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LA GRANDE GUERRA IN UN LIBRO
E DUE DVD DELL’ISTITUTO LUCE
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AA. VV., La Grande Guerra 1915-1918, Istituto Luce, 2005, pp. 204 + 2 Dvd, euro 59,00
La Prima guerra mondiale sul fronte italiano in un’opera editoriale che strizza l’occhio alla multimedialità, frutto della straordinaria sinergia tra il patrimonio documentaristico dell’Istituto Luce e le attente analisi storiche di alcuni tra i più importanti studiosi italiani. Così possiamo riassumere questo cofanetto costituito da un libro con più di trecento tra illustrazioni e foto d’epoca, spesso inedite, e da due Dvd di filmati completamente rimasterizzati e digitalizzati.
Il volume racconta gli anni terribili di quella che per un certo tempo fu chiamata la quarta Guerra d’indipendenza, la Grande Guerra. Ma lo fa prendendo in considerazione anche gli antefatti, o meglio gli avvenimenti dei cinquant’anni che l’hanno preceduta. I testi, di Valerio Castronovo, Renzo De Felice e Pietro Scoppola, tratti dalla Storia d’Italia del XX secolo, si dividono un due grandi sezioni. Nella prima vengono messe a fuoco le vicende sociali e politiche che hanno preparato il “maggio radioso” e l’intervento dell’Italia a fianco delle potenze dell’Intesa, con particolare attenzione alle vicissitudini dell'Italia postunitaria: il nuovo corso liberale impresso da Giolitti, il decollo industriale e le trasformazioni del tessuto sociale nei suoi aspetti culturali, politici e religiosi, il problema dell'identità nazionale e le prime imprese coloniali. La seconda sezione è invece dedicata all'Italia in guerra, dall'intervento a Caporetto, dal Piave a Vittorio Veneto, senza tralasciare approfondimenti sulla mobilitazione civile e sulla successiva creazione del mito della Grande guerra, con annessa "vittoria mutilata". La parte iconografica che correda il volume, commentata dalle didascalie curate da Nicola Caracciolo, proviene dall’archivio storico del Luce e da altri archivi nazionali.
Ma la vera chicca di questo cofanetto sono i due Dvd, frutto di una paziente opera di rimasterizzazione che ha restituito alle immagini un tempo sfocate e velocizzate in modo innaturale tutta l’efficacia di un bianco e nero corposo e in grado di restituire la naturale fluidità nei movimenti. Il primo Dvd si intitola La Grande Guerra ed è la riproposizione del documentario, ottimamente curato da Nicola Caracciolo, andato in onda su Raitre nella serie “La grande storia in prima serata”. In un ora abbondante di immagini vengono proposte tutte le fasi cruciali del conflitto sul fronte italiano, con una particolare attenzione agli antefatti nel contesto balcanico, dove scoccò la scintilla della guerra. I teatri degli scontri sul fronte italo-austriaco sono ricostruiti con puntualità e grande rigore scientifico.
Il secondo Dvd è altrettanto importante e riveste un ruolo documentario di primario interesse. Intitolato Gloria, e curato da Roberto Omegna, è un film prodotto dall’Istituto Luce nel 1934 per raccontare e celebrare la prima guerra mondiale e la vittoria italiana. L’interesse di questo film risiede proprio nel duplice piano di lettura che oggi possiamo farne. Da un lato come ricostruzione, con filmati d’archivio spesso inediti, di un conflitto che per la prima volta coinvolgeva tutta la nazione, dai fanti in trincea al fronte interno. Dall'altro come interpretazione, dal punto vista del regime fascista, di eventi così vicini ma già entrati a pieno titolo nella mitologia guerresca del "popolo in armi". In una sorta di “educazione” militare di un Paese che nel 1934 viveva il suo ultimo anno di pace prima dell’avventura coloniale in Etiopia, dell’intervento nella Guerra civile spagnola e del definitivo scivolamento nel baratro del secondo conflitto mondiale.
Le vicende belliche del documentario di Omegna sono presentate affidando tutto alle immagini ed alle musiche, come era lo stile del tempo, senza l’intervento del narratore. Grazie alla spettacolarità della colonna sonora totalmente rimasterizzata, lo spettatore viene coinvolto nelle drammatiche atmosfere di un evento che sarà determinante per i destini del Paese e del mondo.
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R. Rhodes, Gli specialisti della morte. I gruppi scelti delle SS e le origini dello sterminio di massa, Mondadori, 2005, pp. 344, euro 18,50
Dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale e prima della creazione dei campi di sterminio, il progetto maturato da Adolf Hitler e Heinrich Himmler (capo e organizzatore delle SS) di radicale annullamento del popolo ebraico venne attuato dai cosiddetti Einsatzgruppen, scelti all'interno delle SS e inviati al seguito dell'esercito regolare durante le campagne militari in Europa orientale. Ufficialmente incaricati di prevenire e reprimere ogni resistenza partigiana in Polonia e nelle Repubbliche sovietiche, questi professionisti della morte, comandati spesso dall'élite borghese del popolo tedesco (architetti, avvocati, economisti), si dedicarono al sistematico sterminio delle comunità ebraiche dell'Europa dell'Est, organizzando massacri collettivi. Il sogno romantico di Himmler, la colonizzazione dell'Est attraverso una casta di agricoltori-soldati destinati a rappresentare la parte migliore della stirpe germanica, s'incarnò nella realtà di questi corpi speciali, protagonisti di stragi spaventose, eseguite con brutalità inimmaginabile, che portarono alla morte due milioni di uomini, donne e bambini, e disseminarono di fosse comuni mezza Europa. Avvalendosi delle testimonianze degli stessi protagonisti, vittime e carnefici, rintracciate in diari, lettere, rapporti ufficiali e atti del processo di Norimberga, Richard Rhodes ripercorre la storia di questo orrore senza fine. E alla fine l'orrore travolgerà molti degli stessi carnefici: alcuni avranno crolli nervosi, qualcuno giungerà al suicidio, ma altri mostreranno una forma di compiacimento così perverso da turbare persino Himmler. Poco è stato scritto fino a oggi sugli Einsatzgruppen e sulla loro attività durante la Seconda guerra mondiale. Richard Rhodes ricostruisce una parte della storia dell'Olocausto lasciata in secondo piano ma, come dimostra la documentazione presentata in queste pagine, assolutamente centrale per l'attuazione del sinistro progetto di Hitler.
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D. Rayfield, Stalin e i suoi boia. Una analisi del regime e della psicologia stalinisti, Garzanti, 2005, pp. 592, euro 27,00
Come Hitler e altri tiranni, Stalin non era solo: dominò la sterminata Unione Sovietica con l’aiuto dei suoi collaboratori – i suoi boia. Il «becchino della rivoluzione» (come lo definiva Trotzkij) non fu l’unico autore e responsabile dello stalinismo: se rimase al potere per trent’anni, fu grazie all’efficienza dei capi delle forze di sicurezza e della polizia segreta, dalla CEKA al KGB: Feliks Dzierzynski, Vjaceslav Menzinskij, Genrikh Jagoda, Nikolaj Ezov, Lavrenti Beria. E, accanto a loro, Vorosilov, Malenkov, Molotov, Mikojan, Kaganovic e molti altri ancora. Ma che cosa spinse tutti costoro a seguire con ardore fanatico i voleri di un criminale? Per cogliere la natura dello stalinismo, è necessario capire che cosa volevano questi uomini, quali furono i loro rapporti con il «Piccolo Padre» e con la struttura di potere sovietica, che relazione ci poteva essere tra il terrore che causavano e quello che essi stessi dovevano provare. Se ci fermiamo alla biografia del leader – il bambino maltrattato, il giovane seminarista, il suddito riottoso al potere imperiale, il bandito e il terrorista, l’uomo politico cinico e spregiudicato e alla fine il «Più Grande Genio di Tutti i Tempi» – emerge la figura di uno psicopatico. I precisi e illuminanti ritratti di Rayfield ci fanno scoprire che per molti aspetti Stalin e i suoi complici erano fatti della stessa pasta. La loro era una dipendenza reciproca. Solo grazie a queste affinità riuscirono a sterminare milioni di propri concittadini, a eliminare i vertici delle forze armate e le élite professionali, a uccidere persino i propri familiari. Attingendo a nuove fonti (a cominciare dagli archivi del KGB, aperti di recente) e affrontando un nodo che la ricerca storica aveva finora trascurato, Donald Rayfield getta nuova luce su uno dei regimi più sanguinari della storia. La figura di Stalin emerge, ancora più terribile, al centro di una corte spietata, fatta di fanatici e devoti al capo, ideologicamente dottrinari ma anche sadici assetati di sangue. Con questa ricostruzione sconvolgente e spesso angosciante, Stalin e i suoi boia ci permette finalmente di comprendere i pensieri più segreti del dittatore e di cogliere i meccanismi psicologici – e non solo politici – che resero possibile l’orrore comunista.
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G. Seibt, Roma o morte. La lotta per la capitale d’Italia, Garzanti, 2005, pp. 363, euro 24,00
Il 20 settembre 1870 i bersaglieri piemontesi entrarono a Roma attraverso la breccia di porta Pia: si compiva così l’unità d’Italia e la Città Eterna, che da secoli era il cuore dello Stato della Chiesa, poteva finalmente diventare la capitale del giovane regno sabaudo. Non fu una guerra sanguinosa, non vi furono atti di eroismo: le forze in campo erano troppo sbilanciate e nessuno aveva interesse a un bagno di sangue. Tuttavia la presa di Roma fu un evento decisivo per la storia d’Europa e gravido di conseguenze per il futuro del nostro paese. In Roma o morte Gustav Seibt ripercorre le complesse vicende politiche, diplomatiche e militari che portarono a quella soluzione, dopo che nel 1861 una delibera del parlamento italiano aveva indicato in Roma la futura capitale. Ma la «questione romana» si era andata terribilmente complicando negli anni precedenti: il desiderio di portare a termine il disegno unitario, l’arretratezza dello stato pontificio sotto il governo di Pio IX, le ingerenze francesi e austriache, la celebre posizione di Cavour, «libera chiesa in libero stato», le intemperanze mazziniane e gli assalti garibaldini, oltre naturalmente alla resistenza della chiesa cattolica, profondamente radicata in tutto il paese, avevano finito per costituire un groviglio insolubile.
Gustav Seibt segue poi l’evolversi dei rapporti tra la chiesa e lo stato italiano, dalla legge delle guarentigie per il papa al non expedit che interdiva ai cattolici italiani la partecipazione alle elezioni, dalla fondazione di un partito popolare cattolico al concordato del 1929, e oltre. Perché gli eventi di quel fatale settembre 1870 hanno gettato la loro ombra nei decenni successivi, e ancora oggi il dibattito politico in Italia ne avverte l’eco.
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S. Valzania, Austerlitz, la più grande vittoria di Napoleone, Mondadori, 2005, pp. 264, euro 17,50
Il 2 dicembre 1805, a un anno esatto dall'incoronazione a imperatore dei francesi, Napoleone ottenne la sua più grande vittoria militare. Nei presi del paesino moravo di Austerlitz, la Grande Armée sconfisse in poche ore di violenti combattimenti gli eserciti riuniti della Russia e dell'Austria-Ungheria in quella che passerà alla storia come la "battaglia dei tre imperatori".
A seguito di questo successo la Francia uscita dalla Rivoluzione conquistò una posizione egemonica sull'Europa continentale che mantenne fino al disastro della campagna di Russia.
Sergio Valzania colloca la più brillante vittoria di Napoleone nella storia militare europea e nel contesto politico degli inizi dell'Ottocento e la racconta attraverso le gesta dei suoi protagonisti.
Austerlitz è un libro che ci aiuta a comprendere il genio di un grande condottiero e ci fa rivivere i momenti drammatici della prima grande battaglia dell'epopea napoleonica, che dopo le gloriose giornate di Jena, Eylau, Friedland, Wagram, Borodino, Dresda e Lipsia si sarebbe conclusa, di lì a dieci anni, con la definitiva sconfitta a Waterloo.
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A. Martelli, La lunga rotta per Trafalgar. Il conflitto navale anglo-francese 1688-1805, il Mulino, 2005, pp. 368, euro 23,00
Il 21 ottobre 1805 la flotta britannica comandata dall'ammiraglio Nelson sconfiggeva al largo di Cadice la flotta franco-spagnola. Nelson, che trovò la morte nello scontro, venne onorato come un salvatore della patria. In effetti quella vittoria poneva una pietra tombale sul progetto di invadere la Gran Bretagna, che Napoleone aveva accarezzato. Quella battaglia leggendaria (ancora oggi a Portsmouth la nave Victory, su cui Nelson morì, è meta di migliaia di visitatori) veniva a suggellare un secolo e più di rivalità sul mare fra quelle che nel Settecento erano le maggiori potenze mondiali, Gran Bretagna e Francia. In questo libro l'autore ha deciso di raccontare non solo la battaglia di Trafalgar, ma anche i suoi lunghi antecedenti. Egli descrive così con grande precisione lo stato delle rispettive marine, le tecniche di combattimento, l'evoluzione delle flotte, le battaglie che si sono succedute. Nella seconda metà del volume affronta poi la battaglia vera e propria, tratteggiandone i protagonisti, analizzando le tattiche dei due schieramenti e seguendo passo passo, in un resoconto avvincente, lo svolgersi dello scontro.
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A. Petacco, La croce e la mezzaluna. Lepanto 7 ottobre 1571: quando la Cristianità respinse l’Islam, Mondadori, 2005, euro 18,00, pp. 216
Per quasi un secolo, dalla conquista turca di Costantinopoli (1453) alla battaglia di Lepanto (1571), che segnò l'inizio della riscossa cristiana, l'intera Europa visse nell'incubo di essere fagocitata dall'Islam. Le armate di Solimano il Magnifico erano giunte a lambire le mura di Vienna e da tutti i minareti dell'immenso Impero ottomano i muezzin predicavano la jihad, la guerra santa, mentre i corsari barbareschi, vassalli alleati del sultano, seminavano terrore e morte lungo le coste mediterranee bersagliate dalle loro scorrerie. L'Europa, dilaniata al suo interno da guerre politiche e religiose, pareva ormai destinata a soccombere, quando nel 1566 Antonio Michele Ghislieri, un semplice monaco domenicano, fu elevato al soglio pontificio con il nome di Pio V. Inquisitore inflessibile e paladino della Controriforma, il nuovo papa fu artefice di un vero capolavoro: la Lega santa, una sorta di "patto mediterraneo" che riunì sotto il segno della Croce tutte le potenze cristiane. Dimentiche per la prima e unica volta dei rispettivi egoismi, esse costituirono una grande flotta multinazionale che il 7 ottobre 1571 nelle acque di Lepanto ebbe la meglio sulle forze navali turche in una spettacolare battaglia, decisiva per il destino dell'Occidente. Arrigo Petacco offre un resoconto avvincente di questa pagina fondamentale della storia europea, ricostruendo con la consueta abilità narrativa le varie fasi della lotta secolare che mise a confronto la Croce e la Mezzaluna. Il suo racconto è punteggiato dai vivaci ritratti dei protagonisti, come don Giovanni d'Austria - personaggio romantico e avventuroso che, balzato per un curioso gioco del destino da un povero villaggio ai fasti della corte di Madrid, ottenne giovanissimo il comando supremo della flotta cristiana. Attraverso la descrizione delle infernali condizioni di vita sulle galee, delle tattiche di guerra caratterizzate da armi segrete e particolari tecniche di abbordaggio, l'autore rievoca le sanguinose incursioni corsare, nonché le eroiche imprese degli indomiti cavalieri di Malta e dei valorosi capitani veneziani e genovesi che si opposero con tutte le loro forze all'incombente minaccia islamica. Per concludere con la cronaca dettagliata della battaglia di Lepanto, una delle più grandi battaglie navali di tutti i tempi.
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A. Barbero, 9 agosto 378 il giorno dei barbari, Laterza, 2005, pp. 248, euro 18,00
I Balcani, lembo estremo dell’impero romano d’Oriente. I Goti, popolazione in fuga da una terra devastata dalla guerra. Il Danubio, confine fragile e mal presidiato. Un impero corrotto, una sconfitta disastrosa, un racconto appassionante. «Questo libro racconta di una battaglia che ha cambiato la storia del mondo ma non è famosa come Waterloo o Stalingrado: anzi, molti non l’hanno mai sentita nominare. Eppure secondo qualcuno segnò addirittura la fine dell’Antichità e l’inizio del Medioevo, perché mise in moto la catena di eventi che più di un secolo dopo avrebbe portato alla caduta dell’impero romano d’Occidente. Parleremo di Antichità e Medioevo, di Romani e barbari, di un mondo multietnico e di un impero in trasformazione e di molte altre cose ancora. Ma il cuore del nostro racconto sarà quel che accadde lì, ad Adrianopoli, nei Balcani, in un lungo pomeriggio d’estate.»
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M. Bocchiola-M. Sartori, Teutoburgo 9 d.C., Rizzoli, 2005, pp. 322, euro 22,00
Germania del Nord, 9 D. C. Tre legioni romane sprofondano nel fango di una selva, la testa mozzata del loro comandante diventa un macabro trofeo. A Roma, l’imperatore Augusto ripete senza sosta un lamento rimasto celebre: “Varo, rendimi le mie legioni!”. È la battaglia di Teutoburgo, l’origine guerriera dello spirito nazionale tedesco, l’evento storico che rappresenta con crudele efficacia un vero e proprio scontro di civiltà. Uno scontro tra due popoli: quello romano all’apice della sua volontà di conquista e quello germanico ancora confuso tra varie identità tribali, ma in via di trasformazione. Tra due uomini: il generale romano Varo, viziato da troppi successi politici, e il “barbaro” Arminio, infido eroe. Tra due modi di combattere: il micidiale ordine delle legioni e lo spaventoso furore delle orde. Queste pagine ricostruiscono la battaglia di Teutoburgo, ma anche gli eventi che la precedettero e il contesto che le fece da cornice. La voce dei classici latini racconta fatti e protagonisti, mentre archeologia e storiografia ripercorrono con rigore le tappe del cammino che portò alla disfatta. Dalla Roma augustea, con le sue ideologie e i suoi monumenti, si viaggia oltre il Reno e l’Elba, attraversando le terre dei popoli germanici sulle tracce della campagne di Tiberio e di Druso, e poi di Varo, fino alla battaglia fatale. L’esercito romano, inghiottito dalla selva, attenderà secoli per rivivere nei reperti restituiti dal fango, mentre Arminio e i suoi uomini conquisteranno l’eternità del mito, trasfigurati nel ciclo di Sigfrido e dei Nibelunghi. Con accuratezza storica e sensibilità narrativa, Teutoburgo restituisce al presente uno degli eventi più drammatici del mondo antico, una vicenda che dalla lirica al cinema, dal teatro alla letteratura non cessa di nutrire di suggestioni la cultura europea.
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