tempo, lo esaurisce e lo
esorcizza. La Rivoluzione in realtà è la recitazione di un atto unico: il
racconto e la conclusione della storia. E se la Rivoluzione francese è
fatta per il cittadino, stabile abitatore del tempo, il citoyen
della rivoluzione non ha futuro, dispone solo di un presente «estremo» e
di un mandato morale, un «mandato imperativo»: «liberté, egalité,
fraternité, ou la mort». La morte dunque. Occorre sottolinearlo con forza:
il fuoco interpretativo di questa devise sta proprio nel punto
terminale di inevitabilità del confronto con la morte, nel suo accoglierla
e celebrarla come interlocutrice necessaria, se non esclusiva, dell'azione
sociale e dell'impegno politico. La cancellazione di tutto il passato
annulla infatti anche tutto il futuro (quello storico naturalmente) e, nei
fatti, impedisce il governo degli eventi, li libera sì, ma ne impone la
deriva. Così l'inquietudine e il timore del futuro, diviene la malattia
visibile della modernità e la modernità si ammala del suo stesso futuro.
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Il terrore del
futuro
Gli uomini dell'89 e soprattutto
quelli del '93, manifestavano un vero e proprio terrore del tempo a
venire. Essi volevano scrivere tutta la storia del mondo e delle
generazioni: Dichiarazione dopo Dichiarazione e Costituzione dopo
Costituzione, legge dopo legge, evento dopo evento, esecuzione dopo
esecuzione, il confronto vero dei rivoluzionari era con la fine, il
trionfo definitivo dei principi o la morte. Perché la morte, invocata e
celebrata, se è un abbandono di sé, è anche un ultimatum dell'uomo verso
tutto il suo passato e tutto il futuro; è una provocazione del presente
verso ogni sua possibile corruzione. Come è possibile salvare la
Rivoluzione? quali riti sacrificali sono ancora da praticare? cosa diranno
i cittadini se l'obiettivo fosse mancato? e che altro ordine può esservi
oltre a quello presente? Ecco più o meno le ansie che assillano i
Comitati, i Clubs, le Assemblee nel quotidiano della Rivoluzione nella
quale il giorno presente era l'ultimo possibile della storia. Il «buco
nero» assunto come metafora, l'enorme massa di energia del 1789 è in
questa capacità di cancellazione del tempo e nella materializzazione di un
sogno (che non ha sequenze temporali precise) o di un incubo, a seconda
delle istantanee emozioni, che è appunto il governo definitivo del tempo,
il materializzarsi del potere assoluto che la modernità ha sempre cercato.
Forse solo Tocqueville, rassegnato e saggio orfano dell'Antico regime,
coglie la portata dell'evento e recita sino in fondo il discorso vero
della Rivoluzione, quel che di lei rimarrà ai posteri. «Tutti i secoli
hanno rassomigliato al nostro?» si chiedeva l'autore della Democrazia
in America giusto all'inizio della sua riflessione e pensando al tempo
nel quale gli era toccato in sorte di vivere. E concludeva: «Io risalgo di
secolo in secolo fino all'antichità più lontana, ma non scorgo nulla che
assomigli a ciò che è sotto i miei occhi. Siccome dunque il passato non
illumina l'avvenire, lo spirito procede attraverso le tenebre». È il punto
di arrivo senza ritorno del discorso filosofico della modernità. Gli
umanisti avevano invertito la direzione di marcia del tempo trasferendolo
dalle Scritture al Libro di un cosmo ritrovato. Il pensiero politico del
Rinascimento era alla ricerca di similitudini e di simmetrie, di
consonanze tra l'uomo, la sua società, il suo potere e lo spettacolo
immobile della natura. Gli uomini del Seicento avevano ricercato la natura
specifica dell'essere umano e avevano scritto le leggi della sua socialità
e del potere in un rigoroso ordine antropocentrico; e i philosophes
nel Settecento avevano divulgato la buona novella di una marcia a tappe
forzate verso un potere benefico dal volto umano. Per essi il dominio del
tempo e del potere consisteva nella capacità della ragione umana di
giungere a una consapevolezza rispetto ai suoi fini e questi fini erano
sociali e politici. Gli illuministi avevano pensato alla «civilisation»
come il prodotto spontaneo dell'umanità e l'umanità (al pari del
peuple, paradossalmente cosmopolita dei Lumi) era l'energia morale
del tempo, una «volontà generale» di tutti gli esseri umani tale da far
massa critica e rigenerare il tempo, scongiurarne la consunzione. In
questo senso la Rivoluzione materializzava il sogno dei Lumi cancellando
le miserie del passato e le incertezze del futuro. Agli uomini del XIX
secolo essa lascia in eredità un tempo nuovo solo perché bisogna
riscriverne tutto il programma e un futuro già tutto conquistato e perduto
all'istante: un futuro malato da curare e ricostruire. Cosicché il
confronto dell'Ottocento con la Rivoluzione è stato sempre drammatico e
devastante. Esso ha reso necessario prevedere il passato in funzione del
1789, ha costretto a riscrivere tutta la storia del mondo per poter
narrare ancora il futuro. La malattia mortale della modernità e del suo
potere definitivamente conquistato e ancora una volta perduto nel 1789, è
appunto la malattia del futuro.
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