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COME CREARE IL TERRENO ADATTO
ALLA PIANTA DELLA DITTATURA
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Il brano qui riprodotto è stato tratto dal volume
“Il Fascismo. Origini e sviluppo”, di Ignazio Silone,
edito da LE SCIE – MONDADORI, Milano 2002
Il libro al quale appartiene lo stralcio è stato pubblicato nel 1934, originariamente in tedesco, a Zurigo, dove il grande scrittore era esule
«Quando compare il fascismo? Nel tentativo di definire il fascismo, il primo punto di vista da prendere in esame è quello cronologico, che risponde alla domanda: quando compare il fascismo?
Il fascismo nasce per la prima volta in Paesi capitalistici dalla struttura economica relativamente debole, dove l'unificazione in uno Stato nazionale è un fenomeno ancora recente e privo di una tradizione radicata nelle masse; nasce nell'immediato dopoguerra, quando la pressione del movimento proletario diviene così forte da far tremare l'intera struttura sociale, da sconvolgere il vecchio sistema dei partiti storici e da mettere in allarme ampi strati della piccola e media borghesia. Tuttavia il fascismo sviluppatosi in Germania dimostra che il progresso economico non è sufficiente a immunizzare un Paese dal pericolo fascista.
Indubbiamente, alla simultanea comparsa in tutto il globo terrestre di alcuni fenomeni politici fa fronte un loro diverso sviluppo nei vari Paesi. Questa circostanza spinge da sempre i fanatici dei particolarismi nazionali a ritenere che ogni nuovo fenomeno politico sia determinato dalle condizioni esistenti in un singolo Paese. Tale fu la posizione assunta dall'aristocrazia e dal clero nei confronti della Rivoluzione francese, quella dei liberali verso la Restaurazione, dei borghesi verso il movimento operaio, ed è anche la posizione dei democratici verso il fascismo. Ma la storia ha sempre smentito la miopia di una simile visione politica.
Nella letteratura italiana vi è un personaggio, don Ferrante, dotto milanese vissuto nel XVII secolo, il quale durante la famosa epidemia di peste che flagellò l'Italia settentrionale, prima di adottare le necessarie misure igieniche, si dedicò a lunghe meditazioni filosofiche per stabilire a quale categoria teoretica appartenesse il nuovo fenomeno: «In rerum natura - diceva Aristotele - non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti». Poiché la peste non rientrava in nessuna delle due, don Ferrante trasse la conclusione che non esisteva. Ciò non gli impedì però di esserne contagiato e di morire. Una sorte così triste toccherà anche a quei pensatori che si sono fatti un'immagine irreale del fascismo e ritengono che il fascismo possa prendere piede solo tra i popoli arretrati.
In Ungheria il fascismo fa la sua comparsa dopo il crollo del governo dei soviet. In Italia, Polonia e Finlandia ha inizio dopo l'insuccesso dell'offensiva scatenata dal proletariato rivoluzionario. In Germania e Austria si afferma dopo il fallimento di una rivoluzione e durante una crisi che sconvolge nel profondo tutti i partiti, compresi quelli operai. Dal punto di vista cronologico possiamo dunque trarre due conclusioni.
Un vero e proprio movimento fascista non può esistere in quei Paesi in cui il sistema capitalistico non è ancora seriamente in pericolo.
La prospettiva di un'estensione e di un peggioramento della crisi capitalistica - a cui si accompagna il decadimento dei tradizionali partiti borghesi - nonché di un suo protrarsi nel tempo, che provoca l'indebolimento dei partiti operai, racchiude in sé la prospettiva di un ulteriore ampliamento del fascismo.
Come nasce il fascismo? Il secondo punto di vista da considerare è quello morfologico, che risponde alla domanda: come nasce il fascismo?
Nella prima fase il fascismo si manifesta sempre come movimento patriottico. In Italia le prime squadre fasciste vennero reclutate in parte nel ceto medio che, ormai condannato al declino dalla crisi del capitalismo, insorse contro i partiti e le istituzioni da cui era tradizionalmente rappresentato, in parte in alcune categorie di lavoratori che, delusi nelle loro speranze rivoluzionarie, si ribellarono ai partiti operai. È questo un fatto ormai incontestabile.
Il governo che si formò in Ungheria dopo il crollo della Repubblica dei soviet fu il frutto di un'alleanza tra la piccola borghesia cittadina e la classe media contadina. La vera anima del fascismo era costituita da un gruppo particolare di intellettuali piccolo-borghesi, riuniti in associazioni locali, che da sempre erano state i focolai delle lotte contro la monarchia e a favore dell'indipendenza dell'Ungheria. Questo piccolo ceto sfruttò lo scontento che il fallimento della riforma agraria aveva suscitato tra i contadini, e si cullò nell'illusione di poter combattere la grande borghesia e l'alta finanza levando il grido di battaglia contro gli ebrei.
In Polonia i legionari di Pilsudski erano soggetti emarginati provenienti da tutte le classi. La delusione subita dai contadini riguardo alla questione agraria procurò al maresciallo un amplissimo sostegno nelle campagne. Il frazionamento dei partiti di governo e la loro impotenza di fronte alle difficoltà interne ed esterne permise ai fascisti polacchi di spacciarsi per salvatori «al di sopra dei partiti» del giovane Stato polacco.
In Austria le Heimwehren [Milizie popolari] trovano un solido appoggio fra i contadini tirolesi, in lotta contro i privilegi di cui godrebbe la classe operaia viennese e contro gli eccessivi oneri politici ed economici che un piccolo Paese come l'Austria deve sobbarcarsi per mantenere la zona industriale intorno a Vienna, creata per soddisfare i bisogni di un grande impero.
In Germania i segni distintivi del fascismo illustrati in precedenza si manifestano al massimo grado e con estrema nettezza. La rapida crescita di questo movimento, verificatasi a partire dal 1929, è innanzitutto la conseguenza della rivolta della classe media contro i vecchi partiti borghesi. Dopo che il Paese uscì sconfitto dalla guerra, i partiti moderati tedeschi scomparvero dalla scena politica. Si creò così un nuovo equilibrio sulla base di una coalizione tra socialdemocrazia, Partito democratico e Centro cattolico, che trovava sostegno nella parte economicamente più integrata della classe lavoratrice e nel ceto medio delle città e delle campagne. Ma a detenere il vero potere all'in- terno della coalizione era l'alta finanza. Tale circostanza condusse alla crisi del 1923. La classe operaia venne sconfitta senza opporre resistenza. Sicché nel 1924, per la prima volta dacché esisteva la Repubblica di Weimar, tornarono al governo i vec- chi partiti dell'epoca guglielmina, anche se con nomi diversi. La coalizione di governo guidata da Bn1ning era appoggiata da: Partito popolare (ovvero il redivivo Partito liberaI-nazionale), Partito tedesco-nazionale (ovvero i redivivi Partito conservatore e Partito dei grandi proprietari terrieri), Staatspartei (ovvero il redivivo Partito progressista, che rappresentava la piccola borghesia cittadina) e Centro (che non ha mai cambiato nome e rappresenta il partito dei contadini cattolici). Tale coalizione è resistita senza grandi traumi fino al 1931, ma ha deluso le speranze delle classi medie e rafforzato l'opposizione dei partiti operai. Il fascismo costituisce l'asse del nuovo raggruppamento dei vecchi partiti in dissolvimento.
«La borghesia è parte integrante di tutte le rivoluzioni in preparazione» ha scritto Marx nel Diciotto brumaio. Oggi si può aggiungere che è anche parte integrante di tutti i movimenti fascisti. Tuttavia non si può spiegare questa realtà con considerazioni di carattere ideologico: con un presunto spirito reazionario, che sarebbe «innato» nella classe media, poiché la favola dello «spirito innato» ha ormai fatto il suo tempo. Occorre perciò cercare una ragione nella collocazione sociale della piccola borghesia.
In una società progredita, il piccolo borghese è necessariamente, per la sua stessa posizione, socialista da un lato ed economista dall'altro; cioè egli è abbagliato dalla magnificenza della grande borghesia e simpatizza con le miserie del popolo. Interiormente si lusinga di essere imparziale e di aver trovato il giusto equilibrio, che - egli pretende - è qualcosa di diverso dalla mediocrità. Un piccolo borghese di questo tipo divinizza la contraddizione, perché la contraddizione è la base della sua esistenza. Egli stesso non è altro che una contraddizione sociale in atto.
Di fronte a ogni crisi sociale, il piccolo borghese si candida, senza rendersene conto, per entrambi gli schieramenti in lotta: la reazione e la rivoluzione. Quando si fronteggiano le due principali classi della società, il piccolo borghese si butta a capo- fitto nella battaglia facendosi paladino della patria, dell' ordine, della civiltà e degli interessi generali «che stanno al di sopra di tutto». Di solito i rivoluzionari gli gettano addosso pomodori e uova marce. La grande borghesia, invece, gli riserva tutt’altra accoglienza. Essa, infatti, non ha paura delle parole vuote, perché, a differenza dei rivoluzionari, sa come riempirle.
Così ha scritto Lenin nelle “Preziose ammissioni di Pitirim Sorokin”:
“La grande borghesia ne ha viste di tutti i colori e sa bene che la repubblica democratica, come ogni altra forma statale in regime capitalistico, è solo una macchina per schiacciare il proletariato. Il grande borghese sa tutto questo perché conosce intimamente i dirigenti effettivi e le molle più nascoste (che spesso sono più segrete proprio per questo) di qualsiasi macchina statale borghese, Per la sua posizione economica e per tutte le sue condizioni di vita il piccolo borghese ha minore capacità di far propria questa verità e si culla nell'illusione che la repubblica significhi «democrazia pura», «lo Stato popolare libero», il potere del popolo fuori o al di sopra delle classi, la pura manifestazione della volontà di tutto il popolo, eccetera."
Per tale motivo il piccolo borghese diviene una facile preda del grande capitalismo. Sarebbe sbagliato pensare che storicamente la piccola borghesia sia condannata a combattere le classi lavoratrici e che non possa allearsi con il movimento socialista. Questo errore venne commesso in Italia nel 1919, e fra i tanti fu il più grave. Fu l'errore che maggiormente contribuì al successo del fascismo.
Prima conclusione: il Partito fascista non va confuso con i tradizionali partiti conservatori, anche se è il frutto della loro dissoluzione. La genesi, i fondamenti sociali, l'organizzazione, l'atteggiamento, l'ideologia e i dirigenti ne fanno un partito nuovo e tipico dei nostri tempi.
Seconda conclusione: il fascismo non è soltanto e principalmente un movimento di mercenari; non è soltanto e principalmente un movimento di guardie bianche. È un grande movimento politico di massa. All'inizio la maggioranza dei suoi seguaci non si rende conto che esso opera al servizio del capitalismo.
Come evolve il fascismo? Il terzo punto di vista è quello dialettico, che risponde alla domanda: come evolve e si trasforma il fascismo?
Dalla posizione occupata da tutti i partiti fascisti si può trarre la seguente conclusione storica: oggi non è possibile combattere il movimento operaio rivoluzionario senza assoggettarsi all'alta finanza. Tutti i movimenti fascisti che sono ascesi al potere hanno confermato questa regola. Finora nessun partito fascista è sfuggito a un simile destino.
L'adesione dell'alta finanza al fascismo comporta inevitabilmente anche l'adesione dell'intera sovrastruttura sociale preesistente: di tutti i partiti politici e di tutte le istituzioni tradizionali, dallo stato maggiore alla Chiesa, dai tribunali alle università.
Entrando in relazione con i banchieri inglesi, il fascismo ungherese ha messo da parte il suo antisemitismo. La campagna demagogica a favore di una riforma agraria ha portato alla grottesca distinzione tra proprietà vecchia e nuova, dando modo alle banche di trattare la compravendita dei latifondi.
Il fascismo polacco ha visto crollare il mito di «Pilsudski, eroe nazionale e salvatore del nuovo Stato». Lo sfruttamento dei contadini e della piccola borghesia cittadina è cresciuto fino al limite del possibile. In tutto dipendente dai capitali francesi, l'alta finanza polacca conserva le redini del potere grazie alle concessioni fatte ai proprietari terrieri (dazi sui cereali) e all'industria (elargizione di crediti).
Gli avvenimenti verificatisi in Germania a partire dalla primavera del 1933 sono l'ulteriore e definitiva conferma di questo punto di vista.
Prima conclusione: la piccola borghesia può fornire i dirigenti politici per qualsiasi forma di governo, ma non può esercitarvi un'influenza determinante, poiché persino il fascismo, il più forte movimento che ha avuto origine da questo ceto, è sfociato in un'esplicita dittatura dell'alta finanza e in una repressione senza precedenti della classe piccolo-borghese.
Seconda conclusione: storicamente la piccola borghesia ha solo due possibilità: sostenere il fascismo o sostenere il movimento socialista.
Durante il dopoguerra, l'immaturità politica del movimento operaio ha fatto sì che la piccola borghesia si alleasse con il capitalismo e contribuisse alla vittoria del fascismo. Il lettore, che insieme a noi è giunto a cogliere il senso della possibilità storica del fascismo, intuirà facilmente da solo la necessità del suo declino e il cammino che tale declino compirà.
Il fascismo forse durerà ancora anni. Forse durerà decine d'anni. Ma la vittoria del capitale sul lavoro non può essere eterna. Il futuro appartiene al socialismo. Il futuro appartiene alla libertà.»
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