AUTUNNO, POLITICA, FOGLIE MORTE.
LE ELEZIONI FARAN PRIMAVERA?
di PAOLO M. DI STEFANO*
Uno dice: "Ottobre! Mese del pensiero e della fantasia e dei sogni lenti, da assaporare ogni mattina, prima del risveglio. Ottobre! Mese della preparazione al silenzio, colorato di ruggine, le strade tappezzate da mille leggerissimi toni di rosso rotti appena da trionfanti sparsi sempreverdi. E le castagne."
Uno dice. E s'accorge d'aver mentito, sia pur senza volere, se appena ripensa all'ottobre appena trascorso, zeppo di giornate frenetiche, sudate di corse a far l'ultime cose prima del grande evento, quelle elezioni politiche per le quali tutto si muove con un unico obiettivo: conquistare o mantenere il potere.
E per le quali occorre evidenziare e comunicare convincenti argomentazioni di vendita, affinché partiti e candidati e programmi possano essere acquistati da frastornati elettori, consci soltanto, ormai, di un'economia personale sempre più precaria e di una serie infinita di fumose proposte, consone alla nebbia di stagione.
Abbiamo fatto più riforme di tutti i precedenti governi messi assieme: non ricordo chi lo abbia detto, anche se ho il dubbio che si tratti del Presidente del Consiglio. Ecco un concetto di "quantità" per sostenere e difendere il quale si corre a mettere mano qua e là, in modo che nessuno possa dire che qualcosa non è stato fatto. Si sono occupati di tutto, molto, troppo. E mai si è sentito parlare di "qualità" delle cose. Che è giusto ed istruttivo, dal momento che, in genere, quantità e qualità sembrano non andare d'accordo più che tanto. E dal momento, anche, che la quantità si vede, si tocca, si sente, mentre la qualità è di più difficile e meno concreta evidenza. Certo è che "abbiamo fatto", e l'agitarsi d'ottobre ne è stato a un tempo riprova e completamento.
E il "fare" è, sotto tutti i cieli e in tutte le stagioni, una concreta argomentazione di vendita. Da sempre. Sopra tutto in politica.
Un'argomentazione che ha, in più, la forza di chiudere all'angolo chiunque voglia (e possa) obiettare che "fare non basta e far male è dannoso". Non serve a niente. Spostare il discorso dalla quantità alla qualità significa portarlo dal piano del concreto e dell'oggettivo a quello dell'astratto e del soggettivo. Un'operazione assolutamente perdente, sopra tutto quando rivolta ad un pubblico il quale, più che disabituato al pensiero e all'analisi, appare disamorato e per più di una ragione rassegnato.
E che è ormai convinto che dalla politica è meglio stare lontani.
La riforma del sistema elettorale concorre, ovviamente, a far numero, anche se probabilmente su di essa non si insisterà più che tanto, almeno da parte di chi attualmente governa. Non c'è alcun dubbio che chi detiene il potere cerchi in tutti i modi (persino talvolta legittimi!) di mantenerlo mentre, dall'altro campo, è altrettanto ovvio che si tenti di conquistarlo. E che il potere sia, assieme e forse anche di più del danaro, il più potente dei corruttori è noto a tutti. La spinta a cambiare le regole del gioco quando si teme di perdere è fortissima, a tutti i livelli. Avete mai fatto caso che i bambini, quando giocano, inventano lì per lì regole nuove, meglio adatte a far vincere una gara che si sta perdendo, con le regole "normali"?
Il clamore, in materia, è stato di livello notevolissimo. Da un lato, l'invocazione alla governabilità; dall'altro, le grida allo scandalo di un cambiamento delle regole in piena corsa. Confesso di essere assolutamente impreparato a prendere posizione sull'argomento, salvo un dubbio: che l'abolizione delle preferenze consegni ai partiti quel residuo di potere (più che altro un'illusione!) rimasto nelle mani del popolo sovrano.
Ma una cosa so per certo: che unita all'argomentazione di una opposizione assolutamente inadeguata e solamente ostruzionista, quella della garanzia di governabilità potrebbe avere una presa di un certo rilievo. E l'effetto sinergico potrebbe essere ancora maggiore se si aggiunge la lamentazione annosa (ormai) degli estimatori dell'attuale presidente del consiglio: non lo hanno fatto lavorare in pace!
La riforma dell'Università (e, più in generale, quella dell'istruzione)sarà invocata anche in questo senso di prova che il governo non ha potuto mai lavorare in pace. Una riforma, questa, di grande risonanza, assolutamente interessante il futuro del nostro (disgraziato) Paese. E che ha suscitato manifestazioni studentesche più o meno manovrate, alle quali hanno partecipato anche docenti e rettori magnifici, e che hanno concesso a chi ne aveva interesse di rispolverare dubbi e critiche sull'operato delle forze dell'ordine e su quello di alcuni parlamentari. Qualcosa mi dice che "una laurea a tutti" somigli più ad uno slogan elettorale che alla affermazione di un diritto; e che la moltiplicazione dei corsi di laurea nella realtà serva - quando serve, ed è sempre meno così - a far risparmiare alle imprese quei (minimi) costi di formazione che talvolta organizzano. Ed a moltiplicare le cattedre, a costi più che contenuti (provate a chiedere quanto guadagna un professore a contratto), ma con indubbio vantaggio per i paterfamilias, i cui clientes aumentano a dismisura. Che poi la qualità dell'insegnamento sia a livelli indecorosi è un'altra storia. Ebbe a scrivere Tomasi da Lampedusa "occorre che tutto cambi perché nulla cambi" e nessuna frase mi sembra attagliarsi meglio alla riforma di quella che dovrebbe essere la massima istituzione formativa del bel Paese il quale, peraltro, pur non essendo della solita vacchetta (Carducci?) ha la forma dello stivale ed è il mio, di paese. Come dire: la riforma del mio stivale.
La riforma della giustizia mi richiama a sua volta il pensiero di Tomasi da Lampedusa. Il problema di un giudizio rapido e certo non mi sembra assolutamente risolto, ed è questo che "la gente" si aspetta. Dall'opposizione si parla di una riforma diretta più che altro a consentire ad un gruppo di persone di farla definitivamente franca, ed è forse vero. Certo è che chiunque sia al potere guarda alla giustizia come ad uno strumento - forse lo strumento principe - per la gestione del potere conquistato ai fini della migliore tutela dei propri interessi e di quelli della sua parte. Voglio dire: non sono certo che, una volta andata al governo, la così detta sinistra si comporterebbe in modo diverso. Anzi: il desiderio di rivincita potrebbe causare guasti ancora maggiori.
Occorrerebbe, forse, che i nostri politici si rendessero conto una volta per tutte che occorre operare nell'interesse del popolo e che gli interessi di parte, di qualsiasi parte, vengono sempre e comunque in seconda linea. E bisognerebbe anche ricordarsi che esistono rapporti precisi ed individuabili tra interessi del popolo e giustizia; tra interessi del popolo ed etica; tra interessi del popolo e diritto. E dunque tra diritto, etica, giustizia. Problema irrisolvibile, quando a prevalere sono gli interessi privati. E il nostro è un tempo nel quale, sembra, sono proprio questi a divenire archetipo.
La riforma della Rai, da questo punto di vista, appare paradigmatica. Il servizio pubblico da un lato è stato sacrificato a vantaggio dei gestori privati e, dall'altro, per ragioni (se si vuole) assolutamente contingenti, è stato oggetto di più di un tentativo di omologazione al potere. Nell'ottobre di cui stiamo cianciando, si è di nuovo arrivati a ragionare dei massimi sistemi in occasione di una (per me, in gran parte noiosa) trasmissione in onda su Raiuno. Nazional popolare con pause di coltissimo silenzio. E' forse per queste che prende corpo il terrore che le future elezioni politiche vengano influenzate in senso negativo per il governo. E può anche darsi che un granello di ragione ci sia: il silenzio dovrebbe invitare al pensiero, e quando la gente pensa. Ma in realtà, gli spettatori non pensano: attendono che giunga il Pensiero Guida. Se io fossi il Presidente del Consiglio, prenderei il toro per le corna e andrei in trasmissione: il pubblico essendo lo stesso, e la stessa essendo la propensione alla recitazione, potrebbe essere una bella mossa. Se io fossi il Presidente del Consiglio, ho detto. Ma non lo sono e "se fossi Cecco - come sono e fui" continuerei a pensare che un buon artista e un mediocre spettacolo dovrebbero essere presi dalla gente per quello che sono: un buon artista ed un mediocre spettacolo, con qualche punta di eccellenza, e nulla più. E un pubblico non certamente colto. E infatti, io non sono un politico e, se lo fossi, sarei certamente perdente, e verrei accusato di scarsa conoscenza della gente, di mal riposta aristocrazia del pensiero e nefandezze simili.
La riforma della Costituzione in senso federalista continua ad apparirmi più che altro una "bufala" ed uno dei tanti compromessi necessari a mantenere in vita il governo. Se tutto andrà come previsto (dai detentori del potere) anche le prerogative del Premier se ne gioveranno. Come argomentazione di vendita, almeno per una parte della coalizione di governo "lo Stato federale" potrebbe essere vincente: lo volevano, ce l'hanno quasi fatta. Ma si tratta di una "parte". E pur non volendo insistere sulla circostanza che di federalismo non si può parlare correttamente, poiché le regioni non hanno mai avuto le prerogative di Stati Sovrani (e il federalismo è tra Stati), non mi pare che si stia andando sulla strada della "gestione divisionalizzata dello Stato" che, invece, potrebbe realmente costituire la soluzione ideale.
A tante condizioni, una delle quali è assolutamente a mio parere prioritaria: che la cultura dell'intero popolo italiano e in particolare quella di chi si pone come amministratore della cosa pubblica sia scientificamente ed eticamente profonda ed ineccepibile. Che è poi esattamente quello che si richiede in una qualsiasi impresa seria costituita da una capogruppo e da un numero più o meno ampio di imprese collegate o da divisioni.
Così com'è, coloro che parlano di attentato alla costituzione e di demolizione dello Stato unitario rischiano di avere ragione.
Par condicio da riformare: peccato, perché suona bene e si presta alla grande come argomentazione di vendita, sospesa com'è tra eguaglianza e libertà, temi che tutti sono abilitati a trattare e che in realtà tutti trattano. E c'è una storia, dietro.
Davelino Ciofeca ritiene fermamente che la parola condicio , oltre che essere di chiara origine finlandese, debba pronunciarsi alla spagnola - quasi condifio - e catalogarsi sotto la lettera P : parcondifio ne sarebbe, infatti, la grafia corretta. Il che é bello ed istruttivo - come avrebbe detto Guareschi - ma, aggiungo io, lascia il tempo che trova: il vero problema sta nel significato che si intende dare alla espressione par condicio e negli atteggiamenti politici che essa sottintende fino, talvolta, a nascondere.
E premesso che scrivere e pronunciare correttamente é un segno di civiltà oltre che di istruzione (non cultura, si badi, ma pura e semplice istruzione), mi sembra importante notare, intanto, come in una società che comunque si basa su di una graduatoria tra i suoi membri (quale ne sia il fondamento e quali ne siano i parametri) il principio della eguaglianza riferito alle opportunità non puó che riferirsi e limitarsi al momento iniziale. É cioè corretto che una comunità si preoccupi di fare in modo che tutti i suoi membri e ciascuno di essi si trovino sulla stessa linea di partenza al momento in cui si affacciano alla vita sociale, ma a me pare assolutamente fuor da ogni logica il sostenere che questa linea di partenza si sposti progressivamente in avanti a seconda degli interessi, dei fatti, delle circostanze di tempo e di luogo. Sarebbe come se in una corsa, schierati tutti gli atleti alla linea di partenza , dato il via, nel corso della gara qualcuno si preoccupasse di riallinearli per una nuova partenza, qualche metro piú avanti, e cosí via, fino al traguardo.
Ma supponiamo che questo accada, e analizziamo il fenomeno.
Chi beneficia del nuovo sistema? Certamente, l'atleta meno forte e meno valido, il quale recupera sulla nuova linea di partenza tutto il terreno perduto tra la prima e questa e si trova senza merito allineato al migliore al momento dell'ultima opportunità. E, si badi bene, non si tratta della applicazione dei valori di solidarietà e derivati , e neppure di giustizia e di eguaglianza, bensí della loro negazione: realizzata la paritá di partenza, la gara é organizzata proprio per mettere in evidenza le differenze e premiarle, in relazione a "quel percorso" , " di quella lunghezza", "con quelle caratteristiche", e così via.
Chi ha tutto da perdere? Nessun dubbio che proprio il piú forte e dotato sia colui che viene massimamente svantaggiato anche dal punto di vista psicologico, rendendosi egli conto che gli sforzi compiuti prima dell'ultima partenza sono del tutto inutili, vanificati dal riallineamento diretto a ristabilire condizioni di eguaglianza assunte come violate nel corso della gara e che, comunque, hanno anche l'effetto di modificare le caratteristiche del percorso in tutte le sue componenti.
Quale conseguenza immediata? Nessun interesse a produrre nessuno sforzo almeno fino al momento dell'ultima partenza: da parte dei meno dotati, per la consapevolezza che, tanto, ci sarà un riallineamento; da parte dei migliori, per la stessa ragione unita, magari, alla speranza che comunque, negli ultimi metri tra l'ultima partenza e l'arrivo, la propria capacità e la tecnica di cui si dispone riescano ad imporsi. E da questo derivano conseguenze non trascurabili ai fini della natura stessa della gara la quale, da corsa di velocità sui cento metri piani si trasforma in corsa degli ultimi sette centimetri; i tempi relativi ai cento metri si moltiplicano all'infinito, cosí che il concetto stesso di velocità va a farsi benedire; ma, sopra tutto, la corsa non dipende piú dagli atleti, bensí da colui o da coloro che stabiliscono le linee di partenza lungo il percorso.
Ed é allora pensabile che, per il posizionamento di queste, si instauri una (diversa) competizione tra i manager, ciascuno dei quali cercherà di creare le condizioni piú favorevoli al proprio atleta e, di converso, quelle meno favorevoli al piú forte e piú bravo. E diviene probabile la vittoria non di colui che si é preparato per correre i cento metri e che per questa gara ha il fisico e il morale migliore, ma di qualcuno che, dotato di uno scatto bruciante, riesce a resistere per i sette centimetri che separano la partenza dall'arrivo.
Non mi par dubbio che in politica l'obiettivo debba essere costituito dall'affidare la gestione della cosa pubblica a coloro che meglio sono preparati a questo compito, che hanno lo spessore morale e la preparazione culturale adatti a individuare e raggiungere traguardi lontani e complessi e che per questo si sono distinti lungo un arco di tempo che puó durare quasi una vita. Che senso ha, al momento del traguardo, annullare tutto il vantaggio accumulato ( ripeto, vantaggio di cultura, di preparazione professionale, di spessore morale e di qualsiasi altra caratteristica si riconosca indispensabile per svolgere il compito di "gestire la comunità" ) per rimettere in gioco tutti o parte di coloro che sono stati fin qui distanziati in una corsa lunga e faticosa?
Se chi insegue ha struttura e spessore per recuperare e produrre lo scatto vincente, ben venga : una gara é fatta anche di questo. Ma non si può fermare il primo per consentire il recupero da parte dell'ultimo!
Se il primo ha barato, se ha assunto droghe e stimolanti, se ha fatto ricorso a trucchi ed inganni, lo si dimostri e lo si squalifichi: il significato della gara non soltanto rimarrá intatto, ma ne trarrà beneficio e con essa tutto il contesto sociale e il concetto stesso di civiltà .
Ma attenzione: ció che va sempre e comunque difeso é un principio di libertà che si estrinseca anche attraverso la libera competizione, il libero uso dei vantaggi tesaurizzati lungo tutto l'arco della partecipazione alla vita della società. Si tratta di uno dei principi fondamentali del vivere sociale, e si tratta anche del fondamento del nostro tipo di economia.
Naturalmente, si tratta (anche) di dare un contenuto a quei ceppi di partenza ai quali tutti ci troviamo e dai quali la competizione ha inizio. Ed è (anche) qui che i Partiti Politici e tutti coloro che più o meno di politica si occupano trovano la propria ragion d'essere e gli eventuali motivi del contendere.
Fermo restando l'obiettivo - fare in modo che tutti abbiano a disposizione le attrezzature necessarie alla competizione (e, probabilmente, che esse siano eguali per tutti) - si potrà probabilmente proporre materiali, mezzi, forme, colori, diversi come meglio rispondenti alla partenza ed eventualmente allo svolgimento della gara, ma l' obiettivo rimarrà per tutti lo stesso e la diversità andrà ricercata nella pianificazione che ciascun partito proporrà come alternativa sostenendone la maggiore validità per il migliore bilanciamento degli elementi tecnici, conoscitivi, di apprensibilità e di economicità .
Con molta probabilità, sulla pianificazione avrà una non trascurabile importanza il modo con il quale ciascun partito avrà disegnato il rapporto tra par condicio e uguaglianza. Un problema, questo, che potrà divenire meno drammatico di quanto non appaia se si ha cura di non dimenticare mai che in un mondo competitivo sia la par condicio che l'eguaglianza hanno un tempo ( e quindi un punto ) di riferimento molto preciso : l'inizio, e che sia la par condicio che l'eguaglianza hanno, come tutti i prodotti , necessità dirispondere a requisiti di conoscenza (che nel loro caso coincide con la apprensibilità) e, poiché si concretano in norme di comportamento, di certezza e stabilità.
*Docente di marketing presso
l'Università per Stranieri di Perugia